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Flusso di coscienza. Ciao amici miei. Non vi sto scrivendo con il mio N-Pad, credo sia ancora in uno degli scomparti della mia armatura, i miei pensieri fluiscono senza filtri direttamente in Darknet. Alla fine, ce l’ho fatta, ho imparato ad usare la rete senza l’aiuto della tecnologia, proprio come dicevano Moony,...

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Invito a cena con battaglia. Dopo la chiacchierata con Than ci furono cose da organizzare, gente da vedere, richieste da fare e risposte da attendere, nuovi ed eccitanti tuning da fare alla nave per tenere occupati ingegneri e tecnici. Poi partimmo anche noi alla volta del posto più in della galassia, il posto dove vedere ed essere...

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La pigrizia è un valore universale. Guardiamo il lato positivo: ora ho un sacco di tempo libero. Solo adesso ho capito cosa significava il codice “Mayday”: sicurezza compromessa, edificio sigillato. Niente entra, niente esce. E io sono rimasto fuori. Hurla non sembrava in sé, probabilmente lo è stata solo per quei pochi istanti...

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Cattivi pensieri. Darknet mood ::On:: Posto imprecisato 17 luglio 2014. Play… Record… Pioggia che mi penetra in faccia come aghi di pino, ne sento anche l'odore, buco la ruota della bicicletta, ho lasciato i monti alle mie spalle, un imprevisto mi costringe a fermarmi. Lì dove una volta c'era una banca con...

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Appuntamento nel bosco. Siamo su Burney, sulla Venezia commerciale, in un qualcosa di molto simile ad un residence. Ieri notte mi girai verso Ermes, che era seduto dalla parte opposta del divano e gli chiesi cosa si erano detti lui e Moony. Già, alla fine ce l’ha fatta ad incontrarla. L’ultima volta che vi ho scritto...

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Flusso di coscienza.

Category : Daniele

Ciao amici miei.
Non vi sto scrivendo con il mio N-Pad, credo sia ancora in uno degli scomparti della mia armatura, i miei pensieri fluiscono senza filtri direttamente in Darknet. Alla fine, ce l’ho fatta, ho imparato ad usare la rete senza l’aiuto della tecnologia, proprio come dicevano Moony, Darla e la nostra Elisa.
Certe cose però, le ho sempre capite solo alla fine, come si dice? Meglio tardi che mai, ma è comunque tardi.
Almeno sono stato coerente fino alla fine.

Sto morendo.
Quanto è comico. E’ una di quelle frasi che accantoni nel tuo cervello, sapendo che prima o poi la pronuncerai, ma in cuor tuo hai come la convinzione che quel momento non arriverà mai.
Ed invece ci siamo. Sto morendo.

All’inizio mi è mancato il fiato, quando ho impattato al suolo mi è sembrato che si aprisse una voragine al centro del mio torace, niente aria, ma tanta paura. Poi è arrivato il dolore.
Intenso e lancinante, sembrava provenire da ogni parte del mio corpo, così forte da apparire come una cosa sola, un grido formato da milioni di voci, un’onda d’urto che in un attimo spazzò via le mie speranze.
Ora non c’è più, in realtà non sento più neanche il mio corpo. Rimango disteso qui a terra, senza possibilità di muovermi, a fissare la porzione di cielo azzurro screziato di nuvole che il caso ha voluto fosse mio.

Non posso girare neanche più la testa, galleggio nel vuoto dei miei sensi.
Percepisco solo un formicolio che dalle parti periferiche, lentamente, si avvicina verso il centro del mio corpo. Brutto segno.
Quando anche il dolore si arrende, vuol dire che è proprio finita.
Non so se avrò il tempo prima di spegnermi definitivamente, ma vorrei lasciare a tutti voi l’ultimo brandello di testimonianza, ora che sono lucido, per chiudere il cerchio degli avvenimenti che mi hanno portato fino a qui, per completare una storia e concludere una vita.

Una volta lasciata andare Moony, mi affrettai a metter via il prezioso frammento di memoria organica, recuperato nella misteriosa nave nera, raccolsi le mie cose e mi diressi verso il campo base, dai miei uomini. Arrivato lì, mi affrettai a dare gli ordini per un rientro veloce alla base, non sapevo esattamente cosa conteneva quella memoria che trasportavo, ma aveva un sapore d’urgenza.
Quando tutto fu caricato e pronto per la partenza, vidi comparire Moony dal bosco. Ne fui rincuorato, appena la vidi, fui subito invaso da una sensazione piacevole, fu come togliere un grosso sasso dal cuore: l’ospite misterioso non era un nemico e lei era sana e salva.
Ma era mai stata veramente in pericolo? Dopo aver visto i suoi poteri all’opera e la semplicità con cui li usava, probabilmente dovevo preoccuparmi di tutti all’infuori di lei.
Ma la felicità non si cura delle domande stupide, arriva e basta.

Avanzava tranquilla, con passo lento ma sicuro, aveva ritrovato se stessa, bene, anche se aveva tutta l’aria di essere immersa nei suoi pensieri, in un altro mondo, impegnata in un dialogo interiore.
L’accolsi con un sorriso, senza nascondere le miei emozioni, con lei non sarebbe servito comunque.
Lei mi passò davanti, senza neanche degnarmi di uno sguardo.
La seguii con la testa ed il mio sorriso scemò con il movimento, lasciando posto alla delusione. La vidi salire sul BANTHA mentre restavo immobile, ancora bloccato sulla scena di Moony che passava ignorandomi. Infine rimasi ad osservare interrogativo il boccaporto, come se fissare l’apertura vuota, potesse darmi una qualche risposta.
Dopo qualche secondo, la mia attenzione fu attirata più in alto, dietro il vetro della carlinga Brahia mi faceva segno di salire mentre aveva già iniziato a far rollare i motori. Abbassai la testa e salii sul BANTHA.
Il viaggio fu accompagnato dal silenzio pensieroso della mia amica.

All’arrivo all’avamposto dell’A.E.R., sulla pista d’atterraggio, ci aspettavano i due archeologi circondati da alcuni soldati ed un ufficiale impaziente. Non appena posai il piede a terra, fui investito dalla loro rabbia.
Il primo a parlare fu uno degli archeologi, Lagoy, il quale sembrava aver dimenticato l’impaccio e la timidezza dei primi giorni, lasciando il posto ad una furia inaspettata: “Eccoli, sono stati nel settore interdetto, al Cerchio Grigio! Gli avevo detto che non potevano farlo, che erano ordini del Comando!”
L’ufficiale fece un passo avanti, portandosi in testa al gruppo: “Tutto il pianeta è sotto la giurisdizione dell’A.E.R., non potete disubbidire agli ordini diretti. Ogni trasgressione viene punita con…”
In quel momento scese anche Moony dalla rampa, ancora pensierosa e a testa bassa, disse ad alta voce e senza guardare i suoi interlocutori: “Lasciapassare Imperiale” fermandosi poi al mio fianco.
A quelle parole l’ufficiale sembrò rimanere impietrito, io mi girai verso la squadra ed ordinai: “Tornate ai vostri alloggi, qui ce la sbrighiamo noi.”
Quella breve pausa sembrò aver ringalluzzito i nostri accusatori.
L’ufficiale allargò una smorfia di compiacimento e proseguì: “Quel lasciapassare, ha una valenza diversa nelle strutture dell’A.E.R., il possessore può essere accompagnato solo da ufficiali imperiali. Quindi c’è stata un’aperta violazione”.
Moony non sembrò minimamente scossa dalle accuse, alzò lentamente la testa fino a posare i suoi occhi sull’ufficiale. Quest’ultimo, come fosse stato trafitto da quello sguardo granitico, fece un passo indietro e cominciò a balbettare: “Ogni azione violenta… il nostro incontro è registrato… Il Comandante Calisto…”
Moony alzò un braccio indicandomi. Alla vista di quel gesto, tutto il gruppo indietreggiò, mentre lei, con tono stanco sentenziò: “Il Tenente Daniele, è un Tenente. Quindi, stupido burocrate, non c’è stata alcuna violazione. E ora vorrei raggiungere il mio alloggio, sono stanca.”
Gli uomini dell’A.E.R. si spostarono ammutoliti lasciandola passare mentre lei, non curante, gli sfilava in mezzo. Il gruppo si girò incredulo nella mia direzione.
“Già, proprio così. La mostrina sulla mia uniforme dice che sono un ufficiale. Ah, il resto della squadra è rimasto tutto il tempo accampato fuori dall’area interdetta. Potete consultare i registri del BANTHA.”
E me ne andai anch’io. Mentre passai, sorrisi vedendo il volto paonazzo dell’ufficiale che impotente, rimase a fissarmi sul posto.

Restammo quasi dieci giorni nelle baracche, fremevo dalla voglia di tornare sulla nostra nave per esaminare la memoria che avevamo recuperato, ma aspettavo che Moony ritornasse in sé, per tutto il tempo se ne era rimasta nel suo alloggio, mangiando da sola e senza proferire parola.
Al decimo giorno sembrò uscire dal suo isolamento.
“Ciao.” esordì con una punta di colpa nel suo tono.
“Ciao. Tutto bene?”
“Dovevo riflettere.”
“Avevo intuito. E’ andato così male il tuo incontro nel bosco?” Baravo, avevo già letto Darknet e sapevo dello strano atteggiamento di Ermes, anche se non lo avevo capito.
“Mi sfugge qualcosa…”
“Hai già letto Darknet?”
“Non servirebbe. Quello che c’è scritto già lo so, l’ho saputo subito dopo aver lasciato Ermes. Sa quello che fa, non commetterebbe errori così grossolani.”
“Allora qual è il problema?”
“Il problema è che sa quel che fa. La prima volta che lo incontrai, più di due anni fa, era con sua sorella e mi propose quell’assurdità di Darknet, della ribellione delle coscienze e tutte quelle stupidaggini. Ma era una cosa campata in aria… si vedeva che erano dilettanti… Questa volta è stato diverso.”
“In che senso?”
“Aveva uno scopo, ed una determinazione quasi feroce ed io l’ho affrontato credendo di avere di fronte l’Ermes di anni fa. Ho abbassato la guardia e lui ne ha approfittato.”
“Ti ha preso qualcosa…”
“Sì, ma per quanto mi sforzi non riesco a capire cosa.” Poi stranamente mi sorrise. “Beh, quel che è fatto è fatto. Sono ancora convinta che non possa combinare niente e la prossima volta non sarò così leggera.”
Era tornata la Moony di sempre, così sorrisi anch’io. “Ora sei pronta? Abbiamo un mistero da svelare!”
“Andiamo!”

In breve tempo fummo tutti sul BANTHA, equipaggiamento caricato e una voglia matta di tornare a bordo della nostra nave, lasciandoci alle spalle quegli idioti dell’A.E.R..
Si respirava un’aria quasi elettrica e la squadra sembrava esser tornata una classe di liceali chiassosi.
Lasciai correre, si tornava a casa.

Una volta decollati ed emersi dal tetto di foglie, ci fu una risata collettiva accompagnata da qualche urla, guardai Moony sorridendo, persino Brahia si sporse entusiasta dalla cabina di pilotaggio. Attivai il visore olografico per goderci lo spettacolo del viaggio, prima di tuffarci nello spazio.
Inaspettatamente Aaron se ne uscì gridando, riuscendo a sovrastare il vocio: “Guardate ragazzi! Anche lassù sono contenti di rivederci… fanno i fuochi d’artificio”. All’improvviso tutti i volti cambiarono espressione, assumendone una preoccupata e all’unisono si voltarono verso l’angolo della visione indicato dal soldato. Anche l’espressione di Aaron mutò rapidamente alla vista di quella reazione collettiva.
Tolsi l’ancoraggio magnetico e mi avvicinai all’ologramma muovendo una mano e parlando ad alta voce: “Ingrandimento area. Valore 4.2.” Girai di scatto la testa verso Moony: “Oh merda! Quella è una battaglia… ed è intorno alla nave dell’Ammiraglio. Cosa cazz…” Corsi in cabina da Brahia.
“Vedi qualcosa sui sensori?”
“Niente in quelli atmosferici e quelli a lungo raggio sono illeggibili, sembrano disturbati da grandi fonti energetiche… aspetta!” In quel momento cominciarono a suonare allarmi dappertutto. Osservai velocemente lo schermo radar, stavano comparendo bersagli in tutte le direzioni. Guardai negli occhi Brahia e con tono determinato le ordinai: “Cerca di mantenere la posizione evitando il più possibile. Mi inventerò qualcosa.” Corsi nel comparto truppe, dai miei uomini. Era sceso un silenzio macabro e sui loro volti si era disegnata la paura. L’unica ad essere calma, era Moony, osservava lo schermo con aria interessata, mentre bisbigliava tra sé e sé: “Eccoli. Alla fine sono arrivati.”
Il silenzio fu interrotto dal rumore delle corazze del BANTHA che cominciarono a vibrare.

Sul visore olografico, la situazione era desolante. Intorno a noi, con una decelerazione fulminea, continuavano ad arrivare in atmosfera navi di Beta1. L’amplificatore di bersagli quasi non riusciva a star dietro a tutte quelle apparizioni. La maggior parte di loro erano Navi Classe Incursore e ce n’erano a centinaia. Ma non dovevano essere delle navi rarissime?
Non c’era tempo per domande stupide. Dovevo trovare una soluzione: nello spazio eravamo spacciati e se avessimo continuato a volare fra quei mostri, avremmo fatto una brutta fine.
Agitai nuovamente le mani sul visore in cerca di una via d’uscita. La mano destra però sembrava molto più pesante del solito. Guardai il polso, c’era qualcosa che non andava nella mia armatura. Mi levai il pezzo di corazza difettoso gettandolo per terra. Sentii Moony iniziare un: “Non è sicuro…”, risposi brusco “Non ora! Non c’è tempo!” e tornai al visore olografico.
“Brahia, fai rotta verso il Cerchio Grigio, quell’affare al centro è fatto interamente di LINX, può resistere a qualsiasi esplosione. Ci rifugeremo nella piramide.”
Brahia cambiò rapidamente rotta, eseguendo quasi una picchiata verso la nostra destinazione. Eravamo ancora tutti preoccupati, ma almeno avevamo una speranza.
Fu allora che si scatenò l’inferno.

La contraerea dell’A.E.R. cominciò a vomitare quantità di fuoco impressionante ma la risposta del nemico arrivava con altrettanta furia. Fasci di energia ad alto potenziale partivano dalle navi nemiche, provocando al suolo catene di esplosioni, esattamente come avvenne durante la mia prima battaglia nello spazio, nei pressi di Event. Un brivido mi corse lungo la schiena.
D’improvviso un allarme sovrastò tutti gli altri, non facemmo in tempo ad accorgerci del missile in corsa nella nostra direzione che questo impattò sulla fiancata del BANTHA provocando un’esplosione violentissima. In un istante la paratia del nostro trasporto svanì nel vuoto, portandosi via la metà della mia squadra. Li vedo ancora adesso, vividamente, ancorati ai loro sedili e con gli occhi sgranati mentre volano via con la parete.
In un attimo fui risucchiato anch’io dall’apertura che si era creata, cercai di aggrapparmi disperatamente ad un appiglio, per non fare la stessa fine, ma mancai completamente la presa: non avevo più il braccio destro, l’esplosione se l’era portato via all’altezza della spalla. Sentii un urlo disperato riecheggiarmi nella testa, una voce femminile che gridava “Daniele!” e in un attimo fui nel vuoto.

Si dice che in quei momenti si riveda tutta la vita scorrere davanti agli occhi.
Io pensavo solo al mio braccio che non c’era più.
Guardai il BANTHA allontanarsi e cambiare direzione, mentre veniva colpito da un altro missile.
Non ebbi neanche la forza di girarmi, per vedere la morte arrivarmi in faccia. Stetti semplicemente girato di spalle, aspettando lo schianto che avrebbe concluso tutto.

Non sento più i rumori.
Mi si cominciano a chiudere le palpebre. Sono stanco, troppo stanco.
L’ultima cosa che vedo prima di essere avvolto dall’oscurità, sono centinaia di navi degli Sterminatori uscire dall’occultamento ed aprire il fuoco.
E’ arrivata la cavalleria, ma io non parteciperò più a questa guerra.
Ne sono uscito, ora tocca a qualcun altro.
Galleggio, è svanito anche il formicolio, non ci sono più.

Cocciuta di un’Itan, ti ho amata davvero Brahia. Mi sei mancata in quest’ultimo periodo.

Invito a cena con battaglia.

Category : Pekka

Dopo la chiacchierata con Than ci furono cose da organizzare, gente da vedere, richieste da fare e risposte da attendere, nuovi ed eccitanti tuning da fare alla nave per tenere occupati ingegneri e tecnici. Poi partimmo anche noi alla volta del posto più in della galassia, il posto dove vedere ed essere visti se si è un vero VIP: Lilith.

La …and thanks for all the fish sarebbe quasi stata irriconoscibile a Bob, cambiamenti dettati dalle diverse circostanze in cui eravamo costretti ad operare.
Bob aveva potuto affidarsi alla forza del suo ruolo e titolo per farsi valere tra la burocrazia e l’ammiragliato dell’Impero, ma i tempi cambiano, i complotti si moltiplicano e quando il tuo nemico ha una pistola, tu devi almeno avere un lanciarazzi. E poi, soprattutto, io non sono Bob. Sono un parvenu, di cui nessuno ha sentito parlare, con un tesserino, mentre Bob ha fatto parte della trama e l’ordito dell’Impero quasi dalla sua nascita. Di conseguenza la corsa agli armamenti della nave.

I due OMEGA D4 SHARK vennero affiancati da altri quattro loro simili, aggiungendo altre pustole sulla corazza esterna. Passammo da zero a 4 Thunder, di cui due appiccicati sempre all’esterno con un ingegnoso sistema di tubi per far giungere il pilota al cockpit. Dove possibile cannoncini vennero sostituiti da versioni più potenti, nuclei aggiunti o aggiornati, fatti tutti i conti, avevamo la spesa energetica di una nave di IV livello.
Anche l’interno fu radicalmente cambiato per fare posto all’equipaggio in più e soprattutto un nuovo centro comando, distinto dalla vecchia plancia, per far fronte alla necessità di un comando più complesso. Krunk, nel suo ruolo di Capitano sarebbe rimasto in plancia, io e Stros, nel suo ruolo di Ufficiale Tattico, nel nuovo centro comando e comunicazioni. E fu in questa nuova configurazione più violenta che arrivammo nel sistema di Lilith e suonammo al metaforico citofono di Mierrill.

Osservai la sua flotta sul mio nuovo proiettore olografico nel nuovo C&C: era imponente e uno spreco, almeno dal mio punto di vista. Oltre alla Ferlor, la sua ammiraglia di VII livello, c’erano quattro VI livello e per ognuna di loro quattro V e cinque IV, una marmaglia di Delta e diversi sciami di Thunder. Uno spreco se si conta che non veniva usata se non per controllare un sistema minore.
“Abbiamo un totale?” chiesi a Stros che divideva la sua attenzione tra il pozzo olografico e i suoi schermi di statistiche, impregnandosi di dati e posizioni.
“41 di Livello, poco meno di 300 Delta e altrettanti Thunder in orbita o in sistema, sul pianeta dovrebbero esserci ancora qualche decina di Delta.”
“Quindi nessun cambiamento dalle informazioni di partenza.” sintetizzai.
“No.”
“Splendido. Quindi le tue proiezioni rimangono invariate?” Stros si girò a guardarmi un po’ infastidito.
“Certo. Un scontro frontale sarebbe devastante per entrambe le parti, con perdite del 100 % per loro e 80% per noi. Ma non arriveremo a quel punto. Vuoi che ti ripeta qualcos’altro che sai già?” mi fissò ancora una decina di secondi finché abbassai lo sguardo e poi si rigirò verso gli schermi.
“Isterico.” borbottai.
“Mammoletta.” borbottò lui.
Selezionai il canale dell’Ufficiale Comunicazioni:
“Seumann, chiama la Ferlor, digli che avrei piacere di parlare con Mierrill.” poi passai al canale comando:
“Krunk, avanti piano verso l’ammiraglia, grazie.” ricevetti da entrambi un ping di accettazione e poi aspettai mezzo minuto perché fosse stabilita la connessione con l’Ammiraglio, ma non fu la sua faccia a comparire sullo schermo bensì un capitano di terzo livello.

“Cominciamo bene.” dissi a Stros.
“Qui è il Capitano Negaril della Ferlor, avanti.”
“Che imbarazzo!” dissi con finta giovialità “Il mio Ufficiale Comunicazioni deve aver sbagliato numero. Volevo parlare con Mierrill, non è mica lì intorno per caso? Visto che il mio ufficiale è così incompetente, magari me lo può passare lei, Capitano.”
“L’ammiraglio è altrimenti occupato in questo momento.” rispose lui, impassibile.
“Che disdetta! Guardi, può prendere un appunto, per favore? È una cosa veloce, non le prenderò troppo tempo.”
“Come ben sa, non ce n’è bisogno, ogni comunicazione è registrata. Comunque, le assicuro che porterò il suo messaggio all’Ammiraglio appena possibile.”
“Ma certo, che sciocco. Bene, ecco il messaggio” mentre parlavo selezionai la trasmissione all’intera flotta, Negaril sullo schermo spalancò gli occhi ed era in procinto di dire qualcosa quando cominciai a parlare:
“Questa è la …and thanks for all the fish, allegato a questo messaggio trovate le mie credenziali. Per ordine Imperiale, l’Ammiraglio Mierrill è sollevato dal comando della flotta ed è richiamato su Itan per un colloquio con la Volontà dell’Imperatore.” lo schermo con la connessione con la Ferlor, passò dal volto di Negaril alla faccia piacevolmente paonazza di Mierrill, la misi in muto, poi continuai:
“Fino all’arrivo di un degno sostituto, sono stato incaricato di prendere il comando e condurre un’indagine sullo stato di cose in questo sistema.” Mierrill sullo schermo sbraitava, gli feci ciaociao con la mano sorridendo e poi terminai il messaggio con:
“Sono sicuro che lavoreremo tutti molto bene insieme e mi aspetto tutta la vostra cooperazione. Fine messaggio.” tolsi il muto a Mierrill
“…polvere! Ti riduco in polvere!” stava gridando
“Salve, Ammiraglio.” dissi amichevole, quando si fermò a prendere fiato “Avrei voluto comunicarglielo direttamente, senza queste tattiche imbarazzanti, ma ho avuto qualche problema a mettermi in contatto con lei.”
“Tu non hai il diritto!” sbraitò lui
“Al contrario, ho degli ordini diretti dal nostro Imperatore, Ammiraglio.” lo interruppi “Diciamo che sua eminenza è preoccupato per certe voci di connivenze sue con l’A.E.R. e una generale poca disponibilità a condividere le scoperte effettuate in questo sistema e nella fattispecie su Lilith. Parlando del diavolo…” nel frattempo mi era stata passata una comunicazione taggata con ‘Ufficiale Comandante A.E.R. Calisto – sistema Lilith’ lo misi in conferenza:
“Cosa cazzo sta succedendo qui?” chiese appena fu in linea un uomo in uniforme A.E.R.
“Mi sembrava di essere stato chiaro. Può ascoltare di nuovo il messaggio se dovesse avere dubbi, signor…?” lui sembrò solo allora rendersi conto della presenza di Mierrill in conferenza e mi ignorò:
“Mierrill! Cosa cazzo sta succedendo?” chiese, lui fece una faccia infastidita:
“Niente, adesso sistemo tutto.” rispose lui.
“Sarà meglio, Ammiraglio, non erano questi i patti. Risolva la situazione al più presto.” disse l’ufficiale A.E.R. e poi staccò la connessione. Mierrill sbuffò e poi sembrò tranquillizzarsi:
“Non è stato particolarmente furbo da parte vostra venire qui da soli. Navi come la vostra spariscono in continuazione.” Un messaggio di Stros mi comparve sullo schermo:
“La Ferlor e due delle VI livello stanno caricando armi e scudi insieme a una serie di navi più piccole.”
“Non essere stupido Mierrill. Pensi veramente che mi avrebbero mandato qua senza i mezzi per portare a termine i miei ordini? Stiamo solo aspettando gli altri invitati alla festa.” prontamente lo schermo sensori bippò, sentii partire un allarme in sottofondo alla comunicazione di Mierrill che si girò a confabulare con qualcuno.
“Ecco, questi saranno loro…”

“Occazzo!” esclamò Stros e cominciò freneticamente ad interagire con il suo sistema. Io alzai lo sguardo verso il pozzo olografico. Una miriade di nuovi contatti erano comparsi, ma erano nella posizione sbagliata e, soprattutto, del colore sbagliato. Poi sciamarono la flotta di Mierrill, contatti amici brillarono per poi sparire. Chiusi la comunicazione con la Ferlor e mi girai verso Stros:
“Situazione?”
“Beta1. Il sistema sta ancora raccogliendo i dati per i dettagli, ma sono centinaia. È decisamente una flotta di invasione.” altre lucine amiche brillarono per poi decadere nell’oblio, le altre cominciarono a controbattere. Passai sul canale di comando:
“Krunk, postazioni di battaglia, la nave è tua, armi libere. Iain, piloti nei Thunder e pronti a staccarsi, tu e i tuoi vestitevi e pronti per uscire sullo scafo.” due ping di assenso. Uno schermo mi si riempì di statistiche sulla nave e l’approntamento dei vari sistemi di arma e difesa. La nave virò di 90 gradi e accelerò al massimo e fu tutto un fiorire di contromisure e cannoncini di interdizione.
“Parlami, Stros.” dissi.
“Abbiamo perso circa 50 Delta e due IV livello al primo attacco. Ma stiamo finalmente cominciando il contrattacco. Ho i dati sulla flotta Beta1. Circa 200 classe Incursore, 21 classe Tempesta, una sessantina di classe Berkut e sciami di caccia. Almeno 400.” snocciolò Stros. Richiamai e lessi in fretta le informazioni su Tempesta e Berkut. Il primo era tipo una porta aerei a forma di medusa, base a un centinaio di caccia, il secondo una corazzata con dimensioni che l’avrebbero inserito tra il nostro III e IV livello come dimensioni e capacità di fuoco.
“Quali sono le nostre possibilità?” chiesi.
“Sconfitta completa dell’Impero, perdite limitate o accettabili per Beta1.”
Intanto Krunk ci stava portando in maniera erratica a essere coperti dalle navi più grandi della nostra flotta. Le contromisure avevano con successo eliminato ogni minaccia che ci era stata volta contro.
“Piloti in posizione, Sterminatori in posizione.” giunse la voce di Iain nel casco che mi ero prontamente messo, sul canale di comando.
“Liberate i caccia, posizione di difesa. Voi sullo scafo di ausilio alle contromisure.” si sentì il rumore sordo dello sgancio dei Thunder. Sul canale caccia sentii il caposquadriglia dare le consegne ai suoi ragazzi, e poi:
“Cazzo! Quello era vicino. Capo, siete stati appena mancati di meno di 5 metri da una lama ad energia. Veniva dalla Ferlor.”
La …and thanks for all the fish eseguì una serie di virate ancora più estreme.

“Figlio di puttana. Stros, puniscili.” dissi con un ghigno e poi di nuovo sul canale di comando “Krunk, aspettati istruzioni da Stros, stesso per Iain. Vediamo se riusciamo a metterli in riga.” sentii subito Stros cominciare a borbottare sul canale dedicato con Krunk.
Il Delta, sempre con repentini cambi di direzione, cominciò ad avvicinarsi ad una squadriglia di 7 intercettori di Beta1 per poi attirare la loro attenzione con un volley di missili e proiettili cinetici e invertire la rotta e tornare verso la Ferlor.
5 presero l’esca e ci seguirono provando ad inquadrarci con le loro armi ad energia e cercando di prevedere la guida isterica di Krunk. Ci beccammo un colpo sulla fiancata di destra, perlopiù assorbito dallo scudo ma che comunque intaccò lo scafo. A pochi chilometri dalla Ferlor, rilasciammo un nuovo volley di missili, questa volta però verso la nave di VII livello, bersagliando le contromisure e i cannoncini di interdizione di una zona in particolare dello scafo che copriva una alta concentrazione di nuclei energetici. Gli intercettori devono aver intuito quello che avevamo fatto e decisero di ignorarci per la preda più grossa, concentrando il fuoco sull’area indifesa. Bastarono pochi colpi per squarciare lo scafo, poi una serie di esplosioni illuminarono l’interno della Ferlor, infine si spezzò in due.
“Molto bene, Stros, e ora preparati ad andare in scena.” selezionai il canale per l’intera flotta “Qui è la …and thanks for all the fish, prendiamo il comando della flotta, preparatevi a ricevere istruzioni.” poi di nuovo sul canale di comando:
“Vai Stros. Krunk, la nave è di nuovo tua, cerca di non farci fare brutta figura.”
Il Delta si infilò in un nugolo di caccia nemici inseguendo un intercettore, ondate di missili si espandevano dal nostro scafo, la lama ad energia illuminava lo spazio circostante, lasciammo dietro di noi una scia di rottami avvolti dal plasma. Quando finalmente riuscimmo a perforare gli scudi dell’intercettore e distruggerlo, erano passati dieci minuti dall’inizio della battaglia. Continuavo a fissare il pozzo olografico, soprattutto lo spazio da dove eravamo spuntati noi nel sistema, come se con la mia sola volontà avrei potuto farci comparire qualcosa. Stros nel frattempo organizzò metteva in atto una tattica di attesa, dividendo la flotta in inferiorità numerica in piccoli gruppi intorno alle navi di livello, più facilmente difendibili. Aiutò, ma non era una soluzione definitiva, perdemmo ancora quattro di livello e un centinaio di Delta, senza contare i caccia, ma cominciammo anche a provocare maggiori perdite in Beta1.
Al quindicesimo minuto finalmente arrivò la cavalleria. Ero distratto a seguire le acrobazie di Krunk all’inseguimento di un nuovo intercettore quando i sensori attrassero la mia attenzione con un trillo e 512 nuovi contatti comparvero nel sistema. Aprii subito un nuovo canale.
“Era la cazzo di ora, Commodoro! Flotta di invasione Beta1. Stros vi dirà cosa fare.”
“Mi aspettavo tutta un’altra festa, Signore. Ma gli Sterminatori sono sempre a disposizione.” rispose il Commodoro della flotta di Delta appena comparsa.
Nel pozzo olografico la nuova flotta cominciò ad accelerare verso il conflitto separandosi in gruppi di attacco e curvando per raggiungere le zone assegnate.
“Come andiamo, Stros?”
“Meglio, molto meglio.” alzò un pollice in mia direzione senza distogliere lo sguardo dagli schermi, poi riprese a borbottare nel microfono.
Osservai anche io lo schermo, cercando di darci un senso, ma era decisamente troppo incasinato. Anche cercando di concentrarmi sul piccolo, una sola zona di battaglia, era inutile, tutto faceva parte del disegno più grande di Stros. Squadriglie di Thunder che bersagliavano un Incursore trascinandolo via dal suo gruppo di attacco per poi essere distrutto da un paio di Delta che sembravano essere passati da lì per caso. Una Tempesta in fuga da una squadra di Delta modificati degli Sterminatori si ritrovava nel fuoco incrociato di tre IV livello. L’ologramma era un continuo movimento, una danza di cui solo lui sapeva il tempo e la melodia. Ma stava visibilmente funzionando. Le lucine e i Tag Beta1 brillavano per poi scomparire ad un rateo decisamente più veloce di quelli Imperiali. Stava andando bene, stavamo vincendo, poi…
Non dico che proprio me lo aspettassi, ma la paranoia è sempre viva in me, e all’universo piace equilibrare la sfiga. E in una giornata di coincidenze, tanto vale strafare.
“Ma porca…” disse Stros quando in un quadrante ancora non coperto dalla battaglia comparirono un nugolo di nuovi contatti. Centinaia di nuove lucine di dimensioni variabili, dai caccia alle corazzate.
“E adesso, chi cazzo è che ha invitato Shatan?”

La pigrizia è un valore universale.

Category : Ilario

Guardiamo il lato positivo: ora ho un sacco di tempo libero. Solo adesso ho capito cosa significava il codice “Mayday”: sicurezza compromessa, edificio sigillato. Niente entra, niente esce. E io sono rimasto fuori.

Hurla non sembrava in sé, probabilmente lo è stata solo per quei pochi istanti che abbiamo passato insieme.
Non posso rientrare negli uffici imperiali, quindi me ne starò in questo bel bistrò ancora per un po’. Suppongo che, appena il Dito sarà di nuovo accessibile, si preoccuperanno di farmelo sapere. Nel frattempo mi godrò il Ricard, tanto non posso ubriacarmi.

Arriva il “bip” di una mail. Ecco, mi sa che ho finito di bere alcolici per oggi.
Mi armo di N-Pad e mi preparo a leggere la triste notizia, avvio il programma di posta e un piccolo messaggio mi colpisce con la forza di un maglio: una mail di Hurla. Poche parole: “controlla i file di log.”

OK, ragioniamo. Ma prima un sorso di Ricard.
Non sono i file di log dell’ufficio, lei lo sa che non posso entrarci. Ipotesi scartata.
Restano i log del telefono e del pad.
Per scaricare il log del telefono devo collegarlo a un computer fatto dall’A.E.R. e qui intorno non ne vedo molti, solo dentro al bureau. Ipotesi scartata.

Sorso di Ricard.

Il cavo di connessione, in ogni caso, è rimasto in ufficio. Connessione wireless, vediamo se riesco a connettere telefono e N-PAD via wireless.
Come vorrei che Hurla fosse qui, lei avrebbe già collegato tra loro telefono, N-PAD, lavatrice, bicicletta e accendino. Usando una penna Bic scarica.

Sorso di Ricard.

Perdo un bel quarto d’ora nei menù del telefono quando, finalmente, trovo quello che m’interessa: connessione senza fili ad altro dispositivo A.E.R.
Bene, bene, molto bene.

Finisco il Ricard e ne ordino un altro.

Ed ecco che compare l’unica scritta che demolisce tutto il mio castello di fantasia con la stessa facilità con cui un proiettile fa esplodere un’anguria. PASSWORD?
No, ma dico, stai scherzando vero? Mi chiedi una password? Andiamo, sono io, ormai ti uso da anni, puoi fidarti!
Cinque rettangoli sul monitor e una tastierina numerica è tutto quello che la connessione wireless ha da offrirmi. Le mie possibilità vanno da 00000 a 99999 che fatto centomila possibilità tonde tonde.

OK, ragioniamo. Ma prima un altro sorso di Ricard.

Non ho mai usato la wireless, in pratica è come se fosse appena uscita dall’A.E.R.

Appena uscita dall’A.E.R…
Appena uscita dall’A.E.R…
Appena uscita dall’A.E.R…

Pekka mi ha insegnato che la pigrizia è un valore universale, vediamo se è vero:
Digito 1,2,3,4,5. La stessa password che un idiota userebbe per la sua valigetta e che un ingegnere pigro metterebbe come password di default.
Brindo alla scritta “OK” verde che è appena comparsa sul monitor.
Bene, ora passo all’N-PAD: avvio l’esplorazione dei file del telefono e dico al sistema di cercare un file di log. Pochi istanti ed ecco il log del telefono in tutto il suo splendore.
Scorro il file verso l’ultima riga del file e leggo “Accoppiamento effettuato”.

“Beato lui!”

Rido come un ubriaco che fa una battuta da ubriachi. Brindo alla battuta da ubriachi.

Passo alla riga immediatamente sopra: “Scarico completo dei dati effettuato con successo”.
Scarico dei dati?!? Fatta per volere di CHI? E verso DOVE? OK, mi serve un modo per avvisare i miei superiori, proprio non ci andava questo blocco.

Pensa, cazzo. Pensa, pensa, PENSA!

Finisco il bicchiere di Ricard in un sorso, mi alzo di scatto dalla sedia e finisco per vomitare, due secondi dopo, nella fioriera di fianco al mio tavolino.

“Ma cazzo, pure i naniti sono andati a puttane?!?” grido biascicando
 ”Monsieur, êtes-vous bien?” mi chiede un preoccupatissimo cameriere.
“No, i nanobastardi mi hanno mollato, cazzo!”.

Tutto disattivo, anche i naniti. E devo anche cambiare la combinazione della mia valigetta.

Cattivi pensieri.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Posto imprecisato 17 luglio 2014.

Play… Record…
Pioggia che mi penetra in faccia come aghi di pino, ne sento anche l’odore, buco la ruota della bicicletta, ho lasciato i monti alle mie spalle, un imprevisto mi costringe a fermarmi.
Lì dove una volta c’era una banca con sopra un circolo, sul curvone della provinciale, oggi d’improvviso è apparso un negozio che ripara bici. All’interno un tizio dalla faccia incartapecorita mi dice di sedermi e aspettare il mio turno su delle poltrone rosse che mi ricordano la sala d’attesa di un ospedale. Attendo.

Quanto male fa l’amore, in ogni sfumatura, eppure è la cosa più distante dal male che esiste, ma sono sulla stessa medaglia, bene e male, amore e odio, così dicono, a me sembra che ormai siano una cosa conseguente all’altra, un uroboro, la spiritualità sopraffatta artigianalmente, meccanicamente. Guardi chi potrebbe avere tutto da te che va alla ricerca di un inutile gioco e che non fa altro che procurargli il male, che lo fa vivere male. Perché poi?
Chi se lo merita magari non lo riceverà mai…un serpente che prova a mangiarsi partendo dalla propria coda.

Si rovescia da sopra una mensola un vasetto di Gianin, vermi per la pesca, mi scivolano in testa a migliaia ed inizio a scacciarli e schiacciarli come i cattivi pensieri che mi logorano da quando sono rientrato in Europa.
Loro non perdonano, me lo dicevate sempre.
Sento lo squarcio nel petto che pulsa, l’odore del sangue, ma non lo vedo, continuo a navigare come in sogno all’interno di questo negozio. Alexis mi ha tradito e quel militare, nascosto dietro la siepe, spara e mi buca la ruota. CoRR è l’ultima cosa che ho letto sulla sua divisa. I naniti sembrano reggere.
Non so se qualcuno qui sente cosa sto provando, cosa sta accadendo dentro di me. Sento le sinapsi collegarsi con la rete e un via vai di dati e voci che mi torturano ma allo stesso tempo mi fanno compagnia.
I brividi di freddo quelli li riconosco, sono di umana natura: paura.

Il tizio si avvicina, mi chiede perché l’ho fatto?
Disappunto, non so di che parla, vuole sapere del Leuprachaun, io continuo a parlare della bici: sono a pochi metri da casa e voglio solo andare a riposare nel mio letto.
Ingoio ancora un altro verme che pian piano è scivolato sul fianco del mio labbro, proteico e insapore, supplico di riparami la bici. Tornerò poi a pagare.
Che schifo tutto questo sangue sparso per terra, ma di chi è?

La mattina sembra apatica, incolore, se non fosse per quegli occhi colorati di arancione , ovunque il mio sguardo si vada a posare vede solo volti afoni dalle orbite vuote…
Mi sento privo di me stesso, mi guardo e non capisco, ma non mi sforzo neppure di capire. Sinceramente, ho deciso: aspetto.
Ora mi siedo e aspetto che tutto silenziosamente mi scivoli via da dosso.
Tolgo la negatività, ci va tempo lo so, siamo spettri anonimi che vagano in queste vie della vita, ma ci riconosciamo e, prima o poi, resuscitiamo, torniamo da questo limbo in cui chi non ci merita ci ha mandato, perché? Non ci è dato saperlo.

Vedo rosso e vedo entrare dei soldati, mi nascondo, ma mi trovano subito come se avessero seguito una scia.
Placo i miei pensieri, non sento altro che il mio corpo in volo.

Stand by…Sogno
Darknet mood off::

Appuntamento nel bosco.

Category : Francesca

Siamo su Burney, sulla Venezia commerciale, in un qualcosa di molto simile ad un residence.
Ieri notte mi girai verso Ermes, che era seduto dalla parte opposta del divano e gli chiesi cosa si erano detti lui e Moony. Già, alla fine ce l’ha fatta ad incontrarla.

L’ultima volta che vi ho scritto galleggiavamo poco distanti dall’atmosfera di Lilith, bloccati, non potevamo né scendere né salire, poi, più o meno mezz’ora dopo che chiusi l’N-pad, successe qualcosa di strano che voi ben conoscete: l’off di tutta la rete imperiale.
Ermes l’aveva capito subito che quello poteva essere l’unico momento buono per poter sbarcare su Lilith.
Mi disse: “Vai all’attracco dei BANTHA, scegline uno ed aspettami lì: scendiamo. Corri come se non avessi mai fatto altro nella vita, non possiamo perdere questa occasione”.
Un secondo dopo lui stava già correndo verso la cabina di pilotaggio dell’astronave ed io verso i BANTHA. Sette minuti dopo lo vidi arrivare di corsa insieme ad un pilota e dopo dieci minuti stavamo uscendo dall’hangar:
“Come hai fatto?” gli chiesi.
“La rete imperiale è offline, non so esattamente come abbia fatto, ma è un buon momento per disubbidire agli ordini dell’A.E.R., visto che nessuno può comunicare.”
“Chi ha fatto cosa?”
“Moony ha fatto saltare la rete”
“Ma dai!” risposi ridendo, poi la pressione dovuta all’atterraggio si fece sentire e svenni per non perdere l’abitudine (il pilota andava a manetta, Ermes gli aveva lavato il cervello per bene, molto bene, visto che una volta atterrati lo sfortunato ci aspettò senza muovere un muscolo e senza rendersi conto di tutto quello a cui avrebbe dovuto rispondere).

Abbiamo avuto poco tempo per gustarci quel meraviglioso pianeta, con quegli alberi infiniti che creano una cattedrale di tronchi, un cielo di foglie, sembrava quasi sintetico, perché non appena mettemmo piede a terra incominciammo a correre (benedetti naniti, per questa volta li devo proprio ringraziare), tra una falcata e l’altra ho quindi visto il mio pezzettino della natura maestosa di Lilith e uno dei magazzini della base. Ermes mi fece aspettare sopra una fila di casse gigantesche
“Stai lassù, nessuno guarda in alto”
“Cazzo e tu dove vai?”
“Moony sa che sono qui, mi aspetta nel bosco qui di fronte tra poco meno di un’ora, nel frattempo farò un giro per capire come andarcene una volta fatto tutto”
“Minchia! E io devo stare qua mille ore? Già mi scappa la pipì”
“Immaginavo”
“Dai, non posso venire con te? Qua ci torno dopo quando vai all’appuntamento nel bosco Ermes-Cappuccetto-Rosso!”
“…Cappuccetto Rosso?”
“Dai fammi venire con te”
“E sia. Ma… lo sai vero?”
“Si, neanche una parola”.
Così vidi il magazzino e con Ermes anche un pezzo della base militare, non ci addentrammo molto, giusto quel po’ da capire dove fossero i bagni, il sistema di difesa antiaereo e lo spazio che avremmo dovuto usare per decollare da qui. Due ore passarono in fretta e in fretta risalii sulla pila di casse.
“Io vado, se non dovessi tornare entro mezz’ora, chiama Darla”
“Darla? E come?”
“Si. Scrivi sull’N-pad, Darknet presto tornerà online, lei ti risponderà”
“Ermes…”
“Si?”
“Fai attenzione”.

Neanche avevo contato tutti le file di casse che avevo intorno che sentii un bisbigliare nella testa “Fatto”.
Corsi giù, quasi spaccandomi una caviglia ed abbracciai Ermes forte forte “Sei tornato musone! Hai fatto in fretta eh?!” lo accolsi col sorriso vero di una persona felice.
“Si. Dobbiamo andare però, adesso non c’è tempo per le chiacchiere, non ho ancora finito il lavoro”
“Uffffffffff…”
“Coraggio Francesca, se ci trovano ci riempiono di domande”
“Basta non rispondere, no?”
“Corriamo!”
“Corri Forrest, corri!”
“Come scusa?”
“Niente.”

Arrivammo al nostro BANTHA e dal nostro amatissimo pilota ipnotizzato.
“Accenda i motori e ci riporti a bordo, velocità standard, nessuna mossa azzardata.”
“Si Signore!”
“Se dovesse ricevere delle comunicazioni risponda semplicemente Membri della volontà a bordo: Ufficiale grado Ogma e soldato semplice in accompagnamento, consegna per il Generale Than, non sono autorizzato a fornire ulteriori dettagli
“Si Signore! Gloria all’Impero”
“Anche no, guida”.
“Ermes davvero il Generale Than?”
“No, ma il suo nome è come un lasciapassare, nessuno si metterà ad indagare”
“Mi sembra giusto. Ma poi il pilota non se la canterà?”
“Il pilota andrà dritto in infermeria per esaurimento nervoso, per essere un Itan non è così ben piazzato mentalmente… Inoltre siamo entrati ed usciti senza che nessuno se ne accorgesse”
“Se lo dici tu”.

Rientrammo a bordo della grande nave, nessuno ci chiese niente perché tutti erano troppo presi a capire come mai la rete non avesse funzionato per più di tre ore (non era mai successo prima), le nostre ore di assenza contavano meno di niente per loro, meglio per noi, che tornammo in cabina. Un soldato bussò alla porta: “Mi dispiace Signore, non è possibile andare su Lilith, il traffico è stato completamente bloccato” “Capisco. Predisponga il nostro rientro su Burney con la massima urgenza, non abbiamo tempo da perdere qui.” “Si Signore!”.

Ed eccoci sul divano, Ermes mi mette una mano sulla testa “Stenditi, gli occhi li puoi tenere aperti se vuoi”
“Uhm? Cazzo fai?”
“Non volevi sapere cosa ci siamo detti io e Moony? Ti accontento, anche perché poi aspetto una chiamata”
“Ma come? A quest’ora di notte caro!?”
“Sei proprio scema. Coraggio, stenditi e stai zitta!”
“Ok”.
Incominciai a vedere un film dentro la mia testa, le immagini si formavano come un sogno ad occhi aperti, avevo un po’ freddo e lentamente il paesaggio intorno a me stava cambiando. Mi ritrovai nella foresta di Lilith, c’era una leggera brezza e il sole faceva esaltare tutti i colori, o forse era la magia che stava facendo Ermes in technicolor, la mia visuale era leggermente sopra le teste di Ermes e di Moony, stavo vivendo-vedendo quello che si erano detti in 3D!
“Moony, quanto tempo…”
“Ciao Ermes! Ci facciamo un regalo di benvenuto e tagliamo corto?”
“Anche si. Visto che sei ben informata su tutto, su Darknet e sulle mie attività collaterali”
“Si, attività collaterali…”
“Tu sai chi sono e sai perché sono qui, allora cosa hai intenzione di fare?”
“Lo sai molto bene che non potete competere con me”
“Non era questa la domanda, non girarci intorno, hai intenzione di servire ancora l’Impero o ti vuoi unire a noi?”
“Ermes, voi non avete neanche idea di cosa si muova dietro a tutto questo. Non sono mai stata così vicina alle risposte che ho sempre cercato e voi sicuramente non siete in grado di farmi divertire così tanto.”
“Ma come può un Voolena del tuo rango prestarsi ad essere il fantoccio del Generale Than?”
“Fai attenzione Ermes, io non toccherei certi argomenti…”
“Non voglio perdere altro tempo con te”
“Tu e la tua Francesca non combinerete nulla”
“Vedremo”
“Come direbbe il mio Daniele: quando l’uomo con la pistola incontra l’uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”
“Bang bang! Come vuoi tu Tenente Moonley.”
“Certo, come voglio io, Tenente Eriames!”
Poi si salutarono come fecero i Voolena su Quaoar, mettendosi la mano sulla spalla.
Moony andò via saltellando come una bambina. Ermes la fissò per qualche secondo prima di girarsi, col ghigno sulla faccia.

Piano piano la visione nel mio cervello svaniva in dissolvenza in nero. Proprio come nei film. Mi alzai dal divano… “Che tipa strana che è”, avevo un po’ di nausea, “Perché avevi il ghigno quando è andata via?”

L’N-Pad di Ermes si mise a bippare, lui lo prese e rispose:
“…”
“Francesca sta bene.”
“…”
“Si. Moony si è comportata proprio come avevamo previsto e sono riuscito a prendere quello che volevo.”
“…”
“Ci vediamo là.”

“Chi era?”
“Uno degli altri.”
“Gli altri? Chi sono?”
“Non penserai mica che io e te da soli possiamo bastare per cambiare l’Universo”
“No, ma…”

Brandelli di memoria.

Category : Daniele

Dopo le parole criptiche della mia compagna, ci mettemmo in cammino per uscire dalla piramide. La mia guida muoveva passi incerti nell’intricata rete di gallerie, non perché non conosceva la strada, ma sembrava piuttosto aver perso tutta la sua sicurezza durante la telefonata interstellare. Cosa aveva percepito? Chi c’era con lei per averla ridotta così?
Quando Moony arrivò all’ennesimo incrocio, si fermò ancora una volta riflettendo e guardandosi intorno spaesata. Non potevo proprio vederla così. Un brivido mi corse lungo la schiena, dovevo fare qualcosa.
Mi avvicinai e da dietro la pungolai con il dito: “Cos’hai? Cos’hai visto laggiù?”
Non si mosse, impantanata com’era nella palude dei suoi pensieri. Le girai intorno e quando le fui davanti, la vidi, a testa china, mentre fissava il pavimento. Rimasi qualche secondo in silenzio aspettando un cenno, una qualsiasi risposta. La presi per le spalle e la scossi violentemente. A quel punto Moony posò il suo sguardo spaventato su di me. La scossi ancora, questa volta più gentilmente, e le dissi la prima cosa che mi passò per la testa: “Non costringermi a fare come ne L’aereo più pazzo del mondo…”
“Cosa…?”
“Non pensavo che l’avrei mai detto ma… leggimi nella mente, facciamo prima.”
Mi fissò e vidi gradualmente la sua espressione mutare da terrorizzata a divertita e aggiunse: “Spero di non arrivare alla chiave inglese, deve far proprio male!” Scoppiò in una risata.
La lasciai sfogare un po’, volevo le scivolassero via ansia e paura e ridere, quasi sempre, è il rimedio migliore. 
Quando la sua risata scemò, ritenni fosse il momento giusto per avere le mie risposte: “Ora…” cercai di usare il tono più calmo che possedevo “…vuoi dirmi cosa ti ha turbato così tanto?”
Cambiò nuovamente espressione, questa volta non era spaventata ma seria, chiuse gli occhi e iniziò a parlare quasi prendesse i ricordi da un posto lontano: “No so dirtelo di preciso, non saprei come descriverlo… Ho viaggiato, quasi fisicamente, fino a toccare la mente di Than e poi sono ripartita per andare da Bob. Durante questi viaggi non ho percepito alcuna minaccia, solo qualcosa di oscuro in sottofondo. Ma era remoto, lontano e non gli ho prestato attenzione. Quando sono ripartita per tornare qui, ho sentito come se tutto dietro di me, stesse crollando. Un’onda formata da un numero incalcolabile di volti indefiniti e scuri, mi inseguiva, osservando ogni mio movimento. Erano tanti e parlavano un linguaggio incomprensibile, ma… sembra assurdo da dire… ma, agivano come una cosa sola, come un’entità unica. E mi hanno vista ritornare qui.” Aprì di scatto gli occhi e tirò un profondo respiro, quasi fosse stata in apnea tutto il tempo.
“Ok.” Risposi io imbarazzato senza saper bene cosa dire. Moony mi guardò ancora e con sguardo supplichevole mi chiese: “Ora possiamo uscire in fretta da qui?”
“Sì, torniamo a casa.”

Quando uscimmo dalla piramide, fummo investiti dalla luce del sole, misi una mano sulla fronte, in attesa di abituarmi all’ambiente esterno. Girai distrattamente la testa, per guardarmi intorno, e rivolsi lo sguardo verso il muro di metallo formato dalle vecchie astronavi cadute. Mi scivolò l’occhio, alla base dei relitti c’era qualcosa che non quadrava.
Indicai con il dito: “Cos’è quella?”
“Dove?”
“Alla base dei relitti, là.”
“Una nave come tutte le altre… ora possiamo ritornare?”
“Aspetta un attimo. La vedi? E’ tutta nera… che accidenti ci fa una nave della Volontà in mezzo ad una spedizione militare?”
“Non lo so, saranno venuti insieme agli altri per controllare… dai andiamo! Avevi detto che saremmo ritornati a casa…” Ci mancava solo che battesse i piedi tenendosi i pantaloncini. Mi fece tenerezza, a volte Moony si lasciava vedere per quello che era in realtà: una ragazzina. 
Ma quella stranezza meritava di essere investigata.
“Scusa, da quando ti risulta che una nave della Volontà accompagni l’esercito durante una missione di invasione? Non arrivano sempre dopo che i giochi si sono conclusi?”
“Sì. È vero, ma…”
“Appunto, andiamo a fare un giretto allora…”

Ci mettemmo una mezz’oretta buona per raggiungere l’altro lato del Cerchio Grigio. Ai piedi del muro di metallo, l’aria era molto più fredda, quella mole gigantesca di relitti, lasciava perennemente la zona in ombra, tagliando fuori i caldi raggi del sole. Non riuscivo a capire se avevo i brividi per l’aria gelida o per la visione di quei giganti dormienti, abbandonati là da secoli. 
Ad un centinaio di metri da noi, c’era il nostro obiettivo: la nave nera che avevamo visto da lontano. 
Il relitto appariva in ottime condizioni, adagiato com’era sul terreno, pareva aver compiuto un atterraggio automatico. Non sembrava appartenere a nessuna delle categorie standard delle navi imperiali. Era troppo piccola per essere classificata nel primo livello, ma era lunga almeno il doppio di un DELTA. Il che giocava a favore della tesi della Volontà, dato che loro fanno un ampio uso di navi irregolari. In più il suo colore era scuro come la notte, ma in quel nero c’era qualcosa di strano, qualcosa che non mi convinceva. 
“Laggiù, lungo la fiancata. Lo vedi? C’è uno dei portelli delle camere di equilibrio spalancato. Qualcuno dev’essere passato prima di noi.”
Moony intervenne quasi con sufficienza per smontare la mia tesi complottistica: “E’ naturale, prima che l’A.E.R. si stabilisse qui, ha effettuato una ricognizione di tutti i siti, per investigare su cosa era successo alla spedizione militare. Non c’è niente di misterioso. E quella è una semplice nave della Volontà. Ora possiamo andare?”
“Aspetta un attimo, facciamoci solo un giretto dentro e poi ti prometto che ritorniamo a casa.”
Varcammo il portello ma, mentre Moony si diresse decisa verso le viscere della nave, io mi fermai sulla porta, ad osservare lo stipite. La mia compagna, quasi sbuffando, arrestò la sua corsa e, girandosi di scatto nella mia direzione, chiese: “Che cosa c’è adesso?”
Questa volta fui io a sorridere. “Scusa un po’ Miss è tutto normale. Non vorrei fare il saputello fastidioso, ma mi risulta che le navi della Volontà abbiano qualcosa in comune con Beta1… i loro scafi, come quelli nemici, non sono verniciati di nero, il metallo è trattato durante la forgiatura per avere quel colore.”
“Non capisco dove vuoi arrivare…”
“Voglio arrivare al fatto che, se questo fosse vero, anche l’interno della corazza dovrebbe avere lo stesso colore. E come puoi vedere da qui…” indicai col pollice la sezione della cornice del portello “…la parte interna è grigia. Quindi questa, mia cara Miss, NON è una nave della Volontà. Chiunque si sia scomodato tanto, voleva che lo credessimo”.
“Ho capito, ho capito… hai ragione tu. La nave vale la pena di essere esplorata.” Poi mi si avvicinò lentamente e mi tirò uno dei suoi soliti pugnetti sulla spalla “E non chiamarmi più Miss, non so cosa significhi, ma non mi piace.”
Mi scappò una risata, poi aggiunsi: “Ok, ora dirigiamoci alla sala del computer principale, solo là troveremo le risposte che cerchiamo.”
Moony mi guardò in silenzio qualche secondo e facendosi da parte nel corridoio concluse: “Allora questa volta fai strada tu.”
“Vediamo se la banca dati imperiale sa dirci qualcosa di questa nave”. Tirai fuori il mio N-Pad e appena lo aprii, quello iniziò a bippare. 
“Che strano, manca ancora il segnale. Com’è possibile che non ci sia la connessione? Proviamo ad andare fuori, magari è questa nave che scherma…” 
Non feci in tempo a voltarmi che Moony mi fermò. “Non è la nave…” sembrava imbarazzata “…è colpa mia.”
“Come fa ad essere colpa tua? Ora riesci anche a bloccare i segnali di trasmissione?”
“No, è ancora l’effetto del mio viaggio con la piramide.”
“Ma che…”
“Quello che ho usato per connettermi a Than e a Bob, la piramide, è uno degli accessi principali alla rete. Non è stata progettata per essere usata così. E l’onda nera che mi ha seguito, ha sovraccaricato la struttura.”
“Quindi non avremo mai più la connessione??” al solo pensiero, ero terrorizzato.
“No, per fortuna il sistema ha cominciato a riavviarsi non appena è caduto. Dovrebbero volerci ancora poco più di un paio d’ore e tutto ritornerà alla normalità.”
“Meno male! Cominciavo a preoccuparmi seriamente. Certo che tu sei piccola, ma i casini li combini proprio grossi… OK, muoviamoci, abilitiamo la modalità di ricerca a muzzo”
“Cosa abilitiamo?”
Sorrisi: “Niente, lascia perdere, è un modo di dire terrestre, significa che ci affideremo al caso. Ora in marcia!”

Riuscimmo a trovare la sala abbastanza in fretta, ci vollero una ventina di minuti e un paio di corridoi sbagliati, la poca fantasia imperiale nella costruzione delle navi e la sua mania per l’uniformità, ci aiutò non poco nell’impresa. Il problema fu che non c’era nessun computer principale. Probabilmente gli stessi che avevano dato una rinfrescata all’esterno, avevano anche portato via le parti importanti della nave.
Mancava tutto, strumentazione, unità centrale e le sacche organiche di memoria. I pochi pannelli rimasti, erano scatole vuote.
Moony sembrava spaesata: “Quindi ci hanno fregato? Questa nave rimarrà un mistero come la gran parte delle cose su questo pianeta?”
Riflettei qualche secondo: “Hmm, non proprio direi… Gli altri manufatti sono sconosciuti, ma questa roba l’abbiamo costruita noi… c’è ancora una speranza. Mettiamoci a cercare.”
“Cosa dovremmo cercare?”
“Scusa, ma non leggi nel pensiero?”
“Le cose tecniche mi annoiano… e poi non le capisco. Serve a poco leggere una cosa che non si comprende.”
“Effettivamente… Allora, la tecnologia informatica imperiale, funziona come gli organismi viventi. Tutto si basa su materiale organico appositamente progettato. Le varie cellule dei composti stabiliscono connessioni del tutto simili a quelle dei neuroni. Quando cambi la programmazione, invii un impulso che modifica il reticolo e le connessioni, generando nuovi programmi e funzioni.”
“Si ma qui non c’è niente!”
“E qui che ti sbagli. Per sicurezza, ogni cellula, possiede dentro di sé le informazioni del reticolo globale. In questo modo, in caso di grossi danni, basterà avere materiale non programmato ed il reticolo si riformerà da solo. Si auto ripara insomma!”
“E questo come ci aiuta?”
“A noi basta trovare un frammento piccolissimo e saremo in grado di ricostruire tutto il reticolo. Certo, non avremo i dati immagazzinati nella memoria, ma potremo capire a cosa serviva il programma.”
“Visto? Non ho capito niente.”
“Perfetto. Cerca dei residui organici nelle consolle e se ne troverai, ce ne andremo subito a casa.”
“Ora ho capito.”
Ci volle un po’ di tempo e tanta pazienza, ci infilammo in ogni buco che trovammo, ma alla fine, in alto in un angolo di uno dei pannelli, trovammo alcuni residui di materiale. Ci guardammo negli occhi, soddisfatti come se avessimo vinto il primo premio del concorso di scienze.
“Ora possiamo andarcene. Dovremo tornare sul DELTA, qui non abbiamo l’attrezzatura per ricostruire il reticolo.”
Moony smise di sorridere girò la testa di scatto verso un punto al di là della parete. Da sorridente per il successo, tramutò la sua espressione a seria e determinata. Sembrava un lupo con le orecchie tese, come quella sera che incontrammo il sicario dell’A.E.R..
“Cosa c’è?”
“E’ arrivato un ospite.”
“Nella nave?”
“No, sul pianeta. E’ una vecchia conoscenza.”
“Amico o nemico?”
“Non lo so ancora, ma lo scoprirò presto.”
“Ma…”
“Devo andare, da sola. Ci vediamo al BANTHA.”
E a quel punto si girò e con passo deciso scomparì nel buio della nave, lasciandomi solo come un cretino e con nuove domande senza risposta.

Mayday.

Category : Ilario

Entro in abbondante anticipo nella sede del Bureau, mi dirigo con passo sicuro verso il receptionist e gli porgo una cartolina, dicendo semplicemente “Grazie”. Napoleone prende la cartolina, fa un mezzo sorriso e chiede: “Almeno è servita?”. Sorrido a mia volta: “Più di quanto immagini.” “Bene”, prosegue lui, “allora la tengo per la prossima volta.” “Ottima idea. A dopo!” Giro le spalle e mi dirigo verso gli ascensori. Giuro, non mi sono mai sembrati così belli. Ok, lo so, sono in tutto e per tutto identici a quelli della sede in Nuova Zelanda, ma questi sono speciali: qui dentro ci sono pezzi della mia vita che nessuno mi potrà mai portare via.

Arrivo nella mia sezione e guardo per un attimo l’interno degli uffici dalla porta a vetri: tutto esattamente come me lo ricordavo, inclusa la macchinetta che spaccia brodaglia francese al vago sentore di caffè. Splendido! Avvicino la mano quasi tremante alla maniglia e spingo. Il clack della molla, così semplice eppure così musicale, mi accoglie. Sembra quasi sussurrarmi all’anima “bentornato!”. Non c’è ancora nessuno negli uffici, oggi faccio il primo della classe. Entro in quello che era l’ufficio mio e di Hurla, hanno sostituito la targhetta: ora c’è solo più il mio nome. Sospiro. Sono solo, ho un intero ufficio a disposizione, indosso occhiali scuri, ho mezzo pacchetto di sigarette e pochissimo rispetto per le regole stradali: andiamo! Apro il mio N-PAD e avvio il programma di scansione morfometrica: un vero gioiellino, in grado di riconoscere la forma di un corpo in base a statura, modo di camminare più un sacco di altre variabili da cervellone e di riconoscere una creatura da un’altra.

Carico il profilo di Hurla ed inizio la scansione, iniziando dalla zona dove lei abitava: Avenue du Mont Thabor. Il sistema mi chiede da quale data iniziare la scansione. Imposto 11 aprile e avvio la ricerca. Un simpatico timer mi avverte: 1 ora per visionare i filmati di tutte le telecamere della zona più 2 ore per l’estensione della ricerca a zone concentriche. Unica zona preclusa: la sede del Bureau.

Ecco bravo, non cercare nel Dito Medio dell’Imperatore: mantieni un basso profilo. …e chi ha detto che le macchine sono stupide? Sono geniali, nella loro stupidità.

Va bene, lo so, avevo detto che non avrei cercato Hurla e che avrei rispettato le sue volontà. Sapete che c’è? C’è che me ne frego altamente di quello che ho detto o immaginato di dire. Una mia amica è scomparsa, e di certo non starò qui a far nulla. Hurla ha violato la rete dell’A.E.R. e ha scoperchiato la pentola di un minestrone rancido che ribolliva da tempo: lei diceva che la rete di comunicazione imperiale non è “roba nostra” e io le credo. Ora voglio trovarla e sapere da lei tutte e 5 le w tanto care ai giornalisti: who, what, where, when e why. Non mi accontento più di supposizioni o altro, voglio la verità e la voglio tutta. La voglio perché è mia e nessuno ha il diritto di togliermela, nemmeno l’Impero.

Il giocattolino elettronico emette un bip. Ma è già passata un’ora? Guardo l’orologio: 15 minuti. Però, Gloria all’Impero e alla sua rete superveloce! Apro il N-PAD e scopro che ha bippato non il programma di ricerca morfometrica incaricato di guardare il passato, ma quello incaricato di guardare il presente. Che funzioncina interessante, devono averla aggiunta nei mesi sabbatici che mi hanno costretto a prendere: oltre che sbirciare il passato, il programma controlla anche il presente. A volte adoro la paranoia imperiale. C’è un puntino rosso che lampeggia sulla mappa di Ajaccio, un interessante puntino, direi. È nella zona del porto e, porca di quella vacca, so esattamente dove si trova: è la Brasserie Le Lamparo. Sono sicuro che è lei, non mi scomodo nemmeno di verificare le videocamere di sorveglianza. Cancello la ricerca in corso e volo verso l’ascensore: è un buon giorno per prendere una multa per eccesso di velocità.

Solo lei poteva sapere di quella Brasserie e di quanto fosse importante per me, non è un caso o una coincidenza: ne sono certo.

Guido sfidando tutte le leggi terrene e divine verso la Brasserie, parcheggio in doppia fila senza dare importanza al fatto che la polizia municipale gira da questi parti piuttosto spesso e mi fiondo dentro al locale. Gente che parla, che fa colazione, che legge il giornale, quasi tutti si girano verso di me, tranne una. Mi volge le spalle e si sta versando una tazza di tè. Sul tavolo c’è un piattino con dentro una serie di chiazze di vomito dal vago aspetto di pasticcini: è lei. Non mi sembra vero, devo obbligarmi a trattenere le lacrime. Non è molto professionale né molto mascolino, me ne rendo conto, ma io la credevo morta e invece è di fronte a me. Mi avvicino, sento le gambe che tremano. Allungo una mano verso la sua spalla: voglio toccarla, voglio capire se è vera o se è solo un’illusione. “Ti aspettavo” mi dice lei, primo che io riesca a toccarla. “Coraggio, siediti”. C’è una sedia libera di fronte a lei. Faccio il giro e finalmente la vedo in faccia: è Hurla. Sposto la sedia e quasi mi lascio cadere sul sedile. “Hurla non ci posso credere, sei viva!” “Ti avevo detto di non cercarmi, ma sapevo che non avresti mai lasciato perdere: ormai ti conosco” “Stai bene, cosa ti è successo? Come hai…”

In quel preciso momento è successo qualcosa: non sono nemmeno riuscito a finire la frase. Avete presente quando vi tolgono un dente e tutto il dolore all’improvviso sparisce? Ecco, stessa sensazione. Mi è sembrato che qualcuno avesse tagliato un filo, sottile come la catenina che si regala ai bambini per il battesimo ma resistente come una gomena, è stato come sentire l’aria sul viso, come quando si corre: una sensazione indescrivibile.

Bip! Bip! Bip!

Hurla lascia quasi cadere la tazza di tè, con un rumore pericolosamente vicino alla rottura, ma lei non sembra curarsene: si porta una mano alla tempia. “Hurla ma che…”. Lei in tutta risposta alza l’altra mano, come quando il vigile vuole intimare l’alt per fare una multa. “Tranquillo, sto bene”. “Oddio, mi sembra di avere l’ovatta nel cervello, ma che cosa sta…”

Bip! Bip! Bip!

“Non lo so” taglia corto Hurla, “e non so nemmeno per quanto potrò stare qui.”
Cerco di dire qualcosa di sensato: “Hurla, senti…”
“No, parlo io. Non so se potrò ancora farlo, parlo io. Non fare domande e ascoltami: io so che non siamo soli. Io e te siamo delle pedine: con te si stanno limitando ad ascoltare mentre con me stanno usando la forza bruta. Io ho accesso a cose che nemmeno t’immagini e mi stanno costringendo a dar loro informazioni. A te hanno chiesto di interpretare dei fatti mentre a me stanno chiedendo dei dati. Sono furbi e scaltri, sanno che tu non hai accesso alla struttura imperiale, ma io ce l’ho. Ho passato informazioni che non sapevo nemmeno di conoscere e, quasi sicuramente, mi hanno mandata qui per cercare di estorcere a te quello che non sanno.”

Bip! Bip! Bip!

“Hurla, mi stai spaventando, sembri…”
“Paranoica? Schizofrenica? Non lo so, ormai non lo so più. Devi promettermi una cosa: vai nel bureau e revocami tutti i permessi. Il tuo capo è già lì, telefonagli immediatamente e digli solo una vostra parola terrestre: Mayday
“Hurla, ma..”
“Fallo!” mi disse con tono piuttosto perentorio. Mi limitai ad annuire.

Bip! Bip! Bip!

“Ti prego, non seguirmi”. Hurla si alza e in un attimo schizza fuori dal locale. Mi alzo per cercare di raggiungerla, ma vengo fermato da un nerboruto cameriere, che vuole gli paghi la consumazione. Prendo dal portafoglio una banconota a caso (nemmeno so quale) e gliela metto in mano. Ho perso dei secondi preziosi, Hurla era già sparita. Mi viene in mente che potrei fare un giro della città, ma in quel momento la mia auto mi transita davanti agli occhi a bordo di un carro attrezzi con un bel foglietto bianco sotto al mio tergicristallo anteriore.

Bip! Bip! Bip!

“Ma che cazzo è sto rumore?” penso ad alta voce. Nel frattempo riesco a prendere il mio N-PAD e capisco cos’è quel bip: c’è un’enorme scritta rossa sul display che dice “Connessione assente”. Niente segnale, perfetto. Torno nella Brasserie e sfodero il mio pessimo francese per chiedergli di poter fare una telefonata. Devo aver dato al cameriere una signora banconota, perché mi ha indicato il telefono senza pensarci un attimo. Alzo la cornetta, compongo il numero e una voce metallica mi risponde dall’altro capo. Digito il mio identificativo e, finalmente, ho il via libera.
“Capo, Hurla mi ha detto di dirle Mayday“.
Silenzio.
“Capo, tutto bene?”
Ancora silenzio. “Mi confermi Mayday?”
“Sì, confermo Mayday“.
La comunicazione cade.

Non so quali o quante conseguenze ci saranno, lo scoprirò solo vivendo. Non mi resta che adpettare. Di nuovo.

Ah, quasi dimenticavo: grazie Bob.

Macellai e supplenti di religione.

Category : Pekka

Sono diventato una tale furia di nervoso e arroganza che comincio ad essere imbarazzato dalle mie azioni. Ma il primo passo è sempre rendersi conto di avere un problema. E di conseguenza, pian piano lavorarci. Ma può essere dura certe volte, può essere parecchio dura.

Arrivammo alla Lonan un frizzante mattino di maggio, la rugiada ancora bagnava le corazze e i cannoni della nave di nono livello, il sole giocava con le gocce creando scintillii iridescenti. O anche no.  Arrivammo alla Lonan, sei chilometri di acciaio e LINX, distributore di morte e distruzione, il lontano sole del sistema un fioco lumino neanche per sbaglio illuminante il campo di asteroidi da cui estraeva risorse la nave di nono livello. Il resto della flotta sparso nel raggio di secondi luce, ognuno nella sua area a mangiare sassi e cagare leghe.  Ci rendemmo noti al controllo di approccio e venimmo autorizzati ad avvicinarci ad una nave di secondo livello a un centinaio di chilometri dalla Lonan. Ad un mio cenno Krunk chiese spiegazioni sulla destinazione, pensavamo che avremmo attraccato direttamente alla nono. Il Capitano, dall’altra parte della linea, in maniera cortese ci spiegò che la nave di secondo livello era stata approntata apposta per accogliere il nostro ospite.
“La nave ha un sistema di autodistruzione in perenne conto alla rovescia. Se non si immette una password ogni cinque minuti esplode.” elaborò ancora “E inoltre una intera batteria di cannoni al plasma della Lonan la tiene sotto costante tiro. Nel momento stesso che qualcosa ci puzza non rimarrebbero che particelle subatomiche.”
“Sembra che qualcuno abbia preso sul serio il mio briefing sulla sicurezza.” dissi con un certo rispetto “Digli che abbiamo ricevuto e che saremo lì tra” controllai il display “13 minuti.” Krunk riferì e la nostra controparte ci comunicò che, una volta scaricato il mostro, eravamo direttamente autorizzati ad attraccare alla Lonan e che io ero cortesemente invitato a recarmi personalmente dal Generale Than.
“Questa gente è troppo cortese. Non mi fido.” dissi. Iain, come al solito, in piedi dietro di me, mi tirò uno scappellotto: “Comportati bene.” grugnì.  “Ok, ok.” dissi.

Lasciammo il nostro carico senza problemi ad un gruppo di entusiasti ricercatori in completa tuta biologica e ci dirigemmo alla Lonan. Diedi la libera uscita a turni all’equipaggio e poi mi diressi ad incontrare il Generalissimo. Iain mi accompagnò solo per un tratto, poi disse che aveva amici da vedere e si dileguò. Così mi ritrovai da solo davanti alla porta degli appartamenti privati di Than, per poi essere accompagnato dentro da un suo assistente che mi indicò la strada per un salottino dove il mio ospite era indaffarato a discutere con un Commodoro e due Capitani di Terzo Livello. Appena mi vide portò a termine la riunione e congedò gli ufficiali. Il Commodoro si fermò di fronte a me e mi porse la mano: “Complimenti per quella nave di Beta1, ottimo lavoro.” mi disse. Gli strinsi la mano e bofonchiai un grazie imbarazzato e lui se ne andò. Than mi si avvicinò a lunghe falcate, anche lui mano tesa: “Pekka! Finalmente ci incontriamo. Non hai idea quanto Bob mi abbia parlato di te.” sorrideva a tutta bocca. Era più vecchio di come me lo ricordavo dai notiziari sulla terra, e pelato. In compenso si era fatto crescere due baffi brizzolati a manubrio decisamente invidiabili.
“Farei attenzione a non credere a tutto quello che ci raccontano. A me era stato fatto credere che eri morto…” dissi io. Il sorriso gli si gelò sulla faccia. Sembrava più sorpreso che altro.
“Ah.” disse “Già.” aggiunse.  Come ho avuto modo di dire, è parecchio dura certe volte. “Capisco.” disse infine, lasciandomi la mano, un espressione quasi ferita sul volto. Mi sentii in colpa. Mi sentivo come se avessi deluso il mio zio preferito. Poi pensai a tutte le persone morte sulla Terra su ordine suo.
“I baffi sono un ulteriore livello di camuffamento?” chiesi. Lui abbozzò un ghigno, poi si girò verso un piccolo bancone bar in un angolo.  “Qualcosa da bere?” chiese “Una birra?” Cazzo, quest’uomo è un macellaio, un genocida, e a me sembrava di stare stuzzicando il supplente di religione.
“Sì, grazie.” dissi, cercando di tenere un tono neutro. Mi portò una bottiglia di birra fresca con il nome della nave sull’etichetta. “La fanno sul pianeta da cui prende il nome la Lonan.” spiegò “Accomodati.” indicò un divanetto. Mi sedetti e diedi una golata alla birra. Buona, mi ricordava la Asahi. Than si sedette su una poltrona dall’altra parte del tavolinetto. Diede anche lui una golata e poi appoggiò la bottiglia.  “Va bene.” disse, e poi si piegò in avanti con i gomiti sulle ginocchia “Capisco la tua animosità nei miei confronti. Speravo stupidamente non ci sarebbe stata, ma la capisco. Devi capire una cosa, io umilmente sono un servo dell’Imperatore, e che mi piaccia o no, devo essere pragmatico in come lo servo. I modelli che seguiamo per l’annessione di nuovi sistemi sono stati elaborati decine di anni fa. Sono stati provati molti metodi, ma infine il metodo – come dire – bastone/carota è stato quello più fruttuoso. Ci sono molti parametri in un’annessione di successo.” si adagiò indietro sullo schienale “Ma tra i più importanti ci sono il periodo di occupazione e il tempo di sfruttamento.” alzai un sopracciglio e diedi un’altra golata. “Il periodo di occupazione è quello in cui dobbiamo avere sul luogo un quantitativo ingente di risorse, che siano di personale o di mezzi, per controllare la popolazione ed estirpare possibili resistenze. Abbiamo una guerra su due fronti da combattere, e ogni momento una nave è in orbita intorno ad un pianeta da annettere a fare public relations, è un momento in meno a combattere contro i cattivi. Il periodo di occupazione deve essere, di conseguenza, corto.” prese un altro sorso di birra “Il tempo di sfruttamento è invece il tempo che ci vuole da quando arriviamo in un sistema a quando possiamo cominciare a sfruttarne le risorse per lo sforzo bellico. Anche questo tempo deve essere corto. La guerra è una bestia affamata, ha un bisogno di carne costante. Di conseguenza il Bastone, un rapido e deciso attacco ai centri di potere, e la Carota, naniti e fringe benefits.”
“E nel frattempo, milioni di morti.” commentai.
“Già.”
“Parli di metodi e parametri e freddi algoritmi sanguinari. Devi scusarmi se un’equazione che abbia come risultato mega-morti non mi lasci entusiasta. Bastone e carota. Beffa e oltraggio piuttosto. Soprattutto visto che sono seduto qui a chiacchierare con uno la cui esecuzione ho visto in tv.”
“Non è una scusante, ma pensi che sotto Beta1, la terra sarebbe sopravvissuta?” chiese.
“No.” risposi subito “Ed è il motivo per cui sono qui a dare il mio apporto a questa guerra. Né a Beta1, né a Shatan servono i nostri servigi. Ci avrebbero eliminati per poi prendersi le nostre risorse, lo so bene. Ma non sono mai stato un fan de Il fine giustifica i mezzi. C’è modo e modo.” “Bob mi aveva avvertito che eri un idealista. Ma non c’è molto spazio per la morale in un conflitto in cui sono implicati centinaia di miliardi di entità. Un’anno di ritardo sul tempo di sfruttamento della terra avrebbe potuto portare a perdite di diversi ordini di grandezza superiori in un altro quadrante. Centinaia di milioni di morti contro le decine sul vostro pianeta. Disprezzi la fredda matematica dei nostri metodi, ma quando si parla di certi numeri, le opzioni per prendere le decisioni sono limitate. E la morale è un parametro secondario.”
“Vedo la razionalità in quello che dici, ma non per questo devo approvare.” dissi.
“No, infatti.” disse lui, poi proseguì “Un po’ mi ricordi Bob, lo sai? Anche lui non approvava. Per questo è passato alla volontà.”
“Da dove?” chiesi stupito.
“Era ammiraglio. È stato mio superiore per parecchio tempo, in effetti. Ci conosciamo da una sessantina d’anni io e lui. È stato mio Capitano, mio Commodoro e mio Ammiraglio. Lui ha sempre avuto uno scatto di anzianità in più rispetto a me, oltre ad essere parecchio più sveglio.”
“Non ne avevo idea.” dissi meravigliato.
“Lui è sempre stato un promulgatore di nuovi metodi, meno violenti per le annessioni. Ne ha provate parecchie, ma non hanno mai avuto il successo che sperava.”
“E quindi ha mollato?”
“Oh sì. Si era proprio ritirato per un periodo. Ma poi l’Imperatore lo ha richiamato in servizio. Tra l’altro, loro si conoscono da ancora più tempo.”
“Bob e l’Imperatore?” ero decisamente intrigato, le matematiche mega-morti praticamente dimenticate.
“Sì. Ma te ne dovrà parlare lui, se mai vorrà.” disse, poi “Ma ora, temo che dobbiamo venire a noi. Parliamo di lavoro.” si piegò di nuovo avanti con i gomiti sulle ginocchia, e di lavoro parlammo.  Mi rendo conto di essermi un po’ dilungato e del resto vi parlerò poi più avanti.  Lasciatemi concludere solo con un messaggio per il Ilario. Sapendo che Bob non ti legge, gli ho inoltrato la tua richiesta, senza specificare da dove provenisse, ma caldamente suggerendo di accontentarti. Ti copio-incollo qui la sua risposta.

[...] Riguardo alla tua richiesta di trasferimento di quel tizio da dove-cazzo-si-trova alla Corsica. Non crederai alla straordinaria coincidenza; giusto la sera prima che mi arrivasse il tuo messaggio una ragazzina maleducata mi ha telefonato nel cervello chiedendomi la stessa cosa. Questo tuo amico ha delle amicizie bislacche. Comunque ho acconsentito alla richiesta e l’ordine è partito. Non posso ignorare quando il mio delfino e una ragazzina con più potere che senno mi chiedono la stessa cosa. Ah, le ho anche detto che se mi fosse entrata nel cervello di nuovo senza invito, l’avrei fatta lobotomizzare. Dici che ho esagerato? Saluti e baci, Bob.

Quindi sembra tu sia a cavallo, Ilario. Buona fortuna, e se hai bisogno, fammelo sapere.

Chiamata a carico del destinatario.

Category : Daniele

Restammo diversi giorni lungo il margine esterno del Cerchio Grigio. Tutta la zona era a dir poco impressionante, qualcosa che andava al di là di ogni immaginazione, persino per chi, al contrario di me, aveva più esperienza di scenari alieni.
Io e Moony trascorremmo l’intero primo giorno sdraiati su un enorme macigno situato ad un chilometro circa, ad osservare da lontano tutti i particolari del nuovo ambiente.

Il Buiq, così veniva chiamato dagli indigeni, consisteva in una enorme radura circolare color grigio antracite, almeno, così ci sembrò la prima volta che la vedemmo, atterrando sul pianeta. In realtà, giunti al limitare della zona, il terreno non appariva completamente scuro. Certo, il colore predominante rimaneva comunque grigio, ma di tanto in tanto, in mezzo a quelle distese, sbucavamo aree gialle, animate dalla stessa erba bassa che cresce su tutto il pianeta. Il contrasto dei due colori era stupefacente.
Dalla nostra posizione e grazie all’aiuto delle lenti dei nostri elmetti, potevamo vedere i due elementi predominanti di quel paesaggio strabiliante: il bordo esterno del cerchio e la zona centrale. Sull’orlo a nord, come enormi denti di una bocca spalancata, spiccavano i relitti degli incrociatori imperiali della prima spedizione, giunta qui due secoli fa. La maggior parte di essi piombarono sul pianeta conficcandosi nel terreno, probabilmente provando a decelerare prima dell’impatto. Tutto inutile dato che si sono piantati come tanti ombrelloni. Erano comunque giunti nel sistema con una flotta notevole, a parte le navi adagiate a terra, contai almeno una ventina di incrociatori tra il quarto e il sesto livello, alzarsi in verticale dal terreno, alcuni sfiorando il chilometro d’altezza. Tutti incredibilmente disposti a semicerchio, in perfetto allineamento con il confine curvo del Cerchio grigio, quasi a formare un muro di metallo. Nonostante il tempo, sembravano conservati piuttosto bene, segno che quegli stronzi dell’A.E.R. le cose, le costruiscono bene. Almeno quello.
Al centro del cerchio, come un gioiello prezioso, sorgeva l’oggetto dell’interesse di Moony: una gigantesca piramide metallica, alta almeno quattrocento metri, brillava ammiccante alla luce del sole, la ciliegina sulla torta, per dare quel tocco mistico al paesaggio.
Non so se questo posto fosse già così prima della spedizione imperiale di duecento anni fa, ma ero costretto a dar ragione agli indigeni, aveva un non so che di magico.

“E’ là che dobbiamo andare!” ribadì Moony indicando la piramide con il braccio. Poi si alzò da terra, si ripulì i pantaloncini e il corpetto sbattendoli con le mani e, girandosi ancora una volta verso il Buiq, aggiunse sorridendo: “Ma prima devo svelare un mistero.” Io ero ancora sdraiato a terra mentre la fissavo interrogativo. “Un mistero? In questo posto è tutto incomprensibile!”. Lei non sembrò scomporsi e sardonica concluse: “E la cosa divertente, se avrò ragione, è che quello che vedremo genererà ancora più domande! Dai, chiama Brahia, si va a fare un giro.”
Naturalmente Brahia era ancora incazzata, quella gita forzata con me e la sua nemica immaginaria, la rendeva intrattabile. Ma il lato positivo dell’esercito è che non puoi rifiutare gli ordini dei tuoi superiori, così fu costretta a prendere il BANTHA. Il resto della squadra rimase a terra, a preparare l’accampamento, l’unica cosa che feci io, fu inviare tramite N-Pad i turni di guardia ed assegnare i compiti.
In volo riuscivamo ad avere una visione globale del sito e, mio malgrado, dovetti dare ragione a Moony, quel giretto, invece di schiarirci le idee, innescò un’altra serie di domande.
“Guarda là, tutto intorno alla piramide centrale… lo vedi? Avevo ragione!”
Rimasi stranito, quello che mi immaginavo come un deserto grigio, macchiato qua e là da chiazze di erba, in realtà era uno schema ben preciso, un insieme di linee curve che andavano a formare un disegno, invisibile da terra ma riconoscibile dall’alto, come nel deserto di Nazca, sulla Terra.

Il simbolo era del tutto simile a quelli visti sulla Gens, provai a vincere il senso di sconforto che mi provocava ricordare quella brutta esperienza e cercai di analizzare la cosa con mente lucida.
“Sembra uno dei simboli visti sulla Gens Iulia e sulle steli. Il problema è capire cosa significa…”
“E’ difficile capirlo senza essere collegata… ma una cosa posso dirtela da subito: quel gruppo di simboli, nella fascia bassa a destra, sono numeri.”
“Porca troia! E tu come cazzo fai a saperlo??”la situazione era così assurda che ormai parlavo senza freni, lasciandomi andare al turpiloquio selvaggio. Dalla cabina vidi Brahia girarsi un attimo dalla nostra parte e sorridere divertita.
Moony sembrò sorvolare sulle mie maniere da gentiluomo, o forse percepì il pentimento che arrivò subito dopo, e continuò nella sua spiegazione: “I simboli della fascia bassa, sono identici ad alcuni di quelli riportati sulle steli. E quando li ho usati per contattare Ilario, indicavano coordinate, quindi numeri.”
“Quanto mi dai fastidio quando fai la saccente. E quindi? Altre coordinate?”
“Non lo so. Sono numeri, possono indicare qualsiasi cosa!”
“Ti odio.”
“Non è vero.”
Vidi l’angolo della bocca di Brahia muoversi per andare a formare un ghigno. Almeno lei si divertiva.
Una volta a terra, ci occupammo della sistemazione e difesa dell’accampamento. Era vero che, secondo la nostra intelligence, gli indigeni non erano in grado di competere con il nostro livello tecnologico, ma avevo visto dei movimenti sospetti nelle colline attorno a noi e volli comunque essere prudente.
Non mi metteva tranquillo sapere che sedici vite dipendevano da me.
A Moony invece non fregava niente, lei era a dir poco ossessionata dal Buiq e dalla piramide. Se con le steli era diventata quasi autistica, con i nuovi reperti sembrava impazzita.
Nei giorni che seguirono, mi dovetti preoccupare di recuperarla diverse volte. Era più forte di lei, appena mi distraevo la ritrovavo nelle vicinanze del Cerchio Grigio, a contemplare il panorama o a compiere i suoi esperimenti. Al sesto giorno la sorpresi mentre era indaffarata con le sue prove.

A quindici metri di distanza dall’inizio del terreno scuro, erano stati posizionati alcuni pali ricoperti da tessuti sgargianti e da iscrizioni nella lingua locale, una sorta di “linea di confine” costruita dagli indigeni. Lei si trovava lì, accovacciata qualche metro prima dell’inizio dei pali, ad osservare la terra.
“Sei a caccia di formiche? Non so se ne esistano su questo pianeta…”
Moony rimase in silenzio, concentrata nei suoi pensieri.
Cercai di richiamare la sua attenzione: “Ehilà! C’è qualcuno?”
Lei restò ancora qualche attimo immobile, poi si voltò dalla mia parte con un’espressione folle in volto, indietreggiai di un passo dall’inquietudine.
“Guarda…” mi disse quasi sotto voce, prese un grosso sasso e lo lanciò in mezzo alla sabbia grigio antracite.
Il sasso cadde con un tonfo sordo sul terreno.
“Cosa devo guardare?”
“Aspetta…”
Qualche istante dopo, la sabbiolina grigia sembrò avvolgere il sasso e nel giro di pochi secondi, non ne rimase più traccia.
“Ma che cazz…”
“Già, proprio così, ma che cazzo. E non è finita, questo ti interesserà ancora di più.” Raccolse un altro sasso e questa volta lo lanciò tra il confine tracciato dagli indigeni e l’inizio del Cerchio. Una lingua di quella sabbiolina sembrò uscire dall’ammasso e lentamente andò in direzione del sasso. Quando lo raggiunse, ebbi l’impressione che lo avvolgesse, dopodiché, come lo avesse afferrato con forza, in una frazione di secondo lo portò nella zona grigia, dove fece la stessa fine del primo sasso.
Mi accovacciai per accusare la notizia. Restai in silenzio per un po’, ma il mio cervello non riusciva ad elaborare quello che era accaduto. Mi voltai verso Moony e con tono incerto cercai di sdrammatizzare: “Beh, per lo meno non hanno bisogno di giardinieri. Ecco perché non se ne vedono in giro.”
Lei non ebbe alcuna reazione e ritornò nello stato meditativo in cui l’avevo trovata.
A quel punto, da preoccupato divenni imbarazzato a causa di quel silenzio e dell’impossibilità di interagire con la mia compagna. Mi guardai intorno in cerca di una distrazione e fu in quel momento che li vidi per la prima volta.
Alle nostre spalle, a circa cinquecento metri su uno dei macigni più grossi, c’erano due figure. Dalla distanza a cui mi trovavo riuscivo a distinguere le due forme umanoidi, una era in piedi, l’altra accovacciata al suo fianco. Dalla sagoma in piedi, si potevano vedere gli arti superiori spropositatamente lunghi, arrivare ben oltre le articolazioni inferiori. La testa glabra, priva di peli o capelli, sovrastava un torace perfettamente trapezoidale, rendendo l’insieme forte ma snello. Incuriosito azionai l’ingrandimento del casco sulla figura accovacciata. L’ominide era rannicchiato in una posizione simile a quella delle scimmie e sembrava guardare lontano alla mia sinistra, i suoi occhi erano molto simili a quelli dei rospi sulla Terra. Le mie prime impressioni non mi avevano ingannato. Le braccia muscolose erano effettivamente sproporzionate rispetto alle razze umanoidi che avevo conosciuto fino a quel momento. Di carnagione verde olivastra, la testa era assolutamente sprovvista di peluria, né capelli, né sopracciglia e non vedevo neanche padiglioni auricolari. Mentre ero intento ad osservare nei minimi particolari quella creatura aliena, d’un tratto, come sapesse che la stavo osservando, si girò nella mia direzione fissandomi con i suoi occhi da rospo. Rimasi impietrito in quello strano contatto visivo. Quando cominciai ad abituarmi a quella visione, l’umanoide spalancò all’improvviso la bocca, mostrando file di denti gialli, lunghi e acuminati. Quando aprì le fauci, la mia immaginazione mi fece sentire anche il rumore, come il soffio di un gatto. Balzai indietro dallo spavento e disattivai l’ingrandimento. Mi voltai verso Moony che intanto si era alzata e si era disposta a pochi centimetri da me. Balzai nuovamente per la sorpresa.
“E che cazzo!” esclamai avvilito.
“Dobbiamo andare alla piramide. Ora.” Di nuovo non mi ascoltava più.
Lentamente, quasi in trance, cominciò ad avanzare verso il confine, provai a fermarla trattenendola, ma sentii una fitta alla tempia e caddi a terra mollando la presa: stava andando incontro alla sua morte ed io non potevo fare nulla per fermarla. Quando oltrepassò il confine, vidi una strisciolina grigia cominciare a formarsi ed andare in direzione di Moony. Ebbi paura, terrore per la mia compagna che sembrava aver perso il senno. La lingua scura cominciò ad avvolgere la sua caviglia, ma lei continuava a camminare senza curarsene. Mentre cominciavo a prepararmi al peggio, notai una cosa strana: poco più in là, a pochi centimetri dall’inizio del cerchio, c’era il suo N-Pad, intatto.
Dopo qualche istante, la lingua grigia lasciò andare la presa, ritirandosi indietro. Moony raccolse il suo N-pad ed entrò nel Cerchio, fermandosi subito dopo. Sotto di lei non si vedeva alcuna sabbiolina omicida, ma solo la nuda terra: sembrava una goccia d’olio caduta sull’acqua. Si girò dalla mia parte e come niente fosse successo esclamò: “Allora? Andiamo?”
Mossi i primi passi titubante, mi sentivo Atreiu di fronte all’Oracolo, con lo stesso timore di essere fulminato. Quando la striscia grigia mi toccò, sentii solamente una leggera scossa elettrica e nient’altro e in pochi passi mi ritrovai a fianco a Moony, anch’io sulla mia chiazza d’olio. Lei mi guardò e disse semplicemente: “Riconoscono i manufatti imperiali, perché sono fatti della stessa tecnologia.”
“Chi?”
“I naniti, naturalmente.”

Quando arrivammo alla piramide, rimasi senza fiato per l’imponenza di quella struttura. Era fatta interamente in LINX, oltre alle dimensioni maestose, quel metallo le conferiva un aspetto incantato.
Moony sembrava a suo agio e, come se tutto le fosse familiare, trovò immediatamente l’entrata del complesso. All’interno era come descritto nelle informative sui giacimenti di LINX: i corridoi erano perfettamente intagliati a sezione quadrata, senza giunture o imperfezioni e sprovvisti di qualsiasi simbolo. Moonlay mi guidò sicura all’interno dell’intricata rete di gallerie della piramide, fino ad arrivare ad una stanza probabilmente nel cuore dell’edificio. La camera era un cubo perfetto di dieci metri di lato per dieci di altezza. Una volta dentro, Moony sfiorò, concentrandosi, il muro accanto alla porta e questo si richiuse lasciando la parete liscia, senza alcuna traccia di fessure. Nello stesso momento, in mezzo alla stanza, emerse una stele di cinque metri di altezza.
Moony mi lanciò una brevissima occhiata poi, eccitata, andò alla prima parete, chiuse gli occhi e la toccò con entrambe le mani. Mi sembrò di rivivere la scene delle steli di qualche giorno prima, con lei che saltava da una parte all’altra delle tre pareti, muovendo simboli che si illuminavano di volta in volta. Quando ebbe finito si voltò dalla mia parte e concluse: “In questa occasione la quarta parete non ci servirà, per le coordinate ne bastano tre. Ci dovremmo essere. Incominciamo.” Si mosse verso il centro della stanza e poggiò le mani sulla stele.
Dopo il primo minuto, ricevetti segnali d’allarme da tutti i miei sistemi. Presi l’N-Pad per fare una diagnostica del problema e scoprii allibito che ero off-line, non ero più collegato alla rete imperiale. Ma non era una semplice mancanza di campo, cosa comunque che NON poteva verificarsi, ero stato buttato fuori, esattamente come quando giocavo on-line a World of Warcraft ed i server erano sovraffollati. Alzai lo sguardo in direzione di Moony, vidi del sangue colarle dal naso. Preoccupato le girai intorno, cercai di sentirle le pulsazioni e il respiro, ma era tutto a posto, non stava facendo alcuno sforzo apparente né stava soffrendo.
Al sesto minuto sanguinava copiosamente ed aveva tutta la parte bassa del viso coperta di sangue. Se avesse continuato così, sarebbe morta dissanguata. Non potevo lasciarla continuare. Mentre mi preparavo a strapparla da lì con la forza, lei aprì gli occhi e tolse le mani dalla stele. Da quella maschera di sangue sbocciò un sorriso: “Ce l’ho fatta. Ho contattato Than, era nel Quadrante 3, gli ho rivelato il nome della spia.”
“Cristo santo! Ma è in un’altra galassia e non hai usato la rete imperiale! Come accidenti…”
“Ho anche fatto due chiacchiere con Bob nel Quadrante 1”
“Ma che posto è questo?”
Moony ignorò la mia domanda e sembrò rabbuiarsi. Ebbi quasi un mancamento, non l’avevo mai vista preoccupata. Abbassò la testa e si morse il labbro inferiore, poi l’alzò di scatto puntandomi addosso i suoi occhi angosciati: “Non ero sola. C’era qualcun altro in ascolto e credo di averlo chiamato.”

Snow.

Category : Francesca

Questo viaggio ha preso una piega inaspettata, immaginavo fosse molto più rilassante perché non avevo lontanamente capito quanto Ermes fosse determinato ad andare su Lilith.
Solo qualche giorno fa eravamo su K14b1, poi abbiamo fatto una breve sosta su Quaoar e adesso abbiamo già lasciato Burney verso Lilith, non ho avuto molto tempo per me e per scrivere, ora che siamo qui ho qualche minuto intanto che Ermes trova il modo di scendere effettivamente su Lilith, vi aggiorno così come mi viene, perché le cose si sono susseguite una di fila all’altra…

Quaoar: un asteroide davvero piccolo e sgraziato, una distesa grigio scuro senza neanche un cespuglio o una collina, con una specie di postazione rifornimento. Quando siamo atterrati Ermes mi ha parlato nella testa “Seguimi in silenzio, assoluto silenzio, né bocca né mente devono parlare… anzi ancora meglio, canta, canta nella tua testa le canzoni di quel gruppo che ti piace tanto… come si chiamano, i redhot qualcosa…?”, “Ermes sei serio?”, “E’ un ordine”.
Devo dire che io non ho una grossa memoria in generale e i testi non me li ricordo quasi mai tutti tutti, ma il mio amico Voolena ha risolto il problema prima che glielo ponessi “Francesca, adesso ti faccio un regalo, non ti metto in ordine quel casino che hai in testa, ma ti sistemo qualche sinapsi, però poi tu canti”.
Non ho idea di cosa abbia fatto, ma il risultato è stato notevole: cantavo tutte le canzoni dei Red Hot Chili Peppers senza lasciare indietro neanche una parola… praticamente si stava realizzando uno dei miei più grandi desideri da quando ero ragazzina, la meraviglia era davvero tanta e altrettanta la gioia, infatti camminavo con in faccia il sorriso di chi ha appena vinto alla lotteria e se ne sbatte altamente di tutto quanto. Sorridevo e cantavo (Otherside) quando arrivammo in una specie di ufficio, ad attenderci c’erano diversi Voolena, la stanza era male illuminata e ne contai quattro, due in divisa e due casual, quando entrammo ci guardarono, prima Ermes poi me, poi Ermes poi me ancora una volta, poi non sono stata più degnata di uno sguardo, ma se anche fosse stato diverso credo che non mi avrebbe spostato di un centimetro, visto che per la prima volta nella mia vita stavo cantando Snow con tutte le parole al posto giusto.
Non una parola ho sentito durante questo particolare randezvous, i Voolena comunicavano ovviamente tutto nella loro teste di ghisa che si ritrovano, quindi questa assurda situazione di sei persone messe a capannella in un silenzio religioso durò per quasi un’ora, poi tra di loro si toccarono sulla spalla in segno di saluto, credo, e uno per volta uscirono dalla stanza, solo allora mi resi conto che c’era una persona in più che prima non avevo visto.
“Ciao Francesca, sei più bassa di quel che credevo”
Rimasi in silenzio quando la persona in più mi parlò.
Era una donna, questi erano gli ordini e ricominciai a cantare nella testa (sempre Snow) ma Ermes interruppe il concerto dicendo “Puoi parlare adesso”.
“Sono alta un metro e sessantasette centimetri, non sono bassa. Ciao.”
Scoppiarono a ridere i due, lei fece un passo avanti, era una Voolena, era bella.
“Ti ringrazio di aver portato qui Ermes”
“Io? A me sembra che si sia portato da solo”
“Poi ti spiego” disse Ermes sorridendo. Sorrideva il simpa, dopo giorni di muso duro.
“Confido nelle tue capacità di adattamento e nei tuoi ideali Francesca, vedrai sarà un bel viaggio. Ti auguro di aprire la mente, più di quanto hai fatto finora viaggiando per questa piccola parte dell’Universo. Forse così le risposte ti sembreranno meno difficili da capire e da accettare. Io ora devo andare e penso che mi andrò ad ascoltare quel gruppo con cui ci hai allietati cantando, non sono per niente male.”
Non sapevo che cazzo dire, così rimasi sul vago “Ok, lo farò”.
La donna appoggiò prima la sua fronte contro quella di Ermes, poi si toccarono la spalla con la mano, tipo quando noi prendiamo la distanza da un altro di un braccio, poi uscì senza voltarsi.
“E’ strana mia sorella eh! Ma è una forza!!!”
“Tua sorella? Cioè lei è Darla?”
“Si”
“Ah. Magari se ci avessi presentate avrei avuto modo di chiederle giusto un paio di cose…”
“Ma lei sapeva chi sei tu”
“Ah beh allora siamo a cavallo”
“In che senso?”
“Lascia perdere è un modo di dire terrestre. Quindi questo simposio è andato bene?”
“Si.”
“Cazzo sei rientrato in modalità bunker”
“Fidati di me”
“Eh no! Non è che ogni volta che ti faccio una domanda te giochi il jolly della fiducia, non sei mica il mio Dio e non ho fede, sono agnostica”
“Tra un paio d’ore parte una nave per Burney, dobbiamo prenderla”
“Dobbiamo?”
“Sì.”

In quanto portatori sani di Volontà trovammo facilmente uno strappo verso Burney, è evidente che il grado e il ruolo di Ermes sono molto più incisivi di quanto mi abbia fatto mai capire finora, ma il mio scazzo nella ricerca è maggiore, quindi mi attengo alla stretta conoscenza empirica delle faccende imperiali.

Ci imbarcammo su una nave, disconosco livello e nome, era grossa, grossa come un iceberg, mi ricordava la Kamo dove avevo lavorato fino ad un mese fa, ma non era così divertente.
Il viaggio durò un paio di giorni, giorni in cui Ermes faceva lo yo-yo: un po’ era preso bene e un po’ era bunkerizzato. Quando gli chiesi del rendezvous su Quaoar e di Darla, l’unica risposta che ottenni fu “Niente di che, un colloquio tra colleghi e Darla è una collega”.
“Si certo, aspetta ho una conference call sull’N-pad con mio fratello adottivo del pianeta Sticazzi e dei suoi colleghi, me lo spieghi dopo eh!” risposi parecchio infastidita e aggiunsi “Se ti mettessi nei miei panni capiresti in che stato d’animo di merda mi trovo, visto che sono qui a fare la dama di compagnia ad un Voolena al servizio dell’Impero, di indole ribelle e con dei forti segnali di bipolarismo e… incomincio ad avere un lieve senso di paura, è l’istinto che me lo suggerisce con delle gigantografie e… (singhiozzo)…” ed incominciai a piangere dal nervoso, mi sentivo frustrata.
“Dai Francesca, non volevo… io devo…” in maniera molto molto imbarazzata mi abbracciò. Gli smoccolai tutta la divisa. Mi mancava un contatto “umano”. Un abbraccio, un amico… da non so quanto tempo ormai.
“Francesca, ti prometto che torneremo sereni a guardare le stelle”
Singhiozzando risposi “Si si… è proprio quello che mi serve”, dissi ironica asciugandomi le lacrime.
“O la smetti di avere paura o non ne uscirai viva moralmente da tutto questo”
“Bene, erano proprio queste le parole di sconforto di cui avevo bisogno”
“Dobbiamo raggiungere Lilith, avrai capito che lassù è successo qualcosa, Daniele ne ha parlato molto, no?”
“Cazzo Ermes, l’unico motivo che mi ha spinto a seguirti è quello di poter trovare un modo per togliersi dalle palle l’Impero e anche se sono una Terrestre senza armi né particolari talenti ci ho creduto, mi sono fidata di te… ma non capisco ancora che cazzo vuoi”
“Con te non mi sento solo”
“Questa frase dovrebbe toccarmi, invece mi urta”
“Però è così”
… Ci zittimmo quando suonò l’avviso che stavamo per atterrare su Burney: una infinita distesa di acqua, con un puntino di terraferma, che mentre ci avvicinavamo, diventava sempre più grande, il puntino erano in realtà due, due punti e a capo. Lo spettacolo era davvero incredibile: queste due postazioni erano come due Venezie di metallo, grandi quanto due stati come la nostra Svizzera e la nostra Irlanda, canali di acqua di un mortale blu scuro al posto delle strade, al posto delle gondole mini astronavi che fluttuavano sopra la superficie dell’acqua senza toccarla e al posto degli splendidi palazzi della Serenissima c’erano dei mega blocchi di similcemento senza balconi. Due Venezie post atomiche, per capire il genere. Una Venezia militare e una Venezia commerciale, unici punti non liquidi su questo pianeta. Sbarcammo sulla prima.
Il nostro confronto rimase sospeso a metà, non lo abbiamo ancora ripreso.

[E’ rientrato Ermes]

Niente da fare, pare che non si possa in nessun modo scendere su Lilith e neanche avvicinarsi troppo, l’A.E.R. non ne vuole sapere di far attraccare qualcuno sul pianeta, anche perché qui intorno pare esserci mezza flotta imperiale, dice Ermes, c’è un tale ammiraglio Mierril in orbita con tutto il suo ambardan e pare voglia la priorità su qualsiasi cosa.
Molto male. “Siamo così vicini e siamo fermi, né di qua né di là” dice Ermes. “Ma non sei un superfigo della Volontà?” “Sono un po’ tantini Francesca…”

Mi alzo, mi affaccio all’oblò: diverse centinaia di astronavi galleggiano intorno a Lilith.
“Pare che ci sia della buona birra laggiù se c’è tutta questa gente che…”
Ermes sorride, si avvicina all’altro oblò e ci guarda dentro, ma il suo sguardo sembra andare oltre a quello che gli si para davanti agli occhi, sembra cercare qualcosa che ancora non si vede.
Si appoggia con le mani al vetro e lascia cadere la testa in avanti “Devo parlare con Moony.”.
Cala il silenzio, ma sembra quasi che il cervello di Ermes stia friggendo per trovare una soluzione.

“The more I see the less I know, the more I like to let it go”
“Più vedo meno ne so, più mi piace lasciar perdere”
[Snow (Hey oh) – Red Hot Chili Peppers]

Terapia e pallottole.

Category : Ilario

Entro nel bureau salutando più-o-meno tutti. Cazzo, di alcuni di loro non ricordo il nome. OK, spero che non se ne accorgano. Mi siedo alla scrivania, apro il mio fidato N-PAD e inizio il download del filmato. Qualche secondo e parte il video. Il luogo è poco illuminato, è una nave spaziale ma non chiedetemi il modello: per me sono tutte uguali. Viste dall’interno poi, peggio che andar di notte. Ci sono due tizi uno di fronte all’altro, per proteggere la loro privacy gli darò due nomi fittizi: Gianni e Ilmerda. Sia dietro a Gianni, sia dietro a Ilmerda ci sono altre persone, credo umani, i loro personali amichetti/compugniucci. A loro non darò dei nomi, sono solo delle comparse, a chi importa dei nomi delle comparse? Quelli alle spalle de Ilmerda indossano una maglietta rossa con su scritto “Expandable”, motivo in più per ignorarli. Gianni si volta verso i suoi amici dell’oratorio e dice qualcosa, deve essere qualcosa di molto divertente: ridono tutti. Credo non ci voglia molto a fare 1+1: ce l’ha con Ilmerda.

Gianni e Ilmerda si portano l’uno di fronte all’altro. Parlano. O, per meglio dire, è Ilmerda che sta parlando. Si rivolge a lui tenendo il collo in alto, ho quasi l’impressione che gonfi il torace. Vuole evidentemente colpire l’ego di Gianni, dirgli che lui è quello superiore, il maschio alfa. Gianni ha la stessa faccia di uno nella sala d’attesa della stazione del treno: noia. Ma è solo una finta, per un momento guarda nella telecamera, sicuramente per non mostrare a Ilmerda la sua espressione. È disprezzo, il cancello dell’odio.

Ilmerda parla, gesticola poco, probabilmente si affida al tono della voce per sottomettere colui o colei che gli sta davanti. Gianni invece è uno che non sta fermo, si muove in maniera esagerata, sembra un attore dilettante alla prima esperienza. Sicuramente Gianni sa come creare fastidio, molti non sopportano uno che parla e gesticola sempre. E lui lo sa, si vede.

A un certo punto i due smettono di parlare, per un tempo di… quanto sarà? …direi due-tre secondi, non di più. Gianni ha un malore, un collasso, o qualcosa di simile. Ilmerda lo sta fissando, la sua espressione passa da neutra a sorpresa, per poi approdare sulla rabbia: qualunque cosa abbia fatto Gianni l’ha fatto incazzare. E di brutto.

Gianni cade su un ginocchio, si porta le mani alla testa, vedo sangue che macchia il pavimento, probabilmente un’epistassi. Intanto, alle spalle di Gianni, i suoi amichetti si guardano per una frazione di secondo. Il video, a questo punto, diventa disturbato per un istante veloce quanto un battito di ciglia: uno degli amici di Gianni ha preso l’iniziativa, adesso al suo posto c’è una grossa armatura con in mano una grossa arma che, solo in video, incute parecchia paura. Non oso immaginare trovarmela davanti al muso.

Probabilmente Ilmerda ha pensato una cosa simile alla mia e, supponendo che il suo cervello elabori le informazioni a velocità normale, credo che non abbia fatto in tempo a completare la sua analisi. Un lampo è tutto quello che si vede, seguito dalla sparizione della parte superiore del corpo de Ilmerda in una nuvola rossa di sangue, fluidi corporei e tessuti nebulizzati. Grande numero di magia, questa cosa a Las Vegas avrebbe fatto impazzire il pubblico. Peccato che questo non sia un trucco da salotto ma la mera realtà: metà del corpo de Ilmerda non esiste più. Peccato per Ilmerda, intendevo.

Quella cosa vagamente somigliante a Goldrake (ma più incazzato) ora punta il suo cannone (pistola mi pare riduttivo) verso gli amici in maglietta rossa de Ilmerda, che si guardano bene dall’accennare una qualunque reazione. Credo che se Goldrake glielo chiedesse gentilmente, questi applaudirebbero, anzi, chiederebbero a gran voce il bis. Goldrake si china e, senza perdere di vista i compagni de Ilmerda, raccoglie Gianni sotto al braccio come se fosse una bambola di pezza e inizia ad indietreggiare. Nel frattempo, quello che rimane del corpo de Ilmerda cade a terra, una pozza rossa inizia a espendersi sul pavimento. Il filmato finisce qui. Ora non mi resta che montarlo in loop e mandarlo in play tutti i giorni per tutto il giorno sul mio megatelevisore da 50 pollici.

Sorrido.

Chiudo il mio NPAD. Mi svacco sullo schienale, giro la testa e osservo la cartolina che mi ha spedito Napoleone e che tengo sulla scrivania. Molto premuroso il receptionist del bureau di Ajaccio, mi ha mandato una splendida vista della città con su scritto a pennarello “Costa meno di un antidepressivo e ti migliora la giornata. A presto! N.”
Bravo Napoleone, hai proprio ragione: a presto. Almeno, lo spero. In fondo, basta solo aspettare.

Dipende dall’osservatore.

Category : Francesca

K14b1 è un pianeta davvero grazioso, è una specie di gran bazar, si può trovare di tutto e di più, abiti, scarpe, accessori, pentole, mobili, cibo, bevande, casinò, bar, giochi per grandi e piccini, portacose, sposta cose, robot, dispositivi per fare qualsiasi cosa. Sembra normale, però immaginatevi tutti questi oggetti che noi troviamo in un grande centro commerciale sulla Terra declinato per tutte le diverse razze che popolano l’universo. Diventa una cosa impressionante ed immaginifica. Per esempio i pettini per i capelli e relative spazzole, a pensar bene me ne vengono in mente una dozzina di tipi, bene adesso pensate a tutte le spazzole che servono per lisciare il pelo di un Plusha, o quelli per la razza Nolvort o ancora quelli per i megacricetoni Mitiar… diventa l’apoteosi della spazzola. Sono rimasta a guardare quel negozio di spazzole per circa venti minuti. Meraviglioso. Alla fine, perché mi sentivo imbarazzata, dopo tutto quel tempo trascorso a contemplare le fogge e i colori di questi oggetti così comuni eppure così diversi, ho comprato una spazzola che usano i Plusha per districare il pelo dopo aver fatto il bagno. Molto bella: è di un materiale che alla vista sembra piombo, ma quando lo si prende in mano è leggero come un tappo di sughero e flessibile come un foglio di plastica, i dentini della spazzola sono tutti di colore bianco, e cosa più fighissima di tutte quando cade un capello/pelo la spazzola lo disintegra lasciando quel tipico odore di pollo bruciato. A me questa cosa mi fa scassare. La mia spazzola si chiamerà Medusa.

Mentre mi stavo veramente scialando nello shopping più selvaggio, eravamo su questo adorabile pianeta solo da alcune ore, arrivò Ermes, che mi prese per mano e letteralmente mi trascinò via: eravamo di nuovo in ritardo per partire. Partimmo. Salimmo a bordo di un DELTA, destinazione Burney.

“Ermes, non dovevamo andare sulla Terra?”
“Non ci andiamo più, ho parlato con alcune persone e diciamo che si sono convinte che per la faccenda sulla Terra bastasse un Rieducatore di classe Rudiana, ecco.”
“Come mai hai cambiato idea?”
“Perché… perché la nostra strada ci porta verso Lilith, no? E la Terra è vicina a Lilith, ma più vicino ancora è il pianeta Burney.”
“Se lo dici tu. Da quando in qua è diventata la nostra strada? Io non ho ancora ben chiaro cosa ci lega.”
“Comunque prima passeremo da Quaoar, là devo incontrarmi con altre persone prima di proseguire.”
“Mi stai sulle palle quando sei trafelato e misterioso. Sappilo”
“Mi piacciono questi abitini che ti sei comprata! Devono starti molto bene, soprattutto quello a righe!”
“Trovi? Davvero?” Sgranai gli occhi e mi stavo già immaginando la mia personale sfilata in cabina, quando esclamai: “Quando ci danno la nostra cabina? Sul DELTA ci sono le cabine vero? Non come sul BANTHA che è un postaccio”
“Credo siano già pronte, del resto, siamo membri operativi della Volontà, non credo che qualcuno abbia voglia di farci trovare a disagio durante il viaggio”.
“Ma non ti chiedono mai cosa ci fai con una Terrestre?”
“Di solito le domande le faccio io agli altri, nessuno si permette di fare certi tipi di domande a me”
“Cazzo se sei acido oggi. Cosa ti è successo?”
“Niente”
“Niente, ok.”
“…”
“Senti Ermes, se devi dire qualcosa, dimmelo… di solito sei sempre così giocoso e preso bene che è difficile vederti preso come sei preso adesso, non riesco a capire cosa sta succedendo.”
“Un po’ è per il lavoro, per le cose che devo fare per l’Impero, sono abbastanza stufo di lavare cervelli ad esseri viventi che non conosco, poi insomma… sono un sensitivo di classe Ogma, ho tutta una serie di cazzi da risolvere… e più passo il tempo a risolvere questioni per l’Impero, meno tempo riesco a passare a risolvere le nostre questioni. E la cosa mi acciglia.”
“Ti… acciglia? Ma come cazzo parli? Hai i naniti che stanno imparando nuovi vocaboli? E dì mi ‘scazza malamente’ e che cazzo!”
“I tuoi naniti invece si sono fermati a cazzo
“Suca”.

Più o meno è questo il tenore delle chiacchiere con Ermes in questi giorni, fa il vago e non mi dice bene cosa stiamo facendo, anzi, cosa sta cercando di fare. Elusivo, definitivamente elusivo. Mi rigira i discorsi. Per quel poco che ho capito è andato in fissa con Lilith, soprattutto da quando Moony ha scoperto come funzionano le steli, ci ho fatto caso perché quando aprivo l’N-pad per sapere di voi, lui si dimostrava particolarmente affabile e gentilmente curioso a riguardo.
Immagino anche che si sia fatto un bel viaggio andata e ritorno tra i miei emisferi.
Basta che non si metta a spostare i ricordi, che già sono un casino così.

Per fortuna il viaggio verso Quaoar è quasi finito. Ancora 36 ore e scendiamo. Non mi piace stare sui DELTA, quel rumore sincopato che si sente di continuo nel reparto sala macchine, insomma dove piace restare a te Daniele, mi rende nervosa. Voglio proprio vedere con chi si deve incontrare Ermes. Coglierò l’occasione per mettere il vestitino a righe. Se davvero fossi in grado di cambiare le cose in maniera sensibile, non saprei bene come decidermi, eppure so che tutto dipende da me.
Il gatto di Schrödinger è vivo ed è morto, dipende dall’osservatore.
Io sono viva e sono morta, dipende dall’osservatore.
Spero solo che Ermes sia un buon osservatore.

Il word processor degli dei.

Category : Daniele

Ciao Darknet, ne è passato di tempo, ma qui sembra volare, portato via dai giorni frenetici che stiamo vivendo: una gita che aveva tutti i presupposti per essere di una noia letale, si è rivelata ricca di colpi di scena.
Ora vi scrivo da un posto incredibile, ma prima di rivelarvi il luogo in cui mi trovo, mi sembra giusto raccontarvi gli avvenimenti che ci hanno portato qui.

Una volta saliti sul BANTHA, ci dirigemmo verso le famigerate rovine. Il Settore 05, distava mezz’ora  di volo dall’avamposto dell’A.E.R., così decisi di passare i primi minuti al posto del copilota, al fianco di Brahia, per godermi il panorama di quel mondo alieno e per, diciamo, cercare di sistemare un po’ i casini della sera precedente.
Una volta entrato in cabina, l’unica cosa che ottenni da lei, fu un’occhiata fugace con la coda dell’occhio, poi riportò tutta la sua attenzione sulla cloche e sui comandi virtuali, mentre era intenta a far alzare il bestione dalla pista di decollo. Rimasi in silenzio, a guardarla.
Era ancora incazzata con me, ma dopo aver fatto decollare il BANTHA ed iniziato il percorso, sembrò cambiare espressione: più rilassata, quasi divertita. Alzai lo sguardo e lo posai sul panorama esterno. Ritrovai la sensazione di un paesaggio fiabesco, la stessa che ebbi la prima volta che ci inoltrammo attraverso la fitta trama di foglie. In tutte le direzioni, si potevano vedere i fusti sottili e dritti degli alberi, sparpagliarsi come un’infinita rete di colonne create per sostenere la volta trasparente di foglie. In basso la vegetazione era composta da un’erbetta bassa e gialla e, su questa distesa di prato dorato, si ergevano qua e là abbarbicati su enormi massi, strani cespugli di un verde brillante, una versione gigante del muschio che si poteva trovare sulla Terra, tra le crepe dell’asfalto. Tutto intorno si diffondeva una luce densa, tendente all’arancione, proveniente dal fogliame soprastante, in un mix di colori irreale.
In mezzo a quello scenario, uscito da un racconto per bambini, Brahia ci sguazzava, assorbita completamente dal continuo slalom che quegli alberi la costringevano a fare, divertendosi ad evitare con eleganza e rapide manovre, quei pilastri color marrone chiaro.
Tra di noi la tensione c’era ancora tutta, l’aveva solo messa da parte per godersi il giro in giostra.
Decisi di non rovinarle il divertimento e, senza dire niente, mi alzai e me ne ritornai nella stiva, insieme alla squadriglia.

Nel comparto trasporto truppe c’era un gran baccano, erano quasi tutti coinvolti in un acceso dibattito tenuto da Lagoy, l’archeologo dell’A.E.R., e naturalmente da quel vulcano di socialità di Moony.
Presi posto accanto alla matta che intanto aveva smesso di parlare e si era voltata verso di me con aria ancora divertita per la discussione a cui stava partecipando.
“Niente da fare eh?”
“Con Brahia intendi? Che scemo, mi leggi nel pensiero…”
“No, ti si legge in faccia! Dai, siediti e ascolta il nostro archeologo, è interessante e divertente, almeno ti distrarrà un po’!”
“Mi fai un sunto?”
“Stava raccontando il primo contatto con la popolazione locale. In pratica, quando l’Impero è arrivato su questo pianeta con la sua flotta di astronavi, aveva rilevato una popolazione arretrata, di un livello tecnologico leggermente più basso di quando abbiamo trovato voi. Gli analisti militari si aspettarono di trovare una civiltà che li avrebbe adorati come Dei immortali, per tutta la tecnologia e le meraviglie che si portavano dietro, e invece…”
“BUM!” la mia attenzione fu richiamata dall’esclamazione di Lagoy, che intanto stava proseguendo nel racconto: “L’indigeno sparò con un’arma da fuoco, dritto sull’armatura dell’ambasciatore, lasciando tutti stupiti! Dopo qualche secondo di incredulità e vedendo che il nostro emissario non solo non era morto, ma non si era neanche spostato per il colpo, la delegazione aliena aprì completamente il fuoco sul nostro gruppo! Dopo tutto quel rumore infernale, i nostri si guardarono tra di loro, le armi primitive non avevano minimamente scalfito le corazze, neanche impensierito i nuclei energetici… niente, poco più di un fastidio!”
Si scatenò l’ilarità tra i partecipanti, ma fu il Soldato semplice Aaron, un terrestre, che con entusiasmo infantile chiese di proseguire il racconto: “E poi? Eh? Cos’hanno fatto i nostri?”
Lagoy allargò un sorriso malizioso e, dopo qualche secondo di silenzio per aumentare la suspense, concluse: “Naturalmente i nostri hanno aperto il fuoco, è stata una carneficina. Non si è salvato nessuno.”
Ci fu una breve pausa, mi guardai attorno, incapace di intuire una reazione a quella notizia, poi scoppiarono tutti in una fragorosa risata, si poteva sentire un entusiasmo animalesco, accompagnato da sonore pacche sulle spalle.
Mi voltai verso Moony e con tono incredulo la bacchettai: “E tu lo trovi divertente?”
Lei con il suo solito tono calmo mi rintuzzò: “Beh, non trovo comico l’argomento, ma le reazioni degli interlocutori…” Indicò le persone intorno compiendo un breve arco con il capo. “In quasi tutte le culture, per quanto possano essere distanti tra loro, una civiltà è sempre orgogliosa della propria supremazia. Guardali, vengono da mondi diversissimi e sono stati tutti conquistati, a parte gli Itan si intende, ma sono uniti nella loro nuova capacità di schiacciare i più deboli…”
Mi guardai intorno, era proprio vero, persino Aaron che veniva come me dalla Terra, annientata appena due anni fa, ora si pavoneggiava e rideva di gusto insieme a tutti gli altri. Riportai nuovamente la mia attenzione su Moony: “E Voolena?”
Le vidi un luccichio negli occhi: “Per noi è diverso, noi non ostentiamo supremazia. Noi siamo di più… come direste voi? Ah, sì: snob, ecco. E anche un po’ stronzi.” Mi sorrise e si rivolse nuovamente verso Lagoy.
A quel punto però, ero curioso, così irruppi tra le risate e, rivolgendomi all’archeologo, chiesi: “Ma perché ce l’hanno tanto con noi?”
L’atmosfera smise di essere quella da osteria e riprese il suo normale corso. Lagoy si voltò verso di me e con aria accademica iniziò la sua lezione: “E’ molto semplice: religione.”
“E’ sempre colpa della religione” cercai di assecondarlo con frasi banali, e lui sembrò gradire continuando il discorso: “Esattamente. In pratica i Daffir…” a quel punto intervenne Mina, l’altro archeologo “Che nella loro lingua vuol dire “dei due cieli”, c’è tutta un’affascinante cultura legata a questo nome, basata sulle due volte: quella delle foglie sotto la quale nascono e crescono i Daffir e quella atmosferica da cui arriviamo noi e altre calamità… ma scusate, sto divagando…” senza sembrare infastidito da quella divagazione, Lagoy riprese il discorso: “…ci accusano di tenerli lontani dalle loro divinità.”
Cercai di indovinare la fine del discorso: “Per le rovine a cui siamo diretti e che ci siamo presi?”
Lagoy annuì: “In parte. Per loro quella è un’importante testimonianza degli dei, ma principalmente per il sito principale, quello con la piramide che loro ora chiamano Buiq, il Cerchio Grigio. E non hanno tutti i torti, dato che è colpa nostra se ora è irraggiungib…” Gli arrivò una gomitata dal suo compagno che lo rimproverò sottovoce: “Lo sai che non siamo autorizzati a parlare del Cerchio Grigio.” Per salvare dallo strafalcione il suo compagno, Mina concluse frettolosamente il dibattito: “Sono infuriati con noi perché gli abbiamo vietato l’accesso alle rovine.”
Mi girai verso Moony che sembrò annuire alle frasi non dette dei nostri archeologi aggiungendo, un enigmatico “Interessante…”.
Come al solito rimasi con un’espressine da pirla, senza capire bene cos’era appena successo.
L’avrei metabolizzata molto più tardi.

Arrivati al sito dei reperti, passammo i primi giorni ad esplorare i dintorni, accompagnati dai nostri archeologi come guide di un museo. Le rovine consistevano in un gruppo di basse costruzioni a forma di cupola, interamente ricoperte da quello strano muschio verde e disposte a cerchio. Edificate circa settemila anni fa, erano state probabilmente costruite dagli indigeni. Questo perché all’interno erano tappezzate da bizzarri graffiti, raffiguranti degli umanoidi mentre erano intenti a fare le cose più svariate rivolti sempre verso delle figure a forma di rombo, secondo Lagoy quasi sicuramente i loro dei.
Ma la parte più interessante del complesso consisteva nelle tre steli di pietra alte quattro metri, disposte a triangolo e posizionate al centro del complesso. Le cose strane dietro a quegli oggetti apparentemente banali, erano innumerevoli.
Innanzi tutto su ogni stele c’erano dei simboli che mi sembravano familiari e che mi fecero venire la nausea la prima volta che li vidi. Erano identici a quelli visti sui terminali della Gens Iulia e durante le mie deliranti visioni.
Secondo, ogni lastra presentava bordi ed inserti in LINX. Come faceva quel popolo così primitivo a possedere la conoscenza per lavorare quel metallo? Se non fosse per l’Impero, neanche noi ce l’avremmo anzi, sono convinto che non ce l’abbiamo tutt’ora.
Terzo e ultimo elemento insolito era che, dietro ad ogni stele, si poteva vedere nel terreno una piccola striscia di pietra intagliata, uscire da ogni lastra e dirigersi nella stessa direzione con una lunghezza che sembrava perdersi chissà dove. Quando lo feci notare la prima volta, la risposta che ottenni dagli archeologi fu: “Sì, le abbiamo notate anche noi, ma non sappiamo a cosa servano né dove vadano a finire.” In quel momento Moony, passandomi a fianco, mi disse furtiva e sottovoce: “Sta mentendo, vanno a finire nel Cerchio Grigio”.
E da quel momento, l’interesse della mia compagna per le steli, divenne morboso.

Passò giorni interi a toccarle e fissarle. I primi tempi gli archeologi le restarono vicina, ma poi si arresero anche loro, lasciandola sola con la sua ossessione.
Diverse volte le chiesi di tornare alla base, la squadriglia cominciava ad essere irrequieta, tranne Brahia che naturalmente era felicissima di averla fuori dai piedi. Usai persino le parole che aveva detto a Calisto, spronandola a finire di fare i “turisti perditempo”.
Ma era irremovibile, rapita da quegli oggetti misteriosi.
La sera del dodicesimo giorno di quello strazio, mentre sedevamo al tavolo a mangiare in silenzio come spesso  capitava in quei giorni dominati dalle steli, all’improvviso Moony lasciò cadere la sua razione nel piatto, con un tonfo secco. Assunse un’espressione attonita, come fosse imbambolata su una suo personalissima epifania. Mentre restavo ad osservarla in trepidante attesa, allargò un sorriso compiaciuto ed esclamò facendomi sobbalzare: “Ma certo! E’ geniale, come ho fatto a non pensarci!” Lasciò tutto sul tavolo e si diresse di corsa verso le lastre. Incuriosito, mi affrettai a seguirla, fino a ritrovarci nuovamente di fronte alle maledette steli.
Restammo qualche minuto lì di fronte, nel buio della notte, sotto la luce delle stelle che filtrava dal soffitto di foglie trasparenti, duecento metri più in alto. Rimanemmo a guardarle, come avevamo fatto un milione di volte in quei giorni e con lo stesso esito: il nulla. Cominciavo a pensare che la mia amica Moonlay si fosse completamente rincoglionita e che non ci fosse più speranza per la sua sanità mentale. La riprova fu che non ebbe alcuna reazione a quel mio pensiero, niente pugni né faccette tristi, segno che la sua attenzione verso quelle pietre inutili era totale.
Quando stavo per perdere il poco entusiasmo e voltarmi per ritornare all’accampamento, lei si girò sorridente e mi chiese: “Quali sono le coordinate di salto per Lautes?”
La domanda mi spiazzò, ma presi il mio N-Pad e le comunicai i dati riguardanti la Terra. Lei fece cenno con il capo e si diresse alla stele di sinistra. Poggiò la mano sulla pietra e si concentrò. Subito dopo i simboli cominciarono a brillare di una luce azzurrina. Con rapidi gesti delle mani e sempre con gli occhi chiusi, li spostò, andando a formare nuovi gruppi di segni. Ripeté la stessa operazione anche con la stele di destra e con quella centrale. Su quest’ultima si soffermò di più, poggiando entrambe le mani e restando completamente immobile per due eterni minuti.
Dopo quell’intervallo di tempo, emerse dalla su trance con un sorriso felice da bambina, tipo “Ho appena visto Babbo Natale e mi ha portato una renna!”. Assurdamente fuori giri.
La guardai stranito, poi scoppiò quasi in un balletto: “E’ stato fantastico! Non pensavo fosse possibile una cosa del genere… “ poi, piroettando su se stessa aggiunse: “Non so chi, ma chiunque abbia costruito questa meraviglia, è di gran lunga più avanti di quanto noi immaginiamo!”
Azzardai un intelligentissimo: “Ma cosa cazzo hai fat…”
Con entusiasmo fuori da qualsiasi scala, mi interruppe: “Ho incontrato il tuo amico Ilario! Ho fatto un giro nella sua testa… è un tipo interessante, anche se, come diresti tu, il suo cervello è un pozzo di stronzate! Certo che ti scegli proprio degli amici uguali a te!” e scoppiò in una risata.
Non riuscivo a seguirla, andava troppo in fretta e parlava di cose incomprensibili: “Ma io non l’ho neanche mai visto…”
“Tecnicamente neanche io! Ma ho guardato dentro di lui ed ho trovato la cosa che cercava Bob… e anche di più!” Poi pensierosa mi fissò dritto negli occhi: “Devo informare il Generale Than.”
“Torniamo alla base A.E.R. e mandiamo un messaggio al nostro DELTA.”
“No, mi serve un livello di codifica che ancora non esiste… mi serve più potenza! Dobbiamo raggiungere il Cerchio Grigio…”
La fissai per qualche istante poi, preoccupato, aggiunsi: “Ti sta colando del sangue dal naso…”
Lei, asciugandoselo con il dorso della mano, sembrò non curarsene: “Non ha importanza adesso, dobbiamo andare!”
“E quella storia che abbiamo impedito agli indigeni di raggiungere il posto? Varrà la stessa cosa per noi…”
“Non è come pensi, ma lo capirai una volta che saremo arrivati.”

Ed ora sono qui,  a qualche centinaio di metri da quello che gli indigeni chiamano Buiq, il Cerchi Grigio. Moony ha cambiato espressione,  non sembra più quella bambina emozionata ma piuttosto una piccola donna nel cui sguardo si legge una determinazione incrollabile.
Domani vedremo, per ora aspetto le decisioni del vero capo di questa spedizione: il Tenente Moonlay.

Tornare indietro, per andare avanti.

Category : Ilario

Sono poche le cose che odio: alzarsi tutte le mattine e recarsi in infermeria e scaricare i miei parametri vitali è una di queste. Mi sembra di essere una di quelle vecchie penne USB, tutti i maledetti giorni m’infilano la testa in una porta e via di download.  Non so per quanto riuscirò a resistere, sono stufo di fare da cavia.

Come se non bastasse, le mie mansioni sono state parecchio ridotte: non posso fare nulla di più impegnativo di una fotocopia. Non è che l’Impero non si fidi di me, è che non si fidano di quello che potrei avere in testa. Già, spesso me lo chiedo cosa ho in testa. Eppure io mi sento come sempre, non sono cambiato in nulla. Non è che improvvisamente trovo appetitosa la trippa (che, detto per inciso, mi fa schifo), non c’è nulla di diverso in me. Almeno credo.

Anzi, spero.

Ho pensato molto a quello che Moony mi ha gentilmente citofonato via telepatica un paio di settimane fa, e sono giunto a una conclusione. L’amica di Daniele è come un revolver carico in mano a un bambino, ciò nonostante non è scema: se ha deciso di telefonarmi ha dei buoni motivi. Ma c’è un piccolo particolare che la sensitiva ignora: il mio spiccato amore per il gusto del proibito. Quando mi vietano una cosa senza una motivazione oggettiva, è sicuro al 102% che la farò fottendomene bellamente degli avvertimenti. Sono così da sempre, e questa è l’ennesima prova che non sono cambiato nemmeno un po’. Quindi tranquilla mamma, sto bene.

Cazzo, non credo a quello che sto per scrivere, ma non giriamoci tanto intorno: la verità è che Hurla è mia amica e io farò di tutto per sapere cose le è successo. C’ho messo del tempo a capirlo, ma le cose stanno così. Sta succedendo nei miei neuroni e, sopratutto, tra quelli che mi circondano: c’è del marcio in Danimarca e io voglio sapere e capire. Costi quel che costi. Il problema è che da questo buco di culo che le cartine indicano come Nuova Zelanda non posso fare niente: non ho contatti con nessuno, non ho favori da riscuotere.

Ed è proprio qui che entri in gioco tu, Bob.

Non so se ci leggi, spero di sì ma non ne sono sicuro. So che ci tolleri e, diciamolo, forse ti diverti pure un po’. Io ho l’assoluto bisogno di rientrare ad Ajaccio, ma non posso farlo attraverso i canali ufficiali. Mi sembra di vederti mentre storci il naso e borbotti un “ma che vuole questo stronzetto?” a metà tra l’annoiato e lo scazzato. Prima che tu decida, permettimi di ricordarti una cosa: nella testa di Hurla ci sono parecchi segreti dell’Impero. Lo ammetto, Hurla potrebbe essere morta, ma se fosse ancora viva? A me interessa sapere se lei sta bene, a te interessa sapere se i segreti dell’Impero sono ancora al loro posto: troviamoci a metà strada.

Io sono qui e aspetto, nel frattempo studierò un piano B.
Che voi sappiate, l’Impero dispone di un teletrasporto?

Pane e libertà.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Posto imprecisato Europa centrale 16 giugno 2014.

Attraccati all’Estoril, dopo mille conati di vomito da mare in burrasca e qualche maledizione del capitano, ci siamo diretti a Nord verso Vigo per poi intraprendere la strada del cammino di Santiago, nel bel mezzo della Spagna, in un paesino di pochi abitanti, ci hanno raggiunto una squadriglia di ribelli, che di tutto punto ci hanno accolto come figliol prodighi ritornati sulla retta via. Scannato il vitello grasso, il mio senso di vuoto accompagnato da un misto di paure e inconvenienti patemi d’animo, non mi lasciava null’altro che una fortissima voglia di fuggire al più presto da questa banda di ex squatter cresciuti con pane e libertà: quanto era bello essere giovani come loro, quanto era bello credere in certi ideali, quanto era bello prima che la vita mi incatramasse alle sue regole, alle sue convenzioni “da dietro una scrivania”, cambiano i padroni, cambiano i capi ma le differenze sono poche anche se di extraterrestri si tratta.

E’ da qualche tempo che non ho più visioni, non so cosa questo voglia dire, ma Alexis non mi cerca più, non credo che mi voglia male, anzi penso che di me Loro se ne fottono, un po’ come se ne fottono di sti quattro poveracci alle prese con la guerra tra poveri. Questo non è il gruppo 0000, ma una compagnia molto più raffazzonata e senza una vera organizzazione: sono più armati di entusiasmo che di armi vere. Penso che se fossero davvero un problema, con la marea di cazzate che fanno, gli Itan li avrebbero già spazzati dalla faccia della Terra. Mi danno la sensazione che li tollerano come noi tolleriamo le mosche e le zanzare, le lasciamo vivere finché non vengono a romperci i coglioni. Oppure, molto più probabilmente, hanno già preso quello che volevano con Simone e il Leprechaun ed ora rimangono chiusi nelle loro sale riunioni e nei loro laboratori a decidersi sul da farsi. 

Poco male. Ho parlato con T-Bones, gli ho spiegato che questo migrare da un posto all’altro non fa per me, sono stanco e voglio tornare a casa, domani mattina ripartirò per Torino, e se non mi trovano subito, proverò a passare qualche giorno con i miei genitori, poi mi ripresenterò al mio lavoro. Così, come niente fosse accaduto. 
Se dovrò pagare, pagherò a questo punto vivere o morire non ha più importanza, alla fine ho solo aiutato un amico. Sono veramente stanco. Spero che a voi, sparsi per l’Universo, vada meglio.
A presto ragazzi.
Darknet mood ::Off::

Bob is online.

Category : Pekka

Log begins: Connection established (19:37:34): [Bob] has joined the conversation (19:37:35): [Pekka] has joined the conversation (19:39:43);

[Bob] Ci sei?
[Bob] Allora?
[Bob] Hey!
[Pekka] Eccolo. Come va, Bob?
[Bob] Fatti i cazzi tuoi. Cosa è successo con Dupré?
[Pekka] Qualcuno si è svegliato male stamattina.
[Bob] …
[Pekka] Ok. Dupré ha cercato di ammazzarmi e Iain lo ha nebulizzato.
[Bob] Non fare lo stronzo, Pekka. Perché lo hai ammazzato?
[Pekka] Intanto, io non ho ammazzato nessuno. Poi mi ha attaccato lui, dovevo lasciare che mi uccidesse?
[Bob] Ho visto le riprese dell’hangar. L’hai praticamente costretto ad attaccarti. Ti ho visto interagire con gente, Pekka, tu non ti comporti così. È stato deliberato, lo volevi morto.
[Pekka] Senti, Bob, sei sicuro di voler sapere? Non preferisci che ci sia un qualche tipo di negazione plausibile? Così se ti chiedono qualcosa puoi serenamente dire che non ne sai niente.
[Bob] Dove cazzo pensi di essere? Non è che devo testimoniare davanti al congresso.
[Pekka] Va bene. Dupré era una pessima persona. Ci godeva a torturare chiunque ritenesse al di sotto di lui senza alcun motivo apparente o per guadagno personale. Era un ambizioso sociopatico ed era un pericolo per l’Impero e per te.
[Bob] Per me?
[Pekka] Sì. Ho informazioni che lo pongono al centro di un complotto per farti fuori. Insieme al tuo amico Mierrill.
[Bob] Sì, lo so.
[Pekka] ?
[Bob] Ne ero a conoscenza. Sapevo tutto.
[Pekka] Sono confuso. La minaccia non doveva essere eliminata?
[Bob] Sì. E hai tirato su un bella pantomima. Un ottimo lavoro.
[Pekka] E allora perché sei qui a rompermi le palle?
[Bob] Sono preoccupato per te. Non scherzavo quando dicevo che tu ti non comporti così di solito. Ti ho dato il lavoro perché avevi una ingenuità, una moralità. Ho paura che il ruolo che ti abbiamo appioppato sia forse troppo per te. Che ti abbia cambiato.
[Pekka] Certo che mi ha cambiato. Cazzo, Bob, è morta gente sotto la mia responsabilità. Ne ho persi cinque nella battaglia contro la nave di Beta 1. Bravi ragazzi, persone con cui avevo vissuto per mesi, con cui avevo fatto tornei ad Halo. So che non sono morti per me e che è stato probabilmente un miracolo che non siamo morti tutti in quella occasione, ma lo stesso… Sono morti per l’Impero e quando ho visto quel testa di cazzo con la sua boria e la sua arroganza, e sapendo cosa ha fatto a persone che conosco, non ci ho più visto. Dupré non si meritava di far parte dell’Impero per cui sono morti quei ragazzi. Sai benissimo che non sono mai stato qui perché ero un grande fan dell’Impero, ma loro ci credevano.
[Bob] Capisco. Lo sai, vero, che non è stata colpa tua? Hai ragione a dire che è stato miracoloso che ce l’abbiate fatta.
[Pekka] Sì, lo so. Ma lo stesso, i sensi di colpa ci sono.
[Bob] Non passano mai del tutto, però impari a conviverci.
[Pekka] Ho una domanda io adesso. Come facevano a sapere che eravamo lì? Non è stata una coincidenza. Dupré sapeva benissimo dove trovarci.
[Bob] Stiamo investigando. L’ipotesi più accreditata è che sia stato qualcuno nello staff di Than, ma non escludiamo che sia qualcuno della mia nave. Ti terrò informato.
[Pekka] Ok.
[Bob] Non mi hai ancora raccontato come avete fatto a catturare il drone.
[Pekka] Ti dirò, io non ci contavo. È andato tutto perfettamente, di solito i piani non lo fanno mai. I tecnici hanno lavorato un mese sulla trappola. Hanno lavorato sul presupposto che se il drone effettivamente è fatto di energia sarebbe dovuto essere suscettibile ai campi elettromagnetici, quindi hanno costruito un grosso elettromagnete come quelli che da noi usano per le risonanze, con un nucleo energetico dedicato ad alimentarlo e uno di ridondanza, con un diametro dei boccaporti standard. Il problema è stato tararlo.
[Bob] In che senso?
[Pekka] Nel senso che un elettromagnete attaccato ad un nucleo tira fuori una potenza non indifferente. Mi hanno fatto vedere come riuscissero a far levitare una mela lì dentro. Poi hanno alzato la potenza e la mela si è disintegrata. Il problema era trovare la potenza giusta per catturare il drone e non atomizzarlo.
[Bob] E alla fine come avete fatto?
[Pekka] Hanno studiato a lungo tutti i dati che avevamo a riguardo e alla fine hanno tirato a indovinare. Abbiamo avuto culo. Quando poi era pronta la trappola, Stros ci ha indicato il candidato più ragionevole dove trovarne uno allo stato brado. Anche lui ha studiato a lungo i dati, ha creato modelli, ha estrapolato. Ha detto che avevamo il 43 % di probabilità di trovarlo in una certa base di ascolto avanzata, e lì era.
[Bob] E poi è toccato a Iain.
[Pekka] Sì. Hanno attaccato la trappola ad un boccaporto esterno e attivato le esche.
[Bob] Più esche?
[Pekka] Sì, due. Non eravamo sicuri esattamente cosa lo attirasse, se fonti di energia o utilizzo di dati. Alla fine abbiamo usato entrambe le cose. Per l’energia bastavano i nuclei dell’elettromagnete, per i dati gli abbiamo attaccato un computer che simulasse l’elaborazione di una notevole quantità di calcoli. E zot, eccolo lì.
[Bob] Sono fiero di voi.
[Pekka] Hanno fatto tutto loro. Il mio apporto è stato dare ordini e, dopo la cattura, sfruttare la mia paranoia per creare i sistemi di sicurezza nel caso il drone riuscisse a sfuggire al contenimento.
[Bob] Fra quanto arriverete da Than?
[Pekka] Boh, mi sembra 3 o 4 giorni. Sempre che non troviamo altre sorprese per strada.
[Bob] Ok. Siete stati bravi, Pekka. Avete fatto un ottimo lavoro. Una volta che avete mollato il carico, voglio che vi prendiate qualche giorno di permesso, ve lo siete meritato. Poi però ho una nuova missione per voi. Ma ne parleremo dopo.
[Pekka] Splendido…
[Bob] Eccolo il sarcasmo che tanto mi mancava! Adesso levati dai coglioni, ho da fare.
[Pekka] Ma hai chiamato tu!
[Bob] Irrilevante. Vattene.
[Pekka] Sissignore!
[Bob] Alla prossima, Pekka.
[Pekka] Gloria all’Impero, Bob.

Non svegliar il can che dorme.

Category : Daniele

Dopo le informazioni che avevamo raccolto, ci dirigemmo di corsa alla baracca, per accogliere come si doveva il nostro nuovo ospite. Una volta arrivati davanti all’ingresso riservato agli ufficiali, Moony si bloccò di colpo. Aveva un’espressione assente, molto simile ad un animale intento a fiutare l’aria.
“Cosa c’è, hai sentito qualcosa?”
Il suo volto era in ombra e al posto dei suoi occhi si vedevano due pozzi neri, ma attraverso quel buio la vidi chiaramente allargare un sorriso inquietante: “E’ già qui…”
Istintivamente mi voltai, cercando l’intruso intorno a me e, quando mi girai di nuovo, Moony non era più al suo posto, era sparita.

Salii la scaletta per entrare, mi sporsi per premere l’interruttore delle luci notturne, quando la sua voce mi riecheggiò nella testa: “No, non lo fare. Lascia la luce spenta. Credimi, è per il tuo bene.” Mi venne un impulso di ilarità pensando “Certo mammina. Vediamo se mi arriva il solito pugno…” ma dall’altra parte non ci fu alcuna risposta, strano pensai, gliel’avevo servita su un piatto d’argento.
Mi addentrai nella baracca, percorrendo con le orecchie tese i corridoi degli alloggi ufficiali, intorno a me nessun suono sbagliato, solo i normali rumori della notte. Arrivai di fronte alla porta della stanza di Moony, trovandola aperta, feci un passo per entrare ma rimasi paralizzato dalla scena.

Lei si trovava in piedi sul tavolino, accovacciata, con le braccia a penzoloni ai lati delle ginocchia, le mani aperte, senza tensione. Dietro di lei la luce lasciata filtrare dalla finestra, accentuava la sua sagoma e giocava in modo strano con i suoi lineamenti da elfo. La sua carnagione chiara sembrava quasi risplendere, come la sua espressione determinata, feroce, con gli occhi fissi su di me.
“Resta lì dove sei, non muoverti.” Lo disse con la voce, lentamente, ma nel tono si distingueva tutta la potenza di un ordine, enfatizzato dal suo volto famelico e dal suo respiro che ora era diventato pesante, quasi affannato: sembrava una belva pronta a saltare sulla sua preda.
Sentii la pelle d’oca sbocciare sulle mie braccia ed una sensazione gelida di paura che mi attanagliava la gola. In quel momento mi sorpresi ad aver paura di lei.
Con la voce rotta dall’emozione, provai a spezzare l’incantesimo: “Moony, c’è qualcosa che non va?”
“E’ lì. Davanti a te.”
Mi sforzai di guardare e dopo qualche secondo, riuscii a vedere una leggera fluttuazione nell’aria, come un disturbo. Allargai il campo visivo, cercando di avere una visione d’insieme. Davanti a me! Finalmente riuscivo a distinguere la linea di una sagoma: una figura, alta un metro e ottanta circa, pararsi tra di noi. Quindi non aveva lo sguardo fisso su di me, ma sull’intruso!
“Un Plusha?” pensai.
“No, è una tuta mimetica dell’A.E.R.” ottenni la mia risposta quasi sotto forma di un ringhio, dalla mia compagna al di là della stanza.
Rimanemmo immobili per qualche secondo che a me sembrarono un’eternità, noi tre: io, lo sconosciuto e Moony.
Questa volta fu Moonlay a far ripartire l’azione: “Allunga una mano”.
Titubante distesi il braccio e, quando fu del tutto allungato, urtai su qualcosa di solido. Mossi le dita, in cerca di qualcosa ed afferrai del tessuto. Lo portai a me, scoprendo una testa che sembrava galleggiare nell’aria. Il cranio apparteneva ad un uomo di razza Woody, con un’espressione di terrore pietrificata sul volto. L’uomo sembrava paralizzato, incapace di muoversi.
Moony, senza distogliere lo sguardo, come un cane pronto all’attacco, disse semplicemente: “Adesso lasciaci pure soli.”
Provai a sdrammatizzare. Sorrisi e scherzando le chiesi: “Cosa vuoi fargli? Giocare a dadi con i suoi ricordi?”
Non mollò neanche per un istante i suo bersaglio e con voce cupa priva di emozioni replicò: “Sono un sensitivo di Classe Kaira, non sono brava a fare quelle cose. Io entro e devasto tutto. Questo è ciò che so fare meglio, quello per cui sono nata.”
Mi sporsi leggermente per evitare la testa tra me e la mia interlocutrice e l’occhio mi finì sull’orecchio del malcapitato. Nella penombra la visibilità era scarsa, ma intrravidi del liquido denso, uscire lentamente dall’orifizio.
“Ora puoi andare, ho detto” Quest’ultima affermazione, mi colpì come una sciabolata, cogliendomi impreparato mentre ero intento ad osservare quel fluido colare. Sobbalzai indietro per la sorpresa.
Scossi la testa per riprendermi e provai timidamente a farla ragionare: “Sei… sicura…?”
“Non ti preoccupare, lo faccio sparire io il cadavere.”
Non mi ascoltava più, ormai era nel suo mondo al galoppo con i suoi demoni.
La guardai nuovamente, la paura lasciò il posto ad un sentimento di compassione, di tenerezza nei suoi confronti. Dopo tutto, pensai, era pur sempre una ragazzina e non c’è cattiveria nella crudeltà dei bambini. Chissà sotto quali immense pressioni e aspettative era cresciuto quell’esserino così potente. Un bambino con un’atomica puntata sul mondo.
“Vattene” disse cercando di sovrastare i miei pensieri. Alzai lo sguardo per vedere la sua reazione.
“Vattene ho detto!” concluse lei quasi urlando.
Indietreggiai piano e mi richiusi la porta dietro.
Non volevo che nessuno vedesse quello spettacolo, soprattutto io.

La mattina dopo ci ritrovammo tutti sulla pista di decollo, in attesa degli uomini dell’A.E.R. per partire alla volta delle rovine. Io mi sentivo ancora turbato per l’altra notte, mentre Moony sembrava saltellare ansiosa di andare in gita. Quando le posai il mio sguardo accigliato, quasi canticchiò: “Che noia le rovine, ma almeno facciamo un giro!”
Non rimaneva alcuna traccia dell’altra sera.

Al BANTHA, oltre ai nostri uomini, si presentarono solo due dei tre assegnateci dall’A.E.R..
Mi girai preoccupato verso Moony, con una domanda in testa e la paura di sentire la risposta. Lei mi si avvicinò con uno sguardo compassionevole e accarezzandomi il viso, scosse il capo aggiungendo un semplice “No”.
Quando i due furono vicini, uno di loro si affrettò a scusarsi: “Salve, io sono Lagoy e questo è Mina, siamo i due archeologi assegnati a questa missione. Scusate se non ci accompagnerà l’esperto in elettronica ma quando siamo arrivati nelle vicinanze della pista, si è… sentito male. Non è stato un bello spettacolo. E’ strano, deve avere qualcosa ai suoi naniti.”
“Grazie. Piacere, Tenente Daniele e Tenente Moonlay. Prendete pure posto sul BANTHA” conclusi.
Quando furono a bordo, mi girai verso Moony e con tono di rimprovero, la imbeccai: “No??”
“No che non l’ho ucciso. Sì che ho giocato un po’ con il suo intestino, non lo volevo tra noi. Andiamo ora?”
“Sì, è meglio. Dopo di te.” E con un breve inchino le feci segno verso il portello del BANTHA.

Sul BANTHA al cuor non si comandha.

Category : Francesca

Stiamo viaggiando a bordo di un BANTHA, scendendo verso il pianeta K14b1, praticamente non ho articolato un suono, non una parola è uscita da questa bocca, ma dal mio cervello sono uscite emorragie di parole tutte quante nella testa di Ermes. AH! Dolce vendetta di avermi iscritto all’Impero senza mio esplicito consenso. Chissà se può attivare una specie di firewall cerebrale per bloccare il mio sproloquio.

Il bantha è una roba strana, non mi piace, è scomodo, so che deve trasportare le truppe, quindi non deve essere particolarmente giocoso e confortevole, ma mi sento inscatolata dentro una cavalletta di latta. Probabilmente se fossi davvero un soldato mi sentirei a mio agio. Ermes è fuori dalla cabina che ci è stata assegnata, sta parlando credo col pilota, per capire dove sbarcheremo e come continueremo il viaggio.

Siamo entrati da un po’ nella nostra galassia, che da lontano è come una mega spirale, ma quando ci si entra dentro si perde questa visione e si è in mezzo a un sacco di cose stellari, più ci si avvicina al centro maggiore è la quantità di queste cose. Tutto molto bello, a differenza della mia divisa, che è un completo nero, senza armature, senza armi, senza infamia né lode. Ho anche il cappello con tanto di simbolo imperiale. Insomma una specie di controllore del bus, ma più cupo. Ho anche un N-pad nuovo, anch’esso col guscio nero. Sono ufficialmente l’ombra muta di Ermes. Ho visto solo qualche soldato, uno a forma di gatto, i plusha che adoro e diversi Itan, nessun Terrestre. Rimane a farci compagnia solo il rumore sincopato di quello che credo sia il motore, quel rumore che fa tanto rilassare Daniele.

Ho cercato sull’N-pad informazioni riguardo i Voolena di Classe Ogma, ecco adesso mi sento molto definitivamente senza veli: non solo Ermes è in grado di leggere tutti i pensieri, in corso e già fatti, ma è anche in grado di capire quelli incompleti o ancora nel limbo del subconscio. Per mia somma gioia è anche in grado di riscrivere ricordi, cancellare ricordi, creare ricordi, fornire allucinazioni di massa (non una grande massa, fino a circa una dozzina di persone), e anche di plasmare atteggiamenti e piegare, rieducando, le volontà. Quindi il mio compagno di viaggio è un buca-lava-cervelli.

Con lui sto attraversando la galassia, per cercare di capire quale sia questa entità che disturba gli Itan. Per farlo dovremmo, ed uso il condizionale, sostare a K14b1, passare per l’asteroide Quaoar, adoperarci per una triste visitina sulla Terra ed infine avvicinarci a questo mistico pianeta che è Lilith, in barba a tutti i sistemi di sicurezza, i soldati, lo spazio e la forza di gravità (presente od assente). Dopodiché, accolti dal tripudio degli indigeni, troveremmo agilmente le informazioni che ci servono e andremmo via osannati dal cosmo su un’astronave dalla forma di un bassotto… et voilà! Solo allora potremmo capire che fare delle nostre meravigliose vite. Molto bene.

Non credo proprio che possa andare così, senza che finisca male, quindi spero di poter contare sul famigerato piano B. Che poi, a me frega relativamente di capire che cosa ci sia dietro tutto questo. E’ davvero così importante?

Una certezza però ce l’ho: non andrò a fare tutto questo girotondo vestita come un controllore del bus. Cascasse il mondo. No, questo è già successo. Sta arrivando Ermes, mi ha appena comunicato che il pilota è davvero un bel ragazzo.  Rewind, play: il pilota è davvero un bel ragazzo. Ermes, tra le mille cose che non mi hai detto, vorresti forse spiegarmi questa?

“Cosa ti dovrei spiegare?”, mi sibila tra gli emisferi mentre ride, (flirta?) con il pilota, li sento scherzare perché sono a fianco a me nella cabina di pilotaggio, “Ehm, aspetta che cerco di dirlo senza essere presa per…” “Si perché?” “Come si perché? Non ti ho ancora chiesto niente!”  “Noi… siamo, amanti dell’amore” “Ermes, cazzo, ma cosa dici? Mi sembri uscito da un cinepanettone porno” “Cos’è un cinepanettone?” “No no… rispondi prima tu, la domanda te la sei letta da solo nella mia testa, dai” “Noi, non abbiamo rapporti esclusivi col sesso di appartenenza, tanto meno con la razza natia” “Mmmmmm amanti dell’amore… ma il soldatino Itan lo sa questo?” “Non credo” “Ermes, ti dico solo due cose: non qui e non voglio sapere niente di più” “Non fare la pivella” “Non sono pronta al sesso galattico transrazziale” “Ho capito…” ride Ermes… per me e per le minchiate che dice il soldatino Itan. “Boh, almeno quando torni portami da mangiare qualcosa di buono, ma prima lavati le mani” “A più tardi” “Vai vai…” Rido anch’io, del resto, all’amor non si comanda, e neanche ai Voolena.

Scusate se vi ho coinvolti in questo dialogo, ma ci tenevo a condividere con voi questo momento inopportuno, del resto, viaggiando s’impara!

Risvegli.

Category : Ilario

Apro gli occhi. L’orologio digitale a led che ho in cucina segna le 4:20 del mattino.
Non mi è praticamente mai successo di svegliarmi nel cuore della notte, così come non mi era mai successo di avere dei mal di testa post-naniti. Questo pensiero mi angoscia all’istante, mi aspetto che da un momento all’altro accada l’irreparabile.
Non faccio in tempo ad elaborare il pensiero che subito mi si rizzano i peli dietro al collo, come se qualcuno ci avesse appoggiato un qualcosa di freddo.

Cosa mi sta succedendo?…

Mi sembra di sentire una sorta di ronzio nelle orecchie, come se nella stanza ci fosse una radio mal sintonizzata. Sento il cuore che inizia ad accelerare.

“Ciao!”.

OK, sono definitivamente entrato nell’olimpo della schizofrenia: sento le voci.

Allungo una mano per cercare il maledetto interruttore della luce. Dove sei finito, piccolo bastardo?

“No, non lo fare. Lascia la luce spenta. Credimi, è per il tuo bene”.

Finalmente lo trovo, ma non premo il pulsante. Quella vocina femminile non aveva il tono di voler scherzare.

“Bravo, ottima idea. Devo far credere che tu stia dormendo e che questo sia un sogno: se accendi la luce fai crollare la scenografia. Tranquillo, non ti farò del male.”

Non so perché ma non sono per niente tranquillo.

“Va bene, adesso calmati. Sei troppo agitato!”

Ho una voce che mi parla in testa e dovrei rilassarmi?!? È un miracolo che non mi sia messo a urlare, se fossi in te mi accontenterei.

“Hmm, effettivamente non posso darti torto. Sei interessante, sai?. C’è parecchio spazio libero qui intorno e forse un paio di cose sarebbero da riordinare, ma resti comunque interessante. Il tuo cervello, intendo… Ascoltami bene e cerca di prestarmi la massima attenzione, ho poco tempo prima che mi scoprano e quindi non posso scherzare con te come vorrei, per metterti a tuo agio, per cui andrò dritta al punto: non cercare Hurla. Per nessun motivo.”

Scordatelo.

“Ci stanno guardando, ti stanno guardando, e se continuerai a cercare e a scavare in questa faccenda, potresti inciampare in qualcosa di molto più grande. Per adesso stanne fuori. So che è dura per te, però fidati. Daniele lo farebbe.”

Ancora non mi hai detto che cosa vuoi.

“Da te? Nulla, ho già preso cosa mi serviva! Scusa…”

Piccola stronzetta, se scopro chi sei giuro che…

“Calmati Super… Superjam… come si chiamava? …Non ha importanza, quello che conta è che adesso sono io quella che comanda, qui. Cerca di calmarti o sarò costretta a giocare con il tuo corpo. Non so cosa voglia dire dormire nella propria merda, ma non credo sia una cosa piacevole. Farò in modo che tu possa tornare ad Ajaccio, ma tu dimenticati di Hurla. Sappi che è viva e che sta bene, non scavare o non potrò più proteggerti. Ora devo andare.”

Si può sapere chi cazzo sei?

“Ti facevo più sveglio…”

Apro gli occhi. L’orologio digitale a led che ho in cucina segna le 4:22 del mattino. Sono sudato come un maratoneta, ho un leggero cerchio alla testa e la sensazione di aver mangiato un topo morto.
Chiunque tu sia, complimenti: se volevi spaventarmi, ce l’hai fatta.

Scorribande notturne.

Category : Daniele

Ieri sera ho fatto pace con Brahia. Almeno lo credevo.
Sono un Tenente dell’Esercito Imperiale, viaggio nello spazio dilatato e fronteggio razze ostili, ma rimango sempre uno sfigato. Se non altro c’è un punto fermo nella mia vita.

Dopo la calda accoglienza dell’A.E.R. e i miei successivi sproloqui, ci dirigemmo alla baracca indicata sui nostri N-Pad. L’edificio era un semplice rettangolo di quaranta metri di lunghezza per sei di larghezza, situato ai margini della base, per la serie “siete qui, ma fuori dalle palle!”. Una volta entrati, ebbi l’impressione che quel posto non fosse mai stato aperto, l’A.E.R. doveva gradire moltissimo gli ospiti. Le mie impressioni però, furono subito sovrastate dal baccano che si diffondeva tutto intorno: sembrò di assistere alla prima sistemazione dei ragazzini in colonia, dappertutto si sentiva un vociare mischiato a risate e ad affermazioni del tipo: “Quel posto è mio!”, “Dai, lì ci volevo stare io…”. Irruppi nella stanza urlando: “Bambini! Non voglio sentire volare una mosca. Cercate di fare questa cosa nel modo più ordinato possibile. Non è il momento di cazzeggiare! Sergente Leto, assicurati che non si scannino.”  Mi voltai per nascondere la mia espressione imbarazzata, non mi sentivo ancora a mio agio nel comandare una squadra, soprattutto con frasi banali da film.
Io, Brahia e Moony, ci dirigemmo nella parte della baracca dedicata agli alloggi degli ufficiali superiori, con ognuno la sua stanzetta. Anche lì, gli ambienti avevano un aspetto polveroso di anni di chiusura. Sobbalzai pensando alla mia allergia, poi allargai un sorriso tra me e me: grazie naniti.
Dopo esserci sistemati, mi riaffacciai nella camerata: regnava un armonioso silenzio, gli uomini erano tutti perfettamente allineati alla sinistra di ogni letto e davanti a ciascuna branda, gravitavano immobili le armature dei soldati e i relativi equipaggiamenti. Il Sergente Leto si trovava in mezzo alla stanza, pronto per fare rapporto. Onestamente? Ne fui davvero compiaciuto, la mia mancanza di esperienza al comando, era compensata dalla disciplina dei miei uomini. Mi sforzai per trattenere un sorriso.
“Sergente Leto.”
“Tutti gli uomini hanno completato le procedure e sono in attesa di ordini.”
“Ottimo lavoro Sergente. Ora puoi farli cazzeggiare.”
Non appena finii la frase, il mio pad trillò, erano arrivate le istruzioni dell’A.E.R. sulla nostra futura gita: la mattina dopo saremmo andati insieme alla squadra assegnataci nel sito delle rovine. Informai Moony la quale, annoiata, rispose sbadigliando: “Ah bene, quindi si va a vedere cose noiose”, mentre Brahia si limitò ad un seccato “Fammi avere il piano di volo il prima possibile”. E sparirono tutte e due nelle loro stanze.
Rimasi lì, fermo come un cretino con l’N-Pad in mano, pensando “Ottimo, io sì che so far felici le mie donne”.

La notte stessa, la nostra prima notte, ero intenzionato a deporre le armi con Brahia e finalmente riappacificarmi. Avevo pensato tutto il pomeriggio a cosa dirle, ma non mi venne in mente niente che non suonasse come delle banali scuse, così misi da parte le parole e passai ai fatti.
Aspettai che fosse notte fonda e, con il favore del buio, mi introdussi nel suo alloggio. Entrai di soppiatto e senza emettere un fiato, mi inoltrai attraverso la sua stanza, attento ad ogni mio passo. Tutto d’un tratto un urto, uno spavento ed un rumore infernale: ero io che leggiadramente sbattevo in pieno contro la sua armatura. Subito dopo un fruscio e la voce di Brahia che intimava nel buio: “Chi è? Non ti muovere, sei sotto tiro.” Con la debole luce proveniente dalla finestra, intravidi la sagoma di lei, seduta sul letto mentre stringeva una MECA1 puntata su di me.
Risposi solamente: “Sono io. Quello goffo.”
La vidi tirare giù la pistola, ma il suo tono era ancora ostile: “Cosa vuoi?”
Pensai a qualcosa da dire, ma mi ero ripromesso che sarebbe stata una notte senza parole, così mi avvicinai e mi sedetti sul letto, accanto a lei. Lei si spostò leggermente per farmi sedere, rimasi in silenzio per qualche secondo, poi la baciai. Facemmo l’amore.
Dopo fu più tutto più semplice. Rimanemmo lì sdraiati l’uno accanto all’altra per un po’ senza parlare, ma si sentiva chiaramente che la tensione fra noi era scivolata via e che il clima era piacevolmente disteso. Lei si girò e si accoccolò su di me. Stavo bene, guardavo il soffitto sotto la calda e fioca luce della lampada sul comodino, mentre la stringevo a me. E pensare che bastava un po’ di attenzione in più per colmare la nostra distanza.
All’improvviso sentii un picchiettio sulla finestra. Rimasi un attimo con l’orecchio teso, cercando di capire se era reale o semplicemente frutto della mia immaginazione.
Un altro colpo. Mi alzai ed andai a vedere alla finestra, per precauzione presi la pistola di Brahia.
Mi affacciai e fui colpito in piena faccia da un altro sassolino.
“Ma che cazz…”
“Ops, scusa” nel cespuglio sotto la finestra, si alzò Moony strofinandosi imbarazzata la guancia.
“Ma che accidenti fai? Tiri i sassolini alla finestra? Ma sei impazzita?”
Intanto da dentro la stanza, Brahia si era alzata e avvolgendosi nel lenzuolo, mi raggiunse alla finestra: “Chi c’è?”
“E’ Moony, a quanto pare anche lei non ha sonno.”
Girò di scatto su se stessa e ritornò verso il letto, l’espressione di Brahia, da calma e in pace, divenne imbronciata.
“Ciao Brahia!” in compenso Moony sembrava non curarsene.
Risposi io bruscamente: “Che vuoi?” e poi bisbigliando “Vuoi farmi bisticciare di nuovo con lei?” mi voltai un attimo all’interno della stanza per dare un’occhiata all’incazzometro, “Correggo, l’hai già fatta incazzare, ora mi tocca inventare qualcosa di nuovo. Grazie tante. Che c’è di tanto importante?”
“E’ ora, dobbiamo andare a fare una passeggiata. Rivestiti e portati la tua attrezzatura da programmatore.” Poi sporgendosi dentro la stanza: “Tranquilla, te lo riporto presto”.
In quel momento pensai: “E brava la nostra sensitiva di Classe Kaira, nei rapporti interpersonali sei di Classe Idiota! Mannaggia a te!”. Ricevetti il solito pugno appena prima che scomparisse nella vegetazione.
Mi rivestii in fretta e a disagio per il senso di colpa, accentuato dallo sguardo furente di Brahia.

Appena fui fuori della baracca, Moony furtiva, mi ricomparve davanti agli occhi.
“Ti ha seguito qualcuno?”
“Ma che cazzo dici?”
“Come siamo suscettibili… stavo solo imitando quei tuoi film! Hai preso l’attrezzatura?”
“Si, ma cos’hai in mente?”
“Andiamo a fare una visitina ai nostri amichetti, per ricavare qualche informazione.”
“Ed io cosa ti servo? Non hai quel tuo Mimetismo Sensoriale?”
“Certo, ma l’A.E.R. non è stupida, a guardia ci sono anche degli HOM52 ed io non posso ingannarli, a quelli ci penserai tu.”
Feci una pausa di qualche secondo. “Mi sembra una stronzata, ma facciamola.”
Moony fece per incamminarsi quando la bloccai, volevo togliermi una curiosità: “Scusa, ma se puoi parlare nel pensiero, perché ti sei messa a lanciare sassolini alla finestra?”
“Perché non volevo invadere la vostra intimità. Non mi piace entrare nella mente altrui durante… certi momenti.”
“Allora, mi sembra logico fare la deficiente facendo incazzare tutti. A volte mi sembri scema.” Alzai la mano ed intercettai il suo pugno diretto alla mia spalla e perentorio aggiunsi: “No, questa volta te lo sei meritato, ti sei comportata da bambina scema e mi hai messo nei guai con Brahia.”
In tutta risposta Moony lasciò penzolare il braccio e con sguardo colpevole concluse: “Hai ragione, scusa. Ora andiamo?”
“Ok, si parte.”

Raggiungemmo facilmente la zona centrale dell’accampamento. Tutte le guardie che incontrammo lungo il tragitto, semplicemente non si accorgevano di noi e ci ignoravano. La prima volta che passammo vicino ad una pattuglia, mi sentii teso ed impaurito, ma nel giro di breve tempo mi ci abituai. Che potere straordinario aveva quella matta.
Una volta raggiunto l’edificio centrale di comando, notammo subito due HOM52 che pattugliavano silenziosamente il perimetro.
Moony mi guardò e sotto voce mi incitò ad agire: “Ora tocca a te”.
Presi dal mio kit una pistola a dardi, la caricai con un proiettile a testata organica per la programmazione e la puntai sul drone più vicino. Prima di premere il grilletto guardai Moony dubbioso: “Speriamo che l’A.E.R. usi gli stessi codici dei nostri HOM”.
Feci partire il colpo che centrò il bersaglio perforando la corazza. Aspettai qualche minuto che il materiale organico si espandesse ed entrasse in contatto con la massa di controllo del drone. Incrociai le dita e lanciai dal mio N-Pad la sequenza. Dopo poco guardai esultando la mia compagna: “Funziona! Sono dentro.”
Il piano era semplice: non potevo spedirlo da qualche altra parte né spegnerlo, dalle registrazioni avrebbero subito notato l’anomalia, così lo accelerai leggermente, in modo che, nell’arco di qualche giro, si sarebbe ritrovato insieme all’altro drone, dall’altra parte dell’edificio. A quel punto saremmo sgattaiolati raggiungendo l’unica finestra ancora accesa. La strategia era così banale che stranamente funzionò.
Quando fummo sotto la finestra, Moony mi poggiò una mano sulla tempia e sottovoce mi disse: “Incomincia lo spettacolo.”

Un formicolio al cervello e in un attimo mi ritrovai nella stanza accanto. Stavo guardando attraverso gli occhi di un’altra persona i miei due interlocutori di fronte, mentre sentivo uscire la voce del mio ospite come provenisse dalla mia bocca, senza però che io ne avessi il minimo controllo.

“…Quindi mi state dicendo che abbiamo perso la nostra possibilità di studiare il drone alieno?”
“Sì, purtroppo l’emissario dell’Ammiraglio Mierrill ha fallito.”
“Come è stato possibile? Mi risulta che questo… come si faceva chiamare?”
“Jean Duprè.”
“Esatto. Questo Duprè, era un Sensitivo della Volontà, oltretutto, prima che passasse dalla nostra parte, era al soldo di Bob! Aveva tutte le risorse per portare a termine la missione… cosa è andato storto?”
“A quanto pare, ufficialmente, si è fatto prendere la mano ed ha attaccato un Esecutore della Volontà con credenziali dello stesso Imperatore. Cosa sia successo nella realtà, non ci è dato saperlo.”
“E’ un vero peccato, ci sarebbe stato molto utile allo stadio attuale dei nostri esperimenti. Per lo meno abbiamo ancora qualche risorsa.”
“La 413 e i superstiti della Gens Iulia”
“Esattamente. Dai rapporti ho appreso che si sono sistemati e che domani si recheranno nel Settore 05 per visitare i reperti. E’ tutto predisposto?”
“Tutto pronto. Tra i due archeologi abbiamo inserito un nostro esperto in elettronica per sabotarli e scoprire eventuali ordini impartiti da Bob prima della loro partenza e individuare i possibili alleati degli Esecutori.”
“E’ un bene che per il momento nessuno conosca l’ubicazione di questo sistema, se sapessero che siamo così vicini a Laute, nel giro di poco tempo ci ritroveremmo circondati dai curiosi. L’unica incognita che potrebbe sconvolgere i nostri piani, è quella sensitiva… un vero fastidio.”
“Ho già ordinato che se ne occupi qualcuno. Questa notte.”

A quel punto rinvenni violentemente spalancando i polmoni, quasi fossi stato troppo a lungo sott’acqua. Fissai Moony negli occhi: “Lo sapevo, siamo vicini alla Terra! Hai preso le coordinate di Lilith?”
“Sì.”
“Allora dobbiamo ritornare subito indietro, abbiamo un ospite a cui pensare.”

Buonanotte Darkenet.

P.s.
Lascio anche a voi la posizione di Lilith. A questo punto, chiunque voglia partecipare alla festa è il benvenuto.
Coordinate Lilith

You, me & Duprè.

Category : Pekka

Il mio metodo di comando sembra funzionare.
Consiste nel dire a gente che sa come fare le cose di fare cose e loro ubbidiscono e mi presentano i frutti. Questo preambolo per dire che in garage, dentro un Bantha programmato per evacuare automaticamente il DELTA al primo segno di problemi ed esplodere a distanza di sicurezza, ho una di quelle bestie che ha visto Daniele sulla Gens Iulia.
Il mio apporto al successo dell’operazione è stato di dire a Stros di indicarmi un possibile posto dove trovarlo, agli ingegneri di inventarsi una trappola, a Iain di catturarlo e, ta-dah, mostro in garage. L’unico problema è stato che non sapevo bene cosa farmene. Avrei potuto ordinare a qualcuno di studiarlo e trovarmi i punti deboli, ma anche i miei uomini hanno limiti, così ho pingato Bob su Spacebook e lui mi ha detto che sarebbe stato carino da parte mia andare a trovare il suo amico Than, porgergli i suoi saluti e, per non fare la figura del maleducato, portargli un dono; acqua in bocca, seguono coordinate, baci e abbracci. Ho detto a Iain di mettere un bel fiocco sul BANTHA e ci siamo messi in viaggio.  E poi ci siamo ritrovati, a metà strada, sotto il tiro di una nave del IV livello che ci intimava di dare a loro il gentile presente per Than.

“Chi sono questi pagliacci?” chiesi al tecnico delle comunicazioni, poi mi misi ad una console e gli dissi: “Lascia stare, ci penso io. Nave che chiama, chi siete voi pagliacci?” dall’altra parte delle linea intuii un po’ di imbarazzo, poi: “Nave di IV livello Karron, abbiamo ordini dell’Ammiraglio Mierril di prendere in consegna la creatura che avete catturato e portarlo al suo centro di ricerca. Abbiamo a bordo un inviato speciale dell’ammiraglio.”
“E chi cazzo sarebbe?” chiesi.
Di nuovo un attimo di imbarazzo.  “Jean Duprè.” poi, un po’ titubante “Si può identificare, per favore?”
“Fatti i cazzi tuoi e preparate un hangar per il nostro arrivo. E che questo Duprè sia ad accoglierci.” poi tagliai la connessione e mi girai verso Iain “Tra dieci minuti al BANTHA non abitato con tutta la tua squadra.” lui alzò un sopracciglio. “Cosa?” gli chiesi.
“Perché andiamo noi?”
“Sergente, c’è un qualche posto su questa nave dove tutti e sei vi potreste mettere il vostro vestitino della festa senza distruggere la scenografia?” Lui abbassò il sopracciglio: “Capito.” girò i tacchi e andò a organizzare i suoi.
A Krunk dissi: “Se non avete nostre notizie entro mezz’ora lanciategli addosso il BANTHA abitato, quando poi avrà finito di fare il suo lavoro riacchiappatelo e portatelo a Than.”
“Sissignore.” rispose Krunk
“Ti stai rammollendo, quasi non si intuiva il sarcasmo.” Me ne andai verso il BANTHA.

Entrammo con lo shuttle nell’hangar più grande della Karron mentre la …and thanks for all the fish virava per porgere verso la nave più grande l’hangar con il Bantha bestiato. Quando scesi dalla navetta seguito da Iain e i suoi, vidi in un angolo ad una cinquantina di metri, un drappello di ufficiali e un passo avanti a loro uno che non poteva che essere l’amico di Ilario. Arrogante e strafottente anche solo nella postura. Mi fermai e mi girai verso gli Sterminatori. “Ora farò finta di parlarvi…” dissi
“Tu stai parlando, non devi fare finta.” mi interruppe Iain
“Ottima osservazione. Allora, facciamo così: io parlerò e voi farete finta che io abbia detto la cosa più divertente che abbiate mai sentito.” mi fermai “Adesso che ci penso non vi ho mai visto ridere, ne siete capaci?”
“Non ce n’è motivo, ma penso che possiamo improvvisare qualcosa.” disse Iain. Gli altri scoppiarono a ridere.
“Dannazione, non era così il piano!” mi girai e sorridendo andai incontro a Duprè.
Quando fummo a qualche passo di distanza mi fermai e dissi: “Mi dicono che volete qualcosa da noi, non ho capito cosa però.”
“Sai benissimo cosa vogliamo.” disse Duprè.
“E va bene, mi hai beccato.” Duprè ghignò “Darò ordine ai miei di far portare qui il nostro intero carico di limoni. A parte una cassa, che dobbiamo fare il limoncello.” il ghignò si trasformò in smorfia “Va bene, tutti i limoni, non ti accigliare.” vidi i suoi occhi farsi vacui e sentii come un formicolio al cervello, come una pelle d’oca della mente. Sempre sorridendo dissi: “Leva le tue zozze dita dal mio cervello o sarò costretto a farti sparare.” Gli occhi di Duprè si rimisero a fuoco e si spalancarono, poi cercò di assumere un’espressione più neutra. Dietro di lui gli ufficiali rappresentavano un misto di emozioni: dalla sorpresa all’imbarazzo.
“Sappiamo che avete catturato quello che pensiamo essere un drone a base energia della razza sconosciuta che ha fatto fuori la Iulia. Dovete consegnarcelo.” disse perentorio
“Per autorità di chi?” chiesi.
“L’ammiraglio Mierril. Ecco i suoi ordini.” mi porse un N-Pad che ignorai. Sbuffai.
“Sono sollevato, avevo temuto fosse qualcuno di importante.” dissi fingendo di asciugarmi la fronte con il dorso del polso.
“Come ti permetti? Non sei altro che un piccolo e insignificante terricolo. Voglio parlare con un tuo superiore.”
“Piccolo e insignificante terricolo, ma con l’asso di briscola.” gli inviai le mie credenziali al N-Pad. “Il tuo ammiraglio mi può baciare il culo. E se vuoi comunicare con il mio supriore puoi mandare al nostro Imperatore una letterina a natale.”
Lui guardò il suo pad con disgusto: “Non ho intenzione di riconoscere queste credenziali, sono un trucco di Bob, ne sono sicuro.”
“Non pensavo fosse possibile falsificare certe credenziali. Ma se non ti fidi, perché non mi guardi nella mente e vedi se sono veritiere.”
Non se lo fece dire due volte, sentii subito il formicolio. Io nel frattempo avevo creato nella mia mente un immagine ben precisa. L’avevo creata nei minimi particolari: luci, ombre, tonalità della pelle e del pelo, ambientazione e suoni. Il formicolio diventò una fitta. La fitta diventò il dolore più forte che abbia mai sentito, come se con un rastrello arrugginto qualcuno mi stesse graffiando il cervello. La mia visione diventò nera e caddi in ginocchio. Nelle orecchie solo un ronzio. Sembrò andare avanti un eternità, poi, d’un tratto finì. Il ronzio si traformò in fischio poi sibilo, la vista si schiarì. Davanti a me, il corpo di Duprè finiva alla cinta, il resto, una nuvola di sangue nebulizzato is espansione. Mi girai e vidi Iain con una gigantesca pistola in mano puntata alla mancanza di torso dello stronzo.
“Che botta.” gracchiai “Visto? Qui non dobbiamo neanche pulire noi” poi svenni.

Mi ripresi tempo dopo nel mio letto. Seduto al piccolo scrittoio, Iain leggeva qualcosa sul pad.
“Quanto sono rimasto incosciente? Che fine ha fatto l’altra nave?” biascicai.
“Un paio di ore. Se ne sono andati. Hanno visto le tue credenziali sul N-Pad sporco di sangue di Duprè e hanno capito che non avevano l’autorità per pretendere qualcosa da te.”
“Saggi.”
“Perché me lo hai fatto uccidere?” chiese dopo qualche momento di silenzio.
“Io non ti ho fatto uccidere nessuno. Lui mi ha attaccato e tu mi hai difeso.”
“E questa è la versione ufficiale. Ma voglio sapere perché.”
Ci pensai su per un po’. Non sapevo bene come spiegarglielo. Non sapevo cosa potevo dirgli. Poi semplicemente dissi: “Non era una brava persona.”
Iain ci rimuginò sopra poi annuì. Poi chiese: “Come hai fatto? Come hai fatto a farlo traboccare?”
Sorrisi: “Gli ho presentato una spelnedida immagine quando mi ha sondato la mente la seconda volta. Una immagine molto creativa e particolareggiata.”
“Di cosa?”
“Di lui stesso mentre viene sodomizzato da un toro.” e Iain si mise a ridere, poi si alzò e ancora ridendo lasciò la stanza.

Ragazzi, evitate gli attacchi mentali, fanno un male cane. E Ilario, me ne devi una.

Fattela una dormita.

Category : Francesca

Bastardo Voolena. Ha fatto bene ma è un bastardo.
Mister Ermes ‘Il Voolena di cui ti puoi fidare’ me l’ha fatta di nuovo: le sue pratiche per sbarcare dalla Kamo si sono rivelate un becero specchietto per l’allodola (io), “Intanto che aspettiamo, perché non ti bevi qualcosa? Dalla tua faccia sembra che sia appena successo qualcosa che ti ha, come dire, occupata un sacco…” Avevo appena finito di scrivere ad Applesid sull’N-pad, dei ragazzi e di tutto il resto… “In effetti” risposi “ho un po’ di sete, grazie!”

Mi sono svegliata direttamente sul pianeta Muschko.
“Ben svegliata, ti chiedo subito scusa per aver messo del sonnifero nel tuo succo di pompelmo, di aver parlato io con gli ufficiali per sbarcare, di aver scelto questa sistemazione: scusa. Ma…” “…ti conviene continuare, sono tutta orecchi” “Ma, avresti veramente, come dite voi? Rotto le palle in maniera colossale”.
“…adesso ti prendo a pugni. In base a quale intuito, di grazia, stronzo, hai deciso che io avrei avuto qualche obiezione e di conseguenza e giustamente avrei mai potuto romperti le palle?”
“Perché adesso fai parte, in un certo senso, della Volontà”.
“Scusa non ho capito, io faccio parte di che? Io sono un civile, guarda” intanto tirai fuori i miei documenti dalla borsa “che motivo c’era per …” “Francesca. Per sbarcare insieme a me, ho dovuto indicarti come assistente personale, spiegare perché un Voolena abbia mai bisogno di un Terrestre non è roba da poco, ho faticato a convincerli della tua remissività e del tuo essere discreta. Inoltre avevi un contratto di lavoro, questa opera di convinzione è durata un pomeriggio intero e io, ne sono sicuro, sapevo con certezza che non avresti mai tenuto quella boccaccia chiusa, né tanto meno la tua nuova posizione ti avrebbe lasciata in silenzioso stato di grazia. Guarda i tuoi documenti.”
Presi i documenti, e lessi: Soldato semplice.

“Hai fatto bene ad addormentarmi” un secondo di pausa e poi aggiunsi a raffica “sono incazzata però, lo sai come la penso sulla questione dell’Impero, sono sempre stata orgogliosa di non averne fatto mai parte, già digerii a fatica questo lavoro sulla Kamo, non mi sembra giusto, e poi non so dove siamo. Dove siamo? Non mi hai detto neanche bene come facciamo per arrivare a… dove dobbiamo andare. Pare che sia un posto, a dir poco ‘blindato’, so che sai quello che abbiamo scritto su Darknet e…”
“Vuoi un altro succo di pompelmo?”
“Sto rompendo le palle?”
“Si. Siamo su Muschko, un pianeta ai confini della tua galassia, la strada è ancora lunga. Qua non c’è molto da fare, è un pianeta diciamo di stazionamento merci, l’atmosfera è piena di argon, quindi fa abbastanza freddo e non si respira un granché bene. Andiamo via domani mattina, saliremo su un’altra astronave che fa rotta verso un enorme asteroide, poi, ho ricevuto degli ordini, dobbiamo tornare sulla Terra per sbrigare una rieducazione.”
“Ma una bella notizia ogni tanto me la dai?”
“Simone è vivo e lo sarà finché non spiega come ha fatto a costruire il Leprechaun”.
“Non mi sembra quella che io definirei una bella notizia
“E’ già qualcosa, non credi? Sono stanco, scusami. Concedimi qualche ora di sonno e domani nel viaggio ti racconterò meglio tutto, ti chiedo solo una cosa” mi disse serio “Quando saremo in pubblico e soprattutto davanti a soldati, Itan o a qualsiasi forma vivente che indossi una divisa, dovremmo comunicare cerebralmente. Hai capito?”
“Si, ho capito. Ma posso fartele ancora un paio di domande? Perché insomma, non è che abbia capito bene il mio ruolo, cosa fa un assistente di un Voolena? Mi devo preparare? Ho l’ansia da prestazione”
“Niente domande adesso, sappi che sono un Voolena di grado Ogma. L’N-Pad ti darà qualche risposta a riguardo”.
“E vabbè, capito, dormi bene. Ma posso uscire almeno da sta stanza?”
“Si.”

Così feci e mi misi a gironzolare in una delle piattaforme di questo pianeta, era proprio piccola, così trovai subito l’unico bar e ci entrai. Ordinai una birra. E poi mi misi nell’angolo più lontano da tutti, ad un tavolino in disparte.
Mi ero resa conto che io non avevo mai viaggiato nell’Universo. Una cosa era la Kamo che era come vivere in una gigantesca nave da crociera, spesso mi dimenticavo di essere da qualche parte lontana anni luce da casa, per via delle abitudini e del lavoro, ma ora qui, dove non conosco nessuno e nessuno conosce me, mi sento un pochino più sola. E’ da questo bar che vi scrivo. Ed è qui che vi saluto. La birra è buona.

P.s.
@Applesid, ho letto di te e T-Bones, sono contenta.

@Daniele, anche io se fossi Brahia mi incazzerei. Mooney sarà anche simpa… però!

La cavia.

Category : Ilario

La dottoressa ha attaccato il suo N-PAD a una serie di elettrodi e poi li ha messi intorno al mio cranio in vari punti: di fronte, sui lati e dietro al collo. Mi pizzicano la pelle, sono fastidiosi come una mosca e danno prurito. A parte questo, sono odiosi.

Mi ha fatto stendere sul un lettino e ha iniziato a farmi domande tipo “come ti chiami?”, “cos’hai mangiato ieri a pranzo?”, “descrivi un quadrato”, “di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”, e via di questo passo. Dopo una buona mezz’ora di domande ha staccato quei tediosi affari, si è alzata ed è andata alla sua scrivania leggendo e annuendo di fronte al suo N-PAD. Io mi sono seduto sul lettino e ho chiesto una cosa semplicissima: “Allora?” Lei mi ha guardato per un istante. Poi è tornata sul suo N-PAD. E mentre leggeva, mi parlava. Ma come fanno le donne a fare due cose contemporaneamente? Non lo capirò mai. “Nulla di preoccupante, Ilario, sei sano come un pesce.” “Insomma, il mio cervello decide di cambiare le carte in tavola e io sarei quello sano? Scusami, ma la cosa non mi rassicura per nulla. E poi cos’è sta storia che io sono salvo grazie ai naniti? Ora sono io quello che vuole delle risposte, e dato che si tratta della mia pellaccia, le vorrei subito.”

Quando sei di fronte al pericolo ci sono due modi di reagire: nascondersi o affrontare l’ignoto. Io son sempre stato un pessimo giocatore di nascondino e ho sempre cambiato marciapiede di fronte al pericolo. Non so cosa mi sia successo in quel momento, forse la sensazione di poter passare a miglior vita di lì a poco ha risvegliato il testosterone. Non lo so, so solo che mi piace questa sensazione.

“Sono un medico, sono obbligata a dirti com’è il tuo stato di salute, ma sappi che tutto quello che ti dirò sarà registrato” mi dice indicandomi la telecamera “quindi non puoi farne parola con nessuno. Per motivi che ignoro, il tuo cervello ha cambiato le carte in tavola, ha deciso di trasmettere i tuoi pensieri, e solo quelli, in maniera differente. La parte del cervelletto, cioè quella che comanda la coordinazione del movimento, quella non è stata toccata, così come non lo è la tua memoria, le tue idee e il tuo io. Tu sei tu, a tutti gli effetti. Ti ho citato il caso Armand perché ci sono delle cose che vi accomunano, a parte il fatto che il suo cervello è in corto circuito”.

Armand… perché non mi è nuovo questo nome? Dove l’ho già sentito?…

“Tu e lui avete avuto un cambio sinaptico molto simile, sono i naniti che hanno fatto la differenza. Nel caso di Armand, il cambio sinaptico ha avuto lo stesso effetto di un devastante attacco mentale. Il fatto che lui non avesse dei naniti a supporto ha fatto collassare il suo cervello, con il risultato che la sua mente è stata completamente cancellata: è un guscio vuoto.”

Armand… Armand… più ci penso meno mi viene in mente…

“La tua, anzi, la nostra fortuna è che i tuoi naniti sono stati creati per gestire una simile evenienza e quindi hanno fatto l’unica cosa logica: si sono riprogrammati e adattati alla nuova situazione. E questo gioca a favore dell’Impero. Sia io, sia l’Impero, abbiamo bisogno di sapere cos’è successo: un caso può essere una coincidenza, ma due sono una prova. Da oggi ti sottoporrai ad esami settimanali, dobbiamo capire cosa ti sta succedendo e perché”.

Niente, vuoto. Non riesco a ricordarmi dove l’ho già sentito…

“Basandomi su quello che è successo ad Armand, credo che tu sia stato attaccato da qualcuno che ha cercato di sottrarti qualcosa. O che, peggio, l’ha rimpiazzato. Lo capisci che è una questione di sicurezza dell’Impero, vero?”

Annuisco.

“Ho solo una domanda, dottoressa: che cosa è successo a quel tizio, Armand?”
“Mi spiace, ma ti ho già detto anche troppo. La cosa più importante è che tu stia bene: quando c’è la salute, c’è tutto.”

Mi chiedo se usi la stessa frase fatta con tutte le sue cavie.

Lupi di mare.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Posto imprecisato Oceano Atlantico 22 Maggio 2014.

Il rumore di legno che stride, il vento che soffia sulle vele e un vecchio Capitano barbuto e sdentato che resiste al timone di questa vecchia imbarcazione.
Io e T-bones mozzi principianti che cazzano vele, avrei preferito cazzeggiare come da sempre sono abituato, è dura ed ho il morale a terra. Mi sono confrontato con T-Bones e lui ha subito ammesso la tresca con Simone giustificandosi con un “Non me lo hai chiesto, non pensavo fosse importante e poi lo sai Simo è un amico che facevo non lo aiutavo?”, che cazzo avrei dovuto gli rispondergli?
Ho fatto spallucce e ho replicato con un “E mo che cazzo facciamo?”, ero preso tra imbarazzi e pensieri, Alexis stava arrivando e anche a lei avrei dovuto delle risposte.  T-Bones è un caprone testardo, ma di lui mi fido da che sono nato.

Abbiamo rapinato l’ufficio di Polizia, recuperando tutti i naniti che potevamo, dovevate vedermi, sembravo Obi-Wan Kenobi, facevo anche il gesto con le dita per darmi un tono, uccellavo questi poveri esseri umani indifesi carichi di stereonaniti utilizzando solo i trucchi che i Voolena mi hanno insegnato.  Una volta caricata una specie di borsa frigo con i naniti che dovrebbero bastarci per un paio di mesi, ci siamo diretti verso il porto dove Marianna e Niamh ci aspettavano per presentarci Capitan Trinchetto (così ho chiamato il Capitano del veliero che ci ospita, per la sua somiglianza con il nonno di Braccio di ferro) che per pochi denari e qualche bottiglia di grappa di aloe, ha promesso di portarci fin sulla costa continentale; poi da lì dovremmo in qualche punto imprecisato unirci alla ribellione, scusate se non fornisco più dettagli ma non vorrei che qualcuno intercettasse i miei pensieri. Onestamente non ne sono contento e non credo che mi unirò a loro, prenderò un po’ di tempo e dopo cercherò di far perdere le mie tracce.
Odio trovarmi nei casini, soprattutto quando non ne sono responsabile, ma mi capita da una vita, con il lavoro, con le donne ed ora anche con i Voolena e gli Itan, spero che Alexis mi perdoni e non cerchi di rintracciarmi, ho paura di essere scoperto ma alla fine non che mi importi molto. Mal che vada continuerò a nascondermi dietro questo preservativo cerebrale che mi son dovuto costruire per portare a casa la pelle.

Mamma quanto mi manchi!

Ps: Francesca i tuoi amici sono tutti vivi, a detta di T-Bones , per il resto non so, mi sono rifiutato di scannerizzargli la testa, mi fido di lui, alla fine non è colpa sua se lo hanno fatto così., sto tamarro!
Darknet mood ::Off::

Hotel Lilith.

Category : Daniele

“15 minuti alla procedura di rientro.”
“Scudo operativo.”
“Tutti i sistemi in linea. Vettore ottimale, tracciato.”
“Attivare il visore olografico e sovrapporre vettori e dati di navigazione”
“Signore, una chiamata in arrivo dalla Allesi, è un Ufficiale Tecnico.”
“Ah, ecco perché ci chiedono il permesso… sullo schermo.”
Una figura vestita con quella strana divisa simile ad un camice, comparve in mezzo alla stanza, alle sue spalle troneggiava Lilith, di un verde brillante con il suo sole talmente luminoso da costringere il visore a polarizzarsi e, tutto intorno alla sagoma del nuovo arrivato ronzavano e si muovevano le varie linee dei vettori ed i dati di navigazione. Quasi mi aspettavo si chinasse e con la mano cercasse di scacciarli via infastidito, come nel migliore dei B-Movie. Moony rise sotto i baffi.
“Ufficiale Tecnico Loberth della Allesi”
“L’avevamo capito tutti in plancia. Cosa c’è di tanto urgente.”
“C’è stato un cambio di programma.” All’improvviso alle sue spalle, sulla destra a qualche migliaio di chilometri dal pianeta, comparvero alcuni lunghi archi voltaici ed una nave gigantesca cominciò la sua emersione dallo spazio dilatato. L’ufficiale si voltò, per un attimo sembrò essersi accorto dell’apparizione alle sue spalle, in realtà si era solo girato per parlare con un altro ufficiale fuori dal campo visivo, fece cenno di sì con il capo e ci prestò nuovamente attenzione annunciando: “Il Comandante Calisto al momento è impegnato ad accogliere l’Ammiraglio Mierril, come avrete capito dai vostri sensori, la sua nave è appena uscita dallo spazio dilatato.”
“Si, abbiamo notato. E’ chiaramente la nave di 7 livello dell’Ammiraglio Mierril: la Ferlor.”
Pensai “Ah! Classe 7, vuol dire due chilometri e mezzo di nave contro i quattro di Bob: qualcuno ce l’ha ancora più lungo dell’Arrmiraglio!”
Mi concentrai di nuovo sul nostro Capitano che continuò: “E quale sarebbe questo cambio di programma?”
“Il Comandante Calisto mi ha riferito che potete inviare la vostra squadra sulla superficie, ma di lasciare la Lautes in orbita. Insieme alle altre navi, fungerà da scorta per l’incrociatore dell’Ammiraglio.”
Il Capitano rispose bruscamente: “Ricevuto, Reelnan chiudo. ” e fece cenno di chiudere il collegamento. Una volta che l’ufficiale dell’A.E.R. lasciò la plancia, Reelnan si rivolse a noi: “Annullare la procedura di rientro e disattivare il visore olografico. Brahia, vai a preparare il BANTHA 02, tra 10 minuti vi voglio pronti per la discesa.” Poi, parlando a me: “Daniele, ora tocca a te, noi resteremo qui in alto, mi aspetto continui rapporti della situazione su Lilith. Buona fortuna. Gloria all’Impero!”
“Gloria all’Impero!” risposi e mi diressi deciso verso l’hangar per la discesa.

Il rientro in atmosfera a bordo di un BANTHA è sempre un po’ traumatico. Si è sottoposti ad accelerazioni notevoli, probabilmente i piloti non distinguono tra “inserimento in combattimento” e “normalissimo atterraggio perché qualcuno ci aspetta”. Forse adorano il rumore dei loro bang sonici, quando la nave squarcia con prepotenza l’atmosfera. E la sensazione di caduta libera nel vuoto, non è minimamente attenuata dal visore olografico che si riversa all’interno dell’abitacolo: sembra di essere seduti nel nulla, mentre si cade a velocità spaventose verso terra. Per carità, le giostre mi sono sempre piaciute, ma alla lunga mi provoca un po’ di fastidio.
Arrivati a cinquemila metri d’altezza, iniziò la frenata del velivolo, brusca, uno strattone violento da rimescolarti le budella. Moony che era seduta di fronte a me, mi lanciò un’occhiataccia di rimprovero, prima di partire non ero andato a riappacificarmi con Brahia e questo era il suo modo di farmela pagare. Distolsi lo sguardo dagli occhi inquisitori di Moony e mi concentrai sul panorama che, adesso, si avvicinava ad una velocità decente.

La superficie di Lilith si presentava completamente verde, una distesa di giungla pluviale molto fitta sembrava ricoprire interamente il pianeta, non si vedevano mari, tuttalpiù qualche grosso lago.
A nord spiccava un’immensa radura circolare, forse l’unica su questo pianeta, estendersi per centinaia di chilometri: era sicuramente la zona anomala visibile dall’orbita. Dalla distanza da cui eravamo, non si distingueva granché, a parte naturalmente il colore grigio antracite del terreno, in netto contrasto con il resto del paesaggio, ma ebbi l’impressione di scorgere qualcosa brillare al centro di quell’insolito cerchio scuro.
Intanto, continuavamo la nostra discesa verso terra. Lasciai perdere il panorama all’orizzonte e tornai a concentrarmi sul nostro punto di atterraggio. La cosa che mi lasciò stranito fu che, sotto di noi, non si vedeva alcun tipo di struttura né una pista d’atterraggio, pareva che la nostra destinazione fosse la cima degli alberi. Sua Maestà l’irritazione, Comandante Calisto, aveva parlato di zone, squadre di ricerca e laboratori di analisi dell’A.E.R., non c’era niente di tutto questo, solo una fitta distesa di foglie.
Quando fummo a pochi metri sopra le fronde, mi accorsi di aver cannato completamente le misure. Gli alberi che dall’alto erano apparsi di normali dimensioni, simili a quelli sulla Terra, da vicino apparivano enormi, di una grandezza fuori scala. Ogni foglia misurava almeno cinque, sei metri di larghezza e tutte insieme formavano un mare ondeggiante con le sue increspature e onde che si muovevano al vento.
Brahia non accennò a rallentare e a velocità contenuta ma costante, si infilò tra le fronde. Non appena dentro, il visore ridusse la polarizzazione per adeguarsi alla nuova luce più tenue, rivelando un paesaggio inatteso.

Il nuovo ambiente era incredibilmente vasto, dalla cima degli alberi al suolo c’erano ancora un centinaio di metri e i fusti sottili e alti, lasciavano ampi spazi, come una sconfinata sala disseminata di strette colonne. Tutto intorno, la luce si diffondeva calda e soffice, qua e là alcuni raggi arrivavano netti sino a terra, laddove la copertura di foglie lasciava qualche spiraglio. Nell’insieme l’atmosfera  creata da quelle luci e quegli spazi così vasti, davano l’impressione di volare all’interno di una cattedrale gotica con i suoi giochi di luce provenienti dalle vetrate a piombo.
Non riuscivo a capire da dove provenisse tutta quella luce, dato che la copertura di foglie che avevamo appena oltrepassato, era talmente fitta da nascondere alla vista questo panorama fiabesco. Così alzai lo sguardo e rimasi di stucco nel vedere che la volta era completamente trasparente. Dalla nostra posizione, si riusciva a vedere il cielo, decorato dai contorni più netti delle diverse foglie, come in un gigantesco puzzle.
Ero rapito dallo stupore, sembravo un bambino appiccicato al finestrino dell’autobus durante una gita, mi voltai e vidi Moony ridere di gusto.
Cercai di rimproverarla: “Ah, perché ora vuoi venirmi a dire che lo sapevi??”
“No di certo, però mi diverte vedere il tuo stupore, voi terrestri siete talmente disabituati alla diversità, che sfoggiate una meraviglia infantile appena si presenta qualcosa di insolito. E’ una cosa bella…”
Aveva ragione, la mia razza era talmente provinciale da sembrare immatura, ma non volli dargliela vinta, così le risposi semplicemente sbuffando e distogliendo lo sguardo.
Guardai verso il basso, sotto c’era l’equivalente di una piccola cittadina fatta di edifici dell’A.E.R. e tutto intorno un brulicare di persone e di mezzi.
Atterrammo dolcemente su di un piccolo spiazzo ai margini dell’avamposto. Vicino a noi, torreggiavano gli enormi cannoni orbitali che famelici, scrutavano il cielo in attesa di un bersaglio.
Ad attenderci sul limitare della piattaforma, c’era una piccola delegazione dell’A.E.R. che, quando si aprì il portello del BANTHA, ci venne incontro per accoglierci. Come ufficiale in capo alla spedizione, fui il primo a scendere, Moony scese per seconda seguendomi, sembrava la mia segretaria, mi scappò un sorriso e mi presi un pugno sulla spalla per punizione. La mia squadriglia – mi fa ancora adesso impressione considerarla mia – rimase sul velivolo in attesa di ordini.
“Gloria all’Impero” esordii io quando fui a pochi passi dal gruppetto dell’A.E.R.
“Tenente Daniele, sono l’Ufficiale Tecnico Caloi, l’A.E.R. vi dà il benvenuto su Lilith”
Lo guardai con fastidio, il saluto che mi aveva dato la carica in molte missioni e giornate difficili, proprio non entrava nelle corde di questa gente, e poi mi sentivo uno stupido a pronunciare tutte le volte “Gloria all’Impero” da solo. Moony invece sbuffò annoiata alla vista degli ufficiali.
Aprii l’N-Pad e trasmisi i miei ordini al tizio che mi stava davanti. Il mio pad trillò subito dopo.
“Grazie Tenente, le ho appena inviato i dati relativi alla vostra sistemazione. La baracca in cui alloggerete è la AA-23, troverete le indicazioni su come raggiungerla, insieme alle istruzioni che vi ho spedito. Il vostro pilota alloggia con voi?”
Cazzo non ci avevo pensato, però poteva tornarci utile un BANTHA a nostra completa disposizione e poi, avevo ancora un conto in sospeso con Brahia.
Mentre trasmettevo i nuovi ordini a Brahia, risposi deciso: “Si, resta con noi.”
“Darò istruzioni sull’hangar da utilizzare per il rimessaggio. Il vostro incontro con la squadra a cui siete stati assegnati, avverrà domani mattina. Se avete bisogno di qualcosa, contattatemi pure.” L’omino e la sua allegra brigata, si girarono e fecero per allontanarsi. Mi voltai verso Moony e ad alta voce, assicurandomi che Caloi e i suoi amichetti fossero ancora a portata d’orecchio, le dissi: “Ma chi cazzo era? Il concierge dell’Hotel Lilith? Speriamo ci sia un cioccolatino sul mio cuscino!” Moony scoppiò a ridere “Ne dubito, soprattutto dopo questa battutaccia.” Aveva ragione, non era stata una mossa molta saggia e probabilmente ci avrei trovato una merda sul cuscino, ma tanto già prima non erano grandi amiconi e, durante il nostro colloquio, avevo avuto l’impressione che dietro a quella falsa gentilezza, avrebbero usato qualsiasi mezzo per ostacolarci.
“Si, su questo hai proprio ragione”, come sempre Moony si divertiva a ravanare tra i miei pensieri “e sono anche molto cauti.”
“Cosa intendi dire?”
“Che hanno paura di me! Infatti hanno mandato ad accoglierci dei semplici ufficiali amministrati, temono che io possa ‘rubargli’ le loro informazioni segrete.”
Accennai un sorriso “Puoi dargli torto?”
“Hmm, direi di no. Ti stupiresti a sapere quanto cibo ci voglia per mantenere tutta questa gente e a che budget illimitato attingano…”
“Ecco appunto.”
Mi voltai verso il portellone del BANTHA e, preso da una sciocca euforia, quasi sicuramente dovuta a tutte le novità che ci attendevano, urlai: “Squadriglia 413… Scattare! Due, tre, quattro, cinque, via via via… AAAAAA Assolutamente belve!” La squadra cominciò a scendere e ad allinearsi sulla piazzola, un Caporale passando, mi lanciò un’occhiata interrogativa, in tutta risposta continuai “In gabbia belve!”
Moony mi guardò divertita: “Sei proprio un deficiente… dovrò vedermi questo ‘Aliens’, chissà se è sulla banca dati imperiale”.
“Spera che ci sia, ne vale la pena” poi mi voltai verso la squadriglia e con aria seria conclusi: “Forza, raggiungiamo i nostri alloggi”.

 

Alla motorizzazione.

Category : Pekka

Ci abbiamo messo un po’ a raggiungere il primo sistema con una base riparazioni, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Zoppicanti e con un umore di merda. Stavo scalpitando per far mettere in sesto il DELTA e poter procedere verso la nostra missione, quindi quando Stros mi raggiunse in ufficio per dirmi che eravamo in coda, e probabilmente non ci avrebbero fatto entrare nel bacino di carenaggio prima di 19 giorni, mi si gonfiò la vena in testa. 
“Con chi cazzo devo parlare per risolvere questa situazione?” chiesi.
“Boh, io ho parlato con un Caporale dell’ufficio schedulazione, Schumma. Lo adorerai.” rispose Stros con un mezzo ghigno e mi passò il contatto. 
“No, ci vado di persona. Chiedi a Iain di raggiungermi al BANTHA 01.” Stros, annuì e si dileguò.
 
Dopo una ventina di minuti eravamo in approccio all’officina orbitale. Faceva la sua porca figura. Lunga un paio di decina di chilometri, alta tre e profonda cinque, può fare manutenzione o riparare decine di navi allo stesso momento di grandezza fino al V livello. Avvicinandoci vedemmo che tutti gli slot erano pieni, ogni bacino occupato e un nugolo di navi nelle vicinanze della base in attesa di essere accettate. Io, tra una chiamata e l’altra del controllo di approccio, borbottavo incazzato, Iain mi ignorava. Riuscii a farmi assegnare un parcheggio vicino all’ufficio schedulazione da un annoiato controllore e, lasciando il BANTHA in hot stand-by, ci dirigemmo a lunghe falcate verso il nostro Caporale. 
“Chi è il Caporale Schumma?” chiesi entrando di prepotenza in un ampia sala con una decina di impiegati seduti a scrivanie spoglie e tristi. Una mano si alzò dalla terza postazione.
“19 giorni è assolutamente inaccettabile!” lo aggredii appena gli fui davanti “Abbiamo posti da fare e cose da vedere.”
“Di che nave siete?” chiese lui annoiato, evidentemente abituato a certe sfuriate.
“…And thanks for all the fish. Non mi ricordo il numero di matricola.” dissi io. Iain glielo riportò. Lui cazzeggiò un po’ al computer e poi disse:
“19. Siete appena arrivati. C’è la coda.” indicò svogliatamente in direzione dell’ampia vetrata al fondo della sala da cui si vedeva lo sciame di navi in attesa. Rilasciai un grugnito, Iain mi mise una mano sulla spalla per calmarmi. Feci un profondo respiro, tirai fuori il mio “tesserino” speciale e lo misi sulla scrivania davanti al caporale. 
“Sai cos’è questo?” a malapena alzò gli occhi.
“No.” e ritornò a concentrarsi sul computer. Contai lentamente fino a dieci, poi presi il mio pad, accedetti all’organigramma e piazzai una chiamata al comandante della stazione. Appena rispose gli mandai le mie credenziali e gli dissi semplicemente:
“Sono nel vostro ufficio schedulazione.” chiusa la chiamata fissai il Caporale digrignando i denti.

Tre minuti dopo un Commodoro trafelato entrò nella sala, mi si piazzò davanti e mi fece il saluto.
“Sto avendo qualche problema con il suo Caporale, qui.” dissi, indicando Schumma “19 giorni è ridicolo.” il Commodoro lanciò un occhiataccia al caporale che alzò scazzato un sopracciglio.
“Caporale! Quando si libera il primo bacino?” chiese il Commodoro. Il Caporale picchiettò un paio di tasti. 
“17 ore. Bacino Charlie 6. Ma è per navi di Terzo Livello. Questi hanno un DELTA.” disse il Caporale.
“Taci, lo prenderanno loro.” poi si girò verso di me “Signore, avrebbe dovuto rivolgersi direttamente a me. Posso sapere qual’è l’entità dei danni e come altro possa aiutarla.” spiegai il mio pad.
“Abbiamo uno squarcio qua” indicai sulla planimetria della nave “e abbiamo bisogno di munizioni.”
“Ah, certo, sì. Quante?”
“Tutte.” dissi “E mi serve un BANTHA nuovo.”
“Ah.”
“E poi, il mio ingegnere ha creato questo progettino per poter armare la nave con un paio di OMEGA D4 SHARK.”
“Certo.” Il Commodoro aveva la vista sfocata, poi si diede una scrollata, guardò i dati sul pad e il progetto, chiuse gli occhi per qualche momento, poi disse:
“Trentasette ore da quando entrerete in bacino. Il meglio che posso fare. Comincio subito a spedirvi le munizioni con le navette e una squadra di tecnici verrà a bordo a cominciare a lavorare sui sistemi danneggiati entro un paio di ore.” 
“Molto meglio. Grazie Commodoro.” con un ultimo sguardo di odio al Caporale, ce ne andammo. Appena fummo fuori dalla sala sentii il Commodoro sbraitare.

“Ti senti meglio? Ti sei scaricato?” mi chiese Iain.
“Molto meglio grazie. Niente di meglio che spargere la miseria quando si è scazzati.”
Mi tirò una pacca e tornammo sul DELTA

Un altro giorno.

Category : Ilario

Ricevere una comunicazione dall’ufficiale medico che invita a presentarsi con urgenza non è il miglior modo di iniziare la giornata. Un misto di paura e apprensione condita da una spruzzatina di agitazione generale sono ottimi ingredienti per una mattinata di merda.
Vorrei vedere voi al mio posto…

Mi armo e parto verso lo spazio profondo dei miei peggiori timori, facendo mentalmente la lista delle tre miliardi di cose che potrebbero non funzionare in me. Tutte orribili, visto che i naniti dovrebbero guarire quasi ogni cosa, compresi i difetti genetici. Secondo voi l’ipocondria è genetica? Temo che lo scoprirò presto.
Percorro il solito viale che conduce al Dito dell’Imperatore, tra alberi alti centinaia di metri e odore di muschio, è una bella giornata di sole, durante la notte ha piovuto ma adesso ha smesso. Piove piuttosto spesso qui in Nuova Zelanda, ma alla lunga ci si abitua.
Entro, saluto il receptionist e vado all’ascensore. Entro, pigio il tasto del livello 4-2 e le porte si chiudono. Inizia la mia risalita verso gli inferi.
Conosco la strada, l’ultima volta c’ho passato un bel po’ di tempo qui. Vado dritto verso l’ufficio della dottoressa Walker, mi fermo per un istante di fronte a quella porta chiusa.
Inspiro, espiro.

Avvicino la mano alla maniglia e prima che io riesca a toccarla, la porta si apre. Per un secondo mi sono immaginato di vedere Morpheus sulla soglia che saluta l’Eletto, invece c’è una stupita dottoressa che trasale e mi saluta con un “Oops!”.
“Buongiorno dottoressa Walker, sono il suo appuntamento del mattino”.
La dottoressa sorride un po’ imbarazzata, evidentemente non si aspettava che io arrivassi così in fretta. “Buongiorno, accidenti che puntualità! Ho dimenticato il mio N-PAD nell’altra stanza, vado a prenderlo e sono subito da te. Nel frattempo mettiti comodo”.
Mi fa entrare e mi indica una sedia di fronte alla sua scrivania, proprio di fianco a un lettino, ringrazio e mi siedo in attesa.
Lei esce e io ne approfitto per guardarmi intorno. C’è una simpatica telecamera che ci osserva, accidenti che privacy. Ci sono svariati diplomi appesi alle pareti, una mappa del nostro sistema, tavole anatomiche varie e non solo umane, una collezione di minerali provenienti da altri mondi. La scrivania è maniacalmente ordinata, perfino le penne sono allineate. Strano, nemmeno una foto. Probabilmente non è sposata e nemmeno ha figli, non so se esserne felice o preoccupato.
Lei rientra poco dopo con il suo N-PAD sotto braccio, lo appoggia sulla scrivania e si siede.

“Dunque, per prima cosa le dico che non c’è nulla di cui tu debba preoccuparti. I tuoi esami sono praticamente perfetti, ma ho bisogno di alcune delucidazioni”.
Quel “praticamente” che ti fa portare d’istinto le mani all’altezza dei gioielli di famiglia.
La fisso senza dire nulla, lei intanto scartabella sul N-PAD.
“Allora, da quello che vedo qui i tuoi esami vanno bene…”
“Ma?.. Perché c’è un MA, vero?” la interrompo con una certa dose di ansia.
Lei sorride per tentare, goffamente, di sdrammatizzare. “In effetti sì, c’è un MA.”
“Devo mettermi comodo o in posizione fetale, dottoressa?”
“Via via, non drammatizziamo! I maschi tendono sempre a drammatizzare, con due linee di febbre chiamano il prete per l’estrema unzione.”
Per la cronaca, io non chiamo il prete, ma telefono direttamente all’obitorio.
“Senti Ilario, posso chiamarti per nome vero?”
“Certo.” rispondo in tono sempre più da 2 di novembre.
“Devo sapere se hai avuto altri episodi di emicrania, mi permetterebbero di chiarire un quadro clinico che non è allarmante ma che mi desta dei sospetti, per via di alcune similitudini con un caso precedente. Sii sincero per favore: hai avuto altri strani mal di testa?”.
Qualcosa mi dice che la madama conosce già la risposta, e poi si tratta di me, mi pare stupido mentirle.
“Si, una volta. Ma è durato solo poche ore, ho creduto che fosse solo stress per via di un lavoro che dovevo portare a termine in fretta e furia”. 
“Come sospettavo. Tranquillo, nulla di allarmante. Almeno credo.”
“No aspetti” intervengo bruscamente “come sarebbe a dire almeno credo?”
Lei sospira per cercare, forse, le parole più semplici per dire una cosa medico-complicata a uno che di medicina non ne sa un piffero. Si appoggia sullo schienale e inizia la spiegazione:
“La farò semplice: tu presenti un’anomalia cerebrale che abbiamo riscontrato solo una volta negli ultimi due anni, un cambiamento radicale e repentino della chimica del tuo cervello. In pratica le tue sinapsi, per motivi che dobbiamo capire, hanno deciso di cambiare il loro modo di trasmettere le informazioni, e questo ha mandato in confusione i naniti. Le micromacchine di cui sei dotato hanno quindi deciso che fosse meglio per te staccare la spina e hanno indotto uno stato di coma per prendersi il tempo di studiare le nuove condizioni e adattarsi al cambiamento. Una misura estrema, ma necessaria.”
Il mio sguardo è passato dal preoccupato al panico.

“No, un momento: come sarebbe a dire che la chimica del mio cervello è cambiata? Non ho usato droghe o porcate simili, come può cambiare?”
“Anche se le avessi usate sarebbe stato irrilevante. In ogni caso, non conosco la risposta. Per ora”.
Sospiro.
“…e non può studiare la persona che due anni fa ha avuto i miei stessi problemi?”
La Walker scuote la testa. “No, non posso: Armand, questo era il nome dell’altra persona che presentava i tuoi stessi sintomi, è morta da tempo. E, in ogni caso, non ci avrebbe dato risposte”
“Dottoressa, sono in pericolo?”
L’attesa della risposta sembrò durare un paio di secoli.
“No, non lo sei. Ringrazia i naniti per questo”.

Prometto che per oggi non li chiamerò nanobastardi. Ma per fortuna, domani, è un altro giorno.

Un sorso di mate.

Category : Francesca

Applesid! Cazzo.
(Sospiro profondo, mi stravacco sulla sedia, mi giro una siga, sorso di mate).

Applesid… Cosa sai di Simone? Come sta? E l’arma?
Dove lo hanno portato sti figli dell’antimateria?
Applesid. Cazzo.
(Occhi lucidi. Guardo il soffitto per diversi minuti, mi giro una siga, sorso di mate.)

Cosa ti devo dire? Sei tu che dovresti dire a me come sta Simone!
T-bones… se ha aiutato Elwood nella fuga, io non lo posso sapere di preciso, dopo quella notte, ci siamo dovuti dividere per non essere facilmente individuati. Dopo quella notte, io non so più niente.
Ma quello che ti posso dire è che non puoi vendere il culo di un amico per salvare il tuo. Almeno io non lo farei, non l’ho mai fatto finora. Noi per restare vivi ci siamo divisi. Understood?
(Sorso di mate).

E aver letto le tue parole mi ha riportato coi piedi per terra, forse, qualsiasi cosa io abbia sotto i piedi ora mi sembra molto più solida, anche se sono nello spazio profondo. Applesid, se qualcuno aiuta un altro, rischiando la propria vita, è un eroe, anche se non lo scrivono sui cessi di tutte le astronavi della galassia, anche se non lo dicono i TG del regime, anche se non lo si conosce fino in fondo.

Applesid! Cazzo.

Guarda, non so cosa altro aggiungere.
L’unica cosa che so è che tra poco Ermes passerà a prendermi in cabina, dice che prima di lasciare la Kamo 124 ci sono alcune pratiche da sbrigare, formalità, poi vuole vedere con me dove è meglio dirigersi per cercare di capirci qualcosa di questa ‘Minaccia’, notizie e leggende, qualsiasi cosa. Non mi ricordo neanche il nome del pianeta su cui sbarchermo, questa storia di Simone mi ha mandata in botta.

Simone, Elwood e… Paolo. Forse ho chiuso troppo in fretta quella porta. E forse c’è qualcosa che posso ancora fare.

(Sorso di mate).

Troppi forse.

(Sorso di mate).

Ne parlerò con Ermes. Ormai mi posso fidare.

Cazzo.

Vecchi amici, nuovi problemi.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Fuerte Ventura 07 maggio 2014
Siamo solo noi, io e T-Bones ancora nascosti, ancora furtivi, sono riuscito tramite il vicino di casa di Marianna addetto della Polizia ad avere un iniezione di naniti, mi è costato un piccolo sforzo ma che dire, se avessi avuto queste facoltà mentali qualche hanno fa avrei dominato il mondo.

Sono in attesa dell’arrivo di Alexis, ha risposto due giorni fa alla mia richiesta di aiuto, le ho chiesto di venire da sola se possibile. Mi ha fatto un quadro della situazione che mi spaventa, durante una missione contro i ribelli terrestri ha catturato una cellula della ribellione, incontrando un vecchio amico di Francesca: Simone. Scansionandogli la mente alla ricerca di informazioni è riuscita a risalire al momento in cui lui ed i suoi vecchi compagni di merenda Elwood, Paolo e Francesca uccisero dei soldati imperiali usando il Leprauchaun. Per fortuna per Francesca, Ilario ha fatto un ottimo lavoro di copertura, facendola risultare morta su tutti i database (potere della Propaganda), ma la novità che è balzata fuori è che T-Bones vecchio amico di Elwood (come sapete siamo tutti Torinesi, che ve lo dico a fare) aveva dato una mano al gruppo 0000 nella fuga da Matera. Per questo motivo, a suo avviso, all’arrivo a Fuerte fummo attaccati dai soldati e, per evitare di scappare dall’isola ci distrussero la vettura. Mi sento sempre di più un topo in trappola.

Non so, non voglio crederci, non voglio pensare che T-Bones mi abbia nascosto una cosa del genere, l’unico modo di avere la certezza sarebbe quello di leggere la mente del mio amico.
Moralmente mi sentirei una merda, temo di uscirne malridotto non tanto nel fisico ma nel cuore, pensavo che con l’arrivo degli Itan i patemi d’animo sparissero ma credo che servano naniti superiori ai miei per ottenere una cosa del genere, magari una roba da soldato duro.

Alexis mi ha fatto capire che per me è un ‘out out’, per salvarmi il culo devo vendere la pelle di T-Bones, ora sono qui in riva alla scogliera, in attesa che lui rientri con Marianna dal negozietto di alimentari in centro a Villaverde, essere o non essere questo è il dilemma…

Francesca se riesci a leggere e se ne sai qualcosa in più, aiutami a capire, ho poco tempo e questi non scherzano
A presto Darkettoni!
Darknet mood ::Off::

Una rete di domande.

Category : Daniele

Di nuovo io, ancora ad aggiungere dubbi su dubbi. Spero di non trascinarvi nelle mie paranoie.

Arrivati a bordo mi sentivo confuso per lo strano incontro avuto con l’A.E.R., mentre il Capitano, al quale scappava ancora qualche risatina, sembrò davvero soddisfatto. Non appena fummo nell’hangar del DELTA, scese dal BANTHA e con passo deciso si diresse verso la plancia. Poco prima di imboccare il corridoio che portava verso l’interno della nave, si girò dalla nostra parte quasi si stesse dimenticando qualcosa, rimase in silenzio per qualche secondo, poi ci disse: “Tenente Moonlay, subito con me in plancia, ho bisogno di discutere con te alcuni ‘dettagli’ della nostra missione. Tenente Daniele, sei esonerato dal tuo turno in plancia, fra sei ore saremo sulla superficie di Lilith e toccherà a te guidare la squadra. Preparati come si deve, sarà il tuo primo comando.”

Ci trovavamo sulla soglia del portello del BANTHA quando fui investito dalle parole del Capitano: Moony con aria giocosa e spensierata, io invece con un’espressione interrogativa stampata in volto. Appena Reelnan lasciò l’hangar seguito dalla saltellante Moony, mi accigliai.
Avvertii l’ansia del nuovo incarico salirmi addosso, sentivo le mie nuove responsabilità venire a bussarmi alla porta e in quell’attimo, il confronto con la memoria del mio vecchio Tenente, mi balenò davanti agli occhi: Konan. Chissà se sarei stato alla sua altezza? Sicuramente non avevo dalla mia la sua esperienza. Scrollai le spalle per mandar via quell’ultimo pensiero, già c’era l’emozione per il mio nuovo ruolo, non c’era bisogno di peggiorare le cose con inutili confronti: come Coach personale facevo proprio cagare.
Feci un passo per scendere dal BANTHA, poi mi fermai: stavo dimenticando anch’io qualcosa di importante. Rientrai nel veicolo e mi infilai nella cabina, Brahia era girata di spalle, mentre era ancora intenta nei controlli post volo. Mi sporsi sul sedile e le diedi un bacio. Lei, colta di sorpresa, girò la testa dalla mia parte: “E questo? A cosa lo devo?” non stava sorridendo.
Con tono incerto provai a giustificarmi: “Niente, è solo che da un po’ di tempo non abbiamo avuto occasioni per stare insieme…”
Brahia rifletté qualche secondo, poi rispose in tono seccato: “Già, da quando il Tenente Moonlay è salita a bordo. Non ci siamo praticamente più visti”
Per evitare quella gigantesca mina, cercai di proseguire con il discorso e lasciarmela alle spalle: “E adesso che sarò in missione, non so quando ci rivedremo, credo che staremo via parecchi giorni per le nostre ricerche…”
“Sicuro, sempre con il Tenente Moony” rimarcò quel nome aggiungendo enfasi alla pronuncia.
“Certo!” dissi con entusiasmo neanche fossi  in un quiz e stessi per vincere il super premio in gettoni d’oro con relativa mountain bike e set di pentole. Non appena finii di pronunciare la frase, mi accorsi della cazzata che avevo fatto, ma era troppo tardi. A quanto pare se n’era accorta anche lei, rimase lì a fissarmi, aspettando che dichiarassi la resa o chissà cos’altro.
Intravidi una luce in fondo al tunnel: “Guarda che Moony sa di noi…”
“E questo cosa cambia nella dinamica delle cose?”
Mi ero sbagliato, era solo un treno che stava venendo nella mia direzione.
La mia mente geniale seppe partorire un eloquentissimo “Ma…”
“Ma?” ripeté lei.
Cercai velocemente nella sezione della mia mente ‘Cose intelligenti da dire’, ma visto quello che ero riuscito ad esporre fino a quel momento, ci rinunciai, probabilmente in quel momento erano in sciopero. E poi cominciava a montarmi il Cristo, dopo tutto io non avevo fatto un accidenti di niente.
Decisi che il discorso doveva finire lì: “Ma, devo andarmi a preparare per la missione.”
“Bravo, vai a prepararti.” dopo si girò e tornò a maneggiare gli strumenti.
Rimasi ancora un po’, in silenzio. Avrei voluto bestemmiare, ma a cosa sarebbe servito in un mondo senza religioni?
Scesi dal BANTHA e con il mio N-Pad mi diressi nel mio posto segreto, in cerca di tranquillità.

Con in sottofondo il rassicurante rumore del nucleo, cominciai a fare la lista dell’equipaggiamento da portare giù. Dopo poco mi ritrovai a vagare con la mente e con addosso un sensazione di irrequietezza. Non era solo la litigata con Brahia ad agitarmi, si era anche fatto strada il pensiero che sulla superficie avrei dovuto fare attenzione ai tre dell’A.E.R. che ci stavano aspettando. Stavo decisamente sclerando.
Per distrarmi, cominciai a rileggere Darknet e la mia attenzione ricadde sul post di Ilario e su quell’ultima lettera di Hurla.
Rilessi quel post numerose volte, e più rileggevo, più rimanevo impantanato in un turbinio di domande che affollavano la mia mente.
Qualche dubbio sulla natura di questa rete pirata, l’avevo già avuto più di un anno fa, grazie all’ultimo frammento lasciato da Elisa, ma allora fu diverso. Avevo un’idea nebulosa del funzionamento, ma lo associavo comunque a Darla ed ai Voolena, costruita da qualcuno di certo, roba imperiale insomma.
Ma le rivelazioni di Ilario cambiavano tutto.
Quale conoscenza era in grado di costruire un cosa così mastodontica? La stessa con cui l’Impero si è scontrata di recente e che ci ha preso a calci nelle palle sulla Gens Iulia? Rabbrividii.
Oltre tutto, la posizione dell’A.E.R. che già non brillava per simpatia e collaborazione, veniva messa in dubbio, quale oscuro segreto nascondevano?
Allo stato attuale delle cose, l’Impero non era in grado di affrontare nemici interni ed esterni e allo stesso tempo di fronteggiare un nuovo giocatore in questa partita già incasinata.
Rabbrividii di nuovo.

D’un tratto alzai lo sguardo dal mio N-Pad e mi ritrovai Moony accovacciata di fronte a me, fissarmi con due fessure al posto degli occhi. Balzai di nuovo indietro dallo spavento, battendo la testa contro la parete ed esclamando: “Cristo santo!”.
Lei assunse un’espressione da maestrina e ripeté accompagnandosi con il dito “Ripetere il nome di una divinità arcaica, non migliorerà la tua situazione”.
Mi massaggiai la testa e con tono stanco le risposi: “Devi smetterla di fare così. Hai usato di nuovo…”
“No, stavolta sei tu che ti stai… qual era il termine? Ah sì! Rincoglionendo…” e allargò un sorriso.
“Scusa, ero concentrato sulla missione…”
“Ah, ah ah! Lo sai che non mi puoi mentire… Hmmm, bravi! Avete scoperto che la rete imperiale di comunicazione non è… imperiale!”
Impietrii. Avrei voluto scappare il più lontano possibile, ma mi trovavo lì seduto per terra, con lei davanti e la parete metallica che premeva sulla mia schiena: ero un topo in trappola.
“Che c’entrano i topi?”
“…” silenzio, ero rimasto in apnea, non stavo respirando, se avessi continuato così, sarei svenuto. Ottima tattica, come quella degli opossum, fingermi morto.
“La smetti di pensare agli animali? Che ti prende? Stai tranquillo comunque, è già da tempo che conosco l’esistenza della vostra ‘Darknet’”.
Buttai fuori l’aria e riiniziai a respirare.
“Tu conosci Darknet?”
“Beh, certo sono Voolena e… sono io! Insomma, come potrei non sapere?”
“Si ma… tu non sei schierata a favore dell’Impero?”
“Certo! E ci credo più di molti altri e ho fiducia nel nostro Imperatore”
“Ma allora…”
“Semplicemente non ritengo sia una minaccia per l’Impero. E poi Darknet è relativamente giovane.”
“Cioè la rete di comunicazione imperiale è recente?”
“Non confondere la rete di comunicazione con Darknet, sono due cose diverse! La rete di comunicazione c’è sin dai tempi de LA COMPRENSIONE, circa novecento anni terrestri fa, Darknet invece da neanche due anni.”
“Due anni… da quando è stata scoperta la Terra!”
Mi diede una schicchera sulla fronte “Non montarti la testa, Darknet esiste da quando è stato scoperto Lilith.”
Ero sempre più confuso: “Ma allora chi l’ha scoperta, l’A.E.R.?”
“Ma figurati! Quei palloni gonfiati non si accorgerebbero neanche del rumore dei loro pensieri. E’ stato Voolena a rilevarla per la prima volta o almeno, un piccolo gruppo ristretto, si fanno chiamare il Concilio dei Pensieri e credono di poterla usare per la libertà dell’Universo. Pfui! Mi fanno ridere e tenerezza allo stesso tempo.”
Moony sembrava parlare con sufficienza di chi era riuscito a farmi conoscere quella realtà e tutte le persone che avevano contribuito a mantenere relativamente sana la mia psiche. Le stesse persone che avevo imparato a chiamare amici. Mi infastidì parecchio.
Lei sembrò non curarsene e continuò nel suo discorso: “Tempo fa, cercarono di coinvolgermi nel progetto, ho anche conosciuto i cosiddetti ‘reclutatori’, ma mi stancai presto di quella mini rivoluzione, quello che interessava a me, era di scoprire cosa c’era alla base di tutto e non le sue semplici emanazioni o effetti collaterali. Volevo andare alla fonte. Inoltre, ho sempre nutrito forti dubbi sull’A.E.R. ed i suoi segreti, volevo sapere se e fino a che punto erano invischiati in questa faccenda.” La seguivo con attenzione cercando di afferrare anche il più piccolo dettaglio, mentre lei aveva assunto un’espressione ed un atteggiamento insolitamente seri. “Ho viaggiato tanto ed ho conosciuto molte persone durante il mio servizio militare, ma purtroppo non sono mai riuscita ad avvicinarmi realmente alla verità. Così, quando il Generale Than mi offrì questo incarico, su Lilith e a contatto con l’A.E.R., non ci ho pensato due volte.”

Ero stordito da tutte quelle rivelazioni e non sapevo bene cosa pensare, lei mi poggiò una mano sulla guancia e tornò a sorridere, poi delicatamente mi rassicurò: “Ora non focalizzare la tua attenzione su certi pensieri, prendi le cose che ti ho detto così come sono. Tra poco saremo su Lilith e sulla superficie, sono convinta, troveremo le risposte che stiamo cercando entrambi.”
Tolse la sua mano calda dal mio viso e fece per alzarsi. Poi ci ripensò, si riabbassò e con la punta dell’indice mi spinse la fronte, dopo con il suo solito tono giocoso aggiunse “E non ti serve quel coso per entrare in Darknet, mi sembrava che Elisa fosse stata chiara.”
Si alzò e si voltò per andarsene, in quel momento i miei pensieri corsero verso Elisa e Mirko e sentii chiaramente un barlume di speranza accendersi in me, speranze che furono abbattute da Moony che senza voltarsi mi ripeté ad alta voce: “Ho detto di non concentrarti su queste cose, basta stupidaggini, preparati per la missione, ci vediamo fra cinque ore. Ah, e prima di partire fai pace con Brahia, non vorrei ci facesse schiantare per farla pagare a te. ”
E sparì dalla mia vista, prima ancora di svoltare per il corridoio.

E’ quasi magia Moony.

Category : Daniele

Arrivati alle maledette coordinate di rendez-vous, non c’era più la Fulvia ad aspettarci, ma una nave più grande: la Allesi, il che, tristemente, significava inevitabilmente Comandante Calisto.

In plancia sembrò di essere in un cartone animato degli anni ’80, quelli che,  per risparmiare, riciclavano le stesse scene un milione di volte e così fu anche per noi. Notai Moony sghignazzare di nascosto, forse aveva intercettato il mio pensiero, mi domandai se sapesse cosa fosse un ’cartone animato’.
Sullo schermo, senza preavviso, comparve Calisto con la sua espressione arrogante e le solite mani dietro alla schiena, cominciò a parlare senza preamboli: “Comandante di Divisione Calisto dell’incrociatore A.E.R. Allesi. Gli ufficiali superiori, sono attesi fra 10 minuti al portello 12 per istruzioni. Calisto chiudo”. La stessa identica frase, come se ci avesse visto per la prima volta, forse faceva parte del loro kit ‘misere tattiche psicologiche’.
Socchiusi gli occhi preparandomi alla reazione furiosa del nostro Capitano.
Inaspettatamente, Reelnan si sporse dallo schienale, allargò un sorriso ironico e poi, battendo le mani sui braccioli, esclamò divertito: “Muoviamoci, ci stanno aspettando”. Moony si mosse insieme al Capitano, accennando un’espressione maliziosa.

Anche alla camera di equilibrio dell’Allesi, si svolse tutto secondo il copione della puntata precedete, un deja vu da far girare la testa: ad attenderci c’era Calisto nella sua posa impettita seguito dai suoi tre scagnozzi. Pensai che quella fosse la dotazione standard che l’A.E.R. assegnava agli stronzi, Moony scoppiò in una risata sguaiata. Mi colse di sorpresa, un simile comportamento rilassato di fronte a quel pubblico esigente, ma non mi diede neanche il tempo di riprendermi che ebbe la sfacciataggine di tirarmi un pugno sulla spalla sbraitando senza trattenersi: “Ma quante stupidaggini pensi al secondo?”. Dallo stupore persi l’equilibrio.
Mi voltai subito, colpevole e in imbarazzo, verso Calisto il quale si limitò a dire con espressione infastidita: “Capitano Reelnan e… il suo Tenente con poco senso dell’equilibrio, seguitemi pure nella sala tattica”. Si voltò e s’incamminò.
Rimasi allibito. Tutto qui? Un’espressione infastidita e la sua indifferenza? In quel momento fui veramente disorientato, di fronte ad un dilemma: rivalutare quella testa di cazzo o considerarlo un completo coglione?
Rimandai la questione a più tardi, accelerai a testa bassa per raggiungere il Capitano che intanto si era già avviato, Moony si limitava a seguirci tranquilla, saltellando e canticchiando. Probabilmente quegli incredibili poteri portavano semplicemente alla pazzia.
Ricevetti un altro pugno.

Naturalmente io e Moony fummo gli ultimi ad entrare. Occupai il lato destro dell’enorme tavolo, insieme al Capitano, Calisto e la sua Boy Band erano già seduti e schierati sul lato sinistro. Moony ci passò dietro la schiena, andò alla fine della stanza, scostò la sedia metallica a capotavola facendo un rumore d’inferno, ci si stravaccò scompostamente sopra ed appoggiò i piedi sul tavolo, dondolandosi leggermente all’indietro.
Io ero impietrito, non sapevo neanche cosa pensare, rimanevo semplicemente voltato verso di lei con gli occhi sgranati.
Calisto si schiarì la voce, quasi sicuramente per richiamare la mia attenzione, dato che non lo stavo minimamente calcolando. Mi girai verso il Comandante dell’A.E.R. che ora era visibilmente nervoso, guardai il Capitano fissare intensamente Calisto ma con un leggero sorriso divertito. Mi voltai nuovamente a guardare Moony che con nonchalance, strinse il pugno facendomi segno con il pollice all’insù.
Calisto iniziò a parlare rimarcando con tono duro le prime parole: “Se siamo tutti concentrati, possiamo iniziare il briefing.” Calisto mi fissò in attesa. Mi raddrizzai sulla sedia aprii leggermente la bocca per dire qualcosa, magari  qualcosa di intelligente, ma poi la richiusi: era meglio non peggiorare la situazione.
“Come avrete già notato, la Fulvia non si trova alle coordinate stabilite, ma la squadra A.E.R. che vi è stata assegnata si trova in attesa sul pianeta. Dovrete atterrare sulla superficie ed unirvi a loro. Le batterie anti aeree e le difese orbitali, sono state già avvertite del vostro arrivo.”
“E’ la vostra squadra che si unirà alla nostra.” puntigliò il Capitano.
“Vi unirete alla squadra A.E.R. sul pianeta.” ripeté Calisto, Reelnan non sembrò infastidito anzi, sfoggiava una calma serafica.
“La vostra zona di competenza, sarà il Settore 05, non vi sarà consentito sconfinare in alcuna zona diversa da quella che vi è stata assegnata. Non ammetto trasgressioni. Ad ogni modo, nel Settore 05 troverete i reperti da analizzare per la vostra missione.” Il Comandante A.E.R. sembrava più rilassato ora che stava nuovamente conducendo lui il gioco, senza distrazioni.
Ci fu qualche secondo di silenzio, interrotto da Moony che rivolgendosi a me, esclamò: “Chiedigli perché ci fa vedere solo i noiosi manufatti della popolazione locale e non, per esempio, i resti della spedizione imperiale di duecento anni fa…” Rimasi a fissarla con aria interrogativa. “Avanti dai, chiediglielo!” mi spronò con più forza.
Con sciocca reverenza infantile, alzai timidamente la mano, il Comandante si voltò nella mia direzione e rimase in attesa con espressione arrogante.
“Mi scusi…” aspettò di proposito che iniziassi a parlare, per potermi interrompere subito dopo “Non mi interessano domande e non accetto obiezioni”. Mi girai ancora verso Moony che mi faceva segno con la mano di proseguire, accompagnato da un “Dai su! Non essere timido!”
“Dicevo” mi sforzai di essere più incisivo, aiutato dalla rabbia per la maleducazione del mio interlocutore “Perché ci permette di vedere solo i manufatti della popolazione locale e non i resti della spedizione imperiale di duecento anni fa?”
Calisto trasalì, divenne paonazzo per la rabbia e lo stupore: “Come fa ad essere in possesso  di queste informazioni? Si identifichi!”
“Tenente Daniele, esperto in elettronica, assalt… “
“Basta così! Rimanga dove si trova.” Poi, rivolgendosi allo scagnozzo alla sua destra “Chiama la sicurezza, dobbiamo scoprire come ha avuto accesso ai nostri archivi.”
Moony si intromise in quella discussione: “No, no, no… Io fossi in te, non farei proprio un bel niente. Ma per fortuna non sono te!” disse con tono divertito ed un sorriso beffardo.
Di colpo i quattro si girarono sbigottiti nella sua direzione. Sembravano averla vista per la prima volta. Lei intanto aveva portato le mani dietro la testa, mentre li osservava divertita.
Calisto scattò in piedi in preda ad un attacco di bile: “E tu chi diavolo sei? Come hai fatto a…”
Moony tolse lentamente i piedi dal tavolo e si alzò in piedi. Si avvicinò e tendendo la mano verso il Comandante, disse tranquillamente “Tenente Moonlay, Sensitivo di Classe Kaira”.
Calisto rimase lì sul posto, impietrito dalla notizia.
Moony proseguì il suo spettacolino “Non dà neanche la mano… che scortesia. Allora, dov’eravamo? Ah sì, alla domanda del perché ci vuoi mandare in giro a fare i turisti perditempo…”
Calisto continuava a rimanere in silenzio mentre Moony lo incalzava “Forza Comandante, non vorrai di certo che conduca una conversazione da sola…? Anche se effettivamente potrei farlo…”
Calisto iniziò a balbettare: “Questa zona… è sotto il controllo dell’A.E.R., non dell’Esercito Imperiale. E sono io al comando ed i miei ordini vanno rispettati senza discussioni” accompagnò con il capo l’ultima frase, quasi per sottolinearla.
Moony si mosse in avanti verso di lui, ancora più sorridente: “Sapevo che l’avresti detto e non perché sono un sensitivo, ma solo perché tu, come i tuoi compagnucci siete estremamente prevedibili e banali. Comunque” indicò il mini pad che portava sotto l’ascella “Questo coso dice chiaramente ‘Inculatevi e fate come dico io’” si girò ammiccando nella mia direzione, nella mente fui solleticato dalle sue parole che mi dicevano “Questa frase mi piace da morire”, poi si girò nuovamente verso il Comandante e concluse: “Quindi, se le vostre piccole menti non hanno afferrato la situazione: Io, faccio quello che dico Io”.
Calisto sembrava aver perso tutto il suo auto controllo e, livido in volto, si lasciò andare in una sfuriata isterica: “Tu, mostro… scherzo della natura! Ti farò espellere dalla camera di equilibrio, come spazzatura nello spazio! Immonda creatura…”
Moony si avvicinò ulteriormente, in un attimo il suo sorriso lasciò il posto ad un’espressione seria e feroce: “Non sfidarmi piccolo comandantuccio. Vogliamo scommettere che posso impiegare meno di un’ora per far fuori tutto il tuo equipaggio e a far schiantare la tua nave sul pianeta in una delle zone interdette? E ti posso assicurare che mi resterebbe ancora il tempo di farti soffrire orribilmente, prima che la tua astronave finisca di bruciare in atmosfera…”
Callisto fece un passo indietro, visibilmente spaventato. Moony cambiò nuovamente espressione tornando a quella da bambina giocosa, si rivolse verso me ed il Capitano ed annunciò: “Qui abbiamo finito, possiamo andare su Lilith”.
Mentre lasciavamo i nostri ospiti ancora paralizzati dalla paura, Moonlay si fermò un’ultima volta, mosse qualche passo indietro e con tono di sfida si riferì ancora a Calisto: “Ecco! Finalmente  mi hai rivelato chi è il tuo burattinaio… Bravo, avverti pure quello smidollato dell’Ammiraglio Mierrill, fallo unire alla nostra festicciola, ci sarà da divertirsi.” Si girò e ci raggiunse.

Appena saliti sul BANTHA, il Capitano si lasciò andare sul sedile e scoppiò in una risata fragorosa, tra le lacrime e le risate lo sentii ringraziare Moony: “Grazie, sono le persone come te che mi fanno amare il mio lavoro.”

Pi greco.

Category : Ilario

Se stai leggendo questa lettera probabilmente sono morta. Oppure sono stata “rieducata”. In ogni caso, ho deciso di scriverti per metterti in guardia, per supplicarti di non scavare e di lasciare tutto così com’è. Credimi, è meglio per tutti, a partire da te.
Ripensandoci, mi viene quasi da ridere, la soluzione era lì, in bella vista, sotto ai nostri occhi. E lo è sempre stata. E noi, accecati dalla nostra arroganza di sapere tutto perché siamo tecnologicamente avanzati, non ce ne siamo accorti. Per usare uno dei tuoi modi di dire, stavamo guardando il dito e non la luna. Bastava fare un passo indietro, bastava tenere il nostro ego nel suo recinto, bastava solo osservare, bastava essere semplicemente meno presuntuosi. Cose semplici, in fondo, eppure complicate. Soprattutto da ammettere.

In questi mesi ho studiato, e ti prego di scusarmi se non ti ho detto nulla, la Rete di Comunicazione imperiale, e ho capito una cosa: è ovunque e non è controllabile, salta fuori quando meno te l’aspetti, sembra quasi vivere una vita propria. Per fare un paragone con qualcosa che conosco bene, è come il Pi greco: è un numero che nasce per un motivo molto pratico (il calcolo del perimetro e dell’area di un cerchio) e compare in ambiti molto diversi tra loro, spunta fuori nella teoria dei numeri, nel calcolo delle probabilità, nell’analisi matematica, in cose che sono distanti anni luce dal cerchio e dalla geometria in generale. E sai perché?
Ottimo, non lo so nemmeno io. Anzi, non lo sa nessuno. Semplicemente è lì, esiste in quanto tale.

La rete imperiale non è tanto diversa: compare su sistemi distantissimi tra loro, in maniera non casuale e, soprattutto, senza che l’Impero abbia mai speso un soldo in infrastrutture di comunicazione. E questo te lo so dire per certo, perché ho violato i sistemi dell’A.E.R. e ho visto che non hanno mai fatto investimenti nelle telecomunicazioni.
Ora, io non so dirti se questa cosa sia importante o meno, ma se hai ricevuto questa lettera credo che un minimo d’importanza ce l’abbia.

E il motivo è presto detto: la Rete di Comunicazione non è roba nostra. Non so chi o perché l’abbia realizzata, so solo che non è stata fatta da noi. E non so nemmeno se chi l’ha fatta ci è amico o nemico.
Ecco, questa è la mia eredità. Ti lascio queste informazioni con la certezza che ne farai l’uso più giusto. Difficilmente mi fido di qualcuno, men che meno di un alieno, ma sono certa che ne farai un buon uso.
Addio Ilario, è stato bello conoscerti.

Per sempre tua,
Hurla.

Ho deciso di rispettare l’ultima volontà di Hurla, non scaverò né farò domande: mi limiterò a diffondere questo scritto così com’è, senza aggiungere o togliere nulla. Ho perso un’amica fidata, una compagna valida e, diciamocelo, un’ancora di razionalità che mi permetteva e mi aiutava a vivere meglio il mio dolore, la mia dualità, il mio essere nel contempo schiavo e carnefice.
Non so cosa farò domani o cosa mi succederà, può essere che mi succeda tutto o che non mi capiti nulla, chi può dirlo?
Una cosa è certa: non siamo più soli. E la prova è qui, in mezzo a noi: tutte le volte che scriviamo su Darknet, che comunichiamo con un BANTHA o che, semplicemente, telefoniamo a casa, implicitamente ammettiamo l’esistenza di qualcun’altro, di un’entità forse benevola o forse no, ma sicuramente superiore, visto che ha costruito una rete di comunicazione grande quanto l’Universo.
Nemmeno io so chi o cosa sono, ma quello che ci hanno lasciato è innegabile, visibile, sotto gli occhi di tutti.

Mi mancherai, topolona.
Tanto.

Suddendly…

Category : Pekka

E poi tutto d’un tratto ti viene ricordato che l’Impero è ancora in guerra con tutta una serie di nemici già conosciuti a cui non interessa niente delle nostre investigazioni su possibili e misteriose nuove nemesi.
Essì, siamo già in guerra.

La base che aveva smesso di trasmettere e che avremmo dovuto investigare come prima missione della …and thanks for all the fish era nascosta nella nube di Oort di un sistema di cui fregava niente a nessuno. La base era un avamposto di ascolto ricavato da un asteroide perso in mezzo a milioni di altri sassi noiosi, mollato lì giusto per assicurarsi che se a qualcun altro venisse la malsana idea di occupare il sistema, l’Impero l’avrebbe saputo.
Mi dava l’idea di un posto dove l’intrattenimento del Sabato sera fosse giocare a roulette russa con i caricatori pieni. Anche solo leggere il briefing sulla base mi aveva messo addosso un tale senso di tedio da doverlo interrompere un paio di volte per dare delle sonore capocciate contro il muro. In quel posto di merda ci stanno 5 persone e per turni di 6 mesi alla volta. Le navi di terzo livello sono delle crociere in confronto.

Arrivammo all’ombelico dell’Universo dopo circa una settimana di viaggio. Il posto è supersegreto, quindi dovemmo fare il salto lontano dalla destinazione e poi avvicinarci con emissioni minime, e fu così che ci salvammo dall’essere obliterati dalla nave Beta1 che pattugliava la zona dopo aver obliterato la base qualche settimana fa. Ci fu un po’ di costernazione in plancia riguardo la presenza della nave Beta1.
“Ti odio.” Disse enfaticamente Krunk in mia direzione fissando lo schermo.
“Ci hanno già visti?” chiesi io al sottoufficiale alla postazione sensori.
“No, Signore, ancora no.” Rispose lui. Eravamo ancora a basse emissioni… “Ma appena cerchiamo di invertire la rotta non potranno non beccarci.” Disse il Capitano imbronciato.
“Splendido, su questo siamo d’accordo. Quali sono le nostre opzioni. In un testa a testa quali sono le nostre probabilità?” Dissi io.
Rispose Krunk: “Poche. Sono più agili e veloci. Come armamenti siamo in teoria alla pari, se è una delle loro corvette standard.” Fissai lo schermo.
Eravamo poco più di 400’000 km di distanza dagli Beta1, in mezzo a noi solo vuoto, pulviscolo e qualche asteroide che roteava pigro. Alla velocità attuale avevamo una sessantina di minuti prima di essere sicuramente visti sui loro strumenti.
“Idee?” chiesi rivolgendomi a tutti i presenti. Nessuno rispose. Dopo qualche momento ancora, Stros, in centro alla sala a osservare l’ologramma dei sensori, alzò la mano controvoglia. “Splendido! Sentiamola.” Dissi con falso entusiasmo.

E fu così che mi trovai di nuovo a pilotare un Bantha, dietro di me, un sergente armeggiava con il sistema armi, selezionando proiettili cinetici e missili concussivi. Guardando a sinistra vedevo il secondo Bantha della …and thanks for all the fish, come noi, a pochi metri dalla superficie dell’asteroide dietro cui ci stavamo nascondendo. Sopra il secondo Bantha vedevo le sagome di tre Sterminatori, in piedi, ritti e impettiti, con tutti i comparti armi aperti. Sembravano fiori antropomorfi.
“Come va lì sopra, Iain?” chiesi nel microfono.
“Alla grande, Signore, alla grande.” Rispose lui immediatamente dall’altra parte della linea criptata.
“Fai solo attenzione a non rigarmi la carrozzeria, eh.” Dissi io. Dal soffitto sentii il pesante tonfo di un gigantesco piede che sbatteva sul tetto.
Dalle cuffie del casco sentii la mia controparte sul secondo Bantha: “Inversione in 30 secondi.” Mi sistemai meglio sul mio sedile e misi le mani sui controlli, i sistemi su standby. Intorno a me i sibili e i tonfi di tutti i compartimenti armi del trasporto che si aprivano.
“Inversione, ora. Sorpasso in 90 secondi.”
Tornò la voce nelle cuffie. Non invidiavo per un cazzo la gente sul Delta in questo momento, anche con naniti cazzuti, i G sarebbero stati tremendi.
“Sentito, Iain?” chiesi “Ricevuto. Attacchi magnetici attivi e sicuri.” Risposi lui.
Stros aveva espresso la sua idea in maniera semplice e concisa: Sorpresa e volume di fuoco. Nella pratica, i due Bantha si sarebbero nascosti dietro un asteroide mentre il Delta avrebbe proceduto diritto verso la nave Beta1 per poi sorprendersi tantissimo della sua presenza, invertire la rotta e fuggire a tutta potenza. Dopo esattamente 90 secondi il Delta passò davanti alla nostra postazione, coda di fusione lunga e brillante. Appena fuori dal cono d’ombra dell’asteroide cominciò a mandarci le telemetrie in tempo reale. La nave di Beta1 aveva abboccato e li seguiva a ruota.
“25 secondi a ingaggio.” Questa volta era la voce di Krunk. Avevo l’adrenalina a mille, mi resi conto che stavo stringendo i comandi compulsivamente e mi costrinsi a rilassare le mani. Intorno a me continuavo a sentire il Bantha attivare sistemi di arma e caricare le bocche di fuoco. 20 secondi dopo spuntò la nave di Beta1, era decisamente più veloce del Delta, ma ovviamente la fuga era solo una finta. A 25 secondi esatti noi ci staccammo a tutta potenza dall’asteroide diretti alla nave Beta1 e il Delta invertiva di nuovo la rotta puntandola direttamente. 10 secondi ancora e aprimmo tutti il fuoco. Tutti.
Secondo Stros, l’unica maniera per sovraccaricare e disattivare lo scudo nemico era tirargli dietro tutto quello che avevamo, questo includeva gli armamenti del Delta, dei Bantha e tutto quello che si potesse magnetizzare e attaccare allo scafo, nella fattispecie gli Sterminatori e una decina di Hom52. Tutti esaurirono le loro intere scorte di missili in meno di 3 secondi creando una enorme salva. Migliaia di missili, dai più piccoli ai più grandi, tutti andarono a segno. Nel frattempo le torrette a fuoco rapido e tutti i cannoni cinetici bersagliavano lo scudo a ritmi da fondere le canne. Lo scudo durò solo momenti, poi scoppiò come una bolla di sapone, ma l’avversario riuscì a rispondere colpendo il Delta su un fianco con una lama di energia e il secondo Bantha con una salva di missili facendolo esplodere. Poi toccò alle nostre lame ad energia, e senza scudi non ebbe scampo. Il tutto era finito in meno di un minuto. Stavo ancora tremando quando riattraccammo alla …and thanks for all the fish eravamo anche riusciti a recuperare gli sterminatori sbalzati via dall’esplosione del secondo Bantha, quella gente è indistruttibile, ma ne avevamo perso l’equipaggio. Sono morti anche in tre sul Delta, succhiati nel vuoto quando il fianco è stato squarciato.

Diciamo che poteva andare peggio, ma non mi sono neanche tanto divertito.
Vi saluto, adesso stiamo zoppicando verso la base più vicina per mettere a posto la nave, speriamo senza altre sorprese.

Nella bolla, una richiesta d’aiuto.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Fuerte Ventura 23 aprile 2014

Da quindici giorni ci nascondiamo in una casetta nel pueblo di Villaverde, Marianna ci ospita inconsapevole del pericolo che corre, io mi sento una merda. Marianna, io e T-Bones la conosciamo da anni, si è trasferita qui agli inizi del 2004, scappava da quella quotidianità che era la vita nell’industriale Torino, ormai in decadenza, portava in grembo Niamh, figlio della felicità e della spensieratezza che la ingravidarono a poco più di 24 anni. Marianna ci ha trovato sulla strada che porta a Tindaya, una coincidenza, né io e né T-Bones ci ricordavamo che lei viveva ancora qui o per meglio dire con tutto quel trambusto e con il casino che avevamo combinato, non ci era manco passato per la mente.

Il suo sgangherato furgoncino Citroen alimentato ad alcol, ci ha caricato lungo la spiaggia del Tipì e dopo gli increduli baci e abbracci di rito, ci siamo ritrovati a bere del Gin Tonic al lampone all’interno della sua casetta, di fronte ad un vecchio mulino a vento, costruito dagli olandesi all’inizio dell’800, quando questa era la terra dove ancora attraccavano i Pirati.
Marianna coltiva Aloe Vera ed altre piante da cui ricava, creme, saponi e vizi, dall’Aloe ricava uno sciroppo curativo che credo piaccia ai miei naniti visto che il loro sintomatico regresso è piuttosto rallentato nonostante io li metta parecchio sotto sforzo. Riesco a tenere lontani gli imperiali grazie alle mie facoltà e agli insegnamenti che ho ricevuto in questi mesi, mi sono immerso insieme al mio compagno in una bolla cerebrale che tiene lontani i curiosi ma non durerà a lungo se non trovo subito dei naniti da iniettarmi.
Sono concentrato e non ho tempo neanche per aver paura.

T-Bones li ha esauriti da qualche giorno, i brividi di freddo continuano a scendergli lungo la spina dorsale e a volte si sente fiacco, ha continue crisi di ansia che sfociano in rigurgiti di vomito e blasfemia, per attenuare i dolori fuma in continuazione dell’erba che a me facilita il compito di proteggerlo, facendolo rimanere nell’anonimato, purtroppo qui sull’isola non esiste un mercato nero per procurarsi naniti e l’unica via d’uscita che mi viene in mente e quella di unirsi alla ribellione terrestre, ma è una scelta difficile, non ho voglia di coinvolgermi oltre in questa storia, come non avrei voluto diventare un filo imperiale e mio malgrado mi ci sono ritrovato, inoltre da qui non saprei come mettermi in contatto con un eventuale gruppo di terrestri incazzati. 
Il tutto sempre per colpa della mia assurda attitudine ad innamorarmi della persona sbagliata.
Alexis, perché non ci ho pensato prima, se c’è qualcuno che può salvarci il culo è lei, non so dov’è ma sono sicuro che se provo a contattarla lei mi sentirà e poi starà a lei, potrebbe denunciarmi o forse potrebbe aiutarmi, ma se quel poco che ho sentito lo ha sentito pure lei, forse…bah non so e non ho altro.

Niamh si avvicina con il classico passo del bambino curioso, mi chiede perché ho gli occhi sempre socchiusi e perché ogni tanto mi si alzano le spalle come se avessi un tic nervoso, sgrano gli occhi e capisco che i naniti mi stanno per abbandonare, provo a chiedere a Marianna se per caso e possibile trovarne, ma qui nessuno ne ha bisogno se non chi lavora per gli Itan, così fumo un po’ d’erba pure io, insieme a T-Bones, mi rilassa e …Stand By… Sogno

Dove sei? Se solo qualcosa hai sentito di mio come io ho sentito di tuo, aiutami, non so neanche perché arrivati qui ci hanno attaccato, mi hanno fatto venire qui per una missione e mi sono ritrovato un Bantha dietro le chiappe, aiutami, non so se riuscirò più a sentirti, ma… Play…Record…

Gocce di sudore grosse come lacrime di pioggia di un acquazzone estivo, colano dal mio viso, credo che l’ultimo sforzo fatto mi abbia fatto esaurire le batterie, tengo gli occhi chiusi e aspetto, non so chi e non so cosa, ma spero che Alexis mi abbia sentito, in fondo se pur per poco…

Darknet mood ::Off::

Un soldino per i tuoi pensieri.

Category : Daniele

Me ne stavo tranquillamente seduto nel mio posto segreto, sedere a terra e schiena appoggiata alla parete metallica, assorto nei miei pensieri, come al solito cullato dal battito profondo e rassicurante del nucleo energetico.

Riflettendoci bene, tutta questa faccenda aveva dei risvolti veramente strani e, per certi versi, inquietanti.
I pezzi di questo intricato puzzle fluttuavano disordinati nella mia mente, quando pensavo di aver catalogato qualche elemento, questo si diramava in altre mille domande.

Prima di tutto il sistema di Lilith. Segreto a gran parte dell’Impero e situato in un punto imprecisato dell’Universo anche se, visti i tempi di percorrenza, sembrerebbe proprio vicino alla Terra, nella nostra galassia. Inoltre, ci sono le costruzioni presenti in questo angolo dello spazio e su Burney: appaiono tutte di recente costruzione, ma allo stesso tempo denotano un dispiegamento di forze imponente, quasi esagerato. Quale importantissimo obiettivo cerca di perseguire l’Impero con tutte queste energie? E la comparsa di questa nuova e sconosciuta ‘minaccia’, bisbigliata sottovoce nei corridoi, c’entra qualcosa in questa faccenda?
Ed infine, ciliegina sulla torta, il delicatissimo equilibrio tra le forze in campo: A.E.R., Esercito Imperiale e non per ultima, la stessa Volontà che sembrano strattonare la fune per assumere il controllo della zona.
Come se la situazione non fosse già complicata di suo, recentemente si è aggiunta anche la leggendaria sensitiva di nome Moony. Qual è il suo ruolo sulla scacchiera?

“Eh già, chissà quale ruolo ha la braaaaavissima e beeeellissima Moony in questa faccenda…?”
Una voce irruppe nel mio personalissimo discorso. Una figura si era materializzata davanti a me, dallo spavento scattai indietro sbattendo la testa sulla parete.
Mentre mi massaggiavo la nuca per la botta, misi a fuoco la sagoma sfocata che avevo davanti. Una ragazza, accovacciata di fronte a me, gomiti appoggiati sulle ginocchia e mani che reggevano la testa leggermente inclinata a sinistra. La sua espressione sembrava rilassata e divertita allo stesso tempo, mentre sul suo volto si allargava un sorriso materno, come una madre intenta ad osservare il suo bambino che per la prima volta gioca con le costruzioni.
“Moony! Ma come hai…”
“Ad arrivare così di soppiatto?”
“…” non mi lasciò neanche il tempo di risponderle
“No, non eri così assorto da non vedermi e… no, non ti stai neanche… rincoglionendo. Che termine buffo! Ma come parli?” Sghignazzò divertita.
“Io…”
“No, non ti devi scusare, non è colpa tua.” la ragazzina non mi lasciava tregua, non mi dava il tempo materiale di organizzare i pensieri e mettere in fila due frasi.
“Si, sono più veloce io a capire l’essenza dei tuoi pensieri che tu ad ordinarli…”
“…”
“Si, voi umani siete veramente un… libro aperto – che bella metafora! – per noi. Facili da penetrare, non siete stati educati nell’uso della mente.”
“…”
“Si, lo so…” mi anticipò di nuovo.
Strizzai gli occhi dallo sforzo e le urlai in faccia: “Basta!!!”

Rimase immobile e dopo qualche frazione di secondo mise su un’espressione triste da bambina imbronciata, ma si vedeva lontano un chilometro che stava fingendo. Poi portò una mano alla fronte come per fare il saluto militare e con tono caricaturale da Sergente Hartman, ringhiò: “Agli ordini, Capo!”
“Possiamo parlare in maniera normale?” le chiesi in tono dimesso.
“Beh, normale è molto relativo, ma ho capito cosa intendi e… va bene”.
“Grazie” conclusi esausto.

Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, ebbi il tempo di osservarla meglio.
I pantaloncini corti mostravano le sue ginocchia e le candide cosce con un sottile laccetto di pelle avvolto alla gamba sinistra. Legato all’altezza della cintura, spiccava un cilindretto opaco di colore grigio chiaro, finemente cesellato e più su, dalla giacca aperta che le scendeva fin sotto il sedere, si vedeva lo strano corpetto osservato durante il nostro primo incontro. Al centro c’era un dispositivo non imperiale, da quella distanza e grazie al traduttore, potevo distinguere chiaramente il marchietto rosso di fabbricazione riportare la scritta ‘Licante’, quindi non Itan o qualsiasi altro sistema sotto la giurisdizione dell’Impero. Ancora più su, all’altezza dell’ascella destra, si vedeva il misterioso mini pad con il suo schermo nero, legato con tre cinghie marroni che sparivano dietro la schiena. Il tutto sovrastato dalla sua testolina dai lineamenti dolci e dalla grande treccia nera e fucsia che le ricadeva sulla spalla sinistra. Gli occhialoni neri da saldatore davano quel tocco finale steam punk che la rendeva molto più simile ad un manga che ad un soldato imperiale.
Mi fissò tranquilla, poi con calma ruppe il silenzio: “Quante domande ti girano in quella testolina… spara la prima!”
Un po’ intimidito iniziai quella che per fortuna, sembrava essere diventata una conversazione normale: “Partiamo dal principio, come mai non ti ho sentita arrivare?”
“Beh, partiamo davvero dal principio allora.” Fece finta di schiarirsi la voce: “Tecnicamente non sono ‘arrivata’, ero con te sin da quando hai lasciato il tuo alloggio”. Si morse un labbro come se fosse stata sorpresa a compiere una marachella.
Corrucciai la fronte, in quel momento non sarebbe neanche servito leggermi nel pensiero, bastava guardare la mia espressione da troglodita ottuso.
“Si chiama Mimetismo Sensoriale” stavo per mettermi a fare pittogrammi ed uscire a caccia con una clava, quando mi venne in soccorso “In pratica è l’abilità di cancellare in tempo reale i ricordi della propria presenza. Ci sei, ti percepiscono e ti vedono, ma non si ricordano di averlo fatto… figo vero? Che linguaggio colorito che avete…” e sorrise di nuovo. Sembrava tutto un gioco per lei.
“E puoi farlo con più persone alla volta?”
Si morse nuovamente il labbro e deviò lo sguardo verso terra “Sì, all’attuale livello delle mie capacità, posso farcela con circa una sessantina di persone contemporaneamente.”
Ripensai al tragitto che avevo fatto per venire qui ed in quel momento mi ricordai di aver notato alcune persone voltarsi dalla mia parte ridendo divertite. Cominciai ad arrabbiarmi.
“Quindi mi hai fatto fare la figura dello scemo!”
“Beh, di solito è così che si instaurano legami più velocemente… con gli scherzi.”
“Si ma non a discapito di qualcun altro!”
“Mi odi?”
Mi colse alla sprovvista. Ci pensai un attimo poi risposi: “No. Ma solo perché sei scema.” Azzardai un sorriso, subito ricambiato dal suo.
“…E il resto della chincaglieria che ti porti addosso?”
“Ah beh, sono tutti ricordi dei compagni che ho conosciuto e dei posti in cui sono stata.”
“Tipo?”
“Allora, gli occhiali che porto appesi al collo, mi sono stati regalati durante la mia missione su Woody. Mi volevano molto bene lì, di solito gli stranieri, li lasciano girare con dei fastidiosissimi visori, a causa della forte luce…” Abbassai lo sguardo verso il dispositivo al centro di quello strano corpetto.
“Ah, questo… è un ‘deviatore proiettili’, l’ho preso dall’esercito del protettorato di Bess.” Poi fece cenno con la mano come se volesse scacciare via i miei pensieri “Certo, non è neanche lontanamente paragonabile ad un’armatura imperiale ma è molto più leggero e meno ingombrante… tanto il mio obiettivo non è quello di farmi sparare addosso.” e accentuò l’affermazione facendo l’occhiolino.
Mi concentrai sul mini pad messo a mò di fondina sotto il suo braccio “Ah!” esclamò lei “Questo sì che è un oggetto interessante, mi è stato dato qualche anno fa, ce l’hanno in pochi, è un lasciapassare imperiale e… Ohohoh! Ma tu sai già che cos’è! L’ha ricevuto anche un tuo amico e… in parole povere, dice ‘Inculatevi e fate come dico io’. Mi fa morire dal ridere il vostro linguaggio!”
Cercai di sviare il discorso: “…e quel cilindretto di metallo?”
“Questo è il mio ‘Emphor’, è fatto di LINX e viene dato ai sensitivi più capaci. Sai, anche se il LINX viene usato dall’Impero solo per costruire nuclei e cose di questo genere, ha molte proprietà stupefacenti. Il mio popolo ha scoperto solo da un secolo che può amplificare le capacità mentali. Sono parecchi anni che mi alleno ad usarlo ed ancora non ne conosco tutti i segreti… e quando saprò usarlo bene” alzò le braccia nella posa dei culturisti e, gonfiando le guance in tono scherzoso per assumere una voce più maschile, continuò “Diventerò fortissima!!”.
Poi abbassò le braccia e riprese in tono da bambina lagnosa: “Così il Consiglio riconoscerà che ho superato Kaira e dovrà introdurre una nuova categoria” fece una pausa e poi riprese esultando come una pazza “Classe Moonlay! Ehhhhhh, e poi donne, soldi, potere e auto da corsa…” fermò il suo delirio per riassumere un’espressione seria, poi annunciò: “Certo che la tua testa è piena di stupidaggini”.
Aveva continuato a leggermi nel pensiero durante tutta la conversazione. Le dissi deluso: “Avevi detto che avremmo fatto due chiacchiere in maniera… normale”
“Lo so, lo so… è che mi diverte troppo vedere i tuoi pensieri confusi prendere forma in frasi articolate. Detto tra noi, tralasci un sacco di cose. Da una moltitudine di concetti e ragionamenti, estrapoli sempre e solo un paio di frasi striminzite.”
Per distogliere l’attenzione da quel discorso, mi soffermai a fissare con un velo di tristezza il laccetto che aveva legato alla gamba.
“Oh, questo… sono stata per un po’ di tempo con una squadriglia di ricognizione Nolvort e, in più di un’occasione, gli ho salvato la vita. Questo è stato il loro ringraziamento: farmi sentire una di loro.” Poi fece una piccola pausa “Mi dispiace molto per la tua amica, ma ho conosciuto il suo popolo” in un gesto d’affetto, mi appoggiò una mano sulla spalla “e fidati, è morta realizzando quello per cui era nata.”

A quel punto suonò l’allarme di prossimità, e dal canale della nave, la voce del Capitano irruppe tra di noi: “Incrociatore dell’A.E.R. in avvicinamento, tutti gli ufficiali superiori a rapporto in plancia.”

E nella mente, mentre mi alzavo, aggiunsi “Si va in scena”.
Moony si lasciò andare in una risata.

Rieducazione ad personam.

Category : Francesca

Tutti dicono che quel giorno al lavoro un passeggero Plusha si sia alzato di scatto, urtando contro uno degli Imperiali seduti al tavolo di fianco, i due presero a litigare, un cazzotto volante colpì la mia nuca e io svenni beatamente nel mezzo della mischia, successivamente sedata da un ufficiale Itan.
L’Imperiale vinse una sorta di “nota di demerito”, il Plusha invece dovette scendere alla prima fermata, non proseguendo più il viaggio sull’astronave. L’Imperiale e il Plusha mi porsero le loro scuse attraverso una lauta mancia, recapitatami direttamente in infermeria, accompagnata da un Exs (una specie di fiore).

Tutti dicevano così e io ci credevo anche. Poi una sera Ermes mi fece arrivare un messaggio sul’N-pad: “Cinema spaziale?”. Così ritornai sul ponte tre, al planetario diciamo. Lui era già lì, sdraiato sulle poltrone a rimirar l’Universo, mi disse parlandomi nella testa: “Bentornata, la vuoi sentire una storia?”. Feci spallucce e risposi “Ok”:

quel giorno al lavoro, un Plusha si alzò di scatto, colpendomi, io feci cadere tutte le cose che erano sul vassoio direttamente sul tavolo degli Imperiali, uno di loro mi prese per il collo e strinse forte, gli occhi quasi mi si girarono al contrario, il Plusha colpiva l’Imperiale, ma questo non smetteva, anzi, mi buttò a terra inveendo su di me col vassoio, io che a stento respiravo, svenni. Un ufficiale Itan si piazzò davanti all’Imperiale, non disse una parola, quello smise di malmenarmi. Dei soldati con delle strane divise, prelevarono l’Imperiale e lo portarono via, senza neanche toccarlo, si misero ai suoi lati e quello seguì ubbidiente. Era calato il silenzio nel locale. Nessuno ci capiva più nulla.

“Adesso entro in scena io e… ta daaaaaaa” – disse Ermes, poi continuò:

arrivò Ermes, ci mise poco a capire cosa fosse successo, ma per uno della sua specie prese una grande decisione: mi aiutò. Ermes, è un Rieducatore Voolena di alto grado, capace di lavare il cervello anche a chi non ce l’ha, così quel giorno si sedette al banco, sempre sul suo sgabello, e mise in atto un lavaggio del cervello di una certa entità. Entrò nella testa di tutti i presenti al fattaccio, uno per uno, emisfero per emisfero, entrò, scrutò e raccontò alle loro sinapsi e alle loro memorie quello che tutti credono di aver visto. Ci mise diverso tempo. Non contento seguì lo stronzo Imperiale e i soldati che lo avevano scortato via, parlò con loro singolarmente, gli riscrisse il cervello con dovizia di particolari, lo stesso giochetto lo fece con l’Itan, con il personale dell’infermeria, con il personale della sicurezza che aveva visto tutto dalle telecamere interne dell’astronave, fece anche sì che i file di quella registrazione venissero per errore sovrascritti da altri dati, a causa di un bug del sistema interno.
Praticamente rieducò i cervelli di circa 50 persone in meno di 18 ore. Notevole. 
Io neanche riesco a convincere me stessa a smettere di fumare.

“Bella quella nebulosa” – dissi.
“A cosa pensi Francesca? dimmelo tu, non mi far sbirciare” – mi disse Ermes perplesso.
“Grazie Ermes di avermi aiutata. Sono imbarazzata. Forse non mi rendo neanche bene conto di quanto sia stato faticoso e soprattutto pericoloso rieducare tutte quelle teste.” – Gli parlai senza spostare lo sguardo dalla nebulosa violetta che si allontanava piano.
“Un pochino.” – sorrise Ermes.
“Ho trovato il tuo biglietto in cabina. La risposta è SI.” – gli dissi guardandolo direttamente negli occhi questa volta.
“Wow. Ti fidi di me!” – mi parlò mostrandomi un sorriso da bambino.
“Già, a quanto pare.” – dissi e lo fissai.

Nel cielo dell’Universo scivolarono via alcuni pianeti e un ammasso di asteroidi, una cometa suicida e una stella grande tanto quanto il nostro Sole. “Ermes?” chiesi.

Lui si stiracchiò come un gatto, poi mi disse: “Francesca. Te l’avevo già detto, te lo ripeto, io sono stufo di questa storia del superpotere di Itan, e sento, e so, che qualcosa bolle in pentola. Lo so dai racconti dei tuoi amichetti, lo so perché i miei fratelli Voolena lo sanno. Lo so. C’è qualcuno o qualcosa con due palle così che è tornato da queste parti. Voglio scoprire di più, per farlo in qualche modo devo raggiungere Lilith, altrimenti non sarei imbarcato su questa assurda astronave commerciale. L’unico problema è che non riesco a capire dove si trovi esattamente.”

“Mi intriga questa cosa. Mi piace sapere che c’è qualcuno o qualcosa che sta facendo impazzire gli Itan e suppongo anche tutta una serie di altre razze. Sicuramente i Terrestri staranno giocando a vedere chi ce l’ha più lungo. Ma visto che io non sono sulla Terra… posso venire con te?” domandai tutta seria.

“Guarda che bel branco di comete!” rispose Ermes sghignazzando.

“Fanculo Ermes!” dissi io ridendo.

Le cose sono andate così o come ha detto Ermes.
Certo che è spaventosa questa capacità. Chissà se tra di loro si ravanano nel cervello…

Domani rientro al lavoro. Spero di poter seguire Ermes. Magari passo di grado anche io!
The best is yet to come!
xxx

A volte, spariscono.

Category : Ilario

Di solito mi preoccupo parecchio solo per una persona: io.
Ma non in questo periodo.
Hurla è semplicemente scomparsa nel nulla, come se la terra le si fosse aperta sotto i piedi e l’avesse inghiottita in un sol boccone. Per i primi due giorni non mi sono allarmato più di tanto, ma al terzo giorno ho preso il coraggio per il bavero e ho bussato alla porta del capo.
A parte la presentazione ufficiale, della quale ho un vago ricordo, questa è la seconda volta che lo vedo: si chiama Skan, è sempre in giro fuori ufficio, e onestamente mi domando a fare cosa, ed è l’unico imperiale che trasmette la stessa voglia di vivere di un lombrico. L’ho già soprannominato skaz, rende meglio l’idea.
Non attendo che skaz dica “avanti”, entro e basta. Lui è alla scivania che sta scrivendo qualcosa, mi domando cosa, visto che non c’è mai, forse la lista delle cose che non si sogna di fare. Tipo ascoltarmi, per esempio.
Alza lo sguardo per un attimo e grugnisce un “Mi dica” riprendendo a scrivere subito dopo.
“Sono Ilario, quello nuovo. La mia collega Hurla è scomparsa da tre giorni, vorrei sapere cosa fare per rintracciarla”.
Skan smette finalmente di scrivere e si appoggia stancamente allo schienale come se fosse appena uscito da una giornata in miniera.
“Lei è veramente sicuro che sia il caso di preoccuparsi?” mi chiede il lombrico.
“Altrimenti non sarei qui, non le pare?” gli rispondo quasi piuttosto seccato. Cos’è, per caso è la giornata mondiale delle frasi banali?
“Io capisco la sua preoccupazione, ma non crede che sia un po’ prematuro pensare al peggio?”
“Infatti è per questo che sono qui: vorrei sapere se si è presa una vacanza o se è in missione per conto del Bureau. E se lei conoscesse Hurla quanto la conosco io, sarebbe ugualmente sul chivalà”. Mi son trattenuto dall’aggiungere un “pezzo di cretino” che avrebbe reso giustizia alla frase.
“Senta, facciamo così: se la cosa può tranquillizzarla attiverò la Volontà perché faccia le dovute indagini.”
“Grazie, signore” rispondo in tono asciutto.
Volto le spalle ed esco, e con la coda dell’occhio vedo che sta prendendo il telefono.

Quella sera sono passato al suo appartamento e ho suonato il campanello per almeno una decina di volte. Tutte le volte ho parlato con il registratore di visita, una sorta di segreteria telefonica per citofoni: l’Impero ci sa deliziare con gustose gadget tecnologici.

Da allora non ho più saputo nulla, ho anche pensato di sfondarle la porta di casa per sincerarmi che non ci fosse il suo cadavere ancora sotto la doccia, come nel peggior film simil-poliziesco. Ho cercato di contattare suo padre, ma niente da fare. Ora sto pensando al peggio, non è che non mi fido di skaz, ma è che mi fiderei di più di uno come Iago.
Ho alzato il telefono e ho chiesto a Napoleone, il receptionist di Ajaccio, di mettermi in contatto con qualcuno della Volontà. Sono rimasto parecchio stupito dal fatto che si ricordasse di me e di Hurla, e mi ha assicurato che mi avrebbe fatto sapere qualcosa al più presto.

Speriamo.

Pazzesco, mai più avrei detto di essere così unito con una persona così diversa da me: io e lei non abbiamo assolutamente nulla in comune, nemmeno il pianeta di origine. Mi vengono in mente tutti quei momenti passati in ufficio, i momenti di paura quando siamo stati convocati da Lark, quel mastino di Duprè che ci dava la caccia, la nostra serata in quel bistrò in compagnia di orribili pasticcini dall’aspetto poco raccomandabile. Ne abbiamo fatta di strada da quei momenti. E non mi sta bene che finisca così.

Curioso: ho pensato a lei come a una persona e non come a un alieno.

E’ bello essere re.

Category : Pekka

Alla prima riunione sul mio nuovo comando ho presieduto con un occhio nero e gonfio, commovente regalo della persona all’altro capotavola della saletta esecutiva. Ancora mi guardava in cagnesco, braccia conserte e espressione imbronciata, con i gradi da Capitano di Terzo Livello cuciti da poco all’uniforme.

Giusto quella mattina mi era arrivata notifica dell’assegnamento di un nuovo Capitano alla nave e che sarebbe giunto nel primo pomeriggio con una nave di terzo livello e di andarcelo a recuperare. Da nessuna parte era menzionato il suo nome o cosa avesse combinato prima che ce lo mandassero, ma visto che era la prima volta che qualcuno mi assegnava un Capitano, non avevo idea se fosse procedura. Fui quindi piuttosto sorpreso quando, andato ad aspettare rispettosamente il nuovo ufficiale in comando della nave all’Hangar Bantha, la prima cosa che fece nel vedermi fu di stendermi con un pugno in faccia e inveire in maniera colorita e a lungo in mia direzione appena mi fui rialzato. A poca distanza, Iain, l’uomo il cui lavoro in teoria era quello di proteggermi, sghignazzava.

Appena il Capitano prese fiato tra una sequela di improperi ed un’altra, mi intromisi:
“Si può sapere cosa ti ho fatto?” lui mi fissò sbalordito.
“Cosa mi hai fatto?!” gridò, e poi a braccia indicò tutto ciò che lo circondava “Lo vedi dove sono? Praticamente al fronte!” Stavo per fargli notare che il sistema di Itan era probabilmente il posto più lontano dal fronte di tutte le galassie, ma lasciai perdere, ero convinto che avesse passato tutto il viaggio da Marte ad alimentare la sua incazzatura e la ragionevolezza non l’avrebbe sicuramente spenta.

L’ultima volta che lo avevo visto era proprio su Marte, era stato il mio istruttore di volo ed era un semplice capitano allora. Più tardi avevo incontrato un gruppetto di suoi amici, e avevo scoperto che avevano tutti in comune il fatto che, con parecchia fatica, erano riusciti a farsi mandare in posti di poco conto, ma lontani dal fronte. Gente la cui più grande ambizione era di non farsi ammazzare in nome dell’Imperatore. Erano felici di servire altrimenti, ma morire era fuori discussione.
“Lo sai quante volte ho dovuto schiantare Thunder per farmi assegnare a Marte, ad insegnare?” chiese.
“Quattordici?” dissi io.
“Esatto! Quattordici Thunder e due Bantha! E tu adesso arrivi e mi trascini via dal mio tranquillo e sicuro posto su Marte!” stava sempre gridando, ma riuscii a intromettermi.
“Veramente, io non c’entro niente. Non avevo neanche idea che saresti arrivato.” Lui mi guardò basito.
“Non mi hai richiesto tu?” e poi fece fare un fantastico dietrofront all’incazzatura e disse: “E perché cazzo no? Non sono un pilota bravo abbastanza per te?”
“Non sapevo neanche che potessi richiedere ufficiali.” Risposi io, confuso. “Fammi capire, adesso sei incazzato perché non ti ho fatto venire io?” chiesi.
“Sì! Cioè, no!” poi si fermò per qualche secondo, infine disse: “Dove cazzo è la mia cabina?” Iain gli indicò la direzione e Krunk, senza altre parole, se ne andò ancora incazzato. Guardai Iain, lui fece spallucce.

Alla riunione erano presenti i vari capi reparto sulla nave oltre a Krunk, Iain e Stros.
“Salve, io sono Pekka e, mio malgrado, sono stato messo a capo di questa avventura.”
Cominciai: “Noterete che è stato cambiato il nome alla nave, ora si chiama ‘…and thanks for all the fish’. Se volete sapere da dove deriva, nella libreria comune della nave c’è La Guida Galattica per Autostoppisti, leggetevelo. O anche no, fate quel che vi pare.
Avete tutti ricevuto, dopo l’imbarco, un file che contiene i dati che abbiamo finora sulle incursioni di questa nuova minaccia all’Impero. Se ancora non lo avete fatto, vi consiglio di studiarlo, soprattutto le parti che hanno a che fare con i vostri reparti.” La gente intorno al tavolo annuì.
“Abbiamo già gli ordini per la nostra prima gita. Dobbiamo investigare una base che ha smesso di trasmettere un paio di settimane fa. Anche i dati riguardante la missione sono nel vostro file. Nel frattempo però, mentre siamo in viaggio, avrei un paio di richieste per i reparti tecnici e il reparto strategico.” La gente si guardò incuriosita a sentire quest’ultimo.
“Ah, già, mi sono dimenticato. Vi presento il Tenente Stros.” Lo indicai “Lui è il reparto strategico.” Stros alzò la mano e salutò la gente intorno al tavolo in maniera imbarazzata.
“Dicevo, per i reparti tecnici: ho bisogno di qualche maniera per catturare uno di quei cosi. Dobbiamo poterlo studiare, possibilmente non mentre sta consumando i nostri soldati. Ripeto, studiatevi i dati. Non so, sembra che abbia proprietà elettromagnetiche, usate una calamita…” speravo in una risata, ma un paio di tecnici presero appunti.
“Se avete bisogno di risorse, materiali o apparecchiature, fatemelo sapere. Abbiamo un grosso portafoglio e accesso al meglio che l’Impero possa offrire.” Mi fece piacere vedere gli occhi dei tecnici illuminarsi di possibilità. Poi mi girai verso Stros:
“Per quanto riguarda te, non voglio più correre dietro a questa gente. Sono pigro io. Studiati i dati, usa la tua mente da giocatore e cerca di predire dove colpiranno la prossima volta. Ne voglio uno vivo e non riusciremo ad acchiapparne uno se arriviamo sempre settimane dopo che se ne sia andato.”
Guardai intorno alla tavolata “Domande?” nessuno parlò. “Splendido! Allora, tutti a lavoro. Io ho dei videogiochi che mi aspettano.”

Mi girai e lasciai la sala riunioni. E’ bello essere re.

Mente paralizzata.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Fuerte Ventura 7 aprile 2014
Quando qualche giorno fa ho chiesto a T-Bones di venire con me a Fuerte, non ci ha pensato due volte, ha preso la valigia con le macchinette per tatuare e si è infilato in macchina, consapevole di essersi guadagnato un po’ di vacanza. Inoltre lì sapeva di rivedere Gina, Tommy e gli altri ragazzi che continuano a ripulire i mari terrestri da anni di inquinamento sfrenato.

Arrivammo sull’isola dopo un’oretta di viaggio, dall’alto si vedevano i crateri spenti dei vulcani che come tanti panettoni spuntano dalla terra, erosi da millenni di vento che li, soffia sempre, soffia talmente tanto che oltre le piante grasse non cresce null’altro, tant’è che gli Itan ci hanno piazzato una foresta di quei loro strani alberi luccicanti, non mi spiego l’attrazione degli Itan per le isole terrestri e sono consapevole del fatto che non può fregarmene di meno perché tutte le loro basi principali le stanno piazzando su delle isole, forse l’Imperatore ha un agenzia turistica, chissà. 

Stavamo per atterrare nella zona ovest, vicino al monte Tindaya, un tempo la montagna sacra degli abitanti del posto, quando uno di quei velivoli Itaniani cominciò a sparare, prima qualche colpo che pensavo fosse di avvertimento e che ovviamente non immaginavo mai più dovesse avvertire noi, poi quando uno di quei botti, sordi, talmente erano forti, ci sfiorò costringendoci ad un atterraggio di emergenza, capì che quel coso c’è l’aveva proprio con noi.
Stupiti entrambi e ancora mezzi intontiti dalla botta che avevamo preso atterrando sulla scogliera irta di pietra lavica, io e T-Bones uscimmo dalla Punto, giusto un attimo prima che quel pazzo con un altro colpo distruggesse la mia macchina. 
A quel punto ero arrabbiato nero ma, in confronto a T-Bones ero calmo, per la cronaca, forse non ve l’ho mai detto, ma T-Bones è piuttosto grosso, ha imparato a tatuare alle Vallette un quartiere che era considerato il Bronx di Torino, quartiere in cui lui è nato e cresciuto, tra facce tagliate e mangiatori di fuoco, il classico tipo che conviene fartelo amico anzichenò …Stand By …Sogno…

“Perché hai paura? …qui non si vive di paura, siete voi che ce l’avete tolta, siete voi che ci avete lasciato questa sensazione di libertà, perché spari? Mi hai preso per un punto nero? Spari a vista? Chi ti manda? Non lo sai che stiamo arrivando e che i tuoi superiori ci stanno aspettando? Ora scendi da quel coso, io sono Applesid e qui sono per lavorare” …Play …record

Qualche istante dopo il BANTHA si posò a pochi metri da noi, T-Bones aveva il naso che fumava dalla rabbia, le onde si sbattevano la scogliera come fosse una meretrice d’alto bordo, il portellone si apri e da li uscì l’imperiale con la sua armatura sfavillante ma poco utile, T-Bones si scagliò contro di lui con tutta la rabbia repressa e accumulata da una vita, sferrò tre colpi: un calcio al petto e uno ai coglioni che piegarono l’imperiale in ginocchio, ma non toccò terra prima di ricevere il terzo colpo, una piroetta e un calcio da mulo al volto che fece volare il casco dell’esoscheletro imperiale. L’alieno a quel punto era inerme, nonostante le armi, il mio intervento teneva sotto scacco la sua mente, T-Bones continuava a inveirgli contro tutte le imprecazioni che conosceva mentre io continuavo a chiedergli chi fosse e perché ci aveva sparato, ma lui nulla, continuava a sostenere che non aveva riconosciuto il velivolo su cui viaggiavamo, riprovai all’infinito finchè stufo lo lasciai a T-Bones che guardandolo negli occhi si espresse parafrasando Marcelus: “E’ l’orgoglio che ti blocca il cervello e te lo mette nel culo, mettiglielo tu nel culo, l’orgoglio fa solo male, non aiuta, mai! Supera certe cagate, perché da qui a un anno, quando te la spasserai nei Caraibi, dirai a te stesso T-Bones aveva ragione”.

Lo lasciammo li, inerme, bloccai tutte le sue sinapsi, non poteva muoversi, in ginocchio, riusciva solo a guardare l’oceano e a sentire il suo canto, io e T-Bones ci incamminammo verso Tindaya, dove qualcuno o qualcosa ci stava aspettando …forse.
Darknet mood ::Off::

Happy birthday Mr. President.

Category : Daniele

Due giorni fa abbiamo scartato il nostro regalo misterioso, mandato amorevolmente dal Comando e, beh, direi che la sorpresa c’è stata tutta. 
Sapete quando vi aspettate qualcosa di preciso per il vostro compleanno o per Natale? E il vostro amico o fidanzata vi regalano qualcosa che non pensavate neanche di volere? E quando scartate rimanete con quella espressione idiota stampata sul volto, ebeti con un sorriso stupito dal quale il vostro interlocutore non riesce a capire se siete contenti o dei pessimi attori, mentre lui saltellando vi chiede “Allora?? Eh, eh? Ti piace?”.
Stessa cosa. 
Solo che in questo caso il Comando se ne fotte della vostra reazione.
E voi rimanete gli idioti che recitano male.

Burney è un pianeta ricoperto interamente d’acqua. A detta di Brahia esattamente come Alat, uno dei primi pianeti colonizzati, e stranamente non conquistati, da Itan. Qui, esattamente come sul suo gemello più vecchio nel Quadrante 1, l’Impero ha costruito diverse piattaforme per consentire la vita e le attività sulla superficie. Ce ne sono di vari tipi: militari, civili con addirittura una colonia e industriali (non mi chiedete che cosa diavolo producono). Noi siamo su una di quelle adibite all’esercito, anche se chiamarla ‘piattaforma’ è davvero limitativo, dato che si estende per qualche centinaio di chilometri quadrati, comprendendo al suo interno caserme, aree per le esercitazioni, quartieri ricreativi e persino degli spazio porti. Diciamo che è più simile ad un piccolo stato.

Durante il nostro soggiorno forzato sul pianeta, gli addestramenti si susseguivano ad un ritmo estenuante per i nuovi arrivati, mentre noi ufficiali superiori, probabilmente ancora come premio per i terribili momenti vissuti di recente, avevamo molte ore da passare in libera uscita.

Quarantotto ore fa io e Brahia, ci trovavamo ad oziare tranquillamente su una delle banchine vista mare della piattaforma, quando i nostri N-Pad trillarono all’improvviso. Sulle schermo comparve un messaggio criptato del Capitano il quale ci comunicava semplicemente: “Sono arrivati” e nella riga successiva delle coordinate. Ci affrettammo a raggiungere il luogo dell’appuntamento, non mi vergogno a dirlo, più per curiosità che per dovere.

Il punto indicato si trovava nella periferia della base, lontano da ogni struttura utile e soprattutto, lontano da sguardi indiscreti. In mezzo al nulla, si ergeva una struttura circolare imponente, alta una quarantina di metri e con un diametro di almeno trecento. Quando fummo sul posto, il Capitano era già lì, ad attenderci con Ucadi. Sembrava il solito Capitano impassibile e controllato, anche se in quell’occasione ebbi l’impressione che dalla sua espressione calma, trasparisse orgoglio, quasi fosse ansioso di mostrarci qualcosa.
“Eccovi, entriamo, dovrebbero atterrare a momenti” disse quando fummo scesi dal piccolo veicolo a levitazione che avevamo usato per arrivare lì. Ci incamminammo verso l’edificio, io di riflesso guardai verso l’alto, coprendomi dal sole con una mano e cercando qualcosa di vagamente simile ad una nave, ma senza alcun risultato, il cielo sembrava sgombro da qualsiasi cosa.
L’interno dell’edificio era semplicemente uno spiazzo e aveva tutta l’aria di essere una piattaforma d’atterraggio. Qualche secondo dopo essere entrati, il soffitto si aprì completamente e nel silenzio ci fu un lieve spostamento d’aria. Il Capitano, che si trovava qualche passo di fronte a noi, annunciò: “Sono arrivati.”
Qualche istante dopo, uscendo dall’occultamento mimetico, comparve davanti a noi un DELTA 409 anzi, a dirla tutta, la versione cazzuta di un DELTA. Sulla fiancata, al posto del solito stemma delle squadriglie con il relativo numero di identificazione, troneggiava un minaccioso teschio metallico con sopra la parte superiore del cranio, lo stemma imperiale.
Brahia, con occhi luccicanti dall’emozione, pronunciò sottovoce con tono meravigliato, una parola che avevo imparato solo nell’ultimo periodo: “Sterminatori…”
Confesso che la sua reazione mi ingelosì un po’, ma le domande che riecheggiavano con forza nella mia mente, furono: “Che sia questo il regalo del comando? Si può dire ‘sti cazzi’?”

Quando il portello laterale della nave si aprì, ne uscì un Itan imponente, con indosso un insolito corpetto. Mi concentrai istintivamente sulla strana corazza e distinsi un congegno sotto l’ascella sinistra, chiaramente il dispositivo di richiamo dell’armatura descritto da Pekka. Reelnan salutò con entusiasmo lo Sterminatore: “Capitano Bolsat, è un onore avervi qui.”
La torre con il corpetto allargò un sorriso e avanzando amichevolmente rispose a tono “E per me è un piacere. Mi spiace soltanto di non poterci fermare a lungo.”
Reelnan sembrava ancora più ansioso, noi invece ci guardammo con aria interrogativa, e dopo qualche secondo l’energumeno continuò: “Ammetto che è stato un viaggio… diciamo faticoso, ma adesso è decisamente un problema vostro.” il suo sorriso si trasformò quasi in una risata poi allargando il braccio verso l’interno della nave, concluse: “E’ tutta vostra”.
Smettemmo automaticamente di fissare Bolsat e guardammo verso l’interno della nave, dalla quale uscì un figura che definire ‘bizzarra’ sembrava un eufemismo.
 
Dal DELTA emerse una donna, alta un metro e settanta circa, corporatura sottile ma ben definita. I lineamenti non erano propriamente umani, ma delicati e piacevoli. Dalla testa scendeva una lunga chioma raccolta a treccia e adagiata sulla spalla sinistra con una delle ciocche della capigliatura, colorata di un fucsia accesso. La carnagione chiarissima le conferiva un aspetto quasi etereo mentre il suo abbigliamento lasciava alquanto disorientati. 
L’uniforme era quella imperiale ma con bizzarre modifiche. I pantaloni risultavano tagliati all’altezza delle cosce e dalla giacca sbottonata, non si vedeva una tuta da combattimento militare bensì un corpetto con un insolito dispositivo collocato al centro, quel gilet così strano, non sembrava neanche di fabbricazione imperiale. Inoltre aveva chincaglierie sparse ovunque: occhiali neri appesi al collo, simili a quelli che sulla terra usavamo per saldare, uno strano mini-pad collocato sotto l’ascella come fosse una fondina di pistola, un laccio legato alla gamba sinistra identico a quello che usava Roolat ed infine, un cilindro di un metallo argenteo legato alla cintura. Più che un soldato dell’Impero, mi sembrava di osservare un personaggio appena uscito da un anime giapponese. 

Neanche il tempo di abituarci a quella visione che la strana figura si esibì di proposito nella goffa caricatura di un saluto: “Sensitivo di Classe Kaira Tenente Moonlay a rapporto” e poi gonfiando le guance “S-i-g-n-o-r-e!”
Dopo quell’affermazione, Brahia si portò una mano alla bocca, sembrava impietrita dallo stupore ed anche Ucadi appariva sconvolto. Gli unici impassibili e a loro agio erano i due Capitani, ora Bolsat si era appoggiato con la spalla alla paratia e sembrava divertito dalla scena. Fu Reelnan a proseguire: “Tenente, grazie per aver accettato, è un privilegio averla qui.” Moonlay intanto aveva ripreso una postura meno caricaturale.
“E’ un mio difetto, non riesco mai a dire ‘No’ a Than.” Ecco di chi era quella voce la notte che ascoltai la conversazione in plancia “E niente smancerie, potete chiamarmi Moony”. 
Mi scappò un sorriso, se fosse esistito ancora l’inglese, quel nomignolo le calzava proprio a pennello: era decisamente matta. 
Mi voltai nuovamente verso Brahia che sembrava ancora fare la statuina di sale. Le diedi un colpetto sulla spalla e sottovoce le chiesi: “Cosa c’è di tanto sorprendente, oltre alla pazzia s’intende…”. Quella mia domanda sembrò rompere l’incantesimo: “E’… un sensitivo di Classe Kaira!” la mia espressione vacua la incitò ad approfondire le spiegazioni “Vedi, Voolena classifica i propri sensitivi paragonandoli ai grandi nomi del passato e si dà il caso che Kaira fosse il più grande sensitivo da combattimento che la storia conosca. Un potere incredibile, ne nasce uno ogni trecento anni! E lei attualmente è l’unica in circolazione. Pensavo fosse leggenda…” Si rivoltò a guardarla con ammirazione. Io mi sentivo stranito ed inadeguato ad accusare una notizia di questa portata. 
D’un tratto il volume di Moony aumentò improvvisamente: “Che noia però siete tutti Itan? No, aspetta! Sento una voce fuori dal coro…” Si lanciò giù dalla rampa quasi saltellando “Oh! Un terrestre!” aveva scansato il Capitano e mi si era messa a dieci centimetri dalla faccia “Volevo proprio vederne uno.” Poi, girandosi come una bambina esaltata verso il nostro Capitano, aggiunse: “Ci sarà da divertirsi…” e in quel momento provai una sensazione strana, quasi sgradevole che mi lasciò completamente disorientato. Nella mia mente sentii chiaramente la voce di Moony riecheggiare senza poterla localizzare distintamente: “Tranquillo, non parlerò della tua tresca con la bella pilota. Se lo sapessero i piani alti però!” e mi rivolse un sorriso. Non mi era mai successo di avere qualcuno nella testa, mi sentivo nudo e senza difese, praticamente violato senza possibilità di controbattere.
Poi si rivolse verso Bolsat e fece il saluto, questa volta seriamente “Grazie per il passaggio Capitano e Gloria all’Impero!” poi voltandosi verso tutti noi incitò “Andiamo? Sono ansiosa di partire!”

In certi casi scarti il regalo e rimani sorpreso, senza sapere esattamente cosa dire fingendo che ti piaccia.
E in alcuni, rarissimi e contro ogni probabilità, recitare non ti serve proprio ad un cazzo.

Ripartenze.

Category : Ilario

Questa mattina mi sono svegliato col piede sinistro, sono di pessimo umore e credo che potrei anche arrivare a mordere il polpaccio del primo che mi dica qualcosa, fosse anche solo un “buongiorno”.
I naniti possono controllare un bel po’ di cose, ma non il mio scazzo. Per fortuna, mi vien quasi da dire: significa che un minimo di libero arbitrio mi è rimasto. Giusto un minimo sindacale, meglio di niente in fondo.

Percorro la strada che separa il mio alloggio dal palazzo del bureau guardando per terra, come se volessi evitare di pestare un merda. In realtà voglio solo evitare di incontrare gli sguardi degli altri, proprio non ho voglia di fare della conversazione.
“Accidenti, che sguardo che hai questa mattina!”.
Alzo gli occhi e incrocio quelli di Hurla. Non so come, ma mi ha notato e si è fermata ad aspettarmi. In altre circostanze avrei apprezzato una cosa simile, ma non oggi.
“Ciao Hurla. Sì, oggi ho le balle in giostra. Ma non chiedermi il perché, tanto nemmeno io lo so”.
Lei si limita ad annuire. Il primo esponente del sesso femminile che sa quando è ora di stare in silenzio, se non fosse un criceto extralarge, sarebbe da sposare.

Arriviamo di fronte al palazzo del bureau ed entriamo, ognuno col suo badge in mano. Come tutte le mattine.
“Un attimo signori”
La voce del receptionist ci ferma. Cacchio, parlano pure?
“Avete un visitatore che vi sta attendendo nel vostro ufficio, nel caso non lo trovaste egli vi prega di attenderlo.”
“E chi sarebbe il nostro misterioso visitatore?” chiedo al solerte omino.
“Non conosco il nome, so solo che è un pezzo grosso dell’A.E.R.”
“Va bene, grazie” taglio corto io. Vado verso gli ascensori, faccio entrare Hurla e io entro subito dopo. Le porte si chiudono.
“Che cosa potrà volere da noi?” mi chiede la topa, piuttosto agitata.
“Non lo so Hurla, forse vuole solo conoscerci di persona”.
“Ne dubito”.
Pure io ne dubito, ma questo non glie l’ho detto al criceto agitato.

Entriamo in ufficio. Ad attenderci c’è un Itan che indossa una divisa sulla quale spicca il logo dell’A.E.R., subito sotto c’è una placchetta metallica con inciso a caratteri maiuscoli il suo cognome: GHERT.
“Che diavolo sei venuto a fare, qui?” chiedo secco all’indesiderato ospite.
Lui sorride, quasi divertito. “Ma come, niente baci e abbracci per un vostro vecchio amico?”
“Duprè, i baci e abbracci ci saranno solo quando te ne andrai, e in ogni caso non saranno rivolti a te”.
Duprè sorride. “Credevo di avervi ammaestrato un po’ meglio di così”.
“Arriva al punto” gli chiede Hurla diretta e seccata. Non avevo mai visto Hurla così incazzata, qualcosa mi dice che pure lei è coinvolta.
“Sapete, voi due formate un bella squadra. Una ci mette il raziocinio, l’altro ci mette l’inponderabile. Ho trovato molto interessanti le vostre congetture sulla Cosa che è stata trovata a bordo della Gens Iulia, e devo convenire con voi su due punti: è sicuramente attratta dalla tecnologia e difficilmente è un essere senziente. L’unica spiegazione logica è che questa sia una sonda esplorativa, una sorta di avanscoperta inviata da qualcuno. Ora, io sono molto vicino al capire chi l’ha mandata ma prima di scoprire le mie carte devo sapere da che parte state voi due: siete con me o contro di me?”
Io e Hurla ci guardiamo stupiti, che diavolo significa tutto questo discorso?
“Vi vedo perplessi. Lasciate che vi aiuti a decidere: presto io scalerò la montagna del comando fino alla vetta, ma avrò bisogno di persone meritevoli che mi accompagnino nella scalata. Ovviamente ci sarà riconoscenza per tutti. Ve lo ripeto: siete con me o contro di me?”
“Noi siamo con l’Impero, piccolo insignificante burocrate”. Queste parole sono uscite dalla bocca di Hurla come tante lamette, e credo che almeno una abbia tagliato l’ego di Duprè.
“Io non avrei saputo dire di meglio” dico indicando Hurla con lo sguardo.
“Va bene, messaggio ricevuto. Anche se il terrestre qui un po’ mi delude.”
Mi passa di fianco uscendo dall’ufficio e mi urta la spalla, tanto per far vedere chi tra noi due conta qualcosa.

Io e Hurla guardiamo il piccolo burocrate allontanarsi verso gli ascensori.
“Sai, mi devo scusare con te. Non ti ho detto che ero stata presa all’amo da quel piccolo bastardo”.
“Tranquilla Hurla, io ho fatto la stessa cosa. Però gli devo riconoscere che è stato bravo a tenerci all’oscuro l’uno dell’altra”.
“Sì, è vero. Spero che sia altrettanto bravo a schivare le pallottole”.
“Ah, io invece non lo spero per nulla”.
Hurla ride, e anch’io.
Ora la mia giornata può ripartire.

Un regalo misterioso.

Category : Daniele

Sono qui, seduto sulla piattaforma con le gambe a penzoloni, mentre il sole mi riscalda la pelle del viso, mi godo il profumo dell’aria salmastra e il rumore delle onde che si infrangono contro i piloni, un centinaio di metri più sotto. Ogni tanto apro pigramente gli occhi, lascio per qualche secondo solo una fessura aperta, per abituarmi alla luce del sole di questo sistema, scruto la superficie dell’acqua, dove qua e là HOM52 volano sullo specchio azzurro, fermandosi ogni tanto a sparare a qualcosa nelle profondità, forse a qualche creatura che potrebbe danneggiare la piattaforma.
Non importa, dopo un po’ agli spari ci si abitua e alla fine pensi solo a goderti il sole sulla pelle. Dopo tanto vuoto cosmico, freddo e navi alla deriva, tutto questo mi sembra un miracolo. Mi ero dimenticato quanto fosse buona l’aria vera, anche se non respiro più quella del mio pianeta.

Vi scrivo dal mare. Avete proprio capito bene ragazzi, dal mare! Sono ormai giorni che sostiamo su Burney, il grosso pianeta azzurro che Brahia aveva scambiato per Alat. E di cose, ne sono successe a vagonate.
Ma torniamo a due settimane fa.

Dopo il nostro fruttuoso incontro con l’A.E.R., ci dirigemmo, come bravi soldatini ubbidienti, su Burney dove avremmo imbarcato i rimpiazzi della nostra squadriglia. Una volta arrivati in prossimità della Silani, ci fu l’ennesima notizia che mandò in bestia il Capitano.

Eravamo tutti a nostri posti, il Capitano in piedi di fronte al visore principale.
“Comando, qui Capitano Reelnan della Lautes, chiediamo il permesso di sbarcare sul pianeta.”
“Lautes, qui Silani. C’è stato un cambio di programma. ”
Seguirono alcuni secondi di silenzio e qualche statica sul canale, come ad indicare l’imbarazzo dei nostri interlocutori. In plancia giravano occhiate interrogative, da parte di tutti, a parte il Capitano che crollò esasperato sulla sua poltrona.
“Ci sono state date istruzioni precise, non sbarcherete a terra” di nuovo statica “rimanete in posizione, manderemo due BANTHA con i vostri rimpiazzi. Silani chiudo.”
Reelnan a quel punto, scattò in piedi furioso e si lanciò in una scenata alla Terra-maniera. Rimasi sbalordito ad osservare per un attimo l’impassibile Capitano, mentre sbottava in maniera scomposta. Ad un certo punto, ignorai completamente il suo monologo fatto di improperi, mi avvicinai a Brahia e sottovoce le chiesi spiegazioni: “Ma il comandante dell’A.E.R., quel Calisto, e il Capitano perché si odiano tanto? Si conoscono?”
Brahia, fissando ancora Reelnan mentre sembrava aver raggiunto l’apice di quel teatrino, si sporse e proseguendo con il mio stesso tono mi rispose: “No. A dire il vero si conoscono indirettamente.”
“Cioè?”
“Nel senso che il nostro Capitano è piuttosto conosciuto nell’ambito dell’esercito, non ha mai fallito una missione, è quasi un eroe. Mentre Calisto è un ricercatore molto rinomato, ha inventato un nuovo tipo di campo di contenimento dei nuclei energetici; per questo motivo è uno dei più giovani Comandanti di Divisione dell’A.E.R.”
“E quindi? E’ uno scontro fra VIP? Non Capisco…”
“Ma tu, non sai proprio niente dell’A.E.R.?” sospirò “Vedi, l’A.E.R. si occupa dello sviluppo e della creazione di tutto l’armamento e la tecnologia imperiale…”
“Dimmi qualcosa che non so…” cominciavo a scocciarmi.
“E quindi, sono convinti che senza di loro, senza le loro navi, le armi e le armature, l’Impero non si estenderebbe oltre i confini di Itan.”
“Ma questo che c’entra? Siamo noi a premere il grilletto!” cominciavano a starmi sulle palle, ancora un po’ e mi sarei messo accanto al Capitano a gesticolare ed ad imprecare.
“Lo so anch’io, ma loro sono assolutamente convinti del contrario. Per cui, quando hanno a che fare con una personalità di spicco dell’esercito imperiale, fanno di tutto, almeno all’inizio, per dimostrargli che per loro non conta nulla, per tenerlo al suo posto.”
Complimenti pensai, neanche la Volontà usa tattiche così infantili. Il loro Ego deve avere dimensioni spropositate.
Intanto il Capitano aveva consumato il suo dramma e ripreso un tono normale. Poi rivolgendosi a me, disse calmo ma con ancora il grugno incazzato: “Daniele, stai ancora occupando una delle cabine dell’equipaggio vero? Vai a prendere le tue cose, ora che la squadra tornerà al suo numero effettivo, occuperai uno degli alloggi riservato agli ufficiali superiori, quello del Caposquadriglia.”
La notizia mi colpì come un flash, avevo completamente dimenticato di essere un Tenente. Mi ero sistemato nella stessa cabina che c’era sull’altra nave, in attesa di un nuovo compagno di stanza, magari simpatico come Vallan. Porca miseria, Vallan.
Tempo che fu, da quel momento però, realizzai per la prima volta le mie nuove responsabilità e il compito che mi attendeva. Andai a prendere le mie cose e quindici minuti dopo mi recai nell’hangar insieme ai miei compagni, per accogliere i nuovi arrivati.

Quando i BANTHA atterrarono, ne uscì fuori una massa vociante di persone, tutti con zaini e borse, pronti a fare rapporto ed ad insediarsi nella loro nuova casa. Dopo il discorso iniziale del Capitano, li guardai incamminarsi verso gli alloggi, sembrava di vedere dei ragazzini appena arrivati in colonia, finalmente la nave prendeva nuovamente vita.
Appena rimanemmo soli, Reelnan mi si avvicinò e, mostrandomi il suo N-Pad, mi disse: “Ne hanno mandati sedici al posto di diciannove. Vuol dire che la squadra dell’A.E.R. sarà composta da tre persone. Avremo tre di quelle Merde che si aggireranno per la nostra nave.” Richiuse violentemente il pad e cominciando ad incamminarsi nervosamente, aggiunse: “Muoviamoci, andiamo al punto di rendez-vous e leviamoci il pensiero”.

Raggiungemmo la nostra destinazione secondo i piani ed al nostro arrivo trovammo la Fulvia ad aspettarci, questa volta fummo noi i primi a contattare la nave dell’A.E.R.

“Capitano Reelnan della Lautes, in posizione. Attendiamo istruzioni.”
Sullo schermo comparve una donna, di razza Woody, capelli neri corvini lunghi adagiati sulla spalla destra.
“Lautes, qui Ufficiale Tecnico Octalia della Fulvia. Siamo spiacenti ma non siamo in grado di far sbarcare a bordo della vostra nave i componenti della squadra A.E.R.. Al momento sono sulla superficie di Lilith a condurre degli esperimenti ed il pianeta è in quarantena.”
Reelnan stava per esplodere. Davvero. Ed anche io cominciavo a rompermi i coglioni, qui eravamo ben oltre la maleducazione, eravamo alla farsa. Ma per fortuna non ero io quello che doveva parlare.
Il Capitano fece una pausa di un paio di secondi, probabilmente per attingere alle sue scorte invernali di pazienza, poi rispose all’ufficiale:
“Ricevuto, e per quanto si protrarrà questo periodo di quarantena?”
“La zona sarà inaccessibile per trenta giorni, potete tornare su Burney in attesa della fine delle operazioni.”
“Ricevuto. Reelnan chiudo.” E calò il sipario.
Questa volta il Capitano non reagì neanche, forse era troppo esausto per incazzarsi a dovere, che le tattiche di annientamento psicologico cominciassero a fare effetto?
Forse. So solo che durante tutto il viaggio di ritorno, rimase taciturno e con un’espressione lievemente imbronciata. Questo fino alla notte in cui lo sorpresi in una strana conversazione.

Quella notte arrivai in plancia mezz’ora prima dell’inizio del mio turno. Non so perché lo feci, forse perché mi stavo annoiando, ma arrivato davanti al portello della sala, sentii il Capitano parlare con qualcuno, una voce familiare, ma di una persona che non riuscivo a mettere a fuoco. Attesi fuori qualche istante, in quel momento mi sentivo molto losco, ma non riuscii a capire cosa si stavano dicendo o l’argomento della conversazione. Quando entrai, avevano appena chiuso il collegamento, lo schermo rappresentava il nero dello spazio dilatato, il Capitano si voltò e mi sorrise (sorrise?). Mentre attraversavo la sala per prendere posizione, mi rivolse la parola con allegria rinnovata: “Siamo in anticipo! Bene, sono proprio ansioso di tornare su Berney!” Mi colse completamente di sorpresa ed in tutta risposta sfoggiai la mia rinomata espressione da pesce palla. In quel momento entrò anche Ucadi, il pilota di turno, che osservando la scena lanciò in mezzo un distratto “Che succede?”, mentre appoggiava il suo N-Pad e prendeva posizione. A quella domanda, il Capitano si alzò in piedi, allargò un sorriso soddisfatto e camminando in direzione dell’uscita, esclamò: “Siamo in rotta per Burney, dove ci aspetta uno splendido regalo del Comando!” E se ne uscii, lasciandoci di stucco. Mi voltai stranito verso Ucadi: “Tu ci hai capito qualcosa?” “Non guardarmi, io sono arrivato dopo di te!”

Ed ora sono qui, a penzoloni e in libertà mentre aspettiamo il fantomatico regalo del Comando.
Mi guardo intorno: sole, mare e gli HOM52 che fanno il tiro al bersaglio. Cosa si può volere di più?

Bob mi leva le insegna e mi manda in gita.

Category : Pekka

L’ultimo capitolo di questa mia trilogia mi trova su un Bantha a volare una pigra spirale intorno alla nuova nave di Bob, con quest’ultimo al mio fianco nel posto del navigatore.

“Dai, un altro giro!” disse Bob quando per la terza volta stavamo percorrendo l’intera lunghezza della nave di ottavo livello, poi aggiunse con voce piena di orgoglio: “Hai mai visto qualcosa di più arrogante?”

“Niente di inerte. Solo qualcosa che respira, di solito, è capace di tanta arroganza.” Risposi io.
Bob rise: “Tanto saggio quanto testa di cazzo!” esclamò.

Inserii l’ultimo giro come template nel computer e lasciai fare al pilota automatico, poi mi girai verso Bob.

“Quand’è che comincio poi il corso per pilotare quell’obbrobrio? Non penso sia proprio come portare un Bantha o un DELTA. Quei 4 chilometri e passa in più, temo facciano un po’ di differenza. Anche lavorare con un equipaggio più grande avrà le sue differenze.” Gli dissi.

“Non farai il corso per pilotare questa nave, Pekka.” Rispose lui.

“Come no? Non hai sentito quello che ho detto? Quattro chilometri? Troppa gente? Disastro? Figure di merda?” gli dissi io perplesso.

“Il fatto è che non verrai con me.” Disse Bob con ffermezza. “Non ti serve il corso perché non salirai su quella nave.”

Ero esterefatto. La mia mente stava già esplodendo in mille direzioni, tutte orribili.

“Stai calmo, Pekka. Non ti sto rimandando al fronte. Non ti ho venduto agli schiavisti, né alle camere del piacere dell’Imperatore. Non hai fatto nulla di male.” Disse Bob, consolante.

“E allora cosa sta succedendo?” chiesi io quasi traumatizzato. Bob, si raddrizzò sul sedile e ricominciò a guardare la sua nave passare davanti all’oblò con sguardo triste. Poi disse:

“Riportaci indietro, così ti spiego.” Con un certo sforzo riportai la mia attenzione ai comandi e invertii la rotta per tornare al nostro DELTA.
Dopo una quindicina di minuti atterrammo nell’hangar del DELTA. Il viaggio era passato in silenzio.
“Quando hai finito qui, raggiungimi nel mio ufficio.” Disse uscendo dal cockpit.

La prima cosa che notai quando entrai nell’ufficio di Bob fu la presenza di Iain. È difficile non notare Iain in una stanza di medie dimensioni. Avrebbero potuto esserci clown in fiamme a spararsi con arco e frecce e comunque avrei notato Iain, lì, in piedi dietro a Bob seduto alla sua scrivania. Impassibile coma una statua di granito. La seconda cosa che notai era che l’ufficio era completamente vuoto a parte la scrivania e le poltroncine. Tutte le cose di Bob erano state probabilmente già portate sulla sua mostruosità. Mi sedetti sulla poltroncina di fronte alla scrivania.

“Lo sai qual è il tuo miglior pregio, dal mio punto di vista?” chiese Bob senza preamboli.

“Il mio charme? La mia simpatia? L’infinita grazia con cui mi muovo?” risposi sarcastico. Mi stavo un po’ rompendo i coglioni. Bob ignorò il mio tono.

“Anche quello, ovviamente, ma soprattutto la tua completa e monumentale mancanza di ambizione. Se ci fossero le olimpiadi di mancanza di ambizione, tu non parteciperesti. E io questo lo trovo rinfrescante e rasserenante, circondato come sono sempre da infidi bastardi che pugnalerebbero se stessi per un briciolo di potere in più. E sai cosa ti rende questo?”

“Apatico?”

“Ha! No. Affidabile.” Disse lui divertito “Perché so che ogni volta che ti do un ordine o una missione non cercherai tutto il tempo una maniera per piegarli a tuo favore o cercare qualcuno nell’Impero o oltre a cui vendermi.”
Prima che potessi replicare, alzò una mano “Hai ovviamente anche altri pregi, ma per quanto mi riguarda quello è il più importante.”

“L’ho sempre saputo che la mia pigrizia mi avrebbe portato lontano.” Dissi io. Non sapevo bene cosa pensare, né dove tutto questo avrebbe portato. Poi Bob disse:

“Alzati, Tenente.” Lo feci, Bob si girò verso lo Sterminatore alle sue spalle “Iain, prego.” E fece un gesto in mia direzione. Lui fece il giro della scrivania, mi si mise davanti e con gesti rapidi e precisi mi strappò le insegne dalle spalle e dal colletto. Ero completamente confuso. Sentii che mi si erano arrossate le guance. Stavo per dire qualcosa, fare le mie rimostranze, ma mi bastò uno sguardo al viso di Iain per desistere. Lui si girò, poggiò le mie cose sul tavolo e poi tornò dietro Bob.

“A partire da questo momento non sei più un ufficiale, né un soldato a servizio dell’Impero.” Si prese qualcosa dalla tasca e la mise sulla scrivania “Bensì un agente della Volontà al servizio dell’Imperatore.” Guardai l’oggetto sul tavolo, sembrava un N-pad, ma più piccolo, grosso più o meno come un passaporto.

“Quel mini N-Pad è stato rilasciato direttamente dall’Imperatore. Ti identifica, sotto pesanti livelli di cifratura, come suo emissario. In parole povere dice ‘Inculatevi e fate quello che dico’.” Spalancai gli occhi.

“Cosa cazzo stai…” mi interruppe.

“Riferirai direttamente a me. Ho anche un messaggio personale dell’Imperatore.” Tirò fuori un fogliettino spiegazzato dalla tasca, lo spiegò, si schiarì melodrammaticamente la voce e poi lesse: “Non fare stronzate.” Ripiegò il foglietto e se lo rimise in tasca.

“Voi due proprio vi meritate.” Dissi io, poi più seriamente: “E quindi, adesso che succede?”

“D’ora in poi questa nave sarà a tua disposizione. Ne avrai il comando per quanto riguarda le missioni che ti verranno affidate. Per le questioni militari, la nave sarà sempre sotto il comando del Capitano, quindi non ti intromettere.”
Ormai ero completamente senza parole. Fissavo Bob a bocca aperta.
“Per quanto riguarda il personale: un nuovo Capitano ti raggiungerà presto, ma ti lasciamo il complemento di ingegneria e il tuo navigatore. È gente capace, sfruttali bene. Verrà a bordo ancora qualche tecnico ed un nuovo equipaggio di volo. Inoltre, visto che per certa gente un lasciapassare imperiale digitale non sarà sufficiente per metterli in riga e tu sicuramente non ispiri timore, avrai una squadra di Sterminatori a bordo.” Iain fece un passo avanti e mi fece il saluto e un ghigno. Mi lasciai cadere sulla poltroncina:

“Ma… ma… Io non voglio. E se dicessi di no?”

“Pensi davvero di avere alternative? Dopo che l’Imperatore in persona ti ha scritto un biglietto così commovente?” si ricompose. “Senti, lo so che per te questa cosa, che per altri sarebbe un premio, è una scocciatura, ma non posso essere ovunque e ho bisogno di qualcuno di cui mi possa fidare a girare per me. Quindi non fare il rompicoglioni e fai finta di esserne entusiasta. È un ordine!”

Bob fece il giro della scrivania e mi porse la mano, io mi alzai e gliela strinsi.

“Cosa dovrò fare?” chiesi.

“Più che altro seguire la nuova minaccia. Ti verranno spedite le prime consegne appena avrai tutto il personale a bordo.”

“Quando partite voi?”

Fece un sorriso triste: “Tre ore. Temo di dover levare le tende.”
Diede uno sguardo intorno la cabina “Mi mancherà questa bagnarola, trattala bene.”

“Farò del mio meglio.”

Bob si diresse verso la porta, ma prima di varcarla si girò, si mise sull’attenti e mi fece il saluto. Ricambiai e lui se ne andò. Una voce profonda alle mie spalle disse:

“Commovente.” In tono sarcastico. Mi venne un colpo.

“Cazzo! Mi ero dimenticato che eri lì dietro.” Notai il mini N-Pad del potere sulla scrivania, la indicai e dissi: “Funziona davvero quel coso?”

“Certo, e se non funziona quello, funziono io.” Fece il giro e venne a tirarmi una pacca sulla schiena “Andiamo, Signore, le offro da bere.”

Uscimmo dal mio ufficio e andammo a bere.

Strani Svizzeri.

Category : Applesid

Darknet mood ::On:: 
Axum, 24 marzo 2014
T-Bones appare da dietro il caseggiato all’ingresso del villaggio al di fuori della città dove alloggiamo, al suo seguito una moltitudine di braccianti umani carichi di naniti che ancor di più scolpiscono il fisico prorompente allenato dal lavoro nei campi, lo trattano come un Dio in terra, colui che ha ridato speranze e qualcosa in cui credere ad un popolo da che da secoli era al terzo mondo di quella che era la scala economica pre-imperiale, mi vien da canticchiare “Grazie Imperatore Grazie” sulle note della canzoncina che si usava cantar in chiesa quando da piccolo facevo il chierichetto, quanto tempo buttato, quanti soldi e quante guerre per poi scoprire che avevan tutti sbagliato in nome della fede. 

Quel pirla di Tom mi ha raccontato che lui e Zack per molto tempo hanno militato nella resistenza Vooleniana sul loro pianeta, ma, alla fine, hanno dovuto cedere, come tutti i loro compagni, spiegava che per quanto rispondevano agli attacchi, gli Itan replicavano con il doppio della potenza, a suo avviso la scelta di abbassare le armi e vivere in una pace fittizia era l’unica via percorribile, non lo considerava un segno di debolezza ma un gesto di saggezza, cosa che, a noi umani, vien difficile da accettare, per questo siamo restii a collaborare, consideriamo la resa un gesto ignobile, ma ci adattiamo facilmente una volta conquistatati, d’altronde a sottometterci ci hanno messo molto meno tempo. 

Interessante la Storia dei Voolena, ma soprattutto impressionante la loro facilità di comunicare attraverso le facoltà mentali, il LINX ha influito geneticamente sul loro DNA, nonostante sul pianeta c’è ne sia pochissimo, dando a loro questa capacità che, oserei dire, quasi irritante, a pensar che chiunque possa sapere tutto di tutti, un social network vivente. E’ una civiltà democratica e pacifica, per questo si sono ritrovati spiazzati dall’arrivo delle navi dell’Impero, hanno resistito fin quando gli Itan hanno capito che usavano le grosse antenne visibili dallo spazio, come amplificatore della loro energia, si era creata una situazione di stallo che si concluse con i Voolena costretti a firmare un accordo di collaborazione, una sorta di pareggio, ma tutto mi fa pensare che la partita non sia ancora terminata. 

L’esperienza con Alexis, in questi giorni mi ha fatto molto riflettere, la malfidenza di Zack ed i racconti di Tom non hanno fatto che confermare la mia opinione su questi affascinanti alieni ma, a mio avviso, freddi e privi di sentimento, nel senso che, secondo me, non sanno proprio di che si parla, non è nelle loro corde, nel loro bagaglio culturale, pare inutile cercar di spiegargli; questo loro essere apatici gli consente di mantenere le distanze da tutto e da tutti vivendo esclusivamente nel materiale, per questo sono incuriositi dagli antichi manufatti di questa zona, allo stesso modo non concepiscono l’odio ma utilizzano i loro poteri solo come meccanismo di autodifesa, non concepiscono la guerra ma più entrano in contatto con le altre razze e più manifestano individualità forti, da come mi ha raccontato Zack, da sempre intrattengono rapporti commerciali con tutte le razze che se lo possono permettere, e attraverso questo interscambio, da secoli studiano usi e costumi dell’Universo apprendendo ed utilizzando a proprio favore queste conoscenze; quanto mi sanno di Svizzeri sti Voolena.

Zack aveva da poco finito di completare la sua opera di ristrutturazione delle Steli, erano immense e la luce del sole che illuminava un cielo azzurro infinito faceva risplendere le parti in LINX come se quelle grosse antenne fossero vestite da migliaia di paillettes, come antichi sciamani io Zack e Tom ci sedemmo in cerchio davanti alla più piccola, funzionavano in sequenza dalla più piccola alla più grande, così le aveva configurate Tom, provammo a connetterci con quelle che è una rete neurale Voolena ma era evidente che non potevo accedere ovunque, trovavo sempre degli ostacoli nel mio girovagare da hacker principiante, ma sapevo dove volevo arrivare, cercavo Alexis, non la sentivo da settimane, non sapevo dove fosse, quando la trovai, da buon umano, mi limitai ad un simpatico “Ciao” che cela un grosso rospo ingoiato, una fitta al fegato, l’orgoglio che ci fotte, il “Che fine hai fatto?” che seguiva il saluto ebbe risposta dopo poco, come in differita, rispose solo “siamo incompatibili” sicché, preso dallo sconforto, mangia un altro cucchiaino di deiezione canina e…Stand by… Sogno

“Non è questione di compatibilità… Quello può essere, convinta tu… ma tutto ciò, mi ha fatto pensare che sono stato preso per il culo… manipolato! Forse voi Voolena non avete le idee chiare o tu non hai le idee chiare, non lo so, …ma le persone si affezionano, hanno sentimenti, non si usano, non si dice ci sto bene, ci provo, ci provo cosa? Hai fatto cosi con me? Ti ho vista sorridere, ma sai cos’è la felicità? Mi lacera pensar di averti amato e di aver sbagliato” …Play…Record…

Alexis non mi ha mai risposto e non l’ho più sentita.
T-Bones è fuori che gioca a pallone con i ragazzini, io aspetto Zack e Tom per andare ad Axum, devono fare rapporto ai loro superiori, su che cosa poi, qui non succede mai nulla, per me sti Ssvizzeri sono strani.
Darknet mood ::Off::

La febbre.

Category : Francesca

Sono sveglia. Sono nella mia cabina, credo di avere la febbre.
Mi ricordo che stavo lavorando, stavo portando la comanda al tavolo,
mi ricordo che un plusha alzando la sua immensa mole mi ha colpita sulla schiena…
e che tutti i bicchieri e i piatti rovinarono rumorosamente addosso al tavolo… degli Imperiali…
Uno di loro, un Itan credo, mi mise le mani sul collo…
 
E poi non ricordo più niente. Zero.
Non so se sia successo ieri o venti giorni fa.
 
Perché ho la febbre? Mah.
Ho trovato un messaggio di Ermes “Ora ti fidi?”. Ma non so rispondere, non so cosa sia successo.
Ho trovato anche tante bottiglie di succo di pompelmo e dei biscotti allo zenzero,
da parte delle mie colleghe.
Nulla più, ma è già qualcosa.
 
Ragazzi scusate, mi si chiudono gli occhi.
Passo e chiudo.

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Category : Ilario

Fa 1.209.600
Sono i secondi della mia vita che mancano all’appello.
Non ero più abituato a sentirmi poco in salute, figuriamoci se ero pronto a un coma di 14 giorni. Ok, forse il piccolo ipocondriaco che è in me ha mangiato troppi Plasmon, magari non era proprio un coma.
Sonno arretrato. Ecco, sì, mi piace di più.
A proposito di arretrato, mi son portato in pari: m’è bastato leggere le voci di sentina nelle pieghe oscure della rete ed ecco che mi sono arrivate molte risposte.
Ho letto di gente che vede cose fatte di energia, ho letto di gente che vuole fregare altra gente, di gente che vuole capire e di gente che deve capire. Ho letto di gente che cambia vita, di gente che una vita la sta appena scoprendo e di gente che di vita ne ha perso un pezzetto. Ah già, quello sono io.
Mi piace Darknet: è come Google, ma vivo. Si potrebbe dire che è stato un bel regalo di Buona Invasione. Che ironia…
A volte non so se l’Impero ci vuole controllare o solo dirigere. Ammetto che è una sottile differenza, ma è fondamentale: un controllore non vuole le improvvisazioni, un regista invece sì. E non è una differenza da poco.

Credo che d’improvvisazione me ne servirà parecchia, ho molti cerchi da far quadrare, a partire dai miei: i naniti tengono sotto controllo ogni processo chimico che avviene nel corpo-ospite, ma temo che non siano perfetti, altrimenti non si spiegherebbero i mal di testa che ho avuto. Ma potrei anche sbagliarmi, almeno secondo il mio dottore. Anzi, la mia dottoressa. Una gran bella dottoressa, tra l’altro.
Mi ha spiegato che noi siamo, per farla semplice, una precisa serie di reazioni chimiche, ma che non sempre la precisione è assoluta. I naniti sopperiscono a tali mancanze, aiutano e, se necessario, decidono.
Quindi la domanda è: c’è qualcosa che non va in me o nei nanomerdosi?
Non lo so ancora. E non ho tempo di pensarci.

Sono arrivati i filmati dall’A.E.R., analizzati, marchiati e approvati. Nessuna traccia di manipolazione. Conosco gente che apprezzerà questa notizia.
Ho messo Hurla al lavoro sulla ricerca dei particolari e sull’analisi del comportamento, le ho chiesto di cercare cose fuori posto, e lei è molto brava a farlo: capisce sempre se mi sono alzato tardi dai miei capelli. E pensare che ne ho pochi. Questo fa di lei una vera esperta nell’analisi dei caduti.
Io, invece, osservo. Guardo le frammentate e frammentarie immagini sopravvissute al disastro della Gens Iulia, guardo i volti di quelli che non sono sopravvissuti, cerco di dare senso all’insensato.
Senza riuscirci. Per ora.
Sospiro dopo la decima visione di quello strazio. Nulla, non si accende nessuna lampadina. Nessuna improvvisazione. Zero.
Hurla alza lo sguardo dal monitor, incrocia il mio.
“Hai trovato qualcosa?” le chiedo.
“Non lo so. Può essere. Vieni a vedere.”
Mi avvicino al suo N-PAD. Vedo un corridoio semibuio ripreso da una delle telecamere di sicurezza della nave. Si vedono due esseri umani, uno in armatura, l’altro no. Si vede il tizio senza armatura estrarre una pistola e sparare colpendo il nulla, poi arriva una cosa che sembra essere un fantasma di luce e attraversa il tizio in armatura riducendolo in polvere, mentre l’altro continua a sparare. Poi la cosa si dirige verso l’altro e qui il filmati s’interrompe.
“Noti niente di strano?” mi chiede Hurla.
“Veramente no”.
“Aspetta, te lo faccio rivedere”.
“Devo proprio?”
Per un attimo ho sperato in un “no”.
“La sai anche tu la risposta” è il laconico e secco commento di Hurla.
A volte la odio.
“Guarda, c’è un particolare che non mi torna: quella cosa fa una scelta poco logica” il filmato intanto scorre.
“Ecco, qui”. Hurla indica col dito. Si vede la cosa luminescente dirigersi verso il tizio in armatura.
“Scusa, ma non capisco”. Mi sentivo come un perfetto cretino.
“Nemmeno io l’ho notato subito: la cosa si dirige verso il bersaglio più innocuo. Ha un’armatura, ma non ha armi. Non so per quale motivo, ma non le ha. L’altro, invece sta sparando. Eppure l’entità si dirige senza esitazione verso quello disarmato: perché?”
“Forse le armi sono inutili”, ipotizzo timidamente.
“Forse, ma in realtà non lo sappiamo. Se tu ti trovassi di fronte a uno disarmato e uno che ti sta sparando con la pistola ad acqua, tu da chi andresti? La pistola ad acqua non ti uccide né ti ferisce, eppure io sono sicura che andresti da lui”.
“Dipende…”. Allora l’Enel non ha tagliato i fili… la lampadina s’è accesa!
“Da cosa?” chiede il criceto curioso.
“Dipende da cosa m’interessa. L’arma in mano non è l’unica differenza, c’è anche l’armatura.”
“Andiamo, a quale anima viva interesserebbe?”
“E dove sta scritto che quella cosa sia viva?”
Lo sguardo del topo s’illumina d’immenso.
“Hai ragione!.. Aspetta, guarda qui”
La topolona tira fuori dal cilindro un altro paio di filmati, piuttosto simili a questo, dove si vede sempre la stessa cosa: quell’affare si dirige sempre verso chi indossa armature.
Non so se io e Hurla abbiamo scoperto qualcosa o se siamo solo impressionabili, ma lei è sicura che dietro a tutto questo ci sia uno schema.
E quando parla di numeri e griglie, io le credo.

Tra antiche rovine.

Category : Applesid

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Axum, 17 marzo 2014

Sorrido sornione davanti ad una tazza di te, mentre T-Bones fa giochetti da prestigiatore di terz’ordine, facendo divertire un mucchietto di ragazzini che da questa mattina ci seguono e ci aiutano nell’annoso compito che gli Itan mi hanno propinato, anche se, in questo caso, ho un po’ pilotato il direttore del personale e mi sono fatto mandare qui ad aiutare T-Bones e il suo nuovo staff nella bonifica dei terreni in Niger. Io comunque, sono qui sotto mentite spoglie, i Voolena che supervisionano i lavori nella ditta per cui lavoro, mi hanno chiesto di venire ad aiutare Zack, il sensitivo con cui avevo preso contatto tramite T-Bones.

Zack è qui davanti a me, Domenica mattina, io e il mio compagno di mille avventure abbiamo preso la Punto volante e lo abbiamo raggiunto. Zack è un Voolena grande e grosso con un fascio di dreadlock in testa che gli toccano terra, poco dopo l’invasione è stato catapultato ad Axum insieme a Tom e ad una squadriglia di cip e ciop, esperti nelle escavazioni, credo che si tratti di tre giovincelli di quella razza di topoloni simili alla collega di Ilario. Zack è tosto, non riesco a bypassare nulla di ciò che non vuole farmi sapere, tant’è che riesco a malapena a leggere il suo profilo base quando provo a scansionarlo; Tom invece è come un libro aperto, peccato non sappia un cazzo di utile, qualcosa da potermi rivendere ai ribelli o che so io, l’indirizzo di un buon chicarito nei pressi del mar di Vinexix. Per conoscenza, da quello che ho capito, il mar di Vinexix è il posto dove i Voolena vanno a fare le vacanze sul loro pianeta, ma a quanto pare le spiagge sono sprovviste di chicarito, anzi forse è perfino sprovvisto di spiagge.

Axum è mistica come pensavo, tanti anni fa sarei voluto venire a visitarla da turista, i mie studi di teologia autodidatta me ne hanno fatto innamorare, il sito archeologico di Lalibela 400 km più a sud da qui è a dir poco impressionante, ieri mattina quando siamo andati ad ispezionarlo ho sentito una turbolenza nelle frequenze sensitive dei due Voolena e per circa 30 secondi sono rimasto in stato confusionale, come quando ci si alza troppo in fretta da una sedia, soprattutto se ti sei appena spaccato un bong, bella storia non vedo l’ora di tornarci domani. Da quel che ho capito la turbolenza era una specie di barriera che Zack ha creato attorno a Tom per evitare che entrassi in contatto con lui, è evidente che nasconde qualcosa, ma ho la sensazione che lo faccia più per proteggermi, come se sia meglio che io non sappia ciò che quei luoghi vecchi di secoli, custodiscono.
La conferma c’è l’ho avuta oggi, quando siamo stati qui al Campo delle Steli e i Voolena mi hanno mostrato il lavoro di ricostruzione che da qualche mese, dopo un anno di studi, hanno cominciato, portando alla luce 5 nuove Steli e le mura dell’antica città, nascoste sotto oltre 30 metri di sabbia desertica alla periferia della città. Mentre Zack snocciolava il proprio operato una cosa detta tra le righe, in maniera veloce, una di quelle cose che mentre le dici già ti sei pentito di averlo fatto, catturò, ovviamente, la mia attenzione. 
Eravamo fissi a contemplare la Grande Stele, appena riportata al suo splendore, ricostruita nelle sue parti erose e consumate dal tempo, dal LINX di aliena provenienza, Zack descriveva come sia riuscito a coniugare l’argilla etiope con dell’ottimo LINX imperiale, vantandosi che il compito non era stato così arduo poiché quella sorta di antenne, le avevano inventate i suoi avi, uno dei tanti simboli scolpiti su una delle facciate, a noi umani per secoli sconosciuti. Me lo indicò perfino come un geroglifico di provenienza del suo paese, ma mentre stava per dirmi il significato fece un passo indietro e ripiegò il discorso, defluendo in cazzate poco degne di nota. 

Due cose mi sono parse al quanto strane, la prima: nessuna visione da quando sono qui; la seconda: neanche un Itan in giro, neanche un HOM o qualsiasi altro ammennicolo volante dell’impero, di per sé, ho molta voglia di sesso ma questo non l’annovero tra le cose strane

I’m on the run but I ain’t got no gun
See they want to be the star
So they fighting tribal war
And they saying Iron like a Lion in Zion
Iron like a Lion in Zion,
Iron Lion Zion

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Bob cambia macchina.

Category : Pekka

Passammo ancora un paio di giorni sulla terra e intorno, il tempo per Bob di fare qualche commissione e per noi di caricare sul DELTA tre nuove squadriglie di Sterminatori. Cominciava ad essere un po’ affollato sulla mia nave, anche se avevamo riadattato un paio di hangar come camerate, lo spazio era piuttosto limitato. Feci presente al Capitano che non era una situazione che si potesse prolungare indefinitivamente, lui mi rispose che probabilmente ce ne saremmo liberati una volta su Itan.
E così scoprii che stavamo per andare su Itan.

Partimmo il giorno dopo. Passai i giorni della traversata in palestra a guardare gli Sterminatori esercitarsi a menarsi. Altro che Wrestling o Octagon, non hai visto nessuno veramente menarsi finché non hai visto due tizi potenziati darsela di santa ragione. Quando un colpo effettivamente andava a segno non c’era il classico schiocco, ma quasi un boato, come percuotere un tronco cavo con una mazza da baseball. Anche il Capitano andò sul ring un paio di volte, ma scoprì a sue spese che la squadriglia di Iain ci era andata leggera con lui quando si ritrovò con una spalla lussata e una gamba spezzata in maniera scomposta, per colpa dell’entusiasmo di uno dei nuovi. Da quel momento anche lui si limitò ad assistere.

Quando infine arrivammo nel sistema di Itan, Bob mi chiamò nella sua cabina:
“Eccolo qua! Entra, entra!” esclamò quando arrivai. Mi tirò una conviviale manata sulla schiena e mi indicò di sedermi. “Tra una mezz’oretta scenderò sul pianeta a farmi una chiacchierata con l’Imperatore. Purtroppo, essendo tu un lurido terrestre, non potrai seguirmi questa volta. Inspiegabilmente la legge secondo cui solo gli Itaniani duri e puri possano permettersi di mettere piede sul pianeta è ancora in atto. Probabilmente hanno paura che la tua alienità possa in qualche maniera inquinare l’atmosfera del pianeta sacro, o forse temono che la tua mera presenza possa far inacidire il latte nelle mammelle delle vacche e far impazzire la maionese alle massaie di razza pura. Tutte queste congetture sono irrilevanti, sta di fatto che non puoi venire. Tiè.” 
“Ma tientelo il tuo cazzo di pianeta.” risposi divertito. In realtà un po’ ero curioso di vedere Itan e un po’ mi dispiaceva, ma non volli dare a Bob la soddisfazione. 
“Sì, sì, dici così ma vedo come rodi. Vabbè, in ogni caso, penso che ci siano cambiamenti in atto. L’ordine di imbarcare tutti ‘sti Sterminatori ha lasciato perplesso anche me, ma ho abbastanza fiducia nell’Imperatore da restare sereno. E così dovresti anche tu.”
“Finché non hai cominciato a parlarne, ero serenissimo.” dissi io “Adesso in compenso sono preoccupato. Che sta succedendo, capo?”
“E va bene, lo ammetto: anche io non sono proprio serenissimo. Prima l’appalto sui dati, adesso vengo richiamato su Itan senza spiegazioni. Sapevo che quella corte di pagliacci era un problema, ma spero sentitamente non fino a questo punto.” disse Bob corrucciato.
“Splendido.” risposi io sarcastico “C’è qualcosa che possa fare?”
“Ah, no, niente, temo. In realtà ti ho chiamato qui solo per spargere un po’ della mia miseria sperando di alleviarla.” disse sorridendo.
“Sei proprio un altruista.” Commentai.
“Oh sì! Un filantropo!” disse Bob grandiosamente “Beh, il tempo vola, tocca andare. E se non dovessi tornare entro ventiquattro ore, non vivere nel passato! Rifatti una vita!” mentre parlava si era alzato e mi accompagnò alla porta e, con un’ultima pacca sulla schiena, si chiuse nella cabina. 
Non sapendo che fare, mi diressi alla palestra ma ci trovai solo il Capitano che si allenava agli attrezzi, l’infortunio alla gamba e alla spalla erano un lontano ricordo nanitico.
“Niente incontri oggi?” gli chiesi.
“No, sono tutti a preparare l’equipaggiamento per sbarcare.” rispose lui tra due grugniti di sforzo “Te lo avevo detto che ce ne saremmo liberati presto.” lo salutai e me ne andai in cabina a leggere fino al mio prossimo turno.

Bob tornò dopo sei ore, mentre ero al mio posto di pilotaggio sul ponte di comando. Quando entrò in plancia mi trasferì sullo schermo una serie di coordinate e mi disse di portarci là. 
“E attiva tutta l’arroganza, devono vederci arrivare anche dalla superficie.” aggiunse con un ghigno. Era un semplice spostamento orbitale, giusto qualche decina di migliaia di chilometri e li percorremmo con tutta la teatralità di cui il Delta era capace. Archi voltaici lunghi centinaia di metri, una coda di fusione assolutamente inutile dai motori e la copertura intelligente dello scafo gocciolante sangue. 
“È andata così bene?” chiesi a Bob senza alzare gli occhi dagli strumenti.
“Oh, sì. Decisamente.” rispose lui “Ecco, stai a duecento metri da quella fabbrica orbitale.” disse indicando una gigantesca struttura in orbita intorno al pianeta. Eseguii l’ordine e ci fermammo relativamente vicini alla fabbrica, giusto in tempo per vedere la struttura aprirsi e rivelare al suo interno una nave.

All’inizio sembrava completamente inerte, nera contro il nero dello spazio. Niente luci di navigazione, niente letture energetiche. Ma poi pian piano prese vita. I sistemi venivano alimentati, inizializzati e testati. Era grossa. Non quanto la decimo livello con su cui ho viaggiato un po’ di tempo fa, ma se non era lunga quattro chilometri, poco ci mancava. Aveva le dimensioni di una ottavo livello, ma più tozza e le letture energetiche erano tutte fuori scala. Troppi nuclei per una nave di quella classe, almeno un buon 30% in più. Anche gli armamenti erano presenti in un numero ridicolo. Sul muso aveva tre gigantesche aperture che il computer insisteva fossero bocche di fuoco di Railgun, roba da far nascondere dall’imbarazzo le navi di terzo livello. 

“Che cazzo è quella cosa?” chiesi sbigottito
“Aspetta.” rispose Bob sempre con il ghigno sulla faccia.
“Cosa devo aspett…” venni interrotto da una serie di lampi accecanti dalla nave. Archi voltaici lunghi chilometri si estendevano tra antenne e spine che erano comparse lungo tutta la superficie della nave. Poi la copertura intelligente si manifestò trasformando la materia inerte della nave in un gargantuesco organo sanguinante. 
“Cristo!” esclamai. 
“Quella ‘cosa’, mio caro e basito amico” disse Bob sorridendo come un neo-padre “è la mia nuova nave.”
“Quanto deve essere piccolo il pene di una persona perché debba compensare con una cosa del genere?” chiesi scorrendo a bocca aperta le letture ridicole degli strumenti
“Minuscolo, Pekka. Minuscolo.” mi tirò una pacca sul retro del casco e, ridendo, lasciò la plancia.

La mamma degli stronzi.

Category : Daniele

Meglio dirlo subito: non siamo scesi sul pianeta.
Così non infrango alcuna speranza, per adesso i segreti rimangono segreti.

In compenso la stronzaggine che regna sovrana da queste parti, ha fatto scivolare via il suo velo, rivelandosi in tutto il suo luccicante splendore, illuminando questo angolo dell’Universo, lontano dall’Impero che ho imparato a conoscere fino ad ora.
Mi spiego meglio.

Quando suonò l’allarme di prossimità, ci precipitammo tutti in plancia, un po’ perché la procedura lo richiedeva, ma soprattutto perché dopo una settimana di suspense, eravamo tutti ansiosi di scendere sul pianeta e proseguire nella nostra missione.
Quando entrammo nella stanza, il Capitano si trovava seduto sulla sua poltrona, ma invece di dare ordini e fissare gli strumenti, era semplicemente raccolto in silenzio, con la testa abbassata mentre con una mano si reggeva il viso, sospirando e mostrando una stanchezza che sembrava di anni.
Non disse niente.
Brahia si sedette di corsa alla sua consolle di pilota, ripetendo in maniera quasi automatica: “Situazione…?”
“Oh…” disse delusa, subito dopo aver guardato il suo schermo.
Con aria confusa mi sedetti al mio posto, guardandomi intorno e cercando di capire la situazione.
Il Capitano Reelnan, togliendosi la mano sul viso e guardando Brahia, disse con tono esausto: “Hai visto?”
“Ma hanno mandato un BANTHA?”
“No, è questo il problema…”
Anche lei sembrò accusare il colpo (ma di cosa?) e si appoggiò allo schienale della sedia.
Interpellai freneticamente la mia postazione in cerca della chiave per capire quel dialogo criptico, scaricai i dati della nave che avevamo davanti:

Denominazione: Allesi
Tipologia: Incrociatore di Classe 5
Appartenenza: A.E.R.
Capitano: Comandante di Divisione Calisto

Continuavo a non capire e soprattutto non riuscivo a vedere il problema. Alzai lo sguardo dal monitor, un po’ disorientato e poi, rivolgendomi al Capitano, domandai: “Signore, non capisco il problema. Non aspettavamo una squadra di supporto dell’A.E.R.?”
Lui, girandosi e rivolgendomi un sorriso stanco, mi disse: “Non hai mai avuto a che fare con l’A.E.R. vero?”
Mi sembrava di essere nell’esercito da una vita, ma restavo comunque un pivello, mi uscii un flebile: “No…”
“Bene” si drizzò sulla sedia, ed iniziò con pazienza e con atteggiamento da buon padre, la sua spiegazione: “In questa semplice situazione, ci sono parecchi elementi che promettono che quella di oggi, sarà un pessima giornata. E quasi sicuramente lo saranno anche quelle a venire”.
Nel pensare che stesse iniziando una battuta, cominciai ad allargare un sorriso, subito stroncato dall’espressione seria e senza vita del mio interlocutore. Vi giuro, era scazzo allo stato solido.
Dopo avermi ucciso l’allegria, continuò: “Il primo fattore è che abbiamo di fronte un Comandante di Divisione A.E.R., il che significa che sono loro a dirigere questo angolo dell’Universo. Dovremo prendere ordini da quelle Merde.”
Rimasi allibito, e forse anche con la bocca spalancata. Non che io sia una scolaretta, ma non l’avevo mai sentito usare un simile linguaggio. Il nostro Capitano è paziente e paterno nei confronti dei componenti della sua squadriglia, i suoi familiari, ma sprezzante e duro verso tutti gli altri. Ma da qui a definirli Merde, ne passava di acqua sotto i ponti.
“Altro fattore che gioca a nostro sfavore, è il fatto che non hanno mandato ancora nessuno sulla nostra nave. Questo significa che tra poco, quei palloni gonfiati, ci comunicheranno che saremo NOI ad andare sul loro incrociatore. Perché scomodarsi per qualcuno dell’esercito imperiale?”
Se prima non avevo spalancato la bocca, in quel momento sicuramente l’avevo fatto per lo stupore.
Neanche il tempo di metabolizzare la notizia, che sullo schermo apparve, senza annunciarsi, una figura giovane, faccia squadrata, con i capelli corti e la riga a destra, braccia incrociate dietro la schiena, impettita in un’uniforme completamente diversa dalle nostre: grigio scuro, lunga e molto più simile ad un camice che ad una divisa. Mi ricordò Lepka di “Conan”, un vera faccia da bastardo.
Appena collegato, iniziò a parlare senza alcun preavviso:
“Comandante di Divisione Calisto dell’incrociatore A.E.R. Allesi. Gli ufficiali superiori, sono attesi fra 10 minuti al portello 12 per istruzioni. Calisto chiudo”.
E la sua immagine se ne andò, così come era venuta. Il Capitano non sembrava sorpreso e non accennò neanche una risposta. Probabilmente conosceva molto bene con chi aveva a che fare.
Si alzò faticosamente dalla poltrona, guardò Brahia ed ordinò: “Guardiamarina, prepara il BANTHA, si va in scena per le Merde.” Poi rivolgendosi a me: “Preparati Tenete, sarà istruttivo, conoscerai la sconfinata arroganza di quella cricca chiamata A.E.R.”. Fu sorprendente notare quanto le sue parole fossero intrise di disgusto. Con quelle premesse, avrei volentieri saltato il giro.

Una volta giunti al portello 12 e passata la camera di equilibrio, fummo accolti dal telegenico Comandante Calisto e da altri tre suoi scagnozzi. Appena li ebbi di fronte, scattai sull’attenti ripetendo: “Gloria all’Impero!”. In tutta risposta, Calisto, con ancora le mani dietro alla schiena e senza neanche degnarmi di uno sguardo, si rivolse al Capitano: ”Capitano Reelnan e Tenente, seguitemi pure nella sala tattica.” Si voltò e si incamminò. Era sorprendente pensai, un uomo completamente disabituato alle risposte. Mi sarebbe piaciuto vederlo a cena con una ragazza. Trattenni un sorriso.

La sala tattica era la porta di fronte alla camera di equilibrio, una posizione insolita, ma probabilmente ideata per evitare che gli ospiti gironzolino per la loro nave. La stanza era abbastanza ampia, con un tavolone metallico posizionato al centro, e due file di sei sedie disposte ai lati. La Cricca si accomodò occupando le quattro sedie di sinistra, noi le due di fronte a loro. Mi sembrava di essere nel bel mezzo di una causa di divorzio. Attaccarono gli avvocati della controparte:
“Capitano, sono contento che abbiate ricevuto il vostro nuovo DELTA, spero che questa volta lo tratterete meglio.” Calisto allargò un sorriso ironico. Mi girai verso Reelnan che ebbe un sussulto, ma rispose semplicemente: “Grazie, ne avrò cura.”
Sembrava restare a fatica sulla sedia, stava ricorrendo a tutto il suo autocontrollo per evitare di saltare dall’altra parte del tavolo e strangolare quell’idiota.
Io invece, sembravo uno spettatore di una partita di tennis, mi voltavo prima verso uno e poi l’altro, mentre si scambiavano sguardi di odio, felice di essere stato ignorato fino a quel momento. Quando ad un tratto, il tizio alla sinistra del Comandante, il mio dirimpettaio, si rivolse direttamente a me, come per includermi nella discussione: “Lautes, che nome stupido per una nave.” Lo guardai solo un secondo, e deciso a non cogliere la provocazione, tornai a fissare Calisto il quale proseguì con più entusiasmo: “Bando ai convenevoli! Passiamo ai vostri compitini. Una volta tornati sulla vostra nave, farete rotta per la Silani. Da lì, scenderete sul pianeta azzurro denominato Burney, dove imbarcherete i restanti componenti della vostra squadriglia. Ma queste sono procedure dell’esercito e francamente, non mi interessano. Quello che mi interessa è che avrete cinque giorni di tempo, perché dovrete ritornare alle attuali coordinate per il rendez-vous con la nave A.E.R. Fulvia per l’imbarco della nostra squadra e la successiva discesa su Lilith.”
Il Capitano sembrò trasalire, fece un ulteriore sforzo nel trattenersi, ma sembrava davvero sul punto di esplodere: “Mi scusi Comandante, ma…”
“E’ tutto Capitano, può andare.”
Reelnan scattò in piedi spostando indietro la sedia e facendo un rumore infernale, pensai: “Adesso lo ammazza, tira fuori la sua vibro-lama e gliela conficca dritta nel petto, là dove batte quel cuore nero.”, poi inaspettatamente si girò e con passo pesante si diresse verso l’uscita. Io stavo ancora lì seduto quando sentii la sua voce provenire dal corridoio “Tenente!”. Mi alzai, feci il saluto accompagnato da “Gloria all’Impero!” e per la seconda volta ottenni una reazione inaspettata. Il Comandante, rivolgendo lo sguardo dritto su di me, scandì lentamente: “Ho detto è tutto.” Mi girai e me ne andai, quasi in punta di piedi per non disturbare.

Arrivati sul BANTHA ritrovammo Brahia che con tono ironico esordì: “Com’è andata?”
A quel punto Reelnan, sedendosi, sbottò: “Teste di cazzo, ci hanno fatto fluttuare nello spazio per più di una settimana, per rispedirci al punto di partenza, l’hanno fatto apposta per dimostrarci quanto poco valiamo. A loro non frega un cazzo dell’Impero! Sono impegnati tutto il tempo a badare ai loro interessi. E noi gli dovremmo essere riconoscenti e servili perché ci consentono di usare i loro giocattolini. Merde.” Poi si rivolse esplicitamente a me “Un prestito! Loro lo considerano un prestito, tutta una loro proprietà.” Poi indicandomi con il dito si fece più aspro “Ma un giorno… un giorno il nostro Imperatore gli farà sputare tutta la loro arroganza a forza di calci nel culo!” Infine si zittì e si appoggiò esausto allo schienale del sedile.

Non sapevo cosa dire, guardai Brahia che intanto stava pilotando verso la nostra nave, lei sentendosi il mio sguardo addosso, si voltò, guardò un attimo il Capitano e rivolgendosi a me disse: “Ah, è andata così male” dopodiché tornò, come se niente fosse, ai comandi.

Debiti e crediti.

Category : Ilario

Ed eccolo lì il Dito dell’Imperatore. Cattelan sarebbe invidioso di un simile Dito, ne ho la certezza.
In pratica è identico al palazzone di Ajaccio, fin nei minimi particolari. Inclusi gli inserti di linx, un vero sputo in faccia al buon gusto.
“Secondo te ci sarà Napoleone alla reception?” chiedo a Hurla con un mezzo sorriso.
“Probabile” mi risponde lei divertita. E temo che abbia ragione.
La foresta di alberi giganti attorno al Dito, comunque, è uno spettacolo meraviglioso, devo ammetterlo: sono abituato a vedere le cose fatte “in grande stile”, ma qui l’Impero si è decisamente impegnato.
“Io ne ho abbastanza di fare il turista per caso, e tu?”
Hurla mi guarda facendo finta di soffocare uno sbadiglio. “Pure io! Yawn!…”
“Andiamo a cena?”
Dolore, forte e incessante dolore. All’improvviso. La testa mi stava decisamente scoppiando, sentivo un pulsare ritmico alla base del collo, come se qualcuno stanotte mi avesse impiantato un di quei cosi che dilatano lo spazio direttamente nel cranio.
Poi il mondo ha iniziato a girare, sempre più velocemente. Poi il buio, la voce di Hurla e nient’altro.
Non so quanto tempo sia passato. Ore? Minuti? Non lo so.
Sono in una stanza bianca, illuminata da luci al neon.
Dio che fastidio, spegnete quei dannati tubi.
“Welcome back, my friend!”.
Inglese?!? Cos’è, i nanobastardi hanno le pile scariche?
“Ma dove mi trovo?…”
Non so se mi capiscono, le campane che ho in testa m’impediscono di pensare a uno straccio di frase nella lingua di sua maestà britannica.
“You are in the Finger. Reprogramming is in progress, it will only take a couple of minutes. Be patient.”
Cerco di guardarmi intorno, ma non posso muovere il collo. Come mai non riesco a girare la testa?
Qualcosa me lo impedisce, così come m’impedisce di muovere le braccia. Non capisco, sono legato o sono morto?
“Adesso riesci a capirmi?”
Cerco di fare cenno di “sì” con la testa, ma con pessimi risultati. Vada per la parola.
“Sì, adesso i naniti sono di nuovo operativi.”
“Bene. Scusami, ma per la tua sicurezza abbiamo dovuto immobilizzarti. Sono la dottoressa Walker, puoi raccontarmi cos’è successo?”
Faccio un bel respiro, e ringrazio il Cielo di non aver avuto un improvviso attacco di diarrea: sai che casino…
“Non ricordo molto, solo un fortissimo mal di testa e poi il buio”.
“E adesso, come ti senti?”
“Mi gira un po’ la testa ma il dolore è sparito”
“Ti era già successo altre volte?”

“No, è la prima volta”.
Non so perché le ho mentito, è stata un’azione dettata dall’istinto. Odio mentire.

“Clinicamente sei a posto, ti prescrivo 48 ore di riposo. Dopodomani potrai riprendere a lavorare.”
“Io capisco che devi fare il tuo lavoro, ma io devo fare il mio. Prometto che se dovessi avere altri episodi simili sarai la prima a saperlo.”
Preferisco la mia scrivania alla solitudine del mio alloggio, col piffero che resto per due giorni tappato in casa.
“Credimi, io ti capisco, ma non farei il mio dovere verso l’Impero se ti permettessi di rientrare al tuo posto. Mi dispiace. C’è qualcosa che vuoi chiedermi?”.
“Sì, una: da quanto sono qui?”
La dottoressa apre il suo N-PAD e inizia a sfogliare col dito. Brutto segno.
“Sei stato portato qui il 21 di febbraio, oggi è il 7 di marzo: sei qui da due settimane.”

Caro Dio, mi devi due settimane di vita. E io mi ricordo sempre dei creditori.

Bob litiga con gente.

Category : Pekka

Avevamo da poco salutato Daniele al boccaporto quando Bob mi mandò un messaggio sul pad dicendomi di infilarmi l’armatura e presentarmi al BANTHA entro venti minuti per una gita sulla superficie, a portare i dati che nessuno poteva provare Daniele ci aveva fatto una copia. Allegato al messaggio c’erano anche le coordinate dove avrei dovuto pilotarci. Feci una veloce ricerca sulle mappe e mi scappò subito una risata. Bob è un nerd con il potere assoluto e di conseguenza aveva scelto come punto di incontro con la sua controparte sulla terra ‘Devil’s Tower’, la montagna resa famosa da ‘Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo’.
Arrivai per primo al BANTHA in modo da poter fare tutti i check pre-volo con comodo, ma venni presto raggiunto da Iain e quattro suoi compari in assetto da combattimento che si sedettero chiacchierando tranquillamente tra di loro.
“Ci dobbiamo aspettare violenze, Sergente?” chiesi a Iain, girandomi sul sedile per guardarlo.
“Uno può sempre sperare.” mi rispose il Sergente impassibile. Uno dei suoi compari si lasciò scappare un risolino. Ritornai a fare i check e dopo qualche minuto arrivò anche Bob con una valigetta in mano e un’espressione seria sul volto.
“Forza! Che cazzo stai aspettando? Parti.”
“Sìssignoresignorsìsignoresignore!” risposi scattando in piedi e salutando. Poi mi risedetti e finii con calma i miei check.

Il viaggio fu senza eventi di nota e arrivammo per primi al luogo d’incontro. Uscimmo dalla navetta e notai che tutti si erano fatti più seri. Notai anche che si sistemarono in una formazione a cuneo con Bob in punta e gli altri a distanza di sicurezza l’uno dall’altro. Seguendo l’esempio mi misi a una decina di metri direttamente dietro al capo. Bob si girò, alzò un sopracciglio e disse:
“Non fare il coglione, è tutta scena. Vieni qui.” quando lo raggiunsi, aggiunse: “E poi, se dovessimo finire a menarci tra Sterminatori, non ci sarebbe un posto sicuro nel raggio di qualche chilometro.”
“Rassicurante.” commentai. Il mio N-pad, collegato con i sistemi della navetta, bippò.
“Stanno arrivando. 2 minuti.” dissi a Bob. Lui assentì e indossò la sua espressione più impassibile. Nessuno si mosse quando il BANTHA da sbarco atterrò a un centinaio di metri dal nostro gruppetto e ne scese una squadriglia intera di soldati. Solo in due avevano il giubbetto da sterminatore, notai con piacere. Poi scese l’ammiraglio e fu amore a prima vista. Nel senso che avrei amato prenderlo a pugni in faccia per un mese intero, con pause solo quando il sangue sulle mie nocche si fosse spessito troppo per fare ancora danno. Aveva una di quelle facce che sai che sorride solo quando un’altra persona soffre e lui ne è la causa. Uno di quelli che riempie palloni di cemento e li lascia in giro sperando che la gente si rompa il piede prendendoli a calci.
E aveva un ghigno compiaciuto sulle labbra. La perfezione.
Sono ancora convinto sia stato costruito apposta in un laboratorio per essere la persona più odiata dell’Universo.
Bob nel frattempo mi aveva passato la valigetta.

“Seguimi.” disse incamminandosi e fermandosi a metà strada. L’Ammiraglio ci raggiunse, anche lui seguito da un ufficiale portaborse.
“Certo che potevi anche raggiungermi alla base, Bob.” esordì lo Stronzo.
“Probabilmente.” rispose lui, senza aggiungere altro. Il sorriso dello Stronzo vacillò un attimo e poi tornò in forza.
“Va bene, non perdiamo altro tempo. Passami i dati. Ho laboratori pieni di gente che non aspetta altro che studiarli.” disse. Lo scagnozzo al suo fianco fece un passo nella mia direzione allungando la mano. Bob gli rivolse un sorriso feroce che lo bloccò con un piede a mezz’aria.
“Ci sono un paio di cose che voglio chiarire prima di lasciarti andare via con i dati, Mierill.” cominciò, rivolgendosi di nuovo allo Stronzo. “Non posso che leggere sulla tua faccia che tu ti senta piuttosto compiaciuto di come sono andate le cose. Non hai idea di quanto mi piacerebbe lasciare che Iain ti cancelli quel ghigno di merda dalla faccia.” il sorriso di Mierrill vacillò di nuovo, in maniera più appariscente questa volta, ma tornò di nuovo, anche se, forse, un po’ meno convinto. “E tu, fenicottero, abbassa il piede che mi distrai.” disse al portaborse senza guardarlo. Quello si scosse, appoggiò il piede e fece un passo indietro con lo sguardo basso e un sano colorito rosso sulle guance.

“Senti, Bob, per quanto mi divertano le tue tirate…” cominciò Mierrill, ma venne subito interrotto da Bob
“Non ho neanche cominciato, Ammiraglio.” il grado era intriso di disgusto “Voi pensate di essere tanto furbi. Tu e i tuoi amichetti a corte e i vostri giochini di potere, i vostri intrighi. L’unica cosa che veramente vi sta a cuore è la vostra cazzo di ambizione.”
“Non mi sorprende scoprire che sei un pessimo perdente, Bob.” si intromise Mierrill.
“E a me non sorprende che non hai capito un cazzo, Mierrill. Non mi frega un cazzo dell’imbarazzo personale di aver perso l’appalto per studiare i dati. Quello che mi fa disperare è che per colpa della vostra ambizione, la possibilità di scoprire qualcosa di utile dai dati si è decisamente ridotta.” spiegò Bob, con tono stanco.
“Se c’è qualcosa da scoprire, il mio personale lo troverà.”
“Non metto in dubbio la competenza del tuo personale, Mierrill. Della tua non ci metterei la mano sul fuoco. Ma è ragionevole pensare che se la tua ventina di tecnici possono avere una possibilità, un migliaio di tecnici migliorano le probabilità. E, non per fare il puntiglioso, ma il personale è a tua disposizione, non è tuo, è come me e come te stesso, del nostro Imperatore. Non dimenticarlo.” Il sorriso di Mierrill, nel frattempo era sparito completamente, lasciando il posto ad una smorfia furiosa.
“A proposito dell’Imperatore, è stata in fondo una Sua decisione quella di dare in mano a noi la ricerca.” grugnì lo Stronzo.
“Non sta a me discutere le Sue decisioni, e posso solo immaginare quanto sia stata sofferta questa in particolare. Ma lascia che ti dica una cosa, Ammiraglio…” Bob si portò davanti a Mierrill e avvicinando la bocca al suo orecchio sinistro bisbigliò forte abbastanza che riuscissi a sentire anche io “In fondo non me ne frega un cazzo dei vostri giochetti e le vostre cazzate, divertitevi. Pugnalatevi alle spalle per una briciola di potere in più. Ma la prima volta che uno dei vostri giochetti va a danno dell’Impero, la prima volta che mettete in pericolo quello per cui io come tanti altri hanno dedicato la vita, io vi distruggo. Oblitero te e tutti i tuoi compagnucci. Non resterà traccia della vostra esistenza.”
Lo Stronzo a questo punto era paonazzo. Fece un passo indietro solo per potersi sporgere in avanti e urlare in faccia a Bob: “Come osi! Minacciare me? Piccolo pupazzo! Io…”
Venne interrotto dallo schiocco del manrovescio di Bob che attraversò la sua faccia. Il volto paonazzo sbiancato su una guancia da quattro ditate nette. Lo schiocco fu seguito a ruota dai quattro tuoni alle nostre spalle di Iain con i suoi che indossano l’armatura. Seguite a loro volta da altri otto tuoni alle spalle della squadriglia di Mierrill. A mia insaputa e a insaputa dello Stronzo, Bob doveva aver fatto sbarcare altri Sterminatori prima del nostro arrivo. I soldati davanti a noi sbiancarono visibilmente e allontanarono le mani dalle armi. I due Sterminatori di Mierrill non accennarono neanche ad avvicinare le dita al pulsante di attivazione.
“Dicevi?” chiese Bob all’Ammiraglio che stava cuocendo dal di dentro, digrignando i denti senza rispondere. “Dagli la valigetta, Pekka.” Mi avvicinai e gli porsi la valigetta. Mierrill non si mosse.
“Volevi i dati, Mierrill? Prenditeli.” gli disse Bob. L’Ammiraglio arraffò la valigetta dalle mie mani, si girò e a passi furiosi si diresse verso la sua navetta.

Appena decollato il BANTHA, la maschera impassibile di Bob si infranse e si lasciò scappare una fragorosa risata.
“Cazzo quanto mi piace il mio lavoro! Oggi è una splendida giornata, Pekka. Andiamo a mangiare da qualche parte, offro io!” Si girò, e fischiettando tornò verso la navetta.

Lilith in the Sky with Diamonds.

Category : Daniele

Dopo due giorni di spazio dilatato, fummo chiamati dal Capitano dei Soldatini di Piombo. Eravamo in sei stipati in quella stanzetta che loro chiamavano plancia. Probabilmente la Kilia, la nave su cui stavamo viaggiando, non aveva mai visto una concentrazione tale di persone, sembrava di essere intrappolati in uno di quegli ascensori di metallo, mentre imbarazzati, speravamo tutti che il nostro piano arrivasse il prima possibile.

Rocruo, senza scomporsi sulla sua poltrona e rimanendo con lo sguardo fisso sullo schermo, attivò il visore olografico che in una attimo riempì tutta la stanza, proiettandoci all’esterno della nave. Si stava ancora stretti, ma almeno si aveva l’impressione che ci fosse più aria.
Davanti a noi c’era lo spazio ed un grosso pianeta azzurro, ma non era quello che saltava alla vista. Quello che attirò la mia attenzione fu l’enorme, gigantesca massa di metallo che ci si parava davanti. Una cosa talmente grande da non potersela immaginare. E non era solo la massa di quel leviatano a stupirmi, ma anche tutto lo sciame di navi ed incrociatori che gli fluttuavano attorno. Che fosse una di quelle navi chilometriche descritte da Pekka? Avrei voluto chiedere che accidenti fosse quella mostruosità, ma “l’equipaggio allegria” non era il migliore degli interlocutori. Fu Brahia a rompere quel silenzio, con un tono eccitato completamente estraneo al suo solito comportamento da ufficiale: “Se quel pianeta azzurro è Alat, allora quella nave dev’essere la Lonan! Questo vuol dire che siamo nel Quadrante 1, vicini a Itan!” poi, rivolgendosi al Capitano: “Non è così?”
Il Capitano girò la sua poltrona verso di lei e con tono seccato disse: “Guardiamarina, non sono autorizzato a rivelare questo tipo di informazioni.” e lei incalzando la discussione: “Ma se è così, come…”
Questa volta il Capitano sembrò diventare paonazzo dalla rabbia, lui che ripeteva le cose due volte? Con l’equipaggio che si ritrovava, quasi sicuramente, non era una possibilità contemplabile e neanche ipotizzabile.
“Se c’è una cosa che proprio non tollero…”
“Basta Guardiamarina! Controllo!”
Silenzio.
Quelle parole erano uscite da me. Non riuscivo a crederci, ma non potevo sopportare l’idea che quel maniaco le si scagliasse contro con quella  violenza. Mi girai a guardarla, quasi a chiederle scusa, ma la trovai lì, a testa bassa, a ripetere con tono sottomesso: “Sì Signore, mi scusi Signore.”
Mi sentivo male, ma mi voltai di nuovo verso il Capitano che sembrava aver ripreso colore. Quantomeno la scenetta aveva funzionato. Lo psicopatico rivolse nuovamente la poltrona verso la sua consolle e senza altre distrazioni disse con tono neutrale: “Comando, qui è il Capitano Rocruo della Kilia. Siamo in avvicinamento da 342, a bordo abbiamo tre membri della 413.”
“Qui la Silani. Ricevuto Kilia, rimanete in stazionamento nella vostra posizione ed osservate l’hangar 83, abbiamo un regalo nuovo fiammante per i ragazzi. Al termine della procedura di inizializzazione, manderemo due BANTHA a recuperare la squadra e il Capitano per le procedure di assegnazione e la denominazione. ”
“Ricevuto Comando. Chiudo.” Poi, sfiorando i comandi, attivò l’amplificatore di bersagli, illuminando un’apertura a qualche centinaio di metri dalla poppa della Silani. Probabilmente ebbe un attimo di gentilezza per premiarmi del cazziatone fatto a Brahia.

Rimanemmo ad osservare il portellone che ora si stava aprendo. Dopo qualche secondo ne emerse lentamente una nave scura e senza vita: un DELTA 409. Quando fu completamente fuori, la osservammo accendersi per la prima volta. Ci furono alcuni bagliori qua e là lungo la sagoma, le quattro torrette intorno allo scafo, da basse e inerni, si alzarono animate da nuova forza, compiendo alcuni giri, tutte insieme come una specie di danza. Le luci dalle finestrelle della nave sfarfallarono qualche istante: sembrava di osservare un neon in accessione. Certo, era tutto tecnologicamente molto più complicato, ma la mia impressione fu quella.

Quando fummo tutti a bordo di quella che sarebbe stata la nostra nuova casa, fui sollevato di essere lontano dall’angusta Kilia e dal suo spigoloso equipaggio.
Completammo velocemente le procedure di assegnazione con il riconoscimento da parte del computer della nave degli ufficiali poi fu il momento della “denominazione” del nostro DELTA.
Normalmente è una semplice procedura che molti Capitani affrontano con leggerezza, ma in quell’occasione si trasformò quasi in una cerimonia.
Quando il computer rivolse al Capitano Reelnan la frase standard: “DELTA 12309983.HJKL.45690 in attesa di denominazione imperiale. Quando pronti pronunciare la nuova denominazione” …e premere cancelletto, mi balenò nella mente. Ma avrei rovinato il momento e, oltretutto, l’avrei capita soltanto io.
Ci fu un attimo di silenzio, Reelnan si girò verso di noi che rimanevamo dritti e in completo silenzio, in attesa di ricevere il verdetto, fece un breve sorriso e successivamente mi guardò dritto negli occhi. Ne rimasi un attimo scosso. Poi rivolgendosi al computer con tono solenne disse: “Lautes”.
La machina richiese senza emozioni: “Confermare.” “Lautes”.
“Confermato. DELTA 12309983.HJKL.45690 aggiornato come Lautes. Aggiornamento dei registri imperiali effettuato”.
A quel punto tutti si girarono nella mia direzione sorridendo e stringendomi le mani. Rimasi completamente spiazzato e ignaro di quello che stava accadendo intorno a me. Per fortuna fu lo stesso Capitano a venirmi in soccorso: “E’ un onore che abbiamo voluto riservare a te, per ringraziarti di averci tirato fuori dalla Gens Iulia”. Una fitta al petto, mi faceva ancora male sentire quel nome, la causa della morte della maggior parte dei miei compagni, ma continuavo a non capire: “Mi scusi Signore, non mi è ancora molto chiaro…” così lui, con fare paterno, continuò con la spiegazione: “Vedi, per l’Impero il tuo pianeta natio si chiama Laute, da qui Lautes cioè terrestre, per ricordarci sempre per merito di chi solchiamo ancora lo spazio.”
Non riuscii a dire nulla. L’imbarazzo mi aveva preso per il bavero e mi stava sballottando con forza da una parte all’altra lasciandomi completamente muto: sì, era la prova che sarei stato un ottimo ufficiale, scaltrissimo nella politica.
Sì, col cazzo.

Finiti gli inchini e le congratulazioni mi recai, come in crisi di astinenza, nel posto che mi era mancato di più in quel periodo: la sezione dei sistemi primari della nave. Una volta arrivato lì, mi appoggiai disteso e con le mani contro alla porta quasi toccando il metallo con la guancia, rimasi un attimo a godermi appieno il ritmico e rassicurante  battito del nucleo principale. Poi mi voltai e mi sedetti scivolando con la schiena appoggiata alla paratia. Una volta a terra, tirai un sospiro di sollievo: ero finalmente tornato a casa.
Passato qualche minuto, mi raggiunse Brahia tutta trafelata.
“Hai notato quanto sia strana tutta questa faccenda?”
Non badai alle sue parole, mi sentivo ancora in colpa per quello che era successo sulla Kilia.
“Scusami per aver alzato la voce, io…”
“Sì, non ti preoccupare, bravo, hai fatto il tuo dovere di ufficiale, ma a proposito del posto in cui siamo, non hai notato diversi elementi insoliti? Il tempo di viaggio poi…”
Rimasi un attimo senza parole, non l’avevo mai vista così curiosa, di solito accettava gli ordini senza discutere. “Scusa, ma non sei abituata ad eseguire gli ordini senza fiatare? Non è quello che ti insegnano in Accademia?”
“Certo, ma se siamo così vicini a casa, voglio saperlo! Sono cinque anni che manco dal mio pianeta…” Probabilmente la vicinanza di Itan aveva effetti eccitanti sulla mia pazza amica. Ero indeciso se approfittarne od indagare.
Scelsi la seconda: “Beh in effetti ci abbiamo messo solo due giorni per arrivare fino a qui, va bene che le navi di terzo livello sono tra le più veloci dell’Impero, ma mi sembra esagerato…”
“Sì, è vero ma mi insospettisce anche il nome della nave di decimo livello che ha costruito il nostro DELTA…”
“Scusa, che c’entra il nome?”
“Per navi di quella classe, l’Impero assegna sempre il nome del sistema in cui è stata costruita ed in cui opera. La Silani… non ho mai sentito alcun sistema con questo nome… come anche la nostra destinazione definitiva: Lilith. Anche questo pianeta mi è completamente estraneo.”
Erano tutte obiezioni sensate. Anche a me era saltato all’occhio il fatto che ci avevamo impiegato troppo poco tempo a raggiungere la nostra destinazione. Se mi ricordavo bene, Pekka, a bordo della Mostas, ci aveva messo almeno dieci giorni. Erano tutti elementi strani che si aggiungevano alla cortina di segretezza che aveva avvolto la nostra missione fin dal suo inizio.
Il mio apporto intelligente alla discussione fu un silenzio imbarazzante, grazie al cielo interrotto dalla convocazione in plancia del Capitano, eravamo pronti per partire, destinazione: Lilith.

Tutto questo, avveniva giorni fa, adesso è circa una settimana che siamo in stazionamento nello spazio vicino a Lilith, un pianeta quasi disabitato a dir poco curioso che sembra custodire parecchi misteri, alcuni dei quali visibili dallo spazio. Purtroppo non abbiamo ancora avuto il permesso di sbarcare, perché siamo in attesa che ci assegnino i rimpiazzi per completare la nostra squadriglia e, naturalmente, la tanto attesa squadra dell’A.E.R. che ci farà da balia. Ma la curiosità comincia a farmi impazzire.

Ora devo andare, l’allarme di prossimità sta segnalando l’avvicinamento di una nave, forse è l’incrociatore dell’A.E.R. e, se tutto va bene, domani avremo il nostro permesso per scendere sul pianeta.

Però, prima di lasciarvi, voglio mettere anche a voi il tarlo della curiosità, allegandovi l’immagine dall’orbita di Lilith. Quell’area che si vede evidenziata NON è una costruzione. Strano vero?

Buonanotte Darknet.

So few things to do, so much time.

Category : Pekka

È un po’ che non scrivo. Le cose sono state un po’ frenetiche ultimamente, infatti anche oggi non potrò stare a lungo. Ho comunque continuato a seguirvi e devo dire che le cose, se da un punto di vista si fanno interessanti, dall’altro si fanno preoccupanti.
Più che altro mi preoccupa un personaggio di cui avete ormai scritto in due. Chi cazzo è questo Duprè? Non ho ancora chiesto a Bob, anche se, non è che Bob mi racconti tutti i suoi segreti e le sue strategie la sera che stiamo sul letto a farci le trecce a vicenda.
Non che stiamo sul letto a farci le trecce a vicenda.
Però, se questo fosse un individuo utilizzato in qualche maniera dal mio Capo, penso che ad un certo punto lo avrebbe menzionato. Mistero!
Vi scriverò al più presto i miei ultimi aggiornamenti che si divideranno in tre capitoli:

- Bob litiga con gente;
- Bob cambia macchina;
- Bob mi leva le insegne a mi manda in gita.

Curiosi? Ha! Niente spoiler.

Saluti, gentaglia!

P.s.
Daniele, che sfiga capitare con un equipaggio del genere, quelli che avevo beccato io erano dei disperati, ma almeno erano interessanti.
Sono curioso di sapere in quale buco di culo ti ha mandato Bob.
Francesca, sono contento che tu abbia trovato un nuovo amichetto. Sebbene non condivida completamente la tua ribellione, ti auguro ogni bene.

Il cielo su Torino.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Torino, 26 febbraio 2014

Sono due giorni ormai che piove e la temperatura é scesa di qualche grado, la quantità di rhum bevuto e fumato nel contempo mi consiglia di scaricare un po’ di stress accumulato. Lo stereo in random su un album dei Beatles mi tiene compagnia, la strada di fronte casa mia è completamente deserta, neanche una busta vuota spazzata dal vento, brutto presagio, mi volto alla mia sinistra rivolgo lo sguardo ai monti qui vicino, il cielo su Torino sembra muoversi al mio fianco. Venti minuti d’attesa buoni, dopodiché l’asfalto comincia ad asciugarsi, il sole ha fatto capolino da dietro la Chiusa di San Michele amplificando la brillantezza della sagoma della Sacra cattedrale come se fosse modificata da un filtro di Photoshop, lungo lo spazio aereo che porta in città si vedono brillare i mezzi Itaniani che gironzolano chi per una missione, chi per un’altra, si cominciano a vedere anche le prime Autovetture volanti, mi rendono orgoglioso, molto è cambiato in questi anni ma più passa il tempo più pare diventare la stessa routine, casa, lavoro, problemi con l’altro sesso, politica incasinata, guerre da combattere lontano di cui non dovrebbe importarmi nulla, vero! Mi sono fatto un giro nello spazio e ho dei poteri soprannaturali ma non dovrei sentirmi così coinvolto, brama di conoscenza, senza dubbio, mi ha sempre fottuto, sin da piccolo.

Da quando sono rientrato sulla terra non riesco a togliermi dalla testa tutte quelle voci, tutti quei soldati che ai miei occhi appaiono solo robot senzienti senza aspirazione alcuna, ma d’altronde la conquista più grossa dell’Impero è il soggiogare le razze con la privazione, col limitare le loro scelte e i loro desideri, le loro aspirazioni, appunto, costringendo i più a modificarli facendo trovare “l’arruolarsi per andare al fronte”, il loro punto di arrivo, di soddisfazione massima a cui puntare, ma alla fine è sempre un cazzo di lavoro, anzi devo chiedere se mi spetta qualche indennità di trasferta per il mio giretto sulla Kardashian.

Ieri ho sentito T-Bones, è in Niger che sparge Naniti per cercar di far riprendere il terreno, in modo che possa tornare fertile al più presto, mi ha raccontato che gli Itan gli hanno commissionato diversi interventi dello stesso tipo nelle zone meno fertili dell’Africa, ad esclusione dei Deserti, hanno uno dei loro quartieri generali presso le foci del Fiume che da il nome allo stato di cui è ospite, pare che molti umani si vogliano arruolare da quelle parti, tant’è che navi da trasporto partono ogni ora per i diversi bastioni imperiali. La chiacchierata con T-Bones non ha fatto altro che confermare le mie sensazioni e per quanto la razza umana sia inferiore, la teoria dei corsi e ricorsi storici per me calza a pennello anche se di esseri alieni in questo caso si tratta. T-Bones mi ha detto che è stato in Etiopia, ad Axum, dove i Copti continuano a vivere nel loro mistero ultracentenario, gli è parso strano che in quella missione l’avessero accompagnato solo due Voolena e neanche un Itan, come se gli Itan avessero un timore reverenziale nei confronti di quel posto che anche nelle leggende umane, ricordo essere sempre stato un luogo misterioso, mentre T-Bones mi raccontava l’aneddoto sentii che uno di quei due Voolena era ancora connesso con lui, cercai un dialogo, un contatto mentale, mi presentai militarmente ma solo dopo aver fatto il nome di Alexis riuscii a conquistar la sua fiducia, mi spiegò che alcuni simboli sulla stele di Axum sono alieni pure per lui e che erano stati mandati in quel luogo in compagnia di T-Bones solo per carpire qualche informazione sulla loro provenienza, cercando di barattare un po’ di terreno fertile con i contadini custodi del segreto… Stand By… Sogno

“Un centesimo per un tuo pensiero, Uomo. Da quanto calpesti questi prati? Ti vedo, sai … correre con la maglia verde: lunga che copriva le ginocchia, lunga che copriva un braccio e mezzo per manica; ti vedo, Uomo, scivolare furtivo tra le pannocchie, correre rincorso dal sostegno d’occhi e urla, ti vedo, Uomo, distratto, distratto dall’ombra di quel ramo che oscilla come un pendolo, un pendolo si, un segnatempo, ti vedo mangiare i tuoi stessi passi giorno dopo giorno, anno dopo anno, ti vedo, Uomo, succhiare l’essenza, il gioco matematico, pedine che corrono su una scacchiera senza un preciso comando, a loro fantasia ed immaginazione, ti vedo. Vedo i tuoi occhi inseguire il tempo cercando di prenderlo e di fermarlo attraverso lo spazio, abbandonando un pezzo di te in ogni posto in cui puoi dire di aver appoggiato la testa. ” …Play Record.

T-Bones ha riattaccato incazzato, si dev’essere accorto che non lo cagavo, probabilmente parlava e non lo sentivo, l’ho poi richiamato per chieder venia, da buoni amici un “vaffanculo”, vecchio e all’italiana, ha sortito il suo effetto.

Sono due giorni ormai che piove e anche se da venti minuti è uscito il sole, Alexis mi manca ed io ho finito il Rhum. Per fortuna che non è Lunedì.
Darknet mood ::Off::

Sul ponte 3.

Category : Francesca

Il ponte 3 delle nostra astronave è in parte dedicato all’area di svago, in parte agli alloggi dei passeggeri e in parte ad un’area a cui non ho accesso, suppongo quella riservata ai passeggeri di origine Itan.

Il mio dopo cena si aggirava intorno a delle ipotetiche 21:30. Arrivai sul ponte, mi ero cambiata d’abito, quindi ero in tuta e non più in divisa da lavoro.
Adoro stare in tuta. Così sono comoda.

Visto che il ponte tre è lungo quasi un chilometro e non avendo idea dove esattamente avrei dovuto incontrare Ermes, andai rigorosamente a caso da un posto all’altro, dai campi di calcio (ebbene si, questo sport è amato dalle razze maschili di mezzo universo, è uno dei costumi terrestri che sono stati adottati fin dall’inizio, infatti intorno ai campi di calcio si vedono la stesse tipologie di persone che da noi, cambia solo che alcuni sono mega peluche, altre rettiliformi, altri ancora enormi umanoidi e talvolta si vede qualche Itan… ma di solito preferiscono fare gli allenatori, con tutto il seguito di “signore” annoiate ai lati dei campi… normale amministrazione) ai campi di Rigen (che è un gioco che arriva dal pianeta Plusha, ora non so spiegarvi assolutamente quali siano le regole, né lo scopo del gioco, visto che è giocato solo dai Plusha in modalità mimetica, quindi nessuno vede niente fino a che succede qualcosa, una sorta di fallo suppongo, allora improvvisamente e per la beatitudine degli occhi, compaiono otto super cosi cicciopelosi che sbraiatano tutti intorno ad uno di loro, poi si sente come un rumore di fischietto e si ricomincia, quindi si ricomincia a non vedere più niente, e così via…), insomma mi sono persa per più di un’ora tra un campo ed un altro, tra esseri in tenuta sportiva e puzza di spogliatoi, era come stare allo Streetball, in un’atmosfera festosa ed internazionale, mi sono lasciata coccolare dai ricordi di ragazzina, di quando la Terra era dei Terrestri e lo spazio profondo non era di nessuno.

Un passo dopo l’altro e mi sono ritrovata nella parte degli alloggi, un mega noiosissimo albergo, così tutto uguale da far perdere l’orientamento anche ai naniti… e poi infine, per mia grandissima sorpresa e gioia, mi sono ritrovata a quello che posso descrivere come un planetario, non sapevo ci fosse: in cima al ponte, c’erano una ventina di poltrone, tipo chaise longue, rivolte tutte verso la stessa direzione, ogni sedia era un metro distante dall’altra, in file di cinque, a fianco di ogni sedia un tavolino, una bevanda e dell’acqua, mi guardai intorno, ed intorno non c’era nessuno, mi sentivo quasi in imbarazzo, ma ovviamente l’imbarazzo fece subito posto alla voglia di sedersi su quelle invitanti poltrone, e così feci… mi sdraiai lunga lunga e chiusi gli occhi, che relax!
Qualche secondo dopo sentii come un sibilo, seguito dal rumore di pannelli che si aprono, era così: i pannelli del soffitto si ripiegavano piano piano, uno dietro l’altro, lasciando spazio ad uno degli spettacoli più belli che io abbia mai visto: l’Universo. Non so cosa fossero tutti quei colori, forse delle nebulose, forse delle stelle, pianeti con satelliti e spazio, tanto spazio ovunque… senza parole, non so dove ci trovavamo in quel momento, va bene così, so solo che non mi sono mai sentita così “immersa” in qualcosa. Ri-wow!

“Bello eh?!”, non mi girai neanche per vedere dove fosse quando Ermes mi parlò nella testa, suppongo qualche poltrona dietro la mia, “Non è un posto molto frequentato, la maggior parte dei passeggeri della nave preferisce non confrontarsi con tutto ciò, ma rimanere ben stretto alla cose che deve fare, senza porsi troppi pensieri, del resto quando ci si trova qui… è più che naturale farsi delle domande, ma poi è così difficile avere delle risposte”.
Alzai il pollice in su, per fargli capire che avevo colto. Continuò a parlare: “Ho notato, spiando nella testa di chi si sedeva qui, che la seconda cosa a cui tutti pensavano è la propria casa.”
Pensai: “E la prima?”.
“La prima cosa che si pensa è che si ha sete, per questo ci sono tutte quelle bevande a fianco di ogni poltrona, è una reazione fisica.” Inarcai un sopracciglio in segno di perplessità e mi riempii un bicchierone d’acqua.
Passarono diversi minuti in silenzio, in contemplazione dello spettacolo che passava sulla nostre teste, poi gli chiesi: “Perché siamo qui Ermes? Cosa vuoi?”.
“Per essere della specie Terrestre sei piuttosto diretta nel parlare e nel chiedere”, poi Ermes continuò “Forse prima mi sono lasciato travolgere dalle emozioni, il che è alquanto imbarazzante, scusa anche per il ritardo, ho dovuto raccogliere bene le idee prima di salire fino a qui.”
“Ma tu non alloggi su questo ponte?” gli chiesi punzecchiandolo.
“Si. Come sei puntigliosa.” rise “Sono qui perché ti voglio aiutare.”
Mi tirai dritta sulla poltrona, e mi girai appoggiando i gomiti sulla schienale: “Ah si? E di grazia, buon Imperiale, come potresti essermi d’aiuto?” ero spiazzata da quello che aveva detto, poi gli chiesi: “Tu chi sei?” E mi rimisi sdraiata. Mi ero persa un pianeta spettacolare, quasi come se colorato a righe gialle e bianche, uffa, sbuffai.
“Ok, va bene: io sono un ufficiale dell’Impero di razza Voolena, sensitivo di altro grado, operativo nella Rieducazione, di stanza sulla Terra fino a qualche tempo fa, ora diretto altrove, Lilith forse o forse in un pianeta da quelle parti.”
“Bella merda la Rieducazione, mi hanno obbligata a fare un corso tempo fa” gli risposi indispettita.
“No… quella è la Rieducazione base, ma diciamo che mi occupo di un altro tipo di Rieducazione, qualcosa che non ti piacerebbe provare, qualcosa che non piacerebbe provare a nessuno”.
Provai ad immaginare fino a che punto e come si possa essere rieducati. E non mi piacque quello che pensai. Così mi alzai. Mi fermai davanti a lui e gli dissi con una rabbia trattenuta mista a sdegno: “Forse non è il caso che tu mi aiuti a fare qualcosa, anche perché non saprei cosa, anche perché comunque non mi fiderei di te.”
Si alzò in piedi anche lui mi guardò dritta negli occhi e senza fare una piega rispose: “Non pensavo che una persona come te potesse giudicare così in fretta senza neanche conoscere chi ha davanti”.
“Avresti potuto rigirare la mia volontà in qualsiasi momento e non so se lo hai fatto, e avresti dovuto dirmelo subito.” rimbeccai.
“Per poi avere la stessa medesima reazione che stai avendo ora? Pensi che non mi sia mai capitato prima?” mi rispose ferito.
“Non lo so. Mi dispiace, mi fai sentire in colpa, ma se sono quassù e non sul mio bellissimo pianeta azzurro e perché gente come voi ha distrutto o indotto all’autodistruzione gente come me” sospirai “mi hai punto nell’orgoglio parlandomi così, però, e non so se è una mia reazione o se me l’hai fatta venire tu, ero così tranquilla prima. Vabbè cazzo, allora mettimi in condizioni di fidarmi di te” gli sorrisi un po’ confusa e me ne andai.
“Ok miscredente, vedrai nei prossimi giorni!” mi disse nella testa con un tono di amichevole sfida.
Gli rifeci il gesto del pollice in su. E…

Cazzarola è tardi, devo andare a fare l’inventario in magazzino!! Mi aspettano! Continuo prima del turno se riesco.
(Cazzo che tardi!)

Passo col pass.

Category : Ilario

Io e Hurla sembriamo due turisti giapponesi. L’unica cosa che ci manca è la guida con l’ombrello aperto, il resto c’è tutto. Abbiamo il nostro bel N-PAD aperto, le cuffie collegate e andiamo in giro come due perfetti idioti.
Le spiegazioni della voce narrante del Tutor sono interessanti quanto una lezione di algebra, mi stan raccontando una versione ampiamente edulcorata della “colonizzazione”, falsa come una banconota da 14,46 euro: che due enormi, gigantesche, stratosferiche palle.

Tolgo le cuffie e inizio a scimmiottare la voce narrante: “Alla vostra destra potete notare dei palazzi, alla vostra sinistra, toh guarda, dei palazzi identici a quelli di prima. Ma guardate di fronte a voi: palazzi! Non è incredibile?”
Hurla ride di gusto e si toglie le cuffie: “Sì, questa roba è una vera scemenza. Ma chi l’ha scritta?”
“Probabilmente noi, Hurla”.
Ha smesso di ridere.

Intorno a noi, in effetti, è la fiera del palazzo-fatto-con-lo-stampino: sono strutture in vetro-cemento con finiture in linx, che spreco di metallo per una simile aberrazione. La cosa più curiosa è che le finestre sono esagonali, sembra di vedere un gigantesco alveare. A parte questa struttura sicuramente originale, il resto trasuda di “se è fatto in serie è meglio”: in puro stile imperiale queste strutture sembrano prodotte su scala industriale, molto probabilmente sono identiche a tante altre sparse in giro per l’universo conosciuto.
Non sono palazzi molto alti, hanno solo 6 piani, ma lo sberluccichio del linx gli conferisce un aspetto più maestoso di quello che in realtà hanno.
“Hai notato una cosa strana?” mi chiede la topolona.
“Che cosa?”
“Sono disposti seguendo uno schema. Uno schema strano, ma affascinante.”
Guardo la piantina del quartiere: c’è un palazzo, a fianco ce n’è un altro e subito dopo due, poi tre, cinque e in fine otto. Mi scappa un mezzo sorriso.
“Hai ragione: è la serie di Fibonacci. Il numero successivo è la somma dei due precedenti. Tra l’altro sono disposti a formare un esagono: andiamo a vedere nel piazzale centrale cosa c’è.”
Hurla fa un cenno di approvazione tra il divertito e l’incuriosito.
Superiamo i cinque palazzoni e ci ritroviamo nella piazza centrale. Punto la fotocamera del N-PAD sulla piazza e attendo che la voce metallica del Tutor mi dia qualche informazione in più.

Questa è il piazzale della Gloria (ma che bel nome di merda, complimenti!). A ricordare a imperitura memoria (imperitura?! Era un termine già desueto all’epoca di Dante, ma per favore!..) la perfezione dell’Impero (sì, perfetto, come no…), la piazza ha la forma di una esagono tracciato secondo i canoni della sezione aurea, il numero delle residenze attorno alla piazza segue la sequenza di Fibonacci, ciascuna residenza è stata costruita sempre seguendo la sezione aurea, inoltre le coordinate del punto centrale della piazza, divise tra loro, danno come risultato il numero di Eulero. Anche la matematica si piega di fronte alla magnificenza dell’Impero! (bella questa ciliegina di cacca su sta torta di merda…)”.

“Hurla, giurami che non l’abbiamo scritto noi quest’oceano di cazzate. Ti prego.”
Il roditore taglia forte sembra divertita.
“Sto leggendo cosa sono tutti questi numeri e devo dire che, propaganda a parte, è molto interessante la forma che hanno dato al quartier generale. Secondo me l’ha progettato uno del mio popolo, c’è davvero tanta logica in questo: l’esagono è una forma perfetta per sfruttare al meglio lo spazio a disposizione, l’armonia di questa struttura è lampante e la sua dislocazione è…”
“Sì ho capito, ti piace” le dico tagliando corto: non vorrei che Hurla si pisciasse sotto dall’emozione, la vedo un po’ agitata.
“Sai Hurla, è tutto molto bello, ma manca una cosa fondamentale: il Dito”.
“Hai ragione, in effetti potremmo non sapere mai dove andare a lavorare domani mattina”. Volesse il cielo, Hurla… volesse il cielo.
“Ah eccolo!”. Sentire un roditore gigante parlare con la voce di una liceale è un’esperienza perfino peggiore del Tutor su N-PAD. Mi ci andranno altri mesi di terapia, lo sento.
Hurla mi porge il suo N-PAD, guardo lo schermo e vedo un puntino rosso lampeggiare: il Dito dovrebbe essere davanti a noi.
“Non so tu ma io vedo solo alberi, Hurla”
“Credo che gli alberi siano sufficientemente grandi da nascondere il Dito…”
Beh, in effetti ha ragione lei.

Seguiamo la strada indicata dal N-PAD e ci troviamo in mezzo al bosco di alberi mutanti, del tutto identico al boschetto che abbiamo attraversato all’ingresso. L’unica differenza sostanziale è quel HOM52 che ci sta venendo incontro.
Tra poco, temo, scopriremo se i nostri badge sono già attivi.

Soldatini di piombo.

Category : Daniele

Rapido aggiornamento, vi scrivo da… non so assolutamente da dove. E questa è una parte del problema, la cappa di segretezza che avvolge ogni aspetto della nostra nuova missione.
Ma partiamo dal principio.

Una volta attraccti alla Kilia, la nave di terzo livello che ci avrebbe accompagnati alla nuova assegnazione, mi immaginavo di trovare un’immondezzaio, un vascello sgangherato come la Mostas, la nave che prese Pekka durante il suo primo viaggio fuori dal Sistema Solare.
Invece, contro tutte le mie aspettative, quando si aprirono le porte, ci ritrovammo di fronte due ufficiali, impeccabili dentro le loro uniformi perfettamente stirate e inamidate.
Scattarono sull’attenti appena entrammo nel loro campo visivo: “Signore!”. Esitai un attimo, mi sporsi leggermente per vedere al di là dei tue, non mi aspettavo di trovare un vicolo di New York con relativo barbone, ma almeno qualche cartaccia, un pacchetto di patatine abbandonato. Niente, tutto perfettamente pulito e in ordine.
Rivolsi nuovamente lo sguardo verso i due e ricambiai il saluto.
“Piacere Signore. Guardiamarina Denia, Signore”.
Trovavo tutto quell’ordine e la loro rigidità nel seguire il protocollo, estremamente fastidioso, dov’era il mio Plusha con le braccia rasate? Pensai a Pekka e decisi di prendere coraggio assumendo un atteggiamento più sicuro, dopo tutto era un fottuto Tenente!
“Riposo Guardiamarina, e tralasciamo pure tutti questi ‘Signore’, sarà più facile per tutti.” Nell’ultima parte della frase, ebbi un attimo di esitazione, una specie di sussulto, non ero abituato a ruolo di “ufficiale disinvolto”.
“Grazie Signore, ma il mio diretto superiore è il Capitano Rocruo e lui ci tiene che tutto venga svolto secondo le regole ed il protocollo imperiale. Signore.”
Appunto. Nella mia prima traversata nel mare della scioltezza militare, era già stato riportato a riva per le orecchie.
Seguì una pausa imbarazzante.
“Signore, sono qui per scortarla in plancia dal Capitano per la consegna degli ordini. Intanto” ed allargò il braccio in direzione del compagno alla sua destra, un lucertolone una spanna più basso di Kolcat “Il Sergente Targot scorterà i suoi uomini agli alloggi assegnati. Prego, mi segua Signore.”

Usciti dalla camera di equilibrio, svoltammo a destra in direzione della plancia, a sinistra il lunghissimo corridoio si perdeva nel buio della nave, verso la sezione che ospitava la famigerata Railgun, l’arma con la quale l’Impero aveva scagliato i meteoriti durante il primo attacco sul nostro pianeta.
“Ah, la famigerata Railgun. Mi piacerebbe fare un giro per vederla di persona…”
“Mi spiace Signore, temo che non potrà visitarla, quella sezione della nave è interdetta al personale estraneo all’equipaggio.”
Che palle, volevo scendere.
Percorremmo quel corridoio che sembrava infinito ed ogni tanto, lungo il percorso, si potevano notare porte e aperture che conducevano verso altri locali dall’apparenza vissuta ma tenuti perfettamente puliti ed in ordine. Il tutto era stato chiaramente costruito in maniera essenziale con spazi ridotti ai minimi termini, il che rendeva l’ambiente circostante a dir poco claustrofobico. Mi sembrava di camminare all’interno di uno di quegli stretti sommergibili nucleari che si vedevano nei film sulla Terra.
Giungemmo in plancia, un locale che rispecchiava in tutto e per tutto lo stile della nave. Nell’angusta cabina c’erano cinque poltrone, disposte a freccia con quella più arretrata occupata da una figura iponente, rannicchiata ed intenta a leggere i dati sul suo N-Pad. Appena entrato, mi fermai al limitare della stanza e, adeguandomi a quanto visto fin’ora sull’importanza delle procedure, scattai sull’attenti, in attesa che il mio superiore si accorgesse di me. Per non sbagliare e rimanere in attesa per ore aggiunsi ad alta voce: “Signore, Tenente Daniele a rapporto. Signore”. Mi sentivo uno stupido a ripetere ‘Signore’ così tante volte, ma cosa volete, paese che vai, usanze che trovi. E la saggezza popolare non sbaglia mai.

L’energumeno graduato, non appena udì il mio richiamo, girò su se stesso con la poltrona, alzando lo sguardo solo all’ultimo, come per non sprecare nemmeno un secondo del suo prezioso tempo.
“Riposo Tenente, i suoi ordini?”
Digitai sul mio N-Pad in modo da inviarglieli e per la prima volta mi soffermai a leggerli, rimanendo spiazzato da quello che vidi. Non tanto per i contenuti, ma piuttosto per la loro ASSENZA completa.

Nel blocco ordini c’era semplicemnte scritto:
“Autorizzato trasporto speciale destinazione Lilith. Codice Imperiale – Esecutori della Volontà n. 422184126.”
Così, solo il nome di un pianeta, senza coordinate, equipaggiamenti o nomi di alcun tipo.
Un pianeta. Fine della storia.

A conferma dei miei dubbi, ci fu il rapido scambio di battute tra il Capitano e il rigido Guardiamarina che ora aveva preso posto alla consolle di guida, su una delle poltrone della plancia:
“Guardiamarina, richiami in plancia il Sergente Maggiore Targot  e il Caporale Sodenia. Prepari tutti i sistemi e immetta le coordinate ‘speciali’ per il salto. Voglio la nave pronta fra 30 minuti. Si torna su Lilith”
“Signorsì Signore.”
Poi il Capitano si voltò nella mia direzione assumendo un’espressione sorpresa come a volermi dire “Ancora qua??”, e qualche istante dopo, con il tono autoritario con cui aveva parlato fino a quel momento, mi congedò dicendo: “Tenente, è libero di raggiungere i suoi compagni negli alloggi dell’equipaggio. Le raccomando di restare al suo posto durante tutto il viaggio. Troverà le istruzioni, la conformazione della nave e le zone precluse all’accesso sul suo N-Pad. Può andare.”
Adeguandomi al clima simpatia, risposi semplicemnte “Signorsì Signore.”
Girai i tacchi e me ne andai.

Una volta raggiunta la camerata, fui accolto dagli sguardi incuriositi e bramosi di risposte dei miei due compagni. Guardandoli negli occhi, mi limitai a dire: ”Si va su Lilith”, poi mi buttai sulla branda e chiusi gli occhi.

Visioni e complotti.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Astronave Kardashian livello 4, 17 febbraio 2014

La nostra missione è terminata, siamo ancora qui però, in attesa di non so cosa, nel frattempo cerco di fare chiarezza su ciò che è stato e soprattutto cerco di capire che casino politico-socio-militare mi sono ritrovato di fronte.

Per il momento, mio malgrado,  sono in stallo, ho raccolto dei tasselli di questo sconclusionato puzzle extragalattico, ma non mi pare di trovare molti punti di collegamento tra loro.

Qualche giorno fa i Voolena legarono me e gli altri sensitivi in rete neurale, sentivo distintamente i pensieri di tutti, i naniti li catalogavano e li registravano ma non riuscivo dare loro una precisa sequenza temporale, erano come un eruzione di urla che bombardavano il cervello, ma ogni parola, ogni sensazione, era nitida, mi sentivo costantemente impaurito, ansioso. Guidati come soldati, venivamo indirizzati lontano, utilizzando degli strani e piccoli cilindri in LINX che tenevamo tra le mani, con essi riuscivamo incredibilmente a raggiungere soldati, intenti nei loro compiti, in diversi punti della galassia, perfino alcuni di voi, al recupero della Gens Iulia.

Il nostro compito era di osservazione e supporto non potevamo intervenire sulle scelte, sul libero arbitrio, così come vuole la deregulation Vooleniana, considerata la bibbia dei sensitivi universali. A nostra volta però, tutto ciò che “vedevamo” veniva valutato dai Voolena con continue ed insistenti intromissioni nei nostri schemi cognitivi, piccole scosse di piacere che utilizzavano per avere in anteprima un quadro completo della situazione, rapportando immediatamente il tutto agli uomini dell’Imperatore, gli unici al di fuori da tutto ma presenti con dei cannoni non indifferenti e soprattutto convincenti.

Sentivo molto il rancore tra i vari figuri appartenenti alle diverse fazioni dell’Impero, ma ciò che voi ragazzi troverete interessante è stato il mio incrociar pensiero con quello che, credo, si faccia chiamare Duprè.

Ero connesso con quattro soldati che correvano lungo il costone di una nave di Livello 4, sviavano in slalom orde di antenne biomeccaniche dal fusto grosso, come quello di un albero centenario, scappavano da droidi di Beta1, ero impaurito dalla luce che emanava quella ferraglia.
Guidavo i quattro alla ricerca di un rifugio, farli rientrare all’interno della nave, mi ritrovai di fronte ad una scelta ed uno di loro, un giovane terrestre arruolato da poco, non c’è la fece, proprio ad un passo dalla meta, come scritto dal fato. Incrociai lo sguardo del primo dei quattro, non feci a tempo a guardare il secondo che vidi il muso di un Bantha esplodere, la forza di Beta1 mi si era presentata all’improvviso.  Saltati all’interno della nave videro un soldato che piangeva sulle interiora ancora calde della sua compagna di postazione, ligi al dovere più che mai e armati di un insaziabile vendetta, gli altri tre rientrarono al reparto, dove li attendeva il comandante, fu in quel momento che sentii la presenza di Duprè: era connesso con il Capitano che dava ordini dal ponte di comando, era ben schermato, ma incuriosito dalla coincidenza nel trovarlo lì, mi concentrai su di lui lasciando i tre militari che stavano stilando il loro rapporto al loro diretto superiore. Duprè spinse il Capitano della nave, forzando volutamente le sue scelte, a contrattaccare immediatamente Beta1.
Sentivo il gusto del potere che gli si formava in bocca mentre decideva in nome e per conto del suo corpo ospitante. Molti morirono quella notte per mano di Beta1, ma la flotta guidata da Duprè, riuscì comunque nell’intento di far ritirare il nemico. Usciti dalla connessione, vidi Duprè discutere con un comandante Voolena, ero ancora intento ad ascoltare, poiché le difese del sensitivo erano basse, viscido ma poco malfidente. Il Voolena era connivente e si complimentava per il lavoro svolto, lui prese i complimenti e ribadì la sua devozione all’impero e con una poco apparente ma a me eloquente bramosità di potere svelò l’intenzione di prendere, il prima possibile, il posto di un alto ufficiale di cui non fece il nome, stanziato su una nave da combattimento. Il Voolena capì di chi stesse parlando ed annui stringendogli la mano, a quel punto, un sussulto nella connessione mi fece cascare il cilindro di LINX che ancora avevo in mano e allo stesso momento il legame che avevo instaurato con Duprè, che, rapito dal rumore, mi lanciò uno sguardo sospettoso ma per fortuna soltanto altezzoso.

A voi l’ardua sentenza.

Tornai nella mia camera, il rumore della pioggerellina di piccole meteoriti mi spinse verso la finestrella che dava sul ponte di sinistra, il lettore mandava ancora ”Bang bang” dalla colonna sonora di Kill Bill. Mi appoggiai al davanzale nero a guardare i ricordi attraverso le gocce di scie cosmiche che si posavano sullo schermo panoramico, le immagini di ciò che avevo appena visto scorrevano veloci creandomi continui cambi d’umore, mi girai e allungando la mano verso il letto, tolsi la mia attenzione da quello spettacolo e mossi i miei pensieri scoprendo dietro di me il corpo di Alexis docile nel suo agitarsi contrariata e nel darmi il bentornato con una smorfia di approvazione, la invitai a raggiungermi, mi abbracciò sotto le ascelle appoggiando il viso ancora assonnato sul mio petto, non dissi niente, canticchiavo il ritornello, con una mano spostavo i suoi capelli che gli cascavano sulla fronte mentre attendevo le sue prime parole che arrivarono con forza:

“Vaga!…Tra i meandri di questo luogo a te sconosciuto, è la prima volta che ne sei rimasto attratto, pensavi seriamente che saresti venuto qui, ti saresti seduto da qualche parte e ti saresti fumato una sigaretta, come facevi dopo i giochetti che ti insegnavo ad Avignone? Siamo in guerra non te lo dimenticare. Gli Aztechi la prima volta che videro gli spagnoli con le loro armature luccicanti irti sui loro cavalli pensarono fossero degli dei, in guerra non sempre tutto ciò che appare è la vera natura della realtà.”
A quel punto mi sedetti sul letto accesi una sigaretta e poi ripresi a sognare.
Darknet mood ::Off::

Sua sorella.

Category : Francesca

Incontrai Ermes diverse volte, ma non mi parlò mai, c’era sempre troppa gente, fino ad oggi, mentre ero al lavoro, a fine turno. Era stata una mattinata devastante, tutta la Kamo 124 sembrava in carenza da alcool,come se tutti avessero il bisogno di dimenticare qualcosa. Anche gli Imperiali, soprattutto quelli di Itan, ci davano dentro, dalle loro riservatissime facce trapelava un senso di irrequietezza, strano per quegli esseri. Erano solo di passaggio qui, eppure sembrava che gli andassero a fuoco le sedie sotto il culo, non stavano fermi neanche un minuto.

Ermes arrivò proprio quando stavo per salutare i colleghi, si piazzò sul “suo” sgabello alla fine del banco, accennò un mezzo sorriso e poi direttamente nella mia testa ordinò un centrifugato di frutta con Kirmov invecchiato e doppio briska. Lo guardai e feci finta di niente, anzi, non feci nient’altro che incrociare le braccia e cominciare a cantare ambarabacicicocò. Il simpaticone rise di gusto e poi disse “Va bene anche un… come si chiama, lo fate voi… un rhum!”. Andai a prendere la bottiglia, versai la giusta dose nel bicchiere e glielo misi davanti.
Si allungò sul banco con il fare da gallo cedrone “So che sul vostro pianeta oggi festeggiate e vi regalate queste cose”, dandomi una scatola di cioccolatini, la scatola era a forma di cuore, “Buon San Valentino”. Rimasi al quanto di stucco, bisbigliai un “Grazie”, non ho mai amato, nè amo tuttora questa festa, tanto meno i cioccolatini al latte, mi fanno venire la colite. Ma non volevo essere scortese, così aggiunsi “Sei gentile, era tanto che non li vedevo!”. Ci avrà creduto? Mah.

Al terzo rhum e già fuori orario di un’ora ero piuttosto scazzata, il suo grado gli permetteva di imporre il poter essere servito al bar solo da me, comunque… dopo il terzo bicchiere decise che ero pronta: cominciò dicendomi che c’era qualcosa nell’universo, qualcosa che preoccupava l’Impero, qualcosa che non si sapeva bene cosa, ma da quanto aveva potuto capire da diversi collegamenti che aveva avuto di recente con i suoi, i Voolena, le cose stavano proprio così. Pensai tra me e me, e poi scoprii in seguito tra me, me ed Ermes, per quale diavolo di motivo me lo stava raccontando, cosa ci avrei mai potuto fare io? La risposta non tardò ad arrivare, Ermes si fece servire il quarto rhum e della frutta fresca, bevve un sorso, e mi rispose: lo stava raccontando a me perché faccio parte di Darknet, dove una volta ci era passata anche Elisa, e con Elisa ci era passata Darla, sua sorella, anche lei una Voolena, anche lei nel limbo sottile che separa il lecito dall’illecito. Per puro caso mi aveva trovata, una delle prime sere, quando vi stavo scrivendo, aveva sentito la connessione, sentito nel senso di percepita nella testa, era rimasto ad ascoltare i miei pensieri. Mi chiese scusa dell’invasione, ma non ne aveva potuto fare a meno, quando si era reso conto che c’era un sottile legame con Darla, non si era potuto trattenere, quindi…

Quindi Ermes si scolò il quinto bicchiere, io sarei già stata cappottata al posto suo, importunando tutti con le barzellette di Bramieri (lasciamo stare), mi sorrise, sincero questa volta, tirò su col naso e poi tutto in una volta, direttamente nella testa mia per non farsi sentire dagli altri ospiti del bar: io sono stufo di questo Impero, e se mia sorella aveva puntato su di voi, beh allora ci voglio provare anche io. Indagherò oltre, saremo in viaggio ancora per qualche settimana e avrò abbastanza tempo, Darla aveva bisogno di Elisa, quanto, o forse più, io avrò bisogno di te.

Sgranai gli occhi e presi fiato. Senza parole e con tabula rasa nella testa. Silenzio stampa sinaptico. Ermes lasciò i soldi sul banco, li presi e li misi in cassa automaticamente. Si alzò, rimasi a guardarlo mentre usciva dalla porta scorrevole super hi-tech.
Cazzo.

Dopo qualche secondo tornò dentro, aveva lasciato il cappello della divisa sullo sgabello, se lo mise in testa e in testa mi rivolse la parola: “Se hai voglia, dopo cena sarò al ponte 3″. “Ok” gli dissi, pronunciando le parole nella mia testolina.

Ora ci sono un sacco di domande:
Cosa vuole? Non mi fido.
Cosa devo fare? Non lo so.
E soprattutto: a che ora mangiano cena i Voolena? Non so a che ora dovrei essere sul ponte 3.

Questo è quanto ragazzi. Ed è tanto.

Strange days.

Category : Daniele

Ciao a tutti, ciao Darknet.
Un sospiro, ma di quelli senza pesantezza, un po’ zen, di una calma irreale ritrovata chissà come.
Mi viene da sorridere, è tutto così strano, persino i giorni scorsi lo sono diventati, da quel pittoresco colloquio avuto con Bob. Gli avvenimenti si sono susseguiti ad una tale velocità da rendere i fatti drammatici che mi hanno portato fino a qui, lontani secoli, quasi appartenenti ad un’altra vita.
Ma andiamo con ordine.

Avvenimento strano numero uno: a rapporto da Bob.
Non so se succederà a qualcun altro di voi, a parte Pekka che ci ha a che fare tutti i giorni, ma per quanto ci si possa preparare ad un interrogatorio con Bob, vi giuro su quello che ho di più caro, che non lo si è mai abbastanza. E’ un avversario imbattibile, riesce sempre a spiazzarti e a portarti dove vuole lui, nonostante tu creda di avergli fatto imboccare la strada desiderata.
Quando pensi che il discorso abbia preso un piega scherzosa, lui raddrizza il timone, facendoti irrigidire le chiappe, e quando la tensione diventa palpabile, butta giù tutto il castello, facendoti sgonfiare sulla sedia.
Dopo un po’ di questo sali-scendi, ti arrendi e segui la corrente esattamente dove ti vuole portare lui.
Mi ritrovai senza parole già alle prime frasi, quando fece quell’assurda citazione da “Blade Runner”, chi se lo aspetterebbe mai da un funzionario alieno? Per poi perdermi nel flusso delle parole e tradirmi, ammettendo di aver preso l’idea del teletrasporto dalle sue stesse spiegazioni, ricavate dai racconti di Pekka.
Un qualsiasi ufficiale della Volontà avrebbe colto la palla al balzo per portare alla luce del sole il nostro complotto e fare una splendida figura di fronte all’Imperatore, ma lui no.
Non credo perché sia già di fatto agli apici della gerarchia imperiale (anzi fuori, che è ancora meglio), mi piace pensare che miri davvero ad un bene superiore e che abbia bisogno anche del nostro aiuto per fronteggiare la minaccia che, secondo Bob, attende tutti noi.

Queste però, sono solo mie congetture ed ognuno di voi è libero di credere quello che vuole, ma voglio solo che vi concentriate sui fatti: ha tenuto fede a ciò che ha detto e non ci sono state conseguenze né per Pekka, né per me. E visto che è così bravo a mantenere la parola, e non volevo di certo ritrovarmi a fluttuare nello spazio, ho eseguito alla lettera i suoi ordini ed ho fatto una copia integrale dei dati.
Sono stato molto attento, spero non ci sia qualcuno più bravo di me nei paraggi.

Avvenimento strano numero due: la mia promozione.
Quando uscii da quella sala, insignito del mio nuovo e sfavillante grado, vi confesso che ero decisamente agitato. Come l’avrebbero presa i miei compagni? E soprattutto Brahia. All’evidenza dei fatti, da quel momento in poi, ero diventato un suo superiore. Io, un insignificante terrestre più alto in grado di un ufficiale addestrato su Itan, come avrebbe reagito?
Una volta varcata la porta del nostro “hangar di isolamento”, tutti i miei dubbi di dissolsero in un attimo. Sentii solo un coretto pronunciare la parola “Tenente” e poi li trovai tutti lì, in linea e sull’attenti, pronti per il mio saluto. Allargai un sorriso, quasi mi scese una lacrima, poi rivolgendomi ai miei compagni, contraccambiai il saluto “Gloria all’Impero!”.
Un attimo dopo erano tutti intorno a me, felici a festeggiarmi, come se fossi stato io a segnare il goal decisivo. Non me lo aspettavo proprio, chissà perché mi sono sempre visto come un elemento estraneo, mentre i miei compagni mi consideravano uno di loro.

Che strano mondo, tante razze, invasori che combattono al fianco dei propri schiavi, così divisi da culture e modi di pensare ma indissolubilmente uniti a causa della guerra.
Vi confesso che in quel legame, ci sono cascato anch’io.
Tutta la strada fatta, i numerosi episodi orribili e quelli stupendi trascorsi e soprattutto vissuti con i miei compagni, hanno creato una nuova dimensione, una realtà in cui l’Invasione e la mia vita passata, sembrano appartenere a qualcun altro.
Non fraintendetemi, ora non sono diventato una cheerleader dell’Impero che urla ai quattro venti “Yeah, datemi un I, datemi una M…” però, adesso, tutto comincia ad avere un senso, diventa più logico.
Non lo so, è difficile da spiegare.
Mi mancano i miei compagni caduti, persino quel prepotente di Adrian, credo che resteranno sempre una ferita aperta.

Più tardi, prima di dormire, controllai il mio N-Pad e vidi che c’era un messaggio. Era di Brahia, visto che non avevamo più una nave e quindi un posto segreto in cui festeggiare in privato, sembrava aver deciso di ricavarsi uno spazietto nella rete imperiale.
Diciamo pure che me lo aspettavo e che mi sarei offeso se non l’avesse fatto.
Il suo messaggio diceva semplicemente: “Un altro passo verso il nostro amato Impero. Sono orgogliosa di te. A presto nel nostro futuro posto segreto.”
Avrei voluto pensare alle stesse cose su cui ho riflettuto l’altra volta, su quanto ci sarebbe rimasta male se avesse letto i miei diari su Darknet, ed invece, piano piano, ci sto cascando con tutte le scarpe. Cercherò comunque di mantenere il mio senso critico, ma tanto questo, rimane sempre un luogo libero dai giudizi, vero?
Ed ora arriviamo all’ultimo avvenimento strano, cioè il luogo da cui vi scrivo.
Sono seduto all’interno di un Bantha, fuori, orbita placido il nostro sasso azzurro. Quanto tempo che non rivedevo il mio pianeta. E quanto traffico qua fuori. Per chi è rimasto a terra, non so se sia in grado di vederlo, ma qua in alto c’è un viavai incredibile, navi di tutte le dimensioni che partono ed arrivano, manco fossimo noi il centro della galassia. Mi ricorda quando te ne vai via per parecchio tempo dal tuo paese, torni e ti hanno costruito strade nuove, mille mila rotonde e un centro commerciale. Ti dà una sensazione di smarrimento e l’unica famigliarità che ti rimane è nei tuoi ricordi, attaccata alla tua nostalgia. Chissà se anche sulla superficie è cambiato tutto così tanto. Si, il sospiro zen mi ha fatto diventare sentimentale.
A bordo del trasporto siamo solo in tre, io Brahia e Ucadi, quest’ultimo un altro pilota, un Itan che aveva rimpiazzato Sahi, il nostro compagno morto durante la prima missione.
Ormai secoli fa.

Sul Bantha affianco a noi, ci sono i restanti tre componenti della squadriglia: il Capitano e la coppia Kolcat – Sulla, nemmeno gli orrori della Gens sono riusciti a separare il dolce duo. Choral invece, ancora in coma, è stato spedito in qualche struttura medica o forse, conoscendo gli amici di Bob, in qualche buio sgabuzzino della Volontà, per tirare fuori le importanti informazioni che custodisce.
Siamo divisi in gruppi da tre, perché le navi di terzo livello che ci daranno un passaggio verso la nuova destinazione, hanno uno spazio davvero limitato. Sono curioso di vedere se quella che toccherà a noi, sarà nelle stesse condizioni in cui Pekka aveva trovato la sua, durante il suo primo trasferimento, con quell’equipaggio assurdo e sgangherato. Strana gente, quella delle navi di Classe 3.
Un forte rumore, il Bantha ha effettuato l’attracco, dopo il ciclo della camera di equilibrio, avrò le mie risposte. Sono curioso ed eccitato per la nuova destinazione (che ancora non so quale sia di preciso – segreti della Volontà). Mi sembra il primo giorno, quando mi imbarcai sul nostro DELTA.

Pare che ogni viaggio verso l’ignoto, parta da qui, dal nostro pianeta d’origine e che tutte le volte sia accompagnato da un’emozione forte, da quest’eccitazione.
Comincio a pensare che la biglia azzurra ci metta il suo zampino.
Lo so, strane riflessioni, adatte a strani giorni.
Ora di andare.

Buonanotte Darknet, buonanotte a tutti voi.

P.s.
@Pekka: ora siamo pari grado, Signore.

Voglio il cappello che applaude!

Category : Ilario

Ho il fuso orario sullo stomaco, non so dire se ho fame, sete o sonno. A parte uno scazzo allucinante, quello sì che son piuttosto sicuro di averlo.

Dopo essere atterrati dalle parti di Adelaide, hanno preso me, Hurla e relativi bagagli e ci hanno praticamente buttati dentro un Bantha. Con un volo di qualche ora siamo finalmente giunti alla terra promessa, un mondo diverso dove crescono principalmente alberi e dove muoiono i pensieri.

Mai visti alberi simili in vita mia, non tanto per le foglie di un colore quasi metallico, ma per le dimensioni: sono enormi, alti centinaia di metri, i loro fusti, neri come l’ebano, si stagliano all’orizzonte ricoprendo quasi per intero la collina vicino alla pista di atterraggio. Al sole i rami più alti, ricoperti da tutte quelle foglie che sembrano fatte di carta stagnola, creano un effetto di sberluccicanza che farebbe tanto piacere ad adolescenti creatori di vampiri e che io trovo, come minimo, finto e innaturale. Verrebbe quasi da pensare che quella sia un’installazione di un qualche pseudoartista dalla fantasia più che malata, invece sono alberi veri. Provengono direttamente da Itan e ce ne sono a centinaia: oltre a noi ora colonizzano anche il territorio. Che nausea.

“Spettacolari, vero?” chiede Hurla. Mi giro verso di lei e la guardo, senza proferire una sola parola. E credo che la mia espressione facciale sia già di per sé una frase compiuta.
“Non ti piacciono. E ti capisco. Anche per noi sono stati una violenza mica da poco, poi col tempo ci siamo abituati”.
“Sai Hurla, questa è la stessa frase che dice il cavallo ne ‘La fattoria degli animali’ di Orwell: lui odiava il morso, la sella e le redini ma poi ci si è abituato”.
Silenzio.
La mia bocca di merda ha fatto del danno piuttosto serio. Lo so che lei non intendeva dire “vi abituerete anche voi a diventare schiavi”, così come so che il suo popolo ha la caratteristica di uniformarsi ai cambiamenti che, in fondo, è una delle chiavi della sopravvivenza. So tutto questo e comunque l’ho offesa: sono un cretino.
“Scusami Hurla, davvero. Tu non centri nulla, è che son stati tre giorni da dimenticare e mi son sfogato sul primo che mi è capitato a tiro. Non volevo offenderti, davvero, è che…”
“…è che hai perso la connessione cervello-lingua, vero?” mi interrompe la topolona con un mezzo sorriso.
“Touché”.
“No, guarda che io non ti ho nemmeno sfiorato!..”
Ci risiamo: naniti dei miei cogl…
“No, è per dire che mi hai colto in fallo, che mi hai pizzicato con le dita nella marmellata” le dico con un sorriso.
Sorride anche Hurla. O non ha capito una beata e sorride per educazione, o ha capito tutto e io sono un genio a spiegarmi e lei un genio più grande a capire.
Propendo per la prima ipotesi.

La topolona guarda il panorama, mentre gli addetti scaricano le nostre valigie e le piazzano su una jeep tipo Land Rover.
“Sono sterili” mi dice ad un tratto Hurla.
“Chi?” chiedo con un misto di curiosità e, diciamolo, imbarazzo.
“Non chi, ma cosa. Gli alberi. Sono sterili. Sono geneticamente modificati: i loro fiori sono privi di stami e pistilli, non avviene nessun tipo d’impollinazione. Poi, dopo un po’ di tempo e sempre grazie all’ingegneria genetica, da alcuni fiori si sviluppano dei frutti non commestibili e privi di semi. Per evitare attacchi di batteri o simili ci pensano appositi naniti introdotti nella linfa. Sono in pratica degli alberi morti la cui funzione è solo quella di farsi guardare ed ammirare dagli Itan, perché gli ricordano le loro origini, il loro pianeta. Trovo piuttosto buffo che delle cose morte stiano intorno a un’altra cosa morta: al centro di quel bosco si trova il quartiere imperiale ed è lì che siamo diretti noi”.
Guardo Hurla con occhi sgranati: è la prima volta che la sento dare una definizione così dura dell’Impero, quasi stento a riconoscerla.
“Hurla, stai bene?” le chiedo quasi preoccupato della risposta.
“Sì, tutto bene. Ora andiamo o faremo tardi”.
Saliamo entrambi sulla jeep senza parlare, guardiamo fuori dal finestrino l’avvicinarsi si quella foresta di alberi vivi e morti nello stesso tempo. In fondo il criceto extralarge ha ragione: siamo le uniche cose vive qui intorno.

La jeep sta percorrendo una strada sufficientemente larga da farci passare due camion. Non credevo fosse possibile costruire una strada simile su una collina.
Gli alberi, visti dal basso, sembrano ancora più grandi. Che strano, ci sono alberi su alberi e nemmeno una foglia per terra, nemmeno un ramoscello o un frutto secco. Niente.

L’automobile si ferma in corrispondenza di un cancello presidiato da guardie armate e da un paio di HOM52 ben visibili. Ottima strategia, devo ricordarmi di usarla anche a casa, al posto del “No pubblicità in buca” scritto col pennarello sul citofono.
Soliti controlli da paranoici imperiali e quindi arriviamo sulla piazza principale del quartiere imperiale che, lo scopro solo adesso, ha pure un nome: Gloria Mundi.
Sembra il nome di una professoressa di latino, complimenti al mio ufficio per la fantasia.

“Bene, siete arrivati. Queste sono le chiavi dei vostri alloggi, troverete le valigie nelle vostre camere. Ora accendete i vostri N-PAD e seguite le istruzioni del Tutor, che vi guiderà nella vostra visita. Grazie e a presto”.
L’autista non ha proferito parola per tutto il viaggio e adesso se ne esce con questa frase da guida turistica.
No, vi prego, ditemi che è un incubo.
“Senta, scusi” chiedo all’autista. “Mi dica” mi risponde con tono quasi professionale.
“Volevo sapere, il cappello che applaude se tiri i fili, lo trovo al negozio di souvenir o chiedo al box informazioni?”
L’autista mi guarda con lo stesso sguardo profondo della triglia.
“No niente, lasci stare. Buona giornata”.

L’auto se ne va e io resto in compagnia di una bella topa.
Non vedevo l’ora.

Pigiama party

Category : Francesca

X: Credi che ce la farai?
IO: eh?
X: A ritrovare i tuoi amici di avventure?
Io: quali amici?
X: Quelli con cui avete fatto quel bel casino sulla Terra.
Io: Ma dove sei?
X: Si o no?
IO: Non lo so

Ho caldo e mi sento un gran mal di testa.
Eppure avevo regolato la temperatura della mia cabina.

X: I tuoi amici di penna stanno un pochino meglio mi pare…
Io: La smetti? Sto dormendo.

Aspetta: sto dormendo?
Apro gli occhi. Cazzo stavo dormendo.

Cazzo però il tipo è qui davanti al mio letto, appoggiato alla cassettiera che beve il mio succo di pompelmo.
Il tipo quello del bar, l’unico serio quando c’è stata festa qualche settimana fa. Impeccabile nella sua divisa e con una faccia tra il malinconico e lo sfottò.

Mi alzo di scatto in piedi sul letto e gli tiro un cuscino. Non è una cosa molto contundente, lo ammetto, mi sono sentita una liceale ad un pigiama party.
Il tipo lascia cadere il cuscino. Senza aprir bocca, tipo ventriloquo, mi dice nella mia testa: “Dai calmati.”
“Calmati un cazzo!” – gli rispondo urlando – “Parla con la bocca aperta (sbiello, questa cosa mi fa impressione) e poi che vuoi?”

“Volevo conoscerti. Come ben sai, e ben so, stanno succedendo cose strane in questo universo e, pare, tu sei parte di queste cose strane, forse non il tassello principale, ma sicuramente uno dei più esplosivi… come un Leprechaun”.
“Senti” – rispondo – “la devi smettere di parlarmi nella testa”.
“Va bene, però sei una fifona!”, mi dice finalmente articolando i suoni con le labbra, i denti e la lingua.
Sospiro e poi: “Senti mister X, non sono una fifona, ma una che è stata svegliata mentre dormiva, da un tizio che senza bussare si è fatto un giro tra le mie sinapsi, non sono fifona, sono cazzo incazzata!”

“Dovremmo continuare la nostra chiacchierata, sono proprio curioso, curioso di sapere come avete fatto a passare quasi inosservati sulla vostra piccola rete, com’è iniziata questa storia.” Dice tutto emozionato.
“Ma non esiste che io ti dica qualcosa! Sei un Imperiale, in divisa, dovrei avere timore di te, invece me ne stropiccio proprio, piuttosto mi ammazzo, ma non ti dico niente.” Rispondo.
“Non ti puoi ammazzare, hai i naniti” Mi dice ridendo.
“Gnegnegne! MI taglio la lingua allora. Ma la smetti di essere così fastidioso? Te ne vai? Vattene! Io chiudo gli occhi e quando li riapro non ci sei più, mai più”. Gli dico davanti alla sua facciona.
“Vado perché mi aspettano in plancia di comando. Mai più non è possibile. Anzi… dovrò venire a trovarti molto presto. Domani forse. Ma davvero stai tranquilla.” Mi parla con una voce rassicurante, quasi ipnotica.
“Esci”. Dico.

Si alza e se ne va, chiude la porta e poi mi dice direttamente nella testa “Comunque Francesca… mi chiamo Ermes”.
Cazzo l’ha fatto di nuovo. Che fastidio. Sento che si allontana ridendo.

Cosa comune di questi tempi avere gente che cazzeggia nel cervello altrui. E’ una razza invadente questa.
Domani chiudo a chiave la cabina, ma ho come la strana sensazione che non servirà a niente.

Be quiet and drive.

Voight-Kampff

Category : Pekka

Bob ha trascorso gli ultimi giorni a passare all’interrogatorio tutta la gente che abbiamo raccattato insieme a Daniele.
I naufraghi continuano a stare nel loro hangar sotto chiave anche se è stato ormai dimostrato che la quarantena è superflua. Penso che, in realtà, sia Bob che non li voglia in giro per la nave a fargli disordine. Un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto. L’unico contatto che mi era permesso con i reclusi era quando passavo davanti alla porta stagna e gli facevo suca dall’oblò, cosa che provocava regolarmente una grandinata di carriarmatini contro il vetro.

Poi Bob mi venne a trovare in cabina un pomeriggio e mi disse:
“Vieni con me che andiamo a far sudare un po’ il tuo amichetto.”
“Sissignore!” mi lanciai con entusiasmo giù dalla branda e lo seguii nella sala riunioni dove trovammo Daniele già seduto a guardare un pad. Scattò subito in piedi e fece il saluto a Bob e poi si girò verso di me e mi lanciò in faccia una manciata di carriarmatini. Poi si rivolse a Bob e disse:
“Mi scusi, signore, ma i miei colleghi hanno tanto insistito.”
“Non so te, Bob,” dissi al capo, togliendomi uno degli stupidi pezzi di plastica dai capelli “ma la tensione, secondo me, ce la siamo un po’ giocata.” Bob rise e poi disse:
“Ok, ok, riposo Daniele, e se hai finito di bersagliare il mio pilota con bolidi di plastica, ti pregherei di sederti. Abbiamo storie da raccontare, pareri da profferire e decisioni da prendere.”
“Sissignore!” disse Daniele sedendosi
“E tralasciamo i vari signori e cose del genere. Non c’è tempo da perdere.”
Bob e io ci sedemmo di fronte a Daniele e Bob aprì il suo pad e cominciò a studiarlo. Dopo qualche momento disse:

“Sei in un deserto, stai camminando sulla sabbia quando all’improvviso guardi in terra e vedi una testuggine che arranca verso di te, Daniele.”
Bob alza gli occhi e fissa Daniele che, a dir poco sorpreso, palleggia lo sguardo tra me e il capo. Io gli sorrido e gli faccio un cenno con la testa.
“Testuggine? Che cos’è?” dice alla fine
“Hai presente una tartaruga? Stessa cosa.” gli risponde Bob.

“Per fortuna che non avevamo tempo da perdere.” dico io.
“Noioso.” dice Bob e poi, facendosi serio, si rivolge di nuovo a Daniele:
“Allora, ho già parlato con gli altri membri del tuo equipaggio e ho letto i vostri rapporti, ma mi piace sentire le cose dalle persone. È difficile leggere le menzogne negli occhi di un Npad.” a questa Daniele si irrigidisce “Avete combinato un bel casino a due navi del mio amico e abbiamo bisogno di tutti i dettagli se vogliamo che l’assicurazione molli il malloppo.”
Bob si stravacca sulla sua poltroncina
“Ora, ci sono un paio di momenti della vostra avventura che vorrei passare in rassegna. Momenti di cui, per ovvi motivi, sei stato unico testimone. Momenti in cui, per un motivo o un altro, sei rimasto solo.”
Daniele abbassa la testa.
“Tranquillo, con parole tue.”

“Dopo la morte di Roolat, tutto diventa molto confuso.” Comincia Daniele. “Ricordo che cercavo di raggiungere gli altri. Ricordo il tremore e poi il boato di quello che poi mi hanno detto essere il nostro Delta che squarcia l’attracco.”
Deglutisce e cerca di fare ordine nei pensieri.
“Mi sembra di aver attraversato migliaia di chilometri di corridoi deserti. Solo le orme di chi era passato prima impresse nella polvere che un tempo era l’equipaggio della nave.”
Si interrompe di nuovo.

“Vuoi qualcosa da bere?” gli chiede Bob, raddrizzandosi sulla poltrona e appoggiandosi al tavolo “Un caffè? Birra? Whisky? Dovremmo avere ancora del Laphroaig, o come cazzo si dice.”
Daniele annuisce. Io mi alzo, esco dalla stanza e vado alla cambusa. Recupero la bottiglia, cercando tra decine di liquori diversi, provenienti da ogni angolo dell’impero. Poi torno verso la sala riunioni. Nel frattempo Daniele è andato avanti:

“…quando ho visto oltre l’oblò il danno che il Delta aveva fatto staccandosi. Le paratie stagna erano scese in tutta l’area visto che tutta la fiancata era aperta allo spazio. Ho visto forse una ventina di HOM52 passare davanti al portello e lanciarsi nello spazio. Da quello che mi hanno poi raccontato, erano diretti ad attaccare il nostro Delta.”
Bob riempie due bicchieri di whisky, poi alza un sopracciglio in direzione di Daniele:
“Ghiaccio?”
“No, grazie.”
“Incivile.” borbotta Bob e ne mette due cubetti nel proprio bicchiere. “E quindi ti hanno abbandonato da solo, alla mercé della creatura. E tu che hai fatto?”
“Non è che avessero molta scelta…”
“Lo so, era per dire. Che hai fatto?”
“A parte lasciarmi prendere dalla disperazione, dal panico e da pensieri suicidi? Non molto.”
Bob sorride, Daniele sorseggia.
“È stato un po’ per culo che ho trovato l’hangar con la piattaforma per il teletrasporto merci. E lì mi è venuta un’idea. Mi sono ricordato di aver letto… da qualche parte” mi chiedo se Bob si sia accorto della veloce occhiata che Daniele mi ha lanciato mentre si correggeva a metà frase “dell’importanza di avere una piattaforma di arrivo per ogni trasporto. Per evitare cose come la materializzazione all’interno di paratie o nuclei di stelle.”
“Ah, sì, pessima idea quella di teletrasportare qualunque cosa senza una destinazione ben precisa. Ho avvertito personalmente Pekka della cosa giusto qualche settimana fa.”
Se ne era accorto.
“Ecco.. sì… Comunque, chiamarlo piano forse è un po’ esagerato. Era un’idea. Ho cominciato a cazzeggiare con la programmazione del sistema. Escludendo sistemi di sicurezza, forzando coordinate, alterando parametri. Insomma qualunque cosa mi venisse in mente per rendere insicuro l’apparecchio. L’anti-626.”
Io sorrido, Bob non la recepisce, ma gli fa cenno di continuare.
“A questo punto avevo una trappola, mi mancava solo una maniera per attirarlo. Ho pensato di infastidirlo attaccando musica a tutto volume o stendendo i panni e lasciarli sgocciolare sul suo balcone, ma poi mi sono ricordato che si era parecchio indispettito l’ultima volta che avevo tentato di accedere ai sistemi informatici della nave e quindi sono andato a punzecchiarlo con un po’ di spilli digitali. Ho ripreso la battaglia per il sistema centrale che avevamo interrotto precedentemente. Sono anche riuscito a riprendermi un paio di subroutine prima che si rompesse i coglioni e mi venisse a cercare. Non l’ho tanto sentito arrivare, quanto percepito. Quando è spuntato davanti al portello del magazzino in cui mi trovavo, avevo già i peli ritti da qualche minuto. Appena mi ha visto è venuto diretto verso di me. Non ha mai mostrato dubbi o tentennamenti. Non aveva idea di cosa avessi pronto per lui. È bastato schiacciare Enter appena era sopra la piattaforma e ciaociao stronzetto.”
“Come sapevi avrebbe funzionato?” chiede Bob
“Continuo a non avere idea se abbia funzionato. Secondo il piano e i calcoli avrei dovuto spedirlo all’interno ad una paratia lì di fianco. Proprio dento la parete. Ma chi lo sa. Magari l’ho depositato incolume in un’altra parte della nave. Fino a quando non è sparito ero sicuro che sarebbe stato un fallimento e che sarei andato a fare compagnia alla polvere per terra. È stato un azzardo che ha pagato. Ma non c’erano sicurezze. Ero disperato, impanicato, incazzato e volevo fare qualcosa. Penso di aver avuto culo.”

“Sempre detto che è meglio avere culo piuttosto che cervello.” sentenziò Bob, poi disse “Ok.” e si azzittì per un paio di minuti guardando fisso davanti a sé. Quando si mosse di nuovo fu per prendere il bicchiere e farsi un sorso.
“Ok.” ripeté “Domanda. Nella tua battaglia informatica eri più che altro sulla difensiva. Pensi che se fossi stato più sull’offensiva avresti potuto fargli qualcosa?” chiese, poi prima che Daniele potesse rispondere “Lascia stare. Quello che accadrà ora sarà questo, Tenente…”
“Caporale Maggiore.” lo interruppe Daniele
“Tenente. Insisto.” Daniele stava per controbattere di nuovo, poi capì.
“Ehi, se stiamo dando promozioni alla gente così, anche io ne voglio una!” mi intromisi io. Bob si volse verso di me con un sorriso sardonico
“Perché?”
“Le donne! I soldi! Sono un bravo ragazzo, me lo merito!” risposi io infantilmente.
“Va bene, Pekka. Capitano! Piace?”
“Certo! Davvero?”
“No. Ora taci, che gli adulti stanno parlando.” Bob si volse di nuovo verso Daniele, io feci il broncio. Daniele rideva.
“Siete proprio buffi.” disse. Io gli feci suca.

“Allora, Tenente. Non ti ho fatto rispondere alla domanda perché è irrilevante quello che pensi ora a riguardo. Tu, e quello che rimane della tua squadra, verrete affiancati ad una squadra del A.E.R. Una squadra creata apposta per studiare e creare contromisure per la creatura che avete incontrato. Non è la prima volta incappiamo in problemi del genere. Abbiamo già perso un paio di avamposti e una manciata di Delta. Abbiamo pochi dati e ancora meno registrazioni e abbiamo bisogno di saperne di più. Soprattutto abbiamo bisogno di difese e armi per contrastarli. La tua squadra è una delle poche, se non l’unica ad essere sopravvissuta ad un incontro, sarete molto utili. I tuoi compagni saranno di supporto a te, di conseguenza il grado, sei tu quello che ha avuto più a che fare con la creatura.”
“Ho capito.” disse Daniele serio.

“Ci stiamo dirigendo verso la Terra adesso, ma temo che non ci sarà tempo per andare a trovare parenti o amici. Appena in orbita vi trasferirete su due navi di terzo livello che vi porteranno a destinazione. Non mi ricordo il nome, ma è un pianeta con interessanti ritrovamenti archeologici, mi dicono.” Daniele annuì. “Prima di lasciarvi però ho una prima missione per te. Ho, per ragioni politiche che non starò qui a discutere, perso l’appalto per lo studio di questo nuovo fenomeno e i dati che avete recuperato dalla nave. Tu adesso clonerai quei dati. E se quando hai finito ci sarà traccia della copia sui dati originali non ci sarà un’altra nave attraccata quando ti farò uscire dalla camera stagna. Siamo intesi?”
Daniele annuì, più rigido.
“Splendido! Al lavoro allora!” Bob si alzò e tirò una gran pacca a Daniele prima di uscire dalla stanza ridendo.
“Certo che quel tizio è proprio un’esperienza intensa.” mi disse prima di alzarsi.
“Non me ne parlare…” risposi laconico.

Come il camembert.

Category : Ilario

Non ho mai fatto un viaggio così lungo in aereo. 12 ore, praticamente una caduta libera nella noia.
Se non altro hai un sacco di tempo per pensare.
Non so se essere deluso, arrabbiato o entrambe le cose.

“Sei ancora qui?”.
La voce di Hurla rompe lo tsunami dei miei pensieri.
“Sì, scusa. È che…” deglutisco. “No, niente”.
“Sono allenata a individuare le discrepanze, lo sai vero?”
Non ci andava un genio del crimine, in effetti.

Mi guardo intorno, per un attimo mi è balenata in testa l’idea che Duprè possa essere qui tra noi, magari con un aspetto diverso. Se proprio voleva che tenessi il becco chiuso non doveva fare altro che condizionarmi per obbligarmi a tacere, ma non l’ha fatto. Bene, problema suo.

“Ti capita mai di fare una cosa nella quale credi molto e che, all’improvviso, perde ogni valore?”
Hurla mi guarda in maniera strana, accenna un sorriso.
“Sai, da noi c’è un detto: cattura la pulce, ma non per farne una pelliccia”.
Mi scappa una mezza risata: mai sentito un detto più scemo. A parte quelli che s’inventava il Trap, ovvio.
“Nonostante le apparenze ha un significato profondo, credimi. Ma credo che non te lo spiegherò”
“E no dai, ti prego: son stufo di gente che lancia la pietra e nasconde la mano” protesto in maniera un po’ scherzosa, ma non troppo.

Hurla sorride e si immerge in una rivista.

Ho ancora un sacco di ore per pensarci, nel frattempo guardo di nuovo il filmato gentilmente fornito dal Bureau: una merdavigliosa “panoramica conoscitiva” sulla Nuova Zelanda. Un filmato bello, lucido e molle, come il camembert.

E due.

Category : Daniele

Finalmente il mio N-Pad. Finalmente voi.
A quanto pare i tecnici e i medici di Bob hanno ritenuto inoffensivi i nostri effetti personali e ce li hanno restituiti.
Vi dirò, questo periodo di assenza da Darknet è stato meno duro di quanto pensassi, probabilmente perché a bordo con me c’era Pekka, un pezzo vivente della rete. Ma andiamo con ordine.

Quando suonò l’allarme di prossimità del nostro DELTA, ci precipitammo tutti in plancia, avevamo addosso un misto di eccitazione e ansia: eravamo preoccupati che invece di un amico, potesse fare la sua comparsa un bersaglio ostile.
Come da procedura armammo le torrette 2 e 4, le uniche ancora in grado di sparare. Le nostre condizioni erano pessime, l’energia residua non era neanche sufficiente a far vibrare la corazza della nave. Restammo a fissare lo schermo tattico, sperando che fosse uno dei nostri: non eravamo decisamente in grado di sostenere una battaglia.
Gli unici a rimanere alla propria postazione, furono il Capitano Reelnan e Brahia, seduti sulla loro poltrona, mentre osservavano attentamente i dati di rotta e dei sensori.
Archi voltaici e una nave che cominciava la sua emersione nello spazio normale, caratteristiche uniche, tracce inconfondibili di un sistema di propulsione imperiale.

Un sospiro di sollievo, il Capitano si lasciò andare sullo schienale, sollevato dalla buona notizia, mentre noi ci lanciavamo in festeggiamenti esagerati. Fu Brahia a riportarci alla realtà:

“Signore. Abbiamo un problema.”
Il Capitano scattò improvvisamente sulla sua sedia, cercando sul computer la brutta notizia.
Dopo qualche secondo si arrese interrogativo: “Non capisco. Spiegati meglio Guardiamarina.”
Premendo un pulsante, Brahia proiettò una rappresentazione olografica dello spazio esterno nella nostra plancia. Uno zoom, un altro ancora, proprio nella zona dove dovevano essere i nostri soccorritori. Si distingueva a malapena la sagoma di uno strano DELTA, poi Brahia sentenziò:
“E’ nera. Modello Esecutorie classe D.”
Il Capitano si appoggiò nuovamente allo schienale, questa volta esausto: “Merda. La Volontà. Quanto all’abbordaggio?”
“27 minuti circa, stanno mandando un Bantha.”
Poi strofinandosi la faccia con una mano, Reelnan aggiunse rivolgendosi a tutti noi: “Dipenderà molto dall’ufficiale in carica, ma ci aspetteranno giorni di interrogatori. Andate ad indossare le vostre armature, equipaggiamento standard, quelli ci tengono alle procedure.”

Finsi sorpresa come tutti e corsi in armeria ad indossare la mia armatura. Grazie a Pekka, sapevo già chi c’era su quella nave e soprattutto dei comportamenti dell’eccentrico comandante: Bob. Non fraintendetemi, non presi alla leggera le preoccupazioni del nostro capitano, ma per quanto avevo potuto capire dai resoconti, il nostro ospite sapeva usare il proprio potere con parsimonia.

Esattamente 27 minuti dopo, eravamo disposti davanti all’unica camera di equilibro ancora intatta, noi in piedi e Choral che giaceva a terra ancora in coma, in attesa di veder comparire i famigerati Esecutori della Volontà. Quando si aprirono le porte, invece di essere accolti da un caldo abbraccio di benvenuto e una tazza di latte e biscotti, ci trovammo di fronte dei soldati armati di tutto punto, con le armi puntate su di noi. L’ordine era di separarsi e di inginocchiarsi con le mani sulla testa. Per un attimo dubitai delle mie convinzioni sulla “parsimonia” di Bob, ma poi cercai di sdrammatizzare pensando: “Ah, cazzo. Le procedure, sono fissati.”
Da dietro i soldati apparvero due medici in completa tenuta da rischio biologico e a quel punto fu chiaro: “Ah, quindi sono loro i paranoici”. Rapidamente i due scafandri si prodigarono a raccogliere campioni di sangue ed effettuano un controllo dell’attività cerebrale su tutti i sopravvissuti, poi rivolgendosi alla squadra d’assalto, si limitarono a dire senza degnarci di uno sguardo: “Attività dei naniti: normale. Nessuna contaminazione in atto.” A quel punto l’omone più grande, con ancora lo sguardo e soprattutto l’arma puntata su di noi, chiese: “Anche quello in coma?”.
“Si, è nelle stesse condizioni degli altri, parametri nella norma. A parte il coma si intende…”.
Da quel momento in poi, l’atteggiamento della squadra di soccorso, mutò radicalmente. Persino il gigante che li guidava cambiò espressione, assumendone una decisamente più amichevole.
Certo, era come disegnare con un pennarello un sorriso su di un blocco di granito, ma sembrava decisamente meglio della premessa. Non ci avevano ancora dato latte e biscotti, ma era il tipo di calore che mi aspetto quando si salva un gruppo di stronzi da giorni alla deriva nello spazio profondo.

Il primo ad entrare sul Bantha, fu Choral, lo vidi passare davanti a me, adagiato su una lettiga, ancora privo di sensi come lo era stato da quell’episodio terrificante sulla Gens Iulia. Mi chiesi se lo avrebbero rimesso in sesto, e se finalmente ci avrebbe detto cosa aveva visto di tanto shoccante sul terminale della Gens.
Io fui l’ultimo a lasciare il nostro DELTA. Sulla soglia della porta, mi voltai un’ultima volta, guardai con affetto quei corridoi deserti in penombra, le macerie ed i pannelli aperti qua là, pensai malinconico a come si era ridotta quella che per più di un anno era stata la mia casa e che mi aveva portato più lontano di quello che avrei mai potuto immaginare.
Da dentro al Bantha sentii il maciste in armatura chiamare il mio nome. Guardai ancora una volta il buio e sottovoce dissi al nostro DELTA: “See you Space Cowboy. Lo spero tanto”. E in un attimo fummo di nuovo nello spazio profondo, verso la nave di Pekka.

Una volta attraccati, quando si aprì il portello della nostra nuova casa, sentii tutta la stanchezza accumulatasi, scivolare dalle mie membra, l’avventura sulla Gens Iulia sembrava essersi conclusa. Fecero scendere prima Choral, poi toccò a noi.
Mentre mi trascinavo stanco udii un picchiettio sul vetro, dall’altra parte attraverso la finestrella, c’era Pekka. Mi avvicinai, vidi il mio riflesso sul vetro, ragazzi, ero proprio sfatto, ma fu bello alzare lo sguardo e vedere quel pirla agitare le dita, probabilmente per indicarmi che era la seconda volta e di non prendere il vizio. Mi scappò da ridere e l’unica cosa che mi venne in mente per controbattere lo scherno, fu quella di fargli il saluto militare con le stesse due dita.

Entrati nel corridoio, fu Bob in persona a chiederci di spogliarci e di lasciare armature ed effetti personali nella camera di equilibrio, mi venne un brivido lungo la schiena quando realizzai che dovevo lasciare il mio N-Pad alla Volontà, ma poi mi ricordai delle parole di Elisa, che Darknet non era una rete materiale, ma soprattutto mi ricordai del discorso dello stesso Bob fatto a Pekka: Lui sapeva della nostra tresca, eppure gli andava bene così.
Nel posare l’N-Pad nel mucchio, pensai che almeno questa nuova parte del viaggio, sarebbe stata interessante.

Raggiungemmo i nostri alloggi con in mente solo la possibilità di farci una doccia e ricominciare a mangiare decentemente. Ci avevano sistemato bene, anche se, almeno all’inizio, eravamo isolati dal resto della nave. Appena entrati notammo  il mucchio di divertimenti lasciati per noi sopra al tavolo, in mezzo c’era addirittura una scatola di Risiko, Brahia la prese subito in mano e rivolgendosi a me, mi disse interrogativa: “E’ questo cos’è?”
“Un gioco, ma non abbiamo ancora recuperato abbastanza forze per giocarci, porta alla morte…”
“Ma non è un gioco da tavolo?”
“Sembra, ma fidati di me, porta la gente a scannarsi.” E dopo aver fatto la mia battuta, feci in tempo a vedere l’espressione perplessa di Brahia, mentre cascavo esausto sulla mia branda, sicuramente mi aveva preso in parola.

Un’ora dopo fui svegliato dalla voce di Bob, che sul canale di comunicazione generale, annunciava: “Stiamo per effettuare il salto per tornare alla civiltà. Ho pensato ci teneste a farle un ultimo saluto”. Dopo quelle parole, nella nostra stanza si riversò l’immagine olografica dell’esterno, con al centro il nostro DELTA. Si alzarono tutti in piedi a fissare quella visione, con un’espressione cupa in viso. Era davvero ridotta a pezzi, sulla fiancata si distinguevano a malapena i numeri di matricola ed il nome “Caledia”, sorella del nostro comandante.
Fu un attimo, una piccola cometa in direzione della nave, un lampo luminoso ed un buco nero si inghiottì tutti i nostri ricordi. Fine della storia.
L’Impero non lascia la sua tecnologia in giro, neanche se ha valore sentimentale.

Ora vi devo lasciare, è in programma un’altra partita a Risiko, finora non si è ucciso nessuno, ma solo perché a giocare c’è sempre il potentissimo Bob, è un drago, non so come faccia, ma vince sempre lui.

Domani sarà il mio turno di essere interrogato, vediamo se sarà ancora così affabile.

Buonanotte Darknet, vi saluterò Pekka personalmente.

I miei naniti fremono.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::

Avignone, 20 dicembre 2013.

Oggi non sono proprio di buon umore, queste due settimane sono state veramente stressanti sotto ogni profilo, ho dovuto fare un corso intensivo di “sopravvivenza spaziale” insieme al resto del gruppo, gli Itan ci vogliono su una nave in orbita al di fuori dell’atmosfera terrestre, a fare che cosa, c’è lo diranno quando saremo a destinazione.

Dopo due giorni dal suicidio di Marius, si è presentato Dragos a richiederne il corpo per poterlo sotterrare, fui sorpreso dal vederlo, non mi aspettavo che gli Itan gli avessero raccontato anche solo una parte di verità di ciò che era successo al suo compagno.
Arrivato davanti alla sala frigo, dove era conservato il cadavere, Dragos ebbe un mancamento e vidi Alexis correre verso di lui per poi osservarlo come a scannerizzarlo dalla testa ai piedi, mi fece cenno di avvicinarmi, mi guardò negli occhi e mi chiese di sentire ciò che Dragos aveva da dirmi… Stand by… Sogno…

Chi sei? Da quanto tempo sei qui? Sei tu che hai scombussolato la vita di Marius? Sei tu ciò che ha visto sulla stazione spaziale quel giorno?

Sono io Marius, ti sento come tu senti me, da quel giorno su quella stazione, incrociai lo sguardo alieno che si presentava davanti ai miei occhi, mi sentivo annusare come da un cane per poi vederlo scomparire veloce dietro il lato oscuro della Luna, da allora ho quelli che siamo soliti chiamare poteri sensitivi, in tutti questi anni li ho sviluppati tantissimo, soprattutto da quando sono arrivati gli Itan. Come successo a te, riesco a controllare le menti deboli e innamorate come quella di Dragos, ma alla fine, a cosa è servito? Si è perfino suicidato, piuttosto di farmi prendere…

E’ adesso? E’ adesso cosa succederà?

Voglio liberarmi da questo supplizio, sono stanco di scappare e voglio sapere cosa mi è successo quel giorno e l’unico modo credo sia unirmi a voi, mi fido di te… Play… record…

Io, Alexis, Marius e gli altri ragazzi  saremo trasferiti a breve, l’idea di fare un giro nello spazio non mi solletica per nulla le sinapsi del divertimento, ma i naniti iniettano coraggio nelle mie vene e sembrano quasi eccitati dal pensiero di farsi un giretto al di sopra del cielo.
Sto facendo una passeggiata nel cortile del palazzo reale e vedo il Delta che ci protegge e che ci porterà lassù, credo che comprerò un sajo alla Obi One per l’occasione, sento i passi di Marius dietro di me, si affianca e con me osserva l’astronave, lo sento molto ansioso nonostante lui abbia qualche esperienza in più della mia.
Mi chiede di seguirlo, insieme ci dirigiamo verso il fiume che attraversa Avignone fuori dalle mura, mi racconta che ha capito dai pensieri dei Voolena e che dobbiamo aiutare qualcuno nel recupero di una nave, gli Itan sono consapevoli che le nostre qualità possono arrivare lontano, se amplificate, mi dice di aver riconosciuto lo stemma che aveva sulla divisa uno dei comandanti Voolena e che era identico a quello che aveva la nave vista qualche anno prima sulla stazione orbitante, per me tutto ciò è diventato un gran casino.

Preferisco non pensarci per il momento.
Chiamo T-bones, non mi risponde.

Darknet mood ::Off::

Verso l’ignoto.

Category : Ilario

Lo sterno mi fa un male indescrivibile, proprio non l’ho visto quel TIR che mi è venuto addosso. Quasi certamente ho delle costole rotte, ogni respiro è una tortura e prego fin da adesso che non mi venga da tossire, o temo che il mio cervello dichiari la seconda resa incondizionata del giorno.
Piccoli nanobastardi, che aspettate a fare il vostro dovere?

“Eh sì, deve fare parecchio male”
Apro gli occhi. Sono disteso nel mio letto, in fondo dritto di fronte a me c’è una persona. Un umano, di taglia media, non riesco a vederlo ancora bene: le dannate scintille non accennano a diminuire.
Tento di articolare una parola, ma con scarsi risultati: esce un suono a metà tra un rutto e un rantolo.
“Mentre i naniti fanno il loro mestiere, permettimi di fare le presentazioni. O, per meglio dire, di rifarle: io sono Ghert, ma forse tu ricordi meglio la mia precedente identità. Vero?”.
Un fulmine attraversa il mio cervello: Duprè, è lui. Ne sono certo.
Non ho il coraggio di rantolare: il dolore allo sterno mi dissuade da fare una qualunque cosa, se il pezzo di merda qui di fronte voleva la mia attenzione bene, ora ce l’ha.
“Lo prendo per un silenzio assenso.”
Prende una sedia e si piazza ai piedi del letto. “Voi due potete uscire”.
Giro gli occhi e vedo due enormi scimmioni uscire dallo sfondo e riprendere il loro colore naturale: ora so chi devo ringraziare per il lavoretto di bulino al mio sterno.
“Come vedi, io mantengo sempre le promesse: ti avevo detto che sarei tornato ed eccomi qui. Sai, è stato divertente vederti ieri, totalmente all’oscuro di chi fosse questo Itan di fronte a te. Lo ammetto, sono stato tentato di uscire subito allo scoperto.”
Sfido il dolore, ma questa cosa gliela devo dire: “Quando hai finito di gongolare me lo fai sapere, vero?”. Bene, ho perso la sfida: scintille, e il mondo torna ad essere un posto buio.

Non so quanto tempo sia passato, mi son sembrate ore. Apro di nuovo gli occhi, il dolore allo sterno è diminuito parecchio, tant’è che riesco nel tentativo di sollevarmi e appoggiarmi alla testiera del letto. Duprè è sempre lì, esattamente dove l’avevo lasciato.
“I naniti sono stati più veloci del previsto. Bene, considerato che il tuo modello non è militare. Sai, ho proprio apprezzato come hai cavato fuori dai guai la tua amichetta di tastiera, veramente un colpo da maestro”.
Il bastardo sa tutto. Bene, sono nella merda. La cosa migliore che posso fare è tenere la bocca chiusa.
“Devo ammettere che ti ho dato l’imbeccata, ma tutto il resto è farina del tuo sacco. Sono impressionato, davvero.”
Duprè si alza dalla sedia, va in cucina, riempe un bicchiere d’acqua e me lo porge.
“Ti conviene berlo, i tuoi naniti stanno consumando parecchia energia”.
Ha ragione, rischio come minimo un’emorragia. Bevo.
“Bravo ragazzo, tutto d’un fiato!”
È inutile che fai tanto il simpaticone, comunque mi passeggi da una balla all’altra.
“Bene, ora basta convenevoli. Tra un paio d’ore sarai su un aereo diretto in Nuova Zelanda e io voglio che fai un lavoretto per me. Nessuno, ripeto, nessuno dovrà sospettare che sei sul mio libro paga. Ovviamente non puoi rifiutarti, sai benissimo di essere ricattabile. Ti contatterò io per darti le spiegazioni dovute, per il momento ti lascio in compagnia del tuo tarlo. Ora sbrigati o rischi di perdere il volo”.
“Posso almeno sapere una cosa?”
“Ah, ma allora parli anche. Bene. Chiedi pure!”
“Credi che io mi fermerò?” No, non posso credere che mi sia uscita una simile stronzata dalla bocca! Taci, dannato idiota, TACI!
“Lo so che non lo farai. Anzi, lo spero. Non avere fretta, capirai. Ah, dimenticavo: Bob ti manda i suoi saluti.”
E adesso che c’entra l’amico di Pekka? Duprè è sempre stato un maestro nel lanciare la pietra e nascondere la mano: temo che mi abbia sempre manipolato, e io, scemo, mi son comportato come un obbediente burattino. Mi ha scavato la fossa attorno e adesso non gli resta che darmi una spintarella, ma se questa fosse la sua reale intenzione, probabilmente, l’avrebbe già fatto.
No, c’è altro sotto, qualcosa di grosso.

Lo guardo mentre esce da casa mia: perfino la sua camminata è odiosa. Butto giù i piedi dal letto, raccolgo quello che resta della sveglia e guardo l’ora: le 5 e 45 del mattino.
Doccia e poi rotta verso l’ignoto.

Un giorno di festa.

Category : Francesca

Mi sono divertita un casino, lo ammetto. Ho gli occhi che bruciano, tanto ho riso questa sera. C’era un gruppo di, non ho capito quale città, dal pianeta Woody che era davvero uno scasso, bevevano tutto dal naso, non perché lo esigesse la loro razza, che è più o meno come la nostra, tutti mori, alti, occhi scuri e tendenzialmente boni e simpa, che non guasta… Comunque, bevevano dal naso per fare bordello… e hanno bevuto come se non ci fosse un domani, hanno praticamente provato tutte le bottiglie che avevo alle mie spalle dietro il bancone del bar, tranne gli analcolici. Hanno fatto tanto casino che tutti i passeggeri presenti si sono presi bene ed era come una grande grossa festa dell’unità! Anche un paio di Itan erano lì, non hanno partecipato attivamente… ma ridevano come dei bambini, quando il Woody più grosso ha preso per i piedi la ragazza Woody più piccola e le ha riversato nel naso un buon mezzo litro di Mishka (che è un mix di vodka terrestre, frutti gialli di Woody e un superalcolico di… non me lo ricordo!)… e lei rideva e faceva le bolle!
Insomma bagordi al saloon.

La ragazza mi ha pure lasciato la mancia, dicendomi che non aveva mai bevuto un Mishka così buono da quando aveva lasciato il suo pianeta. Un sacco di mancia. Metto da parte i soldi, torneranno utili prima o dopo.

Wow! Oggi è la prima volta che non ho la nostalgia di casa, da quando sono salita a bordo. E’ bello vedere che l’universo è un po’ come la Terra, che alla fine piace a tutti passare del buon tempo e divertirsi, indipendentemente dalla razza, pianeta, quartiere o forma! Si. Banale ma vero.

Mi giro una siga… sono ingrassata, ho dovuto farmi cambiare la divisa, una taglia in più. Pazienza. Stiamo viaggiando verso il Quadrante 2, per scaricare le merci e caricarne altre e soprattutto per imbarcare un gruppo elitario di Itan, che è ora sul pianeta Tossop, lo so perché me l’ha detto la ragazza che lavora al Privé, dove si trovano tutti i vip e gli ufficiali dell’Impero, siamo riuscite a fare due chiacchiere in palestra, lei fa power yoga, credo che mi iscriverò anch’io. Del resto, a parte il lavoro, non faccio molto e ho bisogno di contatti “umani”.

Si è stato proprio un bel turno di lavoro. Flashback di festa mi tornano ancora davanti agli occhi, tutto bello. Tranne un tizio, un Imperiale credo, vista la divisa, se ne stava alla fine del bancone, bianco come un tedesco in vacanza, con davanti un N-Ppad, spento. Si guardava intorno e taceva. I nostri sguardi si sono incrociati un paio di secondi. Forse voleva qualcosa da bere, ma poi è tornato a guardarsi intorno. Un po’ mi turba. Peggio per lui.

Ma adesso mi butto in branda, vi stringo forte ragazzi, ovunque stiate andando.

Poveri stronzi.

Category : Pekka

Una nave compare all’improvviso nello spazio normale illuminando il circondario con archi voltaici e lampi vari. Non voglio tenervi sulle spine, la nave è il nostro Delta. Siamo in mezzo al nulla. Il sistema più vicino è a una cinquantina di anni luce, solo un pianetucolo, che sta interpretando la sua versione di Mamma ho perso il sistema solare, è a meno di dieci UA di distanza, vagolando tristemente per il cosmo. Io sono ai comandi, casco in testa, dirigo sul segnale del Delta di Daniele. Di fianco a me, sul sedile del navigatore, Stross, loquace come sempre, mi manda correzioni di rotta sullo schermo. Dall’altra parte, sul sedile del capitano, il Capitano cazzeggia leggendo qualcosa sul suo N-Pad, probabilmente qualcosa su come farsi malmenare selvaggiamente da cristi giganteschi e lo stesso avere una vita felice. Dietro di me, in piedi, Bob, dà ordini come se fosse sul ponte di comando dell’Enterprise.
“Uno-uno-zero a dritta, un quarto di impulso, guardiamarina!”
“Tu proprio non hai idea di cosa stai facendo, vero?” gli chiedo, senza girarmi
“Ha! Affronto! Ti aspetta la corte marziale per questa insubordinazione!” risponde lui portando a 11 la lancetta del melodramma
“Siamo a 1000 km dal Delta. ETA 27 minuti.” si intromette Stross
“Dannati Romulani! Su gli scudi! Caricate i siluri protonici!”
“Pekka, ci voglio fermi relativi all’obiettivo a 50 km di distanza. Stross, tieni d’occhio i sensori.” borbotta il Capitano senza alzare gli occhi dall’N-Pad, poi sfiora un pulsante sul bracciolo e prosegue “Hangar, voglio il Bantha 01 pronto tra 25 minuti, con squadra medica e di assalto a bordo.” Non sento la risposta ma deve essere stata affermativa perché non dice altro e torna taciturno.

Questo è lo spazio profondo, veramente profondo. Non sono abituato a tutto questo nulla. Nessuno lo è. Il più lontano che siamo dalla civiltà non è mai più di 15 UA, quando dobbiamo fare il salto verso qualche altro posto. In posti di niente cosmico come questo non ci viene mai nessuno. Non ci saremmo venuti neanche noi se la Gens non avesse deciso di farsi la sua gitarella del cazzo.

Osservo sullo schermo la visuale presa dal Bantha in avvicinamento al Delta di Daniele. Lo squarcio sulla fiancata fa veramente impressione, come fa impressione il totale senso di innattività della nave. Niente sulle frequenze, minime emanazioni energetiche. Solo una lieve emissione di calore da un paio di aree. Poi, finalmente, un ritorno sul sensore di segni di vita, sette unità in tutto. Il Bantha attracca sul lato non danneggiato. Iain, in tutina, respiratore e imbragatura, insieme ad altri due della sua unità, precedono i due medici in completa bardatura da pericolo biologico. Appena si apre il portello interno della camera stagna si vedono Daniele e quello che rimane del suo equipaggio. Sembrano sfiniti. Iain e i suoi gli puntano comunque le armi addosso e gli ordinano di separarsi e inginocchiarsi con le mani dietro la testa. Ordine superfluo per uno dell’equipaggio che è incosciente per terra su una barella. Gli altri eseguono. Si fanno avanti i medici che velocemente prelevano sangue e controllano attività cerebrale. Dopo una decina di minuti arriva una voce dal quadro comunicazioni:
“Sei puliti e uno in coma, signore. Ordini?” Bob, che ha fissato attenatmente insieme a me i display, risponde serio:
“Riportateli a bordo. Stiamo preparando loro gli alloggi.” poi si gira verso il capitano “Faccia isolare l’hangar 02 come area di contenimento e quarantena. Ci faccia sistemare sei brande e qualunque cosa serva a tenere in vita il comatoso. Isoli anche un percorso per bagni e servizi in maniera che non debbano cagare in un secchio. Ah, gli butti dentro anche un paio di riviste e un mazzo di carte. Non so per quanto ci dovranno rimanere.” Il capitano si mette subito a lavoro sul terminale ed entro qualche secondo sento boccaporti e portelli chiudersi in giro per la nave.
“Pensi che sia necessario?” chiedo a Bob, lui mi guarda pensieroso e poi dice:
“Non so se sia necessario, ma soprattutto non so se sia abbastanza.”
“Complimenti, questa era veramente contorta.” gli dico battendo le mani in maniera sarcastica
“Adulatore.” risponde lui con un piccolo inchino e poi prosegue “Fatti dare il cambio, ti voglio con me quando arrivano.” Faccio un cenno a Stross alzandomi e lui subito chiama il mio cambio, poi seguo Bob.

Arriviamo all’hangar 02 in tempo per vedere i tecnici attaccare gli ultimi macchinari ad una lettiga medica. Poi escono e serrano il portello. Dalle riprese nell’hangar vedo che hanno sistemato le brande ognuna con una tenda intorno, in mezzo alla stanza ha messo un tavolone su cui si intravedono una mezza dozzina di N-Pad, delle carte e, straordinariamente una scatola di Risiko. Rivolgo uno sguardo interrogativo a Bob che fa spallucce e dice:
“Boh, ce l’avevo buttata lì a prendere polvere…”
“Tu vuoi proprio che si ammazino a vicenda lì dentro.” gli dico. Questa volta è lui a farmi domande con lo sguardo
“Di solito le partite di Risiko finiscono nel sangue.” rispondo
“E io che pensavo fosse solo una metafora della guerra.”
“Povero illuso.” rispondo. Sento la lieve scossa del Bantha che si attacca alla camera di compensazione, poi vedo sul display il portello aprirsi. Prima entrano i medici che trasportano la lettiga, di seguito il resto dei naufraghi. Vado al portello e batto sul vetro della finestrella per attrarre l’attenzione di Daniele. Si gira e mi vede e si avvicina un po’. Ha proprio la faccia stanca e anche un po’ deperita. Gli mostro due dita della mano e dico:
“Con questa fanno due, non farla diventare un abitudine.” non può sentirmi attraverso il portello ma intuisce lo stesso il messaggio. Fa un sorriso stanco e poi mi fa un saluto ironico, poi si dirige verso il centro perché richiamato da uno dei due medici. Torno al display e sento il medico dire:
“Riponete armature, Npad e oggetti personali nella camera di compensazione. Non vi preoccupate, una volta esaminati e testati vi verranno restituiti. Sulle brande troverete nuovi vestiti, quelli che avete addosso metteteli nei sacchi nei bagni e portate poi i sacchi nella camera di compensazione. Un pasto caldo è in preparazione, quindi mettetevi comodi, fate una doccia e rilassatevi.”

I naufraghi cominciano a togliersi le cose di dosso. Bob si avvicina al terminale e schiaccia un pulsante per trasmettere all’interno dell’hangar.
“Salve ragazzi, mi dispiace accogliervi sulla mia nave in questa maniera, vi meritate sicuramente di meglio. Ma sapete com’è… Mi fareste un piacere se ognuno di voi, entro domattina, mi stilasse un rapporto sull’accaduto. In parole chiare e semplici, non sto cercando colpevoli, ma solo informazioni, quindi siate onesti e sinceri, non serve che pariate il culo a nessuno. Voglio solo sapere cosa è successo a quella nave. L’Imperatore ha speso un sacco per quella bagnarola e non so se l’assicurazione ce la ripaga. Adesso rilassatevi, ve lo siete meritati.”
Anche se non lo possono vedere, Bob fa il saluto verso lo schermo, poi si gira e se ne va borbottando:

“Poveri stronzi…”

Lacrime nello spazio.

Category : Daniele

Tre, due, uno…
STANG! Ma non era la porta, bensì la mia testa.
Una fitta dritta al cervello mi aveva fatto lasciare la presa sulla maniglia, in un attimo mi ritrovai accovacciato a terra, un ginocchio poggiato sul pavimento e le mani a tenermi la testa, come se la stretta che esercitavo attorno al mio cranio, potesse mandar via quel dolore lancinante. Roolat restava semplicemente in piedi, accanto alla porta, come una spettatrice incredula a fissare il mio dolore.
Sapevo di non poter urlare, quella “cosa” ci avrebbe individuato, così rimasi in silenzio, gli occhi e i denti serrati attorno a quell’agonia. Nel buio della mia mente, il mio cervello rappresentava quel male come uno spettacolo di fuochi d’artificio, ogni nuova esplosione , una fitta lancinante. Uno spettacolo che avrei volentieri voluto finisse il più presto possibile. Ricordo che tra un fiore luminoso e l’altro ebbi l’impressione di scorgere ancora quegli strani simboli, quei caratteri circolari muoversi nei miei pensieri. Ma me ne ricordai solo successivamente, quando ebbi il tempo di razionalizzare l’accaduto, in quei momenti echeggiavano con forza due sole domande: “Dove cazzo sono i miei naniti? Perché non funzionano?”

D’un tratto qualcuno o meglio qualcosa, urlò al posto mio. Di nuovo quel grido agghiacciante, questa volta però non proveniva da un punto indefinito della nave, ma da dietro la nostra porta.
Paura. Paura allo stato puro, liquida e densa, attraversava tutte le vene e le arterie del mio corpo. Per qualche istante non ci fu più nulla, poi udimmo una serie di rumori metallici correre all’esterno della stanza. Forti rumori, intervallati da brevi attimi di silenzio, di qualcosa in movimento. Quei battiti, sembravano seguire i brividi di terrore che partivano dalla nuca e si diffondevano lungo la mia spina dorsale. Ad ogni colpo, corrispondeva un mio sussulto, portandomi a livelli di angoscia mai raggiunti prima.

Quando sei un soldato imperiale, la paura ha i suoi lati positivi, quell’emozione, più di tutte le altre, è un ottimo catalizzatore, ha la fenomenale proprietà di attivare velocemente i tuoi naniti.
Ed eccoli, in tutto il loro splendore, dimostrando di non essere spariti.
Erano finalmente arrivati, portandosi dietro i loro miracolosi effetti. Il mal di testa resisteva granitico a qualsiasi avvenimento, ma incominciò tutto il resto: l’estrema lucidità e soprattutto la “visione rallentata”.
Dal basso della mia posizione rannicchiata, guardai Roolat, era ancora pietrificata. Mi alzai, le strinsi le mani attorno alle braccia e la scossi leggermente, continuando a fissarla negli occhi. Sembrò riprendersi dalla sua trance e nel giro di pochi secondi, il suo sguardo mutò nel solito freddo e determinato di sempre. Mi fece cenno con il capo e subito dopo eravamo di nuovo a fissare la porta, mentre io stringevo nuovamente la maniglia, pronti a scattare.
Un altro urlo, questa volta familiare, provenire da destra, probabilmente in fondo al corridoio. Lo riconobbi, era la voce di Soyo. Per una frazione di secondo inorridì per il mio cinismo, ma era un buon segno, l’ingegnere ci stava facendo da diversivo, era il nostro momento.

Dopo l‘apertura della porta, ci ritrovammo in mezzo al corridoio. A destra, ad una ventina di metri, si distingueva chiaramente la sagoma della creatura, ma non stava prestando attenzione a noi, era concentrata sul suo bersaglio, una decina di metri più in là: Soyo.
Iniziammo a correre dalla parte opposta, mi voltai un istante per controllare il nostro compagno di squadra lasciato indietro. Appena in tempo per vedere il nemico passargli attraverso, portandosi via tutte le grida e le suppliche, lasciando solo un’armatura vuota.
La scena in tutto il suo orrore, mi spronò a correre più in fretta. Sentivo di andare oltre i miei limiti, ma nonostante quest’impressione, la porta in fondo al corridoio, la nostra salvezza provvisoria, era ancora lontana, troppo lontana. Roolat mi precedeva di qualche metro, la sua velocità era impareggiabile, mi sentivo la sua zavorra.
Mi serviva più aria, più muscoli ma soprattutto più tempo. Un altro urlo, come una sciabolata dietro alla nuca, non ebbi il coraggio di girarmi ma sicuramente il nostro avversario si era accorto della nostra presenza. Correvo, con lo sguardo in avanti e le orecchie tese all’indietro, sentii il ronzio del mutamento di campo, si preparava a colpire di nuovo ed io ero troppo lento. Dovevo correre di più, ma come?
Accelerai ancora di più, sentivo i muscoli delle gambe e del petto strapparsi, il ronzio aumentava ma la porta sembrava irraggiungibile. Dentro di me, sentivo la disperazione impossessarsi del mio corpo ed una certezza: non potevo farcela.

All’improvviso vidi Roolat girarsi di scatto ed iniziare a correre nella direzione opposta, verso di me. All’ultimo si spostò leggermente dalla mia traiettoria e quando mi fu a fianco, mi diede una violentissima spallata. In un attimo mi ritrovai sospeso in aria, piombando poi a terra di schiena, in una diramazione del corridoio. Prima di schiantarmi al suolo, ebbi appena il tempo di vedere la creatura passare attraverso Roolat, portandomela via, nel silenzio, mentre ogni fibra di me urlava di dolore.
Mi girai, cercai di alzarmi poggiando le mani a terra e scalciando a vuoto preso dal panico, ricadi due o tre volte, poi finalmente i miei piedi riuscirono a far presa, permettendomi di alzarmi e di correre verso la stanza più vicina.
Mi richiusi la porta dietro e, come un bambino piccolo, corsi a mettermi in un angolo, stringendomi le gambe al petto e tremando dalla paura.
Non so quanto rimasi lì immobile, la “visione rallentata” dei miei naniti non fece altro che rendere quei momenti di puro terrore interminabili.

Dopo un tempo che mi sembrò infinito, uscii dal mio angolo e a quattro zampe mi fermai in mezzo alla stanza. Non mi vergogno a dirlo, piansi, in silenzio, come mai in vita mia, con in bocca il gusto salato delle lacrime ed il petto dolorante per la tristezza. Piansi così tanto da avere la nausea e avrei anche vomitato se i naniti non me lo avessero impedito.
A quattro zampe guardavo le lacrime cadere copiose al suolo, mentre singhiozzavo senza controllo, ripensai con gratitudine a Roolat e alla forza con la quale aveva seguito il credo del suo popolo.
Ad un prezzo altissimo si era guadagnata l’onore di essere chiamata “Guerriera”, le avrei personalmente legato la coda alla gamba sinistra, se solo fosse rimasto un corpo.

Mi sentivo distrutto. Nello sconforto presi il mio N-Pad, volevo collegarmi a Darknet e sentire tutti voi, dividere il mio dolore ma, al posto dei vostri pensieri, solo il nero ed un flusso incontrollato di quegli strani simboli. Non solo quella “cosa” si era portata via uno dopo l’altro i miei compagni, ora si era portata via anche voi. Com’era possibile? Elisa aveva detto che non era una rete fisica, che solo noi potevamo vederla. Con cosa ci stavamo confrontando?
Domande a cui non potevo rispondere.
Crollai a terra senza forze.

Scusate, è ancora doloroso descrivere quei momenti drammatici, ancora adesso mi vengono le lacrime agli occhi.
Ora vi devo lasciare, sta suonando l’allarme di prossimità, forse qualcuno ci ha trovati. Che sia la tua nave, Pekka?
Dopo tutta questa sofferenza, credo di meritarmi una buona notizia.
Sempre che lo sia davvero, dati gli ultimi discorsi dello strano Bob.

Buonanotte Darknet, vado a lavarmi via lacrime, credo che mi toccherà andare in scena per la Volontà.

A volte non si può tornare indietro.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::
Gerusalemme, 9 dicembre 2013

Si muove ondeggiando sul bacino, avanti e indietro, tenendo busto e gambe rigide, lo fa in continuazione , si ferma solo mentre parla o quando dorme. Ha raccontato che da quando è sceso l’ultima volta dalla stazione orbitante, ha preso ad avere questo tic nervoso molto fastidioso ma alquanto utile per gli addominali e per le preghiere di fronte al Muro del Pianto.

Io e Alexis abbiamo trovato Marius quattro giorni dopo il suo arrivo a Creta, quel giorno il suo capo le aveva fatto una bella lavata di capo e, con atteggiamento tipicamente femminile, aveva nell’immediato riversato le sue paranoie su di me, dal nervoso mi misi ad urlare, inveivo in tutte le lingue che conoscevo verso i passanti ignari del motivo per la quale tutta quella rabbia si scagliava contro di loro. Continuavo ad urlare il nome di Marius, ad urlare, anche in russo, la sua lingua madre, che lo cercavo per aiutarlo, ma dopo qualche ora, esausti, io e Alexis ci allontanammo dalla zona del muro, ci rifugiammo in una locanda che offriva un po’ di privacy, giusto per fare un po’ il punto della situazione.
Appena ordinata una bevanda, fummo avvicinati da un tizio che in russo ci chiese cosa potevamo fare per aiutare Marius, dopo aver chiesto referenze piuttosto veloci e superficiali, raccontammo a Dragos, questo il nome del tizio, che eravamo lì in missione per conto dell’Impero e che eravamo dei semplici burocrati con un’offerta di lavoro per il suo amico.
Fu facile farsi credere soprattutto se, ad aiutarti, hai una Voolena come Alexis al tuo fianco.

Quando trovammo Marius era strafatto, dormiva in una stanza fatiscente con evidenti buchi di proiettile sulla parete che dava sulla strada, facevano una sorta di effetto aria condizionata quando il vento gli soffiava attraverso, una piccola iniezione ed il nostro eroe si sarebbe subito rialzato in piedi, ma Alexis si bloccò poco prima di operare, il nostro uomo era in fase rem ed il sonno era molto agitato.
Alexis mi chiese di accovacciarmi di fianco a lui e di provare a contattarlo, chiese, anche se poteva sembrare un ordine  …Stand by.. Sogno

“Pronto Capitano? Capitano? Mi sente? Mi dia ancora corda? Non riesco ad arrivare al quadro da riparare, mi mancano ancora un paio di passi, Pronto Capitano?…No per favore, no, cosa sei? Non Può essere? Pronto Capitano? Lo vede anche lei? Mi faccia rientrare presto, non mi lasci qui fuori, la prego faccia presto! Capitanooooo” …Play…record…

Mi risvegliai dopo 1 ora anche se mi parevano 5 minuti, raccontai la scena che avevo vissuto attraverso gli occhi di Marius, uno strano oggetto si era avvicinato alla stazione orbitante, mentre stava facendo della manutenzione di routine. Al risveglio Marius confermò, ciò che avevo visto, raccontò che questo sogno non gli dava tregua da quel giorno, lassù sulla stazione, il problema fu che provò a raccontarlo al Capitano e poi ad altri suoi superiori, ma non ottenne che porte chiuse. Il Capitano e gli altri due membri dell’equipaggio non videro nulla e non sentirono neanche la conversazione di Marius che chiedeva aiuto invano, diedero la colpa ad un malfunzionamento del sistema di ossigenazione, possibile causa di effetti allucinogeni all’astronauta, ma col senno di poi, sappiamo che probabilmente aveva visto ciò che con certezza affermava.
Tutto ciò gli causò un esaurimento nervoso, un periodo di detenzione in un ospedale psichiatrico che si concluse con uno shock non indifferente quando, il giorno dell’invasione, scoprì che aveva sempre avuto ragione, e cosi i suoi detrattori, questa altalena di emozioni fu causa di quel tic che riusciva a calmare solamente fumando dell’ottimo libanese nero del cui profumo ne era pregna l’abitazione del russo, bei tempi, pensai.

Dopo avergli spiegato che doveva seguirci prima a Creta e poi ad Avignone, un po’ scettico ci segui sulla base imperiale che ci sovrastava.
Alexis si occupò delle procedure per l’arruolamento e non tardò a fagli iniettare dei naniti 3.11 freschi di frigorifero.

Marius è nella sua stanza, divisa nuova e gradi nuovi, pulisce la sua nuova arma d’ordinanza, la punta al suo petto, e spara.
Io e Alexis accorriamo, troppo tardi. Sullo specchio una scritta in cirillico “non voglio tornare sulle stelle”, io e Alexis ci guardiamo negli occhi, tutti e due avevamo sottovalutato il malessere che affliggeva quel ragazzo.Mentre i robot che ripuliranno la stanza dalla membra di Marius stanno arrivando, Alexis mi comunica che era al corrente della missione che io e Marius avremmo dovuto svolgere per conto dell’Impero, la cosa mi fa incazzare non poco.

Preferisco tornare a casa per qualche giorno, da solo, prima di andare ad Avignone.

New Zealand story.

Category : Ilario

Domani è il grande giorno. Ho fatto la valigia, ho telefonato a casa per salutare i miei e mia sorella, mi sono addirittura ricordato di prendere lo spazzolino da denti. OK, va bene, lo ammetto: me l’ha ricordato mia madre. Vi odio quando fate i pistini.
Mi sto godendo gli ultimi momenti a letto, quando sei in quel dormi-veglia caldo e accogliente che sembra quasi sussurrarti all’anima “resta ancora un po’ qui con me”. Una sensazione di pace assoluta. Pace interrotta, sempre troppo presto, dalla sveglia.
Allungo una mano, la spengo. Cerco a tentoni l’interruttore dell’abat-jour, ma butto per terra la sveglia. La stronza si vendica immediatamente, ricominciando a suonare.
“Iniziamo bene”, penso.
Continuo a cercare il maledetto interruttore, prima che arrivi il custode del palazzo e, gentilmente, mi metta la sveglia per cappello. Lo trovo.

Click!

Fastidio. Puro e semplice fastidio. Un tripudio di fastidio, con luce accecante davanti e un suono trapana-cervelli ovunque. “Manca solo più che scendendo dal letto pesti una merda e ho fatto filotto.”
Devo essere ancora bello rincoglionito, m’è sembrato di sentire una risata. Una di quelle risatine a denti stretti, che somigliano quasi al sibilo di un serpente. Odio chi ride così.
Mi stiracchio, butto giù i piedi dal letto e urto la sveglia, che finisce dritta contro l’armadio. Il suono fastidioso cessa all’improvviso, subito dopo un preoccupante crack.
“Guarda il lato positivo, se non altro ha smesso di rompere le balle.”
Il cuore si ferma. Chi diavolo ha parlato?
Mi volto di scatto verso la cucina, scorgo una figura umanoide nella penombra che sembra sostare sulla porta, proprio accanto al frigorifero.

Panico!

Scatto verso la porta d’ingresso, ma l’infallibile piano della fuga veloce non va come previsto: urto qualcosa all’altezza dello sterno, mi ritrovo a volare all’indietro, atterro sulla schiena, esplosione di dolore, cascata di scintille.

Pausa. Cinque minuti di pausa. Potete fumare.

Dissolvenza in nero.

Kamo lounge saloon.

Category : Francesca

Vi scrivo dalla nave commerciale di Itan, Kamo 124. Dal ponte 7 nord. Dalla cabina riservata al personale con codice GB0011. Dal mio portatile di sempre, considerato un effetto personale. Vi scrivo che è la fine del primo giorno a bordo.

I naniti funzionano alla grande, leggo lingue di cui i caratteri mi sembrano scarabocchi di un medico, parlo con esseri che variano dall’umanoide al peluche, rettiliformi e tendenzialmente strani.
Il mio umore è stabile: stato di shock. Ma tutto bene.

Questo primo giorno di 20 ore è stato memorabile. Ci hanno caricati, me ad altre tre ragazze terrestri su una specie di bus-astronave, come quella di Futurama. E’ stato incredibile volare fin quassù, guardando la terra sempre più piccola, come una pallina di zucchero blu, vedere tutto quello spazio buio, tutto quel buio. Incredibile. Penso che non mi leverò mai dagli occhi la prima immagine della Terra nella sua totalità. Non basta una vita per conoscerla tutta, ma basta mezz’ora per vederla tutta. Altro che cinema 3D.
Poi siamo atterrati dentro la nave. Probabilmente avrei vomitato anche la grigliata di pasquetta dell’anno scorso se non avessi avuto i naniti nel sangue. Incredibile. Già detto lo so, lo so che voi siete abituati a queste cose. Ma cazzo! Come fate ad abituarvi all’infinito ed oltre?

Poi ci hanno portato a vedere le cambuse, il magazzino, i punti ristoro e i bar. Tutto perfettamente coincide con le spiegazioni che ci hanno dato a terra. Millimetricamente. Gli Itan sono davvero precisi. Anche il colore delle piastrelle e delle maniglie delle porte, tutto, la simulazione virtuale che ci hanno fatto fare è stata a dir poco esaustiva. Mi hanno assegnata al cocktail bar, così come detto al colloquio e poi al corso, visto che ho dovuto studiare qualcosa come 1500 cocktail, bevande dei diversi pianeti, usi e costumi.
Credo pochi ombrellini sui cocktail e più briska, che sono delle specie di cannucce che si mangiano a base di alghe del pianeta Merko17, pare che siano la prelibatezza a cui nessuna razza possa fare a meno. Vedremo.
Avrò modo, mi sa, di raccontarvi meglio ricette e usanze di quando la “gente” è in fase relax.

Il bar è bello, lo deve ammettere… per spiegarvi lo stile, è un bar hi-tech mischiato allo stile messicano, con una enorme vetrata che lascia vedere lo spazio, le stelle, tutto quello che c’è la fuori. Mette un po’ soggezione… sembra che ti risucchi.

Comincerò dopodomani. Turno serale. Le altre ragazze si trovano in altri ponti della nave, due ad un ristorante e l’altra al bar privé. Credo che partirò un po’ prima dell’inizio del turno, perché ho paura di perdermi, questo posto è grande, labirintico e io non ho senso dell’orientamento.

A dirla tutta non sono ancora in grado di capire come l’ho presa davvero questa partenza. Se chiudo gli occhi sento ancora il profumo delle torte di Missis Winny. Se li riapro vedo una stanza di venti metri quadri con vista spaziale. E vedo anche la mia divisa. E’ di color nero e porpora.

Ah… già il bar si chiama “Kamo lounge saloon”.
Almeno questo è come i naniti hanno tradotto lo scarabocchio che c’è al posto dell’insegna.

Prima di farmi la doccia, ho letto che le cose non sono molto migliorate per voi. E di conseguenza per me. Non capisco perché l’amico figo di Pekka si sia rivolto a noi. Non capisco quale possa essere questo fantomatico nemico, così forte e tremendo da essere un pericolo per l’Impero. E nel caso ci fosse, io starei dalla sua, di certo non per Itan. Bah. Comunque non mi piace tutto quello che sta succedendo. Terrò le orecchie tese anch’io.

Doccia. Stay safe!

Spauracchi e preoccupazioni.

Category : Pekka

Quando tornai verso la nave notai che in orbita eravamo stati raggiunti da una nave di settimo livello con la sua flotta di appoggio, tutte indaffarate a generare traffico da e per la luna sottostante. Sul Bantha ero da solo, Iain e gli altri erano rimasti sulla superficie ad organizzare insieme a Bob il repulisti del management e delle forze armate dispiegate. Pilotai il Bantha nell’hangar, ancora un po’ confuso dagli ultimi giorni, ancora la vista di quella gente sventrata e squartata davanti agli occhi. Rientrato sulla nave volevo solo andare a buttarmi in branda e riprendermi dal trauma, ma, con l’aumento di traffico nell’area, il capitano decise che sarei stato più utile in Comunicazione e Controllo piuttosto che a piagnucolare al buio.
Giusto quando stavo per finire il mio turno Bob rientrò sulla nave. Lo vidi andare dal capitano e dirgli di lasciare l’orbita e dirigersi verso il punto di salto e che poi gli avrebbe fatto sapere la destinazione. Poi mi fece il cenno di seguirlo.

Attraversammo la nave per il lungo finché arrivammo ad una grossa porta stagna, poco prima la sala motori. Era un locale in cui non ero mai stato perché me ne era vietato l’accesso. In quanto pilota, sapevo tutto dell’area, massa, volume, spostamento dal baricentro, tutto tranne il contenuto. Quando avevo chiesto mi era stato solo detto che era un magazzino e di farmi i cazzi miei. Avevo visto saggezza in quelle parole e avevo abbozzato.

Questa volta, il sensore sulla porta riconobbe Bob e si aprì su una lunga sala illuminata di rosso fiancheggiata da cilindri trasparenti alti 5 metri. Ce n’erano otto, quattro per lato, più uno in fondo, centrale. Spinto dalla curiosità mi avvicinai al primo, Bob non mi fermò seguendomi a qualche passo di distanza.
Dentro il cilindro c’era un’armatura, come quella che aveva indossato Iain uscendo dal bar e quelle che erano comparse intorno a Bob e gli altri prima del massacro. Adesso che riuscivo a vederne uno fermo e da vicino, riuscivo a capirne di più il funzionamento. Alto quattro metri e qualcosa, era un’armatura completa, un esoscheletro che inglobava completamente il pilota. Riconoscevo certi materiali simili a quelli usati per le armature normali, ma più spesso vedevo lo scintillio del LINX. La testa era solo un ammasso di sensori e antenne, non grande abbastanza per la testa di una persona, ed era ragionevole visto che la gente di solito non è alta quattro metri. Intuii che la testa del pilota doveva trovarsi da qualche parte all’altezza dello sterno. Abbassai lo sguardo alle gambe e a quelle ginocchia da satiro e notai che avevano la dimensione giusta per accomodarvi i piedi. Sugli avambracci erano montate armi grosse, su quello destro riconobbi un Devastator, un’arma di solito usata a spalla, e sul sinistro un anti-tank a cavitazione, lo stesso usato dai cecchini, normalmente appoggiato su un cavalletto. Il rinculo deve essere una cosa che succede ad altra gente. Il tutto era nero satinato, a parte dove qualche giuntura lasciava intravedere il LINX. Dentro il cilindro l’armatura era sospesa in un liquido azzurrastro. Mi girai verso Bob:
“Cosa…?”
“Sono armature da Sterminatore. I corpi speciali dell’Impero.”
“Che nome rassicurante.” dissi io rabbrividendo.
“Vengono usate più che altro per le missioni più importanti o disperate, ma anche come spauracchio per gli alti ufficiali a cui possano venire delle idee un po’ troppo individualistiche.” disse Bob, in tono grave
“Come il tizio giù sulla luna. Comesichiama…”
“Sheiz. Sì, cioè no. Di solito lo spauracchio è tale. La gente sa della sua esistenza e temendone le conseguenze evita la retribuzione. Sheiz pensava di essere più furbo dell’esperienza di ingegneri del A.E.R.. Pensava che bloccando le trasmissioni radio avrebbe evitato che potessimo chiamarle. Idiota. Come se per una cosa del genere si usasse qualcosa di così profano come onde radio.”
“Cosa allora?”
“Nell’imbracatura che gli Sterminatori indossano c’è un trasmettitore con una matrice quantisticamente interlacciata con il ricevitore sull’armatura. Sono accoppiati in maniera che ogni cambiamento in uno generi un cambiamento istantaneo nell’altro. Una tecnologia molto sicura per le comunicazioni, ma purtroppo anche molto costosa. Quando viene chiamata l’armatura, deve essere comunicata al sistema di teletrasporto, non solo la posizione geografica del pilota, ma anche la posizione del suo corpo e se è in movimento, per evitare che qualcuno perda un arto, o anche la testa al suo arrivo.”
“Quindi il teletrasporto esiste?” chiesi io esterrefatto.
“Sì, ma ha talmente tante limitazioni e un costo talmente alto in energia che il suo uso è molto circoscritto. Il problema più che altro ha a che fare con la posizione degli oggetti nell’universo e relativamente agli altri oggetti che li circondano. Tutto è in movimento, tutto è caos. È un attimo che provi a trasportare qualcosa da una parte all’altra e te la ritrovi dieci metri più in là, dentro un nucleo o anche solo un masso. Il teletrasporto di queste armature funziona solo grazie al link continuo tra imbragatura e l’armatura. E lo stesso, ti assicuro, ci sono stati incidenti. E non è un bello spettacolo.”
“Perché il loro uso non è più esteso? Perché coì pochi?”
“Le motivazioni sono varie. Una è ovviamente il costo. Poi abbiamo una questione di controllo. Se tutti vanno in giro con una armatura del genere, cosa useresti per opporti a insubordinazioni o ribellioni aperte? Ma è anche una questione di personale. Ci vuole una persona dalla mente particolare per pilotare una di queste armature.”
“Un pazzo sanguinario?”
“Ha! No, in effetti il contrario.” rispose Bob con un sorrisetto “L’uso di uno di questi cosi implica l’utilizzo di tanti di quegli stimolanti per i riflessi e consapevolezza, che una mente normale e senza la preparazione giusta fonderebbe in maniera estremamente spettacolare. E una persona senza controllo in una di queste macchine di morte e distruzione è un evento decisamente catastrofico. Noterai che gli Sterminatori sono tra le persone più stabili e dall’autocontrollo più ferreo che potrai mai incontrare. Allenano corpo e mente in continuazione per evitare di cedere una volta indossata l’armatura. Io stesso non sono certificato se non per azioni dimostrative come quella di oggi, e lo stesso porta uno stress mentale e al mio sistema nervoso non indifferente.”
“Ho notato…”
“No, non fraintendere. Quello che è successo giù era in completo controllo. È stato fatto quello che doveva essere fatto.”
“Lo spauracchio.” dissi io.
“Esatto. Nell’arco di una settimana da adesso, ogni comando avrà ricevuto, in maniera clandestina, filmati di cosa è successo laggiù. C’è un momento per giocare agli intrighi di palazzo e cercare un ricavo personale dal servizio per l’Impero, ma non è questo. Voglio essere molto chiaro, farei quello che ho fatto oggi, ogni giorno per il resto della mia vita se servisse a mantenere l’Impero in ordine. So benissimo che ha i suoi limiti, come tutti i regimi, totalitari e non, ma è decisamente meglio dell’alternativa. Siamo in guerra, Pekka, e non possiamo permetterci passi falsi.”
“L’Impero è in guerra da secoli, perché adesso tanto accanimento?” chiesi io.
“L’impero è in guerra da anni con forze conosciute, o relativamente conosciute. Ma sta spuntando qualcosa di nuovo e la cosa ci preoccupa.” Bob era visibilmente scosso, probabilmente una somma tra lo stress di cui aveva parlato prima e la cosa di cui stava parlando ora
“Cosa?”
“È questo il problema, non lo sappiamo. Ci sono stati avvistamenti. Eventi anomali. Stazioni isolate rimaste fuori dalla rete, e quando si è investigato si è trovato tutto disassemblato in maniera clinica. Nuclei smontati fino all’ultimo pezzo, una cosa che mi dicono essere impossibile senza farli esplodere. Poi i nostri sensitivi parlano di interferenze nei piani mentali. Figure che si aggirano nelle loro menti assaggiando i loro pensieri.” Bob si scosse e tornò al presente “Temiamo che un nuovo giocatore si sia unito alla partita. Temiamo non sia qualcosa con cui ci possiamo misurare.”
“Perché mi hai coinvolto in quello che è successo a Sheiz?” ero un po’ spaventato da questo nuovo lato di Bob, questo senso di debolezza e di paura che essudava
“Perché era importante per me che tu vedessi, che tu capissi.” mi fissò gli occhi ai miei “Che tu vedessi cosa siamo disposti a fare per proteggere l’Impero e che capissi che l’alternativa all’Impero è peggio.”
“Perché io? Perché era importante che io capissi.” chiesi, ricambiando lo sguardo.
“Perché so che quando parlo con te, abbiamo un pubblico, non sto parlando solo con te. Sono a conoscenza che scrivi. Non ho idea come funzioni il tutto, ma so che corrispondi con altra gente. Non so di cosa parliate o se complottiate, ma volevo che vi giungesse il mio messaggio.”
Ero esterrefatto. Non sapevo come ribattere. Rimasi ammutolito.
“Non fare così, Pekka. Sappi che non ci saranno conseguenze per te. Continua le tue scritture con la mia benedizione, l’importante è che tu includa questa nostra interazione. Sta arrivando qualcosa di grosso, e avremo bisogno di tutte le persone disponibili.” mi rilassai un poco. Bob continuò “Molto bene, ora andiamocene da qui, abbiamo una missione di Ricerca e Soccorso!”
“Huh?” bofonchiai seguendolo attraverso la porta stagna
“Un tuo connazionale pare si trovi nei guai, e la fonte dei suoi guai ci interessa parecchio.” Bob era tornato alla sua solita indole e si stava allontanando a lunghi passi verso il ponte di comando.
“Chi?” gli gridai dietro
“Un certo Daniele-qualcosa. Gli salvasti già il culo una volta portandolo in salvo con il Bantha.” rispose senza girarsi e sparendo dietro un angolo.
Capito, Daniele? Pare che stiamo venendo a salvarti.

Hide and seek.

Category : Daniele

Lo stanzino in cui ci eravamo rifugiati era grande due metri per due. Ci eravamo seduti a terra, la schiena appoggiata alla parete, uno di fronte all’altra. Respiravo lentamente, anche se sentivo i miei polmoni richiedere molta più aria, cercavo di calmarmi, di scacciare il terrore. Piano piano, sentivo in me l’attività dei naniti diminuire, cominciavo ad avere un lieve formicolio agli arti e il rimasuglio di un’ebrezza che lentamente scemava, lasciandomi un piccolo intontimento, una leggera sbornia del tutto simile all’alcool.

I miei occhi cominciarono ad abituarsi al buio, riuscivo a distinguere sempre meglio la sagoma di Roolat, seduta di fronte a me. La visione sembrava quella di un film in bianco e nero. Né io, né la mia compagna di squadra, attivammo il visore notturno. Non sapevamo con cosa avevamo a che fare, se ci potesse rilevare o meno, ma era meglio non rischiare. In mancanza di pensieri razionali e coerenti, mi soffermai ad osservare il Caporale. Ad un occhio disattento, non sembrava diversa dal solito, ma guardandola bene, notai le sue orecchie dritte, sondare in continuazione in cerca di rumori sospetti: era il suo modo per mostrare paura.
In quanto a me, se la sua razza aveva le stesse caratteristiche dei gatti sulla Terra, forse riusciva a vedermi nel buio molto meglio di quanto avessi potuto vedere io, notando il terrore scolpito sul mio volto. Probabilmente anche senza particolari doti avrebbe visto i miei occhi, sgranati dalla paura, spiccare nel buio come nei più classici cartoni animati.
Decisi di stemperare la tensione facendo un po’ di conversazione e riportare i nostri battiti a ritmi normali.

Attaccai secco, senza preamboli: “C’è una domanda che mi tarla da quando ti ho conosciuta: perché ti leghi la coda alla gamba destra? Ci ho fatto caso, anche quando la liberi, poi la riallacci sempre alla stessa gamba… perché?”

Per un attimo la vidi stranita per la mia domanda sbucata dal nulla, poi accennando un sorriso, dimostrando di aver compreso le mie intenzioni, mi rispose con calma: “Riguarda le usanze del mio popolo. Non proprio quelle originarie, anche in questo, l’Impero ha avuto una grande influenza su di noi. Tanto tempo fa, quando il mio popolo era libero…”, per un centesimo di secondo, distolsi il pensiero dalla discussione e rimasi stupito per la scelta di quel termine: “libero”, mi fece capire che bene o male, eravamo tutti sulla stessa barca, chi prima e chi dopo era stato invaso ed inglobato da Itan. Ma fu solo un attimo, poi ripresi ad ascoltare il racconto di Roolat “…c’era una tradizione rispettata da millenni. Tutti gli abitanti erano obbligati a legarsi la coda alla gamba destra, fino a quando non avessero raggiunto la maturità, fino al giorno in cui fossero degni di essere chiamati guerrieri. Da quel momento in poi, chi avesse ricevuto quell’onore, poteva lasciare la coda libera da ogni vincolo.”

Stetti un minuto in silenzio, poi chiesi: “Ma non potevate mai scioglierla?”

“No, in caso di necessità, ci si poteva liberare dei lacci, ma solo per il tempo strettamente necessario ad affrontare il pericolo”.

La mia curiosità aumentava e per fortuna, la taciturna Roolat, non sembrava dispiacersene: “E come si diventa guerrieri? Quale prova si deve superare?”

Accennò di nuovo un sorriso, poi continuò: “Non c’è nessuna prova da superare. Semplicemente raggiungi la maturità quando salvi la tua prima vita. Solo chi conosce il valore di una vita, può sapere quale dolore sia toglierla. Solo con questa consapevolezza si diventa un guerriero completo.”

“Cos’ha cambiato l’Impero?”

“Dopo l’invasione e l’assimilazione nell’esercito imperiale, Itan si trovò di fronte ad un bel dilemma. Erano ossessionati dal rendere tutto uniforme secondo i loro standard, ma non potevano tagliare la nostra coda come avevano fatto con la razza di Kolcat, a noi era indispensabile per la nostra incredibile velocità ed agilità. Così ci fu imposto di tenerla sempre legata, a meno che non fossimo in combattimento. Da quel momento cambiò anche la nostra tradizione. Ai giorni nostri, quando diventi un guerriero, smetti di legare la coda alla gamba destra, per legarla a quella sinistra, in modo che tutti possano riconoscere il tuo nuovo status di guerriero.”

“Quindi tu non sei ancora diventata un guerriero?” Mi sentii un po’ in imbarazzo, fu infantile da parte mia rigirare il coltello nella piaga.

“Hai ragione, non mi sono ancora meritata questo onore. Grazie all’Impero, ho tolto molte vite, ma sono ancora a metà del il mio percorso. Un giorno, forse, se ne sarò degna.”

Parlavamo sotto voce, sembravamo due bambini in tenda, con la torcia in mano e delle storie da raccontare, attenti a non farci scoprire dagli adulti. Però eravamo riusciti a rilassarci, a tirare i remi in barca. Rimanemmo in silenzio per un po’.

Ripensai alla nostra situazione: eravamo chiusi in uno sgabuzzino, la radio taceva ancora e non c’era alcuna notizia della nostra nave. Guardai Roolat, ma fu lei a parlare per prima: “Non possiamo restare qui in eterno.”
Con rammarico risposi: “Lo so, dobbiamo muoverci, dobbiamo riunirci agli altri.”

Ci alzammo in piedi, sentivamo addosso tutta la stanchezza degli avvenimenti vissuti fino a quel momento.
Ci avvicinammo con le orecchie tese alla porta, era il momento giusto per uscire?
Avevamo paura che quella cosa terrificante ci stesse aspettando pazientemente fuori, in attesa di un nostro passo falso.
Mi tornò alla mente la mia infanzia, ripensai al nascondino ed ai momenti di tensione in cui ero pronto a scattare per correre il più velocemente possibile, ed andare a toccare la parete urlando “LIBERO!” prima che ti scoprisse il tuo avversario.
Solo che in questo caso avrei urlato “VIVO!”

Un respiro profondo. Tre, due, uno…

 

A caccia di cosmonauti.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::

Gerusalemme, 27 novembre 2013

In giro per le strade si vedono solo bambini, piuttosto pallidi, inusuale direi, mi ricordavo facce molto più scure da queste parti, corrono tutti sul promontorio in cima ai monti del Cattivo Consiglio e lanciano pietre verso la base poi ritornano, veloci, verso il sottobase nascondendosi negli anfratti che fan tornare in mente le vecchie catacombe cristiane, gli adulti si annidano in queste vie buie e battute in continuazione dalle spie umane e non degli Itan, danno vita ai focolai ribelli più caparbi, abitudini che alla fine non cambiano mai.

Travestito da uomo invisibile bazzico alla ricerca di un tizio, un russo di circa 29 anni, si chiama Marius, di lui so che faceva parte del programma spaziale sovietico che si è rifiutato di aderire alla causa dell’Impero ma che allo stesso tempo non perora neanche quella ribelle, devo convincerlo a seguirmi ad Avignone dove ci sarà assegnato un incarico da svolgere insieme, ma ogni volta che mi par essere al punto di trovarlo ecco che il suo pensiero mi sfugge, probabile sia anche lui una sorta di sensitivo, inizio a sospettare, stamattina ad esempio mi era parso di sentire la sua presenza mentre mi avvicinavo al muro del pianto. Un lunga fila di ebrei, incalliti oserei dire,  pregava un messia ancor più grande di quello che li sovrastava, tra di loro ne avevo individuati almeno tre, poco convinti del loro pregare, ed in particolare uno di loro aveva una gran voglia di stelle, mentre cercavo di capire se fosse voglia di volare o fosse voglia di morire, un Bantha in pompa magna inizia a sparare colpi di avvertimento nella loro direzione, costringendo tutti me compreso a rintanarsi nel luogo chiuso più vicino, la scena che mi si presentava davanti agli occhi era degna di un bianco e nero con Wagner di sottofondo. Mi ritrovai così in una sinagoga semiabbandonata, l’antica sinagoga del Giubileo  “Jubilee Synagogue”, come c’era scritto su depliant turistico, non c’era traccia di rabino, così provai a sventolare una moneta da 5 dollari che come diceva il buon vecchio Woody era la maniera più veloce per farlo arrivare. Non funzionò, così mi ritrovai solo e su una panca impolverata nell’attesa che gli Itan smettessero di giocare ai soldatini nei cieli di Israele …Stand by …sogno…

“Voglio aiutarti, non sei stufo di scappare? sento che sesHai visto qualcosa? Cosa sai? Vivevi su una stazione spaziale, questo l’ho capito, dai colpa al tuo ex comandante che non ha creduto alla nave aliena che avevi segnalato due anni prima dell’invasione, questo pensiero ti affligge, ti crea sconforto e rabbia, posso aiutarti, non andare via di nuovo…” …play…record

Girovago ancora qui, intorno alla sinagoga, nella speranza che riesca a ristabilire un contatto o a trovare un indizio, un Bantha atterra sul promontorio e fa scendere una trentina di ragazzini dalle facce imbronciate, sembrano aver preso una bella lavata di capo, mesti rientrano alle loro abitazioni …Stand by …sogno…

“Basta io mi arruolo, questa non è vita, voglio avere un armatura, voglio un vero fucile d’assalto, voglio poter guidare una di quelle balene volanti…”

“Maledetti bastardi, mi hanno bruciato un piede con quel loro bastone sputa fuoco o che dio sappia cosa sia mai, spero che Allah vi punisca e che il dio degli Ebrei scenda a compromessi con lui per farvi un culo così”

“Mamma, sigh, mamma, sigh…dove sei mamma?” …play…record

I pensieri dei ragazzini mi confondono, non riesco a concentrarmi sul mio obiettivo e la notte si avvicina, lo sento dalla temperatura che scende, l’escursione termica fa calare a picco il termometro, così si passa dal caldo al gelo in pochi minuti qui sotto, così infilo un giubbino, un vecchio cappello dei Lakers e mi dirigo verso la macchina, devo rientrare a Creta, domani arriva Alexis mi aiuterà e faremo anche un salto a Petra, gli Itan hanno interesse a salvaguardare anche quel sito archeologico e dai tempi di Indiana che sogno di andarci…

Darknet mood ::off::

Luna di fiele.

Category : Ilario

“Bene, ora che ci siamo tutti, iniziamo. Così potrete andare sul web a chattare.”
Se questa stessa identica frase l’avesse detta Lark sarebbe immediatamente suonata come un rimprovero, ma detta da Amos ha il tono dello scherno. Incredibile: un Itan dotato di senso dell’umorismo. Il mal di testa è più grave del previsto: mi sta provocando le allucinazioni.
“I signori qui presenti sono Ghert e Maklan” segue un lieve cenno della testa dei due, appena Amos pronuncia i loro nomi.
“Anche loro, come me casomai non ve ne foste accorti, sono di Itan e sono i responsabili della Sezione Ricerca e Sviluppo e della Sezione Comunicazioni. Loro sono Ilario e Hurla.”
Faccio anch’io un cenno, tanto per far vedere che sono presente, Hurla si limita a sbattere gli occhi. Dev’essere il suo modo formale di salutare. Almeno, credo.
“Bene, presentazioni finite. Hurla, registri l’ora d’inizio della riunione: ore 8 e 47 minuti. Può far partire l’acquisizione dell’audio.”
Hurla, da brava scolaretta, prende il suo N-PAD e registra l’ora, poi lo posa sulla scrivania, più o meno in centro alla stanza. Le prime volte rimanevo incantato nel vedere come scrivesse in maniera autonoma tutto quella che diciamo, riuscendo perfino a distinguerci l’uno dall’altro: miracoli dell’impronta vocale.
“Gloria all’Impero”
Frase standard di apertura di tutte le riunioni. Che palle, sembra di stare a messa.
“Fatte le presentazioni, posso comunicarvi cosa ha deciso il Comando dell’Impero per voi”.
Si sente che il tono è quello delle grandi occasioni, Amos è improvvisamente diventato serio. Mi balena nella testa l’immagine del dottor Slump che diventa figo e bellissimo quando vuole darsi un tono, ma solo per tre secondi, poi torna ciccione e bruttino. Sorrido.
Mi mancano i fumetti. Soprattutto quelli scemi.
“La priorità del Comando è scoprire cosa è successo alla Gens Iulia, il Comando ritiene che sia necessario approfondire e chiarire ogni singolo aspetto: l’Impero ha l’assoluta certezza della solidità della nave, i controlli della A.E.R. sono stati fatti nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza, il Comando desidera quindi capire chi o cosa ha disattivato la nave e, soprattutto perché. Domande?”
“Come sarebbe a dire disattivata?” mi accorgo solo adesso di non aver chiesto il permesso di parola. Amen, danno fatto. “Non era semplicemente sparita?”
Amos mi guarda dritto negli occhi. Che brutta sensazione.
“Sappiamo che è stata disattivata perché abbiamo rintracciato il relitto. E’ stata ritrovata una sonda di segnalazione di una nostra squadriglia DELTA. Stiamo pianificando il download dei dati del computer centrale, ma aspettiamo il benestare della Volontà. A tal proposito, per snellire i tempi di trasferimento ed evitare di dover scaricare nuovamente i dati qui ad Ajaccio, propongo che Ilario e Hurla, i miei più validi collaboratori, vadano in Nuova Zelanda per seguire le operazioni e per analizzare i dati. Ghert e Maklan, concordate?”.
Ovviamente le due merde concordano, tanto siamo noi quelli che partono. Proposta un par di balle, chiamalo “ordine” che fai più bella figura. Tento di sorridere con riconoscenza, probabilmente sembrerò la brutta copia del Joker.
“Bene, è deciso. Appunto in calce: seguirà briefing dettagliato. Fine riunione. Gloria all’Impero”.
Il monitor del N-PAD di Hurla si spegna ed emette un “bip”, segno che ha acquisito la registrazione.
“Bene piccioncini, fate le valigie che domani andrete in luna di miele”.
Guardo la topa.
“Cercherò di trattenermi dal baciarti, Hurla”. In tutta risposta, lei mi pesta un piede.

Berserk.

Category : Pekka

Mi rendo conto che ultimamente non sono stato particolarmente protagonista del mio destino. Immagino che sia piuttosto normale quando sei un militare, ma almeno mi sarebbe piaciuto sapere il mio ruolo nella storia. Sono la comparsa che passa giusto sullo schermo per qualche secondo? Sono la macchietta umoristica, quello che nei film d’azione allevia la tensione tra le sparatorie? Non ne ho idea, so solo che sono in balia degli eventi, trascinato da una parte all’altra senza cognizione di quello che mi circonda.
Non tornammo neanche sulla nave dopo l’esplosione. Il sergente a malapena mi disse di seguirlo dopo essersi gettato sulla spalla il corpo svenuto del soldato del bar, e si diresse verso lo spazioporto dove avevamo lasciato il nostro Bantha.
“Infilati l’armatura.” disse appena aperto il portello della navetta e gettato il soldato su un sedile.
“Perché, Sergente?” sottolineai il suo grado, per ricordargli che, in fondo, ero pur sempre un suo superiore. Lui inarcò un sopracciglio e mi fissò per qualche secondo:
“Ordini di Bob, abbiamo un appuntamento.” mi girò le spalle e ricominciò a ravanare nella sua borsa per un cambio che non fosse strappato o bruciacciacchiato.
“Ah, beh, allora…” dissi, cominciando di malavoglia a svestirmi dell’uniforme sporca.
Quando ebbi finito, Iain aveva attaccato una flebo di sbobba nanitica al soldato che ancora non si era ripreso, e gli aveva ammanettato un polso al bracciolo del sedile.
“Bene, andiamo.” disse aprendo il portello. Lo seguii:
“Si può sapere cosa cazzo sta succedendo?”
“No.”
“Splendido…” suonavo come un adolescente scazzato. Tutto sarcasmo e svogliatezza.
A passo veloce ci dirigemmo verso il centro dell’abitato. Uso la parola in maniera molto lassa, una accozzaglia di prefabbricati gettati alla rinfusa, non si può sicuramente definire tale. Ma al centro svettava, nei suoi fulgidi 5 piani di altezza, il quartier generale del pianeta. Un tempo probabilmente era stato veramente fulgido e scintillante, ma ora era coperto da un sottle strato di polvere e sporcizia che toglievano sicuramente alla sua rispettabilità.

Arrivammo sul piazzale antistante il palazzo giusto in tempo per vedere atterrare un altro bantha e ne scesero Bob e un paio dei compagni di Iain, nessuno in armatura, ma al contrario del Sergente, almeno in divisa. Iain neanche rallentò l’andatura, e i nuovi arrivati si misero al passo con noi, verso l’ingresso del palazzo. Nessuno disse una parola. Ero un po’ in soggezione. Mi sentivo come se tutti avessero studiato una coreografia per mesi e mi avessero buttato li in mezzo solo per farmi fare una figura di merda.
“Ehm, Bob?” dissi;
“Sì, Tenente?” disse lui senza rallentare o girarsi verso di me;
“C’è una possibilità che qualcuno mi dica cosa sta succedendo?”
“Ne dubito.” rispose lui.
“Splendido…”
Entrammo a passo deciso attraverso l’ingresso principale. Dentro, l’edificio era messo decisamente meglio. Quasi opulento, sicuramente sfarzoso. Un paio di soldati di guardia si girarono di scatto sentendo la porta sbattere. Uno esclamò un “Hey!” prima di riconoscere le uniformi nere e zittirsi. L’altro cominciò a dire:
“Posso aiutar…” prima che Bob lo zittisse con un secco “No” e procedesse sulla sua strada. Strada che portava al largo scalone in mezzo all’atrio. Salimmo. Sentii una delle due guardie parlare sottovoce, probabilmente alla radio.
Arrivati al primo piano ci trovammo davanti ad una doppia porta affiancata dalla scrivania di una segretaria, che senza alzare gli occhi dall’N-pad che aveva in fronte disse svogliatamente:
“Avete un appuntamen…?”
“No.” la interruppe Bob spalancando le porte e entrando nell’ufficio.

Nell’ufficio gigantesco. Facile facile sarà stato largo 50 metri per 25. L’unico arredamento una scrivania poderosa vicino alle vetrate che davano sullo squallore fuori. Per il resto marmi. Ettari di marmi. Dietro la scrivania, ostentando disinteresse, un Itan.
Eravamo entrati fiancheggiando Bob, due per ogni lato, con Iain alla mia sinistra e io all’estrema destra. Bob si fermò a qualche metro dalla scrivania e disse:
“Salve.” un po’ in controtendenza con la frenesia dell’ultima ora. Non proprio l’entrata ad effetto che mi aspettavo. Notai, nel frattempo, che gli altri si erano allontanati da Bob e tra di loro, lasciandosi qualche metro di distanza. Seguii l’esempio e mi ritrovai quasi contro il muro. L’uomo dietro alla scrivania guardò Bob con finto interesse e disse:
“Di solito non ricevo senza appuntamento, ma, cosa posso fare per voi?”
Bob, estrasse un N-pad dalla tasca e mentre lo spiegava, disse con tono normale:
“Governatore Sheiz, eravamo di passaggio nel sistema e ci siamo fermati in orbita a fare rifornimenti. Ho pensato di approfittarne per dare un po’ di riposo ad alcuni membri del mio equipaggio su questa pittoresca luna. Tutto nella norma, direi, finchè il mio pilota” indicò nella mia direzione “non è stato coinvolto in una rissa tra militari in un locale poco lontano. Devo dire di essere rimasto sconvolto dalla notizia. Soldati e caporali che non portano rispatto ad ufficiali, fino a, addirittura, minacciarli fisicamente! Non credevo alle mie orecchie.”
Io ero rapito dalle parole di Bob. Cercavo di intuire, dietro al melodramma, dove stesse cercando di andare a parare, e soprattutto di capire quale fosse stato il mio ruolo. Ma più andava avanti e più intuivo che era stato più che altro la parte della scusa. L’Itan dietro la scrivania intanto mimava esagerato sdegno e perplessità, tanto da sembrare un divo del muto.
“Poi” continuò Bob “ho fatto qualche ricerca, e pare che non sia il primo caso sulla sua luna, Sheiz. Ho trovato decine di rapporti di violenze e minacce, tutti insabbiati e dimenticati. E poi ho approfondito ancora le ricerche.” Sheiz aveva smesso di fare il teatrino a questo punto, e osservava Bob con supponenza “E sappiamo bene entrambi cosa ho trovato.”
“Finalmente hai deciso di finirla col teatrino… Com’è che ti fai chiamare adesso? Bob? Che nome stupido.”
“Ehi! Gliel’ho dato io!” dissi con con aria ferita. Bob sorrise e Sheiz mi ignorò. Bob continuò:
“Adesso, le opzioni sono due: o mi dici chi ti copre da Itan e chi sono i tuoi complici, o io, personalmente, ti strappo la spina dorsale dal corpo e me lo faccio dire da qualcun’altro.” mi girai sorpreso verso Bob, non lo avevo mai sentito minacciare qualcuno. Aveva un’espressione feroce sul viso, anche quella non gliela avevo mai vista. Sheiz sorrise.
“Mi avevano avvertito che saresti venuto. Pensi di essere tanto pauroso, ma non sei nessuno. Tutti ti temono, ma è tutta facciata. Basta essere preparati e tutte le tue belle parole non sono che vuote minacce.” Sull’ultima parola premette qualcosa sull’N-pad che era spiegato sulla scrivania e immediatamente il mio visore si riempì di messaggi di errore. La rete comunicazioni era caduta. Eravamo isolati. Qualche momento dopo, dalle porte laterali, entrarono in tutto una decina di uomini armati. Anche Sheiz si armò con una pistola presa da un cassetto della scrivania e la puntò verso Bob.
“Sheiz, Sheiz, Sheiz.” ripeté Bob scuotendo la testa “Povero Sheiz. Pensi veramente che l’Imperatore mi mandi in giro con così pochi mezzi che basti una piccola interruzione della rete per tagliarmi gli artigli?” e poi comparve una sfera di energia intorno a Bob.
“Non che tu possa fare tesoro di questa esperienza, ma il sistema di richiamo di queste armature, non dipende da delle pedisseque onde radio.” Disse il grosso robot rosso sangue, poi fece un passo avanti e, dopo avergli afferrato la testa con una mano e una spalla con l’altra, gli strappò via la testa e la spina dorsale dal corpo. Ero a bocca aperta. Anche i soldati appena entrati. Poi qualcuno si fece prendere dal panico e cominciò a bersagliare Bob di colpi. Presto gli altri seguirono l’esempio. Bob, come unica risposta, ne stese uno lanciandogli addosso la testa di Sheiz come un bolide.
Fu il turno di Iain e dei suoi due compagni di infilarsi l’armatura. Ero decisamente quello meno vestito. Mi sentivo come se fossi venuto armato di una piuma ad una festa di calci nei coglioni. Il sergente e i suoi si lanciarono sui soldati e li fecero letteralmente a pezzi. Fu una carneficina. Rimasi impietrito a fissarli. Gigantesche creature di metallo a strappare arti e lembi.
Tutto finì molto in fretta, ma, a me, sembrò durare un’eternità. Mi ripresi che Bob mi stava davanti. Non era più in armatura. Mi schioccò le dita davanti agli occhi:
“Ci sei?” Mi scossi e lo misi a fuoco “Io e te dobbiamo parlare, Pekka.”
Bob mi deve parlare. Spero che non implichi un cambio di abito.

Lettera per Paolo.

Category : Francesca

“Ciao Paolo,
sono mesi e sembra una vita che non so più niente di te, di voi. E’ successo tutto troppo in fretta e ancora non ho metabolizzato il nostro addio.

Ti ho amato, ti amo.
Ho amato tutti voi. E voi me. Ho amato la voglia di vivere che avevamo, la nostra lotta, le nostre paure e le nostre fughe.

Ricordo ancora quando ti ho visto la prima volta, quando qual tuo sorriso sornione e il tuo messaggio in codice mi strapparono via dalla mia pseudovita, dal super e dalla noia.

Ricordo gli spari dei soldati giù a Matera, ricordo le risate in Corsica e delle tante notti in viaggio, ricordo tutto come se fosse un film in technicolor. Tutto fa parte di noi, tutto mi ha fatta crescere e fatto, forse, diventare grande. L’ultima ora passata insieme abbiamo fatto l’amore.

Divisi, divisi tutti per scappare dall’Impero. Via di fuga disegnate dal caso, mi dissi che saresti tornato in Russia, almeno per un po’, Elwood in Africa, Marco in Corsica e Simone non ce lo disse, quando si buttò lo zaino sulle spalle e fischiettando “o bella ciao” se ne andò, così semplicemente, come se stesse andando dal barbiere.

Paolo, Paolo… quando e se leggerai questa lettera io sarò già partita, sarò su una nave commerciale imperiale, lavorerò in uno dei bar di bordo, tra le stelle, no…. non scuotere la testa così, qui in Irlanda stavo bene, ma non ero viva. Ero in un limbo senza rimedio. So… lo so che… lo so. Lo so che con loro non avrei mai dovuto averci a che fare, ma le mie gambe mi portarono proprio lì quel giorno, in quell’ufficio arruolamento.

Qualcosa succederà. Non ho dimenticato la promessa, non ho dimenticato te, non ho dimenticato i ragazzi. Non dimentico. Tranne le chiavi non dimentico nulla.

Paolo, salutami Pier quando passi dalla Corsica… non sapevo come raggiungerti, così ho lasciato queste stupide parole a lui, salutami i ragazzi, quando torno ti porto una stella, la mettiamo sulla punta dell’albero di Natale, e sarà di nuovo casa.
0000 Francesca.”
Questo è quanto darknet people, questo è come sto.
Corso iniziato, naniti incorporati, aspetto il primo attracco dell’astronave e parto.
Se volete bere qualcosa di buono, saprete meglio di me dove trovarmi.

Adesso… mi faccio una lunga lunga passaggiata al porto. Questa mattina, mi son svegliato e ho trovato l’invasor…

Accovacciati nel buio.

Category : Daniele

Ho riflettuto molto sul significato della parola “catastrofe” e sono arrivato alla conclusione che non è quando tutto ciò che pensavi potesse andare male, alla fine, va male. Ma è quando ciò che neanche immaginavi, va a puttane. E così è stato, per quelle ore assurde passate sulla Gens Iulia.

Io e Roolat continuavamo a correre a perdi fiato, lungo quel corridoio che sembrava infinito. Naturalmente lei era molto più veloce di me e riuscivo a fatica a starle dietro. Mi sentivo addosso il respiro affannoso della paura. L’energia era tornata in tutta la nave e quegli ambienti prima oscuri e misteriosi, erano ormai illuminati a giorno. Ma l’adrenalina e quella sensazione soffocante di essere braccati, mi dava l’impressione di correre in un tunnel stretto e buio, la mia visione delle cose era limitata ad un singolo punto alla fine della nostra corsa, il luogo dove erano riposte le nostre speranze di salvezza.
All’improvviso BUM!
Una botta fortissima alla spalla destra, sembrava che qualcosa mi avesse investito ad alta velocità. Mi ritrovai catapultato a tutta forza verso la parete di metallo.
Di nuovo BUM!
Questa volta lo scontro violento fu contro la parete alla mia sinistra. Muro contro Daniele, 1 a 0.

Rimasi frastornato qualche istante, poi mi girai per leggere la targa del camion che mi aveva investito.
Adrian era spuntato insieme al nostro ingegnere, dal corridoio laterale destro.
Le uniche parole che mi uscirono, furono: ”Ma che cazz…”, scossi la testa per riprendermi. All’inizio fui contento di vedere lui e Soyo poi, quando riuscì di nuovo a mettere a fuoco, vidi Adrian, diritto in piedi, con il petto in fuori ed una gamba leggermente in avanti. La sua stupida faccia era decorata da un sorriso idiota da bulletto. In quel momento mi montò l’incazzatura, quello stronzetto da quattro soldi, se solo… aspetta, ero più alto in grado! Così finalmente potei sfogarmi: “Ma ti sei bevuto il cervello?? Ti sembrano scherzi intelligenti?” poi, sistemandomi l’elmetto, aggiunsi “Testa di cazzo”.
Lo vidi sul punto di reagire, ma fortuna per me, si ricordò anche lui la gerarchia militare. “Mi scusi Signore, è stato un incidente… stavamo correndo nel corridoio…” Ero quasi in procinto di continuare la mia sfuriata, quando fummo distolti da un avvenimento inatteso: sentimmo un urlo acutissimo provenire da un punto indistinto della nave. Ci girammo tutti, immobili e con lo orecchie tese, come i cervi quando sentono un rumore nella foresta. Quel grido agghiacciante, verso la fine, sembrava tramutarsi in un ultrasuono, ci gelò il sangue nelle vene. Per un attimo la nostra discussione da cortile ci aveva distolti da un fatto importantissimo: noi eravamo le prede e non avevamo tempo per stupidi litigi.
Dissi soltanto “Muoviamoci!” e un istante dopo, stavamo di nuovo correndo lungo il corridoio, questa volta con la sensazione tangibile che qualcosa ci stesse inseguendo.

La nostra marcia si interruppe di fronte alla porta della “SEZIONE G”. Entrammo tutti di corsa richiudendoci la porta dietro. Il fatto di essere arrivati fin lì, non ci fece tirare un sospiro di sollievo, la necessità di urgenza era palpabile. A turno passammo dall’atra parte della stanza. Il primo a piombare a terra pesantemente, fu Adrian. Poi fu il momento di Soyo ed infine Roolat, che con un’eleganza da ginnasta, attraversò senza alcuna difficoltà. Arrivato il mio turno, cominciai saltando nella zona senza gravità quando un frastuono metallico investì la porta dalla quale eravamo entrati.
Persi l’equilibrio andandomi a schiantare contro il soffitto. Feci per riprendere la posizione, quando sentii di nuovo quell’urlo terrificante, facevo fatica a ragionare, un improvviso mal di testa si era impossessato di me. Intanto con lo sguardo fissavo con ansia la porta alle mie spalle, come se da un momento all’altro mi aspettassi qualcosa di terribile varcare quella soglia.
La maniglia rotonda della porta incominciò a girare lentamente.
Panico. Cominciai ad agitarmi sbracciando inutilmente, mi sentivo un insetto intrappolato nella tela del ragno. Quello che accadde dopo, credo che non riuscirò mai a dimenticarlo.
Vidi Adrian prendere lo slancio e venire verso di me, fece appena in tempo a raddrizzarmi quando la maniglia della porta compì il suo giro scattando. Le luci della stanza iniziarono a sfarfallare spegnendosi definitivamente. Il fiume impetuoso di adrenalina attivò i miei naniti e cominciò a muoversi tutto a rallentatore. Guardai attraverso l’entrata, si intravedeva una figura scura, dalla sagoma umana, sembrava indossasse una delle nostre tute da combattimento, con il cappuccio alzato. Non si distingueva una faccia ma una sorta di campo energetico azzurrino in continuo movimento, mi riportò alla mente quello strano codice sui nostri computer. Girai lo sguardo verso i miei compagni che nel frattempo avevano già varcato l’uscita, mi rigirai verso Adrian, feci appena in tempo a vederlo imbracciare l’arma quando sentii le sue gambe premere decise sul mio petto, le distese lanciandomi con forza dall’altra parte della stanza, lontano dalla creatura. Mentre compivo il mio volo, lo vidi aprire il fuoco ed i proiettili attraversare senza effetto il bersaglio. Passai direttamente attraverso la porta d’uscita, piombando rumorosamente a terra.
Mi rialzai velocemente, volevo aiutare in qualche modo quello stronzo che aveva avuto la premura di salvarmi mettendo da parte i nostri attriti. Quando fui sulla soglia, mi ritrovai di fronte alla scena di Adrian che cercava di vuotare il caricatore contro il nemico, mentre la creatura rimaneva immobile a fissarlo, sembrava stesse valutando la situazione.  All’improvviso il campo energetico che componeva la faccia del nostro oppositore mutò, si concentrò trasformandosi in una piccola sferetta azzurra. Senza alcun preavviso scattò in diagonale verso il mio compagno di squadra, in linea retta ed ad una velocità impressionante, infischiandosene dell’assenza di gravità. Feci a malapena a vederlo, nonostante la “visione rallentata” dei miei naniti.
Intravidi in Adrian un’espressione disperata, mentre il suo volto veniva illuminato dalle continue esplosioni emesse dalla sua arma. Quando la creatura lo attraversò, ci fu una piccola esplosione, quasi non emise rumore. Un semplicissimo PUFF!, un fuoco d’artificio azzurrino in cima alla stanza e di tutto il rumore, la paura e la disperazione, rimase solamente il silenzio ed un’armatura vuota con in braccio un fucile muto.

Un tuffo al cuore e mancanza d’aria. Lo sgomento per quella visione, mi aveva tirato un pugno dritto allo stomaco, strizzandomi il cuore. La testa sembrava esplodermi per il dolore, ma non era ancora finita.
La creatura voltò la testa nella mia direzione, rividi il formicolio del campo energetico. Scattai e mi richiusi la porta dietro, un secondo prima di sentire lo schianto di qualcosa che vi urtava violentemente contro.
Poggiai la schiena contro la parete metallica, per riprendere fiato, quando vidi con la coda dell’occhio la maniglia iniziare la sua rotazione.
Presi velocemente il PASTU di Choral, mi cadde a terra, stavo tremando dalla paura, riuscii a riprenderlo appena in tempo per posizionarlo sulla porta e digitare il codice del mio ex caposquadra, per bloccarla. Una volta terminata la corsa della maniglia, non si udì alcuno scatto, in compenso ci fu di nuovo quell’urlo. Lo presi come un segnale per scappare con tutto il fiato che mi rimaneva in corpo.
Appoggiai le mani sulla schiena di Roolat e Soyo, spingendoli a correre lontano da quell’orrore.
Roolat si lanciò nella corsa precedendomi, mentre Soyo iniziò ad urlare, e preso dal panico si lanciò come un pazzo, imboccando la prima diramazione a destra e perdendosi nei meandri della nave. A nulla servirono i miei richiami, era andato.

Man mano che ci allontanavamo dalla “SEZIONE G”, il mal di testa sembrava attenuarsi e dopo qualche minuto, ci ritrovammo alla camera di equilibrio dalla quale eravamo entrati in quella trappola. Il portellone era inaspettatamente chiuso, ci accostammo ai controlli attivandoli.
Rimanemmo senza parole, quando sul display comparve la dicitura “Decompressione in corso… Attendere”. Ci sporgemmo  per vedere attraverso l’oblò rettangolare. Niente, la nostra nave non era più dove l’avevamo lasciata.
Merda, merda merda. Che fare?
Bastò un’occhiata d’intesa e ricominciammo subito a correre per il corridoio. Dopo circa una cinquantina di metri, trovammo  un locale di servizio, era buio, ma ci infilammo dentro come fosse la nostra tana, mancava solo l’urlo “CASA!”, nella migliore delle tradizioni dei giochi per bambini.

Ci sedemmo per terra e lì, accovacciati nel buio, tirammo un sospiro di sollievo. Nel buio, avevamo la presunzione di ricominciare a respirare. Ma per quanto?

Paura dell’ignoto.

Category : Applesid

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Creta, 15 novembre 2013

Ancora mezz’ora a quel convegno e schiattavo, mi ero rotto il cazzo già dopo mezz’ora, sentire parlare di alieni che giocano a fare le guerre da tempo immemore, continuo a pensare non sia uno dei miei argomenti preferiti. Qualche giorno fa, appena rientrato a lavoro, mi hanno rigettato, con esemplare tempismo ed efficienza, nella mischia, sbattuto, dopo poche ore, sull’antica terra di Minosse, rimasta semidistrutta da uno tsunami da post-bombardamento-Itaniano. Sono ad un convegno che in realtà si è rivelato una sorta di corso di storia:  “Dalla nascita dell’impero ai giorni nostri”, potrebbe essere il tema su cui si concentra; con me ci sono una ventina di miei colleghi che, come me, da poco hanno avuto una zona del mondo su cui operare, da ricostruire, devo ammettere che la propaganda con alcuni di loro, ha fatto proprio un bel lavoro, alcuni sono andati oltre il collaborazionismo, a mio avviso, appaiono come adepti di un surrogato religioso, sintomo probabile che l’uomo ha bisogno comunque di un Dio da cui essere soggiogato. Rifiuto per i leader.

Il tizio che si occupa della Zona Asiatica dell’est è l’unico che ha cominciato con la pulizia dell’Himalaya, tutti gli altri con cui ho parlato, una decina di umani, si sono occupati dapprima del disinquinamento del mare. Gli alieni, nuovi leader, hanno base su diverse isole del pianeta, alcune intatte alcune semi distrutte, mi fa pensare che gli Itan abbiano un evidente attrazione verso l’acqua o il mare, di cui, per altro, non mi pare ne facciano molto uso. Un ragazzino Thailandese, sui 16 anni, dall’intelligenza e perspicacia sorprendente, ha raccontato che gli Itan hanno sterminato colonie di pesci mutanti prima che gli umani potessero intervenire e che ad oggi, nel giro di un anno, la fauna che era presente oltre le barriere coralline intorno a Pipi Island è tornata la stessa che era presente prima della contaminazione aliena, afferma che alcune specie a rischio estinzione a causa delle nostre porcate autodistruttive, sono riapparse vigorose in quantità, mi sono fatto un pensiero sulle motivazioni che li spingono a fare questo tipo di scelte e non riesco a togliermelo dalla testa. Sento Alexis, è lontana, ma riesco comunque a comunicare con lei, in fondo non è molto diverso dall’avere un cellulare, soprattutto quando le parole sono sempre le stesse: “Com’è? Tutto a posto? Tutto a posto”, mi manca anche se non ci ho ancora capito nulla. Le onde mi attirano fuori da questa stanza, il panorama è incantevole si passa dai colori della terra arsa al blu del mare mentre il cielo viene dipinto di viola dal sole che tramonta e dalle scie delle innumerevoli astronavi che partono da quella che è sicuramente la più grossa base che abbia mai visto e che passano in continuazione sopra la mia testa. La base è a Gerusalemme, ci sono stato ieri, per meglio dire, la base fluttua sulle antiche Mura e sui massi erratici e si estende fino a  Gaza, riducendo tutto l’habitat sottostante ad un’oscurità perenne, focolai di ribellione pullulano nel sottobase e a volte mi è parso che qualche alta sfera  perdesse le staffe poiché sti piccoli umani rompicoglioni e barbari avevano avuto la meglio da qualche parte, lì sotto, abitudini… Stand by… sogno…

“Dimmi da quanto tempo ci conoscete? Da quanto ci studiate? Perché avete risposte a domande che noi ci poniamo da sempre? Credete che non abbia capito cosa temete? In questo, mia cara, siete come noi, vi fa paura ciò che non conoscete, quasi banale, non sapete se potete gestire nuove specie animali, non immaginate come possano evolversi, magari a vostro sfavore e voi che fate? li sterminate, dei poveri pesciolini, suvvia! Dimmi che non è così…Vorrei vedere meglio i tuoi pensieri che celi nel lato oscuro della tua mente, quando mi mostrerai i tuoi segreti, quando ti fiderai di me? Non senti cosa provo per te? Cosa cercavate nella mia testa? Fatti aiutare, mi manchi… Play..record…

Mi sono risvegliato da poco, sono ancora connesso a Darknet, sono passate tre ore e quattro minuti, tra meno di due ore torno insieme al collega Asiatico e a quello Russo a Gerusalemme, andiamo a fare un giro nel sotto base per conto della Volontà… Fino a qui tutto bene

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Pulse.

Category : Ilario

Odio essere in ritardo, è una delle poche cose che mi rovina la giornata.

Le tempie mi pulsano, che fastidio.

Ho guidato per le strade di Ajaccio in maniera molto naïf, se non altro ho recuperato parecchi minuti sul mio ritardo controbilanciati da parecchie multe per aver infranto almeno una dozzina di articoli del codice della strada. Arrivo nel parcheggio del Bureau, mollo l’auto alla meno peggio e volo verso l’ingresso.

Le tempie continuano a pulsarmi, inizio a innervosirmi.

Saluto con un “buongiorno” a denti stretti il tizio dietro al bancone. Non ho tempo per attendere il saluto di risposta, mi catapulto nell’ascensore. Le porte si chiudono e inizio la risalita verso lo Stige. Passano una ventina di eterni secondi e finalmente le porte si aprono. Entro nel Bureau.

Ora il dolore è andato in trasferta dietro all’occhio destro. Mi vien voglia di toglierlo per vedere che diavolo si nasconde là dentro.

Entro nell’ufficio, Hurla è seduta al suo terminale.
Bofonchio un saluto, la topolona sorride (evento raro) e mi rassicura: “Tranquillo, il capo non è ancora arrivato”.
Ottimo, fottiti Murphy!

E’ più di un anno e mezzo che non compro una medicina, darei un braccio per un antidolorifico.

“Notte brava, eh?” mi apostrofa sorniona il roditore taglia forte.
“Magari!” rispondo, “semplicemente non ho chiuso occhio: è da ieri che ho un bel mal di testa e non capisco il perché, finito il turno andrò a farmi vedere. Mi sa che i naniti necessitano di uno scrollone.”
Hurla mi guarda incredula: “Mai sentita una cosa simile, è sicuramente molto strano.”
“Beh, mica detto: magari i naniti montano Windows”. Non perderò mai il vizio di far battute che capiscono in pochi, fattene una ragione, Hurla.

Il dolore continua a pulsare, mi sembra di avere davanti agli occhi l’album Pulse dei Pink Floyd, quello con il led che s’illuminava a intermittenza.

Passano 5 minuti e gli occhi arancioni di Amos, il nuovo Gran Mogol, fanno il loro ingresso dell’ufficio.
Niente lenti colorate.
Strano.

Suona l’interfono, il capo ci convoca.

Quel fastidioso “beep” mi ha tagliato in due il cervello. O mi passa sto mal di testa, o mi apro il cranio con un bisturi e mi libero del problema.

Io e Hurla ci rechiamo nell’ufficio di Amos dove ad attenderci, oltre a lui, ci sono anche i vari capi (due in tutto) degli altri settori. Una riunione in pompa magna, quasi-quasi mi preoccupo.
Anche se in questo momento è il mio mal di testa il protagonista assoluto dei miei pensieri.

Vediamo di fare una cosa veloce, che ho di meglio da fare. Tipo procurarmi un’aspirina.

Un attimo di vuoto.

Category : Francesca

Sono qui seduta di fronte al magnifico spettacolo delle Scogliere di Moher. Un po’ sulla sinistra, lontana dal punto di arrivo dei turisti.
C’è vento e c’è una mucca solitaria che mi guarda. Davanti a me chilometri di mare. Fan venire le vertigini queste scogliere, sono definitivamente alte.

Sono qui perché l’ultima settimana passata in città mi ha scioccata, è passato il Commesso Imperiale, esattamente quando lo aspettavo, venerdì mattina alle 9 e 50 minuti. Mi ha dato il badge per l’accesso alla sede del corso, con tanto di libro, prenotato la visita per domani dal medico per il controllo e la manna nanitica.

Da quando il Commesso Imperiale è uscito da casa mia, cioè da casa della Missis Winny, vivo con la costante sensazione di vuoto. Vuoto nella testa, vuoto nella pancia, vuoto qui, proprio qui in mezzo al petto, dove in teoria dovrebbe battere il cuore. Dovrebbe. Missis Winny salì le scale e mi trovò in piedi in mezzo alla stanza: “eri in trance, non ti muovevi, mi devi scusare se ti ho tirato uno schiaffone, ma mi ero spaventata” disse tra il serio e il faceto, aggiungendo con un tono da mamma: “non so cosa hai combinato, lo so che eri tu Anne, non mi dire niente, ma… credo che ormai non serva a nulla cagarsi addosso dalla paura”, mi tolse il badge dalle mani, lo guardò attentamente, “così pare che tu sia in partenza”. “Già” dissi, sconsolata e cagandomi addosso dalla paura. Mi abbracciò. Seguirono fetta di torta enorme, cioccolata, un bicchiere di whiskey. Mai piaciuto bere whiskey. Ma funziona.

Sono qui, in gita, cercando di prendermi bene. Ma non ci riesco molto. Non riesco a smettere di pensare a cosa cazzo mi abbia spinta a firmare per partire, partire per salire su una nave commerciale imperiale. E dopo tutte quelle cose senza senso che sembra vi succedano lassù. Riesco solo a dire: Ma porca ######!

Tutto quello che ho fatto insieme ai ragazzi. Dopo quell’assaggio di libertà, andrò a chiudermi in una grossa scatola di dimensioni abnormi. Senza via di fuga, come in una scogliera tra le stelle, dove l’unica cosa che potrò fare sarà rimanere in bilico col sorriso tra imperiali e sconosciuti, servendo cocktail e miscelati di altri pianeti, per non cadere giù negli abissi del senso di colpa e dello schifo.
Non mi scendono le lacrime. Mi odio un po’.

Potrei dirvi quanto rumore fanno le onde che si spaccano sulle rocce, sui faraglioni, come tuoni fatti d’acqua, come colpi di fucile sparati dritti verso dove ci dovrebbe essere il cuore. Ogni onda un battito. Un battito perso. Un ricordo che si sbiadisce. Prima di partire, prima di partire scriverò a Paolo.

Non ho tanto da dire, solo spazi vuoti dentro e presto anche fuori. Restate vivi, tutti, siete sempre col culo troppo vicino a qualcosa che non va.

Traversa, caffè.

Category : Applesid

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Torino, 8 novembre 2013

Il campo verde sotto i miei piedi mi fa sempre tornar bambino a quando con gli amici si scorrazzava appresso ad un pallone, la desolazione nel vedere questo stadio vuoto mi fa riflettere, riportare il calcio  dopo due anni dall’invasione può essere una buona idea per risollevare il morale degli uomini, beh non è un mio problema. Sono tornato a casa ormai da tre giorni, ho preso qualche giorno di ferie e sto cercando di riprendermi dall’esperienza di Avignone, sono arrivato a sognare per più di 18 ore la maggior parte delle quali da sveglio, trascendentale, direi. Gli Itan e penso sempre di più i Voolena cercano qualcosa o forse qualcuno sulla Gens, giocano con il mio cervello ma sono stato abbastanza bravo a non concedergli il massimo, le visioni seguivano una linea temporale precisa e le scene che mi apparivano davanti parevano messe in sequenza come quelle di un film, a volte un noiosissimo documentario, a volte un film di guerra, a volte un thriller, ed era quest’ultimo che catturava di più la loro attenzione; cercavano un colpevole per tutti quegli omicidi, quelle sparizioni che per tutta la sua breve vita, avevano accompagnato l’Astronave, fino a pensare che lei stessa fosse la colpevole come in un Horror di seconda scelta. Arrivavo ad un passo da far scoprire il colpevole ma qualcosa mi faceva riprendere con grosse incazzature da parte dei nostri controllori, capitava la stessa cosa anche ad altri membri del gruppo, non capivano a cosa era dovuto ed io di sicuro non mi sono posto il problema, dopo dieci giorni così ci hanno lasciato andare, Alexis è tornata con me.

“Traversa, caffè” riecheggia la voce di Ciro che durante il riscaldamento pre-partita amava scommettere una tazzina di bevanda calda, vinceva nel caso con un tiro avesse colpito uno dei pali della porta, lo aveva fatto anche qualche settimana prima della caciara che questi hanno combinato, quel giorno Ciro era a Roma in vacanza. Calcio il pallone, colpisco la traversa e aspetto che la palla rotoli indietro, mi dirigo verso il primo bar, mi servo al banco e ordino un caffè, ho ancora il pallone sotto il braccio, non ho più lacrime per piangere chi ho perso in quei giorni, ma sento che a qualcuno devo ancora un saluto, ne ho parlato anche con Alexis, la sento sempre vicino a me nonostante ci siamo accordati per avere un po’ più di spazio, credo che abbia capito,  porto il mio corpo in auto e prendo strada per il ritorno a casa. Accendo un lettore cd con all’interno dei classici di Charlie Parker… stand by, sogno!

Fluttuo o per meglio dire volo tra i corridoi della Gens, non sento freddo e manca la solita puzza o perlomeno non la sento, cos’è questo rumore che arriva dalla mia destra? Cos’è questo rumore che arriva dalla mia sinistra? Mi spacca i timpani, cazzo! Pensa cazzo! Concentrati! Cazzo che male! Pensa cazzo! I sensi si! I sensi, cos’è già che aveva detto quel funzionario della Volontà? Che dobbiamo gestire i sensi poiché durante i sogni rischiamo di concentrarli su uno piuttosto che tutti, una controindicazione di quella porcheria che mi hanno iniettato, Cazzo che male! E’ smettetela di fischiare cazzo! Concentrato…così…ahhh sollievo. Fermo a 10 cm da terra, cerco di riprendermi dal dolore, cerco Alexis, non c’è. Un po’ mi manca non vederla dietro quel vetro, aspetto, “Traversa, caffè” , urlo, il pallone parte dritto e potente vola per più di 100 metri nel corridoio della Gens fino a colpire la cornice di metallo della porta che accede al ponte di controllo, sento una presenza venirmi in contro ma non la vedo è ancora lontana… play…record!

Leggo un messaggio di T-Bones è a Firenze, si sta occupando degli uffizi, mi aspetta. Leggo un messaggio di Alexis, mi chiede se sono sveglio di raggiungerla, le rispondo che parto per Firenze, stanotte faccio festa… Fino a qui tutto bene.

Darknet mood ::off::

Ti presento i miei.

Category : Ilario

La settimana è iniziata nel peggiore dei modi: con la presentazione ufficiale del nuovo capo del Bureau. Tranquilli, ho provveduto a sostituire i “minchia che palle” con “gloria all’Impero”, tanto per non destar sospetti. Lo so, sono un genio.
A parte i chilometri di parole infarcite di retorica più o meno edulcorata direi che, in fondo, è stata una bella giornata di vacanza. Amos, il mio nuovo capo, ha esordito con i suoi occhietti arancioni leggendo un discorso con un tono autoritario e asettico, me l’aspettavo più convinto tutto sommato. A seguire applausi, strette di mano e, ultimo ma non ultimo, l’ottimo rinfresco. Ovviamente io non aspettavo che quello.
Sono rimasto quasi deluso nel vedere che non c’erano i pasticcini a forma di chiazza di vomito tanto cari a Hurla, peccato. In compenso c’erano un sacco di robe più o meno finte: la festa della chimica di sintesi.
Meno male che ho i naniti altrimenti un paio di mutazioni non me le leverebbe nessuno.
Guardiamo il lato positivo: è stata una buona occasione per conoscere un po’ di colleghi, animali caricati a forza sulla strana arca di Noè che è il Bureau, ho visto un paio di rettili troppo cresciuti, un plusha, un’altra topolona, insomma quasi tutto il campionario. Non ho ancora visto i due leocorni, ma conto di beccarli alla prossima presentazione ufficiale.
Stavo allegramente sbevazzando un non-mi-ricordo-cosa quando, alle mie spalle, qualcuno si è schiarito la voce. Mi giro e quasi mi va di traverso lo strano liquido rosso-Paraflu che sto ingurgitando.
Tendo la mano destra. “Buongiorno signore, scusi non l’avevo notata”.
“Eppure sono la star, qui” risponde il mio nuovo capo stringendomi la mano.
Ha la mano gelida, sembra di stringere la mano di un cadavere. Mi vien quasi da chiedere se per caso c’è un dottore in sala. Bevo un po’ di Paraflu.
“Allora” esordisce Amos, “come le è sembrato il mio discorso?”
L’istinto di dire tutto quello che penso del suo bel discorsetto viene soffocato in culla da un altro sorso (piuttosto abbondante, a dire il vero) di brodaglia rossa.
“Molto adatto e in tono con l’occasione” rispondo, tentando di apparire il più sincero possibile.
“Che è un modo gentile per dire che era una noia” mi ribatte Amos, facendomi capire che il mio patetico tentativo è appena fallito. Sorrido per non piangere.
“Tranquillo”, prosegue Amos, “sono stato anch’io dall’altra parte e so cosa significa. Si goda la festa, per oggi non parliamo di lavoro, ma domani invece sì. Ci vediamo in ufficio alle 9 precise, va bene?”
Annuisco. ”Sì certo, a domani”.
Amos saluta e si allontana.
Il resto della giornata è andato bene: ho sbevazzato un bel po’, tanto che mi è preso un leggero cerchio alla testa. Nulla di preoccupante, penso.
Arrivo a casa, mi lavo e vado a dormire, sempre in compagnia del mio cerchio alla testa.
È stato il giorno dopo che ho iniziato a preoccuparmi: il cerchio è diventato un vero e proprio mal di testa. Non è normale, i naniti dovrebbero impedirlo, ma ora non ho tempo di fare il tagliando, ci penserò stasera.
Ora ho un appuntamento con il capo. E sono in ritardo.

Le prede corrono, inizia la caccia.

Category : Daniele

E luce fu.
Quando l’ombra decise di stringere la sua morsa su di noi.
Quando tutto iniziò a precipitare.

Io, Choral e Roolat, eravamo rimasti attoniti di fronte alla notizia che il nostro DELTA aveva perso ogni possibilità di trasmettere. Già prima, in quell’atmosfera tombale, ci sentivamo soli. Ma adesso, nel profondo dello spazio, isolati dal resto dell’Impero, avevamo la sensazione di esserci persi. Una stretta violenta mi serrò la gola, togliendomi ogni parola. L’unica cosa che potevo fare, era osservare quella situazione irreale. Choral, dal corridoio, guardava dentro la nostra stanza, senza puntare a niente di specifico, riusciva solo a muovere gli occhi freneticamente a destra e a sinistra, assorto in un qualche tipo di pensiero. Roolat, dal canto suo, era rimasta congelata a fissare Choral, aspettandosi una qualche risposta, un cenno di vita. Sullo sfondo, gli schermi delle console continuavano a vomitare numeri e simboli. Il tempo si era fermato ed io sembravo uno spettatore ad una partita di tennis, voltavo la testa una volta verso la specialista delle telecomunicazioni, una volta verso il sensitivo, quando ad un tratto, con la coda dell’occhio, lo notai.

Esclamai “Là!”, indicando con il dito lo schermo di Roolat. In un istante ruppi l’incantesimo, i miei compagni si voltarono di scatto, ad osservare ciò che avevo indicato. Una strana piccola macchia di codice, tra le centinai presenti sullo schermo.
“La vedete anche voi? In basso a sinistra, si muove tra le righe di quello imperiale. Sembra mutare in continuazione forma…”
I due focalizzarono l’attenzione sulla curiosa anomalia. Roolat, con alcuni gesti delle mani, ricominciò a dirigere l’orchestra ed ingrandì l’area selezionata. Davanti a noi apparve a pieno schermo una figura simile ad una molecola complessa, in continuo movimento. A parte l’andamento ipnotico, rimasi colpito dall’eleganza di quei caratteri, linee curve e sinuose che danzavano davanti ai miei occhi.
“Hai mai visto una cosa simile?” Dissi più incuriosito che spaventato, senza levare lo sguardo dallo schermo. Non era sicuramente imperiale, i miei naniti avrebbero decifrato il codice, dandone un senso.
“Non ho mai visto niente del genere. Non è di alcuna fazione neutrale e neanche di Shatan o Beta1… Ho già avuto a che fare con frammenti di comunicazioni nemiche, questa… cosa, non appartiene a nulla che conosco.”
Choral irruppe violentemente nella discussione e con tono d’urgenza esclamò: “Chiudi immediatamente la connessione con la nostra nave!”
Roolat eseguì subito senza fiatare. Una volta chiuso il collegamento, lo strano codice, richiudendosi su se stesso, smise di muoversi, trasformandosi in una specie di cerchio lampeggiante.
Restammo qualche istante a fissare lo schermo.

D’improvviso fu la mia consolle ad impazzire. Tutte quelle righe di codice anomalo che avevo notato accedendo la prima volta al computer principale, iniziarono la loro attività frenetica e in pochi secondi tutto lo schermo fu invaso da piccole molecole, le quali aprivano e chiudevano finestre ad un ritmo incredibile, elencando sfilze di dati e numeri. Vi giuro che ebbi un attimo di panico, rimasi con le mani in mano senza sapere cosa fare. Poi, per fortuna, il mio addestramento prese il sopravvento.
Iniziai a contrastare l’azione di quei minuscoli parassiti informatici, lanciando centinaia di routine di accesso alle banche dati, in modo da rallentarli. Ma più mi sforzavo, più quelle maledette cose sembravano aumentare il ritmo. Saltai quasi sul posto, quando sentii la voce di Choral: “Cosa sta succedendo, Daniele?”.
“Non riesco a capirlo, quelle cose stanno cercando nelle banche dati della nave, aprono nuovi percorsi, scrivono nuovi codici… non riesco a capire…” Non ebbi il tempo di finire la frase, quando fui colto da una folgorazione, fu come una botta in fronte.
“Aspetta… lo schema comincia ad essere più chiaro… stanno cercando qualcosa… il terminale di provenienza della trasmissione… stanno cercando noi!”
Nonostante la notizia, Choral non si scompose e con tono deciso mi ordinò: “Prova a bloccarli, ti do tre minuti, dopodiché lasceremo di corsa questa stanza”.
Feci cenno di sì con la testa, ma con una leggera espressione corrucciata per la preoccupazione. Il codice nemico sembrava inafferrabile, velocissimo ed imprevedibile. Collegai il mio N-Pad e quello del soldato invisibile al terminale, lanciando dei programmi fantasma per rallentare la corsa del nemico. Intanto, con tutta la rapidità che possedevo, cercavo a mia volta di tracciare la fonte di quel codice misterioso.
“Sembra che le entità virtuali siano guidate da un’unica intelligenza… le direttive vengono da un terminale simile al nostro… provo a tracciare la sua posizione…”
Fu inutile. I due N-Pad e tutto il mio addestramento erano appena sufficienti per stare al passo con l’incredibile rapidità del nemico, quando iniziai il tracciamento, lo schermo fu un’esplosione di finestre e numeri. La velocità del mio oppositore era triplicata, anzi no, quadruplicata. Stetti immobile sbalordito, senza neanche sapere che pesci pigliare.
Mi girai verso Choral, volevo dirgli che i tre minuti erano anche troppi e che lì era tutto tempo sprecato, quando inciampai nella sua espressione. Era a bocca aperta, lo sguardo quasi senza vita. Mentre avanzava lentamente e a piccoli passi, con la mano tesa verso lo schermo, bisbigliava qualcosa tra sé e sé. Neanche le mie parole sembrarono avere effetto su quella trance, così mi avvicinai con l’orecchio per sentire le sue parole “Non… è… possibile. Questo è contro tutto ciò che sappiamo. La tecnologia non può… abbiamo sempre saputo dell’incompatibilità dei due mondi…” Quando attraversò con il braccio lo schermo olografico, ebbe uno spasmo, i suoi occhi si girarono all’indietro e franò a terra privo di sensi. Mi ricordò l’effetto di quell’arma descritta da Francesca: il Leprechaun.
Mi avvicinai per cercare di farlo riprendere, ma i sensori medici della sua armatura indicavano il coma e non un semplice svenimento.
Merda.
Allora provai a contattare Brahia via radio, per chiedere istruzioni.
Niente, eravamo isolati. Sentii un formicolio lungo tutto il corpo, avevo l’impressione di essere ad un passo dall’avere una crisi di panico.
Non so come, ma riuscii a mantenere un minimo di controllo.
Mentre sopra di me continuava la danza spasmodica dei numeri, mi venne in mente solo un pensiero: “E’ vitale andarsene via di qui… devo pensare in fretta!”
Chiesi a Roolat di darmi una mano, trascinammo Choral in una stanza di servizio più in là nel corridoio, poi presi il suo PATSU e bloccai la porta del terminale. Avrei voluto avvertire Adrian e Soyo, ma l’isolamento radio ci aveva tagliato fuori, così iniziammo a correre verso l’unica via d’uscita possibile: la camera di equilibrio da cui eravamo entrati sulla Gens Iulia.

Avevo il cuore a mille e l’impressione che qualcuno o qualcosa ci stesse seguendo. Non so che cosa ci aspettasse alla fine di quei corridoi, ma ero sicuro che la posta in palio fosse la nostra vita.

Saturday night’s allright for fighting.

Category : Pekka

Non c’è niente di meglio, per rivalutare le decisioni della tua vita, di ritrovarti in piedi davanti alle rovine sventrate di un bar, le lamiere del prefabbricato contorte e ancora fumanti, l’unica cosa che nasconde la tua stupida espressione a bocca aperta, una maschera che filtra l’atmosfera tossica, a fissare la sagoma nascosta dal fumo di una gigantesca bestia di metallo muoversi verso di te. Non ci puoi fare niente, ti da un senso di insicurezza, qualunque arroganza tu potessi mai aver avuto, sparita come nebbia al sole.

Io in quel Bar ci avevo bevuto fino a mezz’ora prima, non era un granché come locale, anzi, piuttosto il contrario, ma era pur sempre un edificio, e gli edifici di solito non si mettono a imitare lattine di birra esplose appena gli giri le spalle per qualche momento. È proprio una cosa per la quale la tua educazione e la tua esperienza personale non ti hanno preparato, non sai bene come reagire.
Ero andato al bar appena mollata la roba nella stanza dell’albergo, non mi ero neanche dovuto cambiare visto che ero in divisa e nella borsa avevo solo altre divise. Nessuno mi aveva mai detto che avrei avuto delle vacanze al servizio dell’Imepratore quindi non mi ero mai preoccupato di procurarmi dei vestiti borghesi. Il posto poi è di una tristezza senza eguali. Tutto prefabbricati squallidi. Avete presente quelle strutture dei terraformatori in Aliens? Beh, simili, ma senza l’allegro brulicare di xenomorfi.

Il bar era semivuoto, con un’oppressiva cappa di depressione e nervosismo mal celato. Mi sedetti su uno sgabello al bancone e, dietro consiglio del Npad, ordinai qualcosa di simile ad una birra e mi misi a leggere.

Non so quanto tempo era passato, quando mi resi conto di una certa confusione alle mie spalle. Alzai gli occhi e il barista era sparito. Mi girai e, in un angolo buio del locale, intravidi diversi individui malmenare una persona sdraiata per terra in posizione fetale. La curiosità ebbe la meglio sul buon senso, mi alzai e mi avvicinai. Erano tutti in divisa, sia i malmenatori, sia il malmenato. Il più alto in grado era un caporale, gli altri, inclusa la vittima, erano soldati semplici. Il caporale si accorse della mia presenza e disse:

“E tu, che cazzo vuoi?”

“E tu, che cazzo vuoi, signore.” risposi, indicando le mostrine sulle spalle. Non avevo mai visto un insubordinazione del genere tra gli imperiali, magari dell’informalità tra componenti delle squadriglie, ma questo tipo di aggressività mai. Non sono mai stato uno per la stretta aderenza alle gerarchie, ma l’ultimo anno mi aveva abituato ad un altro tipo di interazioni, e questa era decisamente fuori da quegli schemi, lasciandomi confuso.

Il caporale era più basso di me, e quando mi si avvicinò dovette tirare indietro la testa per riuscire ad abbaiarmi a meno di 5 centimetri dalla faccia:

“Vedi di farti un giro, testa di cazzo.”

Tenente Testa di Cazzo, per te, caporale.” ero entrato in un loop di ironia e non riuscivo ad uscirne, anche se la situazione mi terrorizzava e volevo fuggirne. Poi pensai al fatto che, se avesse voluto tirarmi una testata avrebbe dovuto saltare, e non riuscii a fare a meno di ridere. Quel saltino con testata era l’immagine più divertente dell’universo in quel momento. Non era però la mossa più furba da fare.

“Che cazzo hai da ridere, testa di cazzo?” mi abbaiò di nuovo in faccia. Stavo per rispondere quando una voce alle mie spalle rispose in mia vece.

“Probabilmente pensa che tu sia ridicolo. ‘Che cazzo hai da ridere, testa di cazzo’? Possibile che tu non conosca altre imprecazioni? Non ti hanno insegnato altro al corso base?” mi girai verso la voce e vidi il sergente Iain, con i suoi stupidi pantaloni corti, impassibile, fissare il piccolo caporale. Attraverso la camicia intravedevo il metallo del suo curioso gilet. “Perché non ti allontani dal tenente? Gli stai invadendo lo spazio personale, e non gli piace.” Nel frattempo, gli altri avevano fermato le percosse e si erano mossi a spalleggiare il caporale che rimase dov’era.

“Vaffanculo.” ringhiò il caporale. Vista l’altezza, dovette però alzarsi in punta di piedi e storcere la testa per sormontare la mia spalla e indirizzare l’insulto al sergente.

Iain sbuffò e poi mi mise una mano sulla spalla e, delicato ma fermo, mi fece indietreggiare. Poi disse:

“Tenente, perché non recupera quel povero stronzo da terra e lasciate insieme il locale?” Era sotto forma di domanda, ma l’ordine era evidente, andai subito ad inginocchiarmi vicino al soldato a terra che era, o morto, o svenuto.

“E chi cazzo ha detto che ve ne potete andare.” il caporale ancora non aveva capito con chi cazzo avesse a che fare. Iain gli tirò un manrovescio che gli girò la testa verso di me:

“Quello è un tenente…” un altro ceffone fece tornare la testa verso di se “e io sono un Sergente. E non abbiamo bisogno del permesso di un…” questa volta manata in fronte “caporale come te per andare dove ci pare.” I soldati alle spalle del coglione erano rimasti come ipnotizzati da questo omone che parlava con impassibile indifferenza, ma pioveva schiaffi come una suora a catechismo, ma la trance non durò per sempre e uno di loro estrasse una pistola dalla fondina e la puntò in faccia a Iain. Il sergente, come al solito, rimase imperturbato e disse, rivolto a me:

“Maschera e fuori, tenente.” Ormai avevo il soldato su una spalla e, mentre mi affrettai verso l’uscita, mi infilai la maschera filtrante. Prima di uscire sentii Iain dire:

“Ora, prima che facciate qualcosa di ancora più stupido, lasciate che vi spieghi cos’è questa imbragatura che porto sotto la camicia.” Mi persi il resto quando un’onda d’urto mi travolse da dietro e mi lanciò in mezzo alla strada davanti al bar, persi anche la presa al soldato che capitombolò per ancora un paio di metri. Mi girai verso la struttura in tempo per vedere una sfera di energia rimpicciolire e scomparire. Mi ricordò subito un esplosione al plasma e pensai che uno dei soldati avesse lanciato una granata. Poi vidi la sagoma. Era nascosta dal fumo dell’esplosione, ma svettava oltre a quello che prima era stato il tetto del locale, di almeno un metro e mezzo. Non aveva una testa, ma solo un agglomerato di sensori e antenne. Tozzo e robusto, aveva armi sugli spessi avambracci e stava venendo verso di me. Rimasi sdraiato nella polvere, indeciso se cagarmi addosso o prostrarmi al mio nuovo dio.

“Tutto bene, tenente?” chiese la divinità. Rimasi ammutolito.

“Ah, già.” disse. Una sfera di energia del diametro di una cinquina di metri comparve intorno al mostro meccanico. Dopo un tuono e un risucchio di aria, in piedi, in mezzo alla strada, stava Iain.

Finalmente ritrovai la parola:

“Cosa cazzo sta succedendo, sergente?”

Vecchio proverbio irlandese.

Category : Francesca

Ho girato come una trottolina su e giù per la città per diversi giorni in cerca di lavoro, un lavoro che mi piacesse un casino, cominciando dai bei quartieri, passando per la periferia borghese, perdendomi nella parte vecchia e finendo nei peggiori sobborghi.

Nei peggiori sobborghi c’era un ufficio con le effigi imperiali “Centro di reclutamento e mansioni al servizio dell’Impero”, una bel palazzetto d’epoca che si distingueva tra gli edifici grigi più moderni, un tempo sarà stato la dimora di qualche ricco Lord o similare, a guardia dell’enorme portone in legno scuro che fungeva da ingresso, col chiaro e riuscito intento di intimidire i papabali reclutandi, c’erano quattro altrettanto enormi soldati di Itan, tre Itan e un… boh un essere, non lo so… era un sacco peloso pelosissimo, sembrava un mega peluche, deve essere stato uno di quella razza… Plusha credo, come il compagno di stanza di Daniele. Non so bene perché, ma le mie gambe puntarono dritte lì, a dispetto di quello che diceva tutto il resto del corpo. Entrai.

La sala d’aspetto era tutta dipinta di un bel blu balena, ma ci sono rimasta poco (peccato mi piaceva un casino con tutte quelle poltrone azzurrine comode comode) visto che non c’era nessuno oltre me.

Nella sala colloquio un terrestre mi lasciò da sola a compilare un questionario. Un ordinario questionario… nata il/dove/come/quando… studi, hobbies, attitudini, corsi e lavori: così ho preso tutte le mie vite e l’ho riassunte in due pagine in bella calligrafia in meno di dieci minuti. Con tutte le volte che ho dovuto ripetere quelle mezze verità per nascondere la mia vera identità… è stata una passeggiata.
Non appena posai la penna entrò di nuovo il terrestre, muto come un pesce, prese il questionario, mi guardò e sparì.

Al suo posto comparve un soldatone Itan, qualcosa tipo un ufficiale, visto che aveva diverse decorazioni sulle spalle. Deja-vu. Brutto deja-vu.
Trattenni il respiro per qualche secondo, cercando di non flettere neanche un muscolo facciale per non far trasparire il mio istintivo disappunto di natura umana.

“Buongiorno. Sono il tenente dell’Impero Khune. Mi occuperò di lei durante il colloquio conoscitivo.” – disse, aveva lo stesso accento tra il tedesco e l’africano che aveva il funzionario di quando mi obbligarono a frequentare il corso di rieducazione.
“Buongiorno.” – risposi.
“Quale motivo la spinge a richiedere una mansione all’interno del nostro sistema?” chiese.
“Sto cercando un lavoro che possa permettermi di stare meglio” – mentii.

Lesse qualcosa sulla sua specie di portatile (finalmente ho visto uno di quegli N-Pad di cui parlate tanto!) tirò fuori due fascicoli, trasalii (cazzo cazzo… la prima cosa che mi venne in mente fu quella di essere stata riconosciuta, per quale maledetto motivo sono entrata nella tana del lupo???).

Poi disse: “Dal suo profilo vedo che è in grado di svolgere diverse mansioni di base, come magazziniere, addetto banco alimentare e addetto alberghiero. Qua ci sono le due opportunità possibili per lei”, mi porse i due fascicoli (sospiro di sollievo malcelato).

Aprii il primo: magazziniere nello stock all’interno della base presente sull’isola (Irlanda) in un luogo non precisato, poi il secondo: addetto bar su astronave commerciale/cargo in navigazione tra i primi tre quadranti.

Indicai il secondo. Firmai in silenzio.

L’ufficiale Khune prima di congedarmi disse: “Riceverà un commesso imperiale alla sua residenza che le consegnerà tutti i dati per frequentare il corso formativo, la visita medica, l’aggiornamento o l’installazione dei naniti. Benvenuta tra noi. Gloria all’Impero”

“Grazie” – sussurrai.
“Si risponde: Gloria all’Impero.” – grugnì.
“Gloria all’Impero” – dissi (“Suca” – pensai).

Così è, ragazzi: in meno di un’ora mi sono ritrovata dall’altra parte della barricata. Dice un vecchio proverbio irlandese: “In Irlanda piove, dentro il Pub no!”

Quando uscii riguardai il soldato-peluche. Avrei voluto abbracciarlo.
Sono a casa, sto aspettando il commesso imperiale. Dovrebbe arrivare tra due giorni.
E in questi due giorni ne ho di cose a cui pensare.
Statemi bene. Hey!

E luce fu.

Category : Daniele

Ilario, mi viene da ridere.
Per non piangere.
L’unica consolazione è che almeno svelerò uno dei misteri.
Riprendo da dove vi ho lasciati:

Ci rimettemmo in marcia, ma prima di ricominciare ad addentrarci nell’oscurità della nave, presi con me l’N-Pad del soldato invisibile, pensai che probabilmente accedendo alla memoria interna, avrei potuto ricavarne qualcosa di più.

Continuammo a camminare attraverso corridoi ed ambienti disabitati, tutto intorno a noi regnava l’immobilità. In quell’ambiente surreale, la nostra compagine procedeva con uno strano umore.
Choral sembrava avere tutti i sensi espansi al massimo, mentre mostrava un’espressione perplessa che non avevo mai visto prima. Su Soyo, il nostro ingegnere, connazionale di Hurla, non si riusciva a delineare alcuna emozione su quel viso da topo, ma vi posso giurare che dal movimento frenetico dei suoi baffi traspariva tutta la tensione del momento. Roolat invece, era impassibile, elegante ed imperscrutabile come sempre.
I più spaventati in quella marcia silenziosa eravamo io ed Adrian. Lui era teso come una corda di violino e pronto a sparare a qualsiasi cosa si muovesse, io invece, mi portavo dietro la mia rassegnazione, la stessa che adotto nei momenti senza speranza. Ma c’era qualcosa di più. Andando in giro per quella desolazione, mi venne in mente il mio vecchio mestiere sulla terra.

Prima dell’Impero, ogni tanto mi capitava di girare all’interno delle aziende in fallimento, per valutare eventuali apparecchiature informatiche da vendere al miglior offerente. Anche in quei caso giravo ore in capannoni deserti. Tutte le volte che lo facevo, al posto di quel vuoto, mi immaginavo il viavai di gente, indaffarata a svolgere i propri compiti, lamentarsi nei corridoi o semplicemente a prendere il caffè. Quando ritornavo alla realtà, l’assenza di vita, mi procurava sempre una gran tristezza, quasi una malinconia. La stessa identica sensazione, la provai esplorando la Gens. Chissà com’era la vita su questa nave? Tutte quelle persone insieme, le diverse razze sotto la stessa bandiera… Devo dire però che la tristezza era un’ottima arma contro la paura, ma i miei pensieri furono interrotti dal sopraggiungere della SEZIONE G.

Per i non addetti ai lavori, queste sezioni sono presenti all’interno delle navi più grandi del nostro DELTA. Come vi dissi ormai più di un anno fa, per percorrere grandi distanze, l’Impero utilizza i dilatatori di spazio che oltre a farci viaggiare, hanno l’effetto collaterale di esercitare un forza gravitazionale tutta intorno, fornendo la gravità sulle astronavi su cui vengono montati. Per una nave grossa come la nostra, poco più di duecento metri, ne basta uno solo, ma per bestioni della stazza della Gens Iulia, ce ne voglio diversi, ed è anche per questo motivo che gli incrociatori o le Navi Arca, viaggiano più veloci di noi. Il problema è che nei punti di intersezione tra il raggio d’azione di un dilatatore e l’altro si presentano strani effetti gravitazionali, così lasciano i locali vuoti, soprannominandoli SEZIONI G. Sulla porta della nostra c’era l’avvertimento ”ASSENZA DI GRAVITA’”.
Entrammo in quell’ambiente spoglio ed a turno l’attraversammo. A metà della stanza, si poteva fluttuare liberamente, così la tecnica era molto semplice: un volta in volo, liberi da qualsiasi vincolo, ci si dava una spinta con le braccia, seguendo una diagonale verso il basso, per poi atterrare pesantemente con i piedi, un volta entrati nella zona di influenza della gravità. Come ultimo a passare, ebbi la paura di fare una delle mie solite figuracce, franando miseramente dall’altra parte con tutto l’equipaggiamento, ma mi risparmiai inutili imbarazzi.
Stranamente quel mini giro in giostra, servì a svagarci ed una volta ripreso il corridoio, sembravamo tutti un po’ meno preoccupati, come se avessimo lasciato alcuni dei nostri pensieri al di là della stanza. Mi venne in  mente quella credenza per cui se si vuole lasciare alle spalle uno spirito maligno, si debba attraversare un corso d’acqua. Mi scappò un sorriso, chissà se i miei antenati intendevano anche una stanza priva di gravità?

Dopo circa dieci minuti, arrivammo alla nostra prima tappa: il terminale del computer principale. Choral si fermò di fronte alla porta e con tono autoritario disse: “Io, Roolat e Daniele ci fermeremo qui. Soyo, tu ed Adrian, andrete a riattivare il nucleo principale. Una volta ripristinata l’energia, ritornerete qui ad aspettare con noi gli ordini di Brahia.”
Adrian sembrò intimorito dalla brutta notizia, mentre Soyo fece semplicemente cenno con il capo e si incamminò immediatamente senza discutere. Adrian dovette quasi correre per raggiungerlo e nel giro di pochi secondi, sparirono entrambi nel buio del corridoio.
Intanto Choral, usando il suo PASTU, ci aveva aperto la porta della stanza del terminale. Ci fece cenno di entrare, mentre lui rimase fuori, probabilmente per sorvegliare il corridoio.
La stanza del terminale, in assenza di energia primaria, era completamente vuota, intorno a noi c’erano soltanto quattro pareti metalliche spoglie, così ci sedemmo per terra in attesa che Soyo facesse il suo lavoro. Mentre ero lì disoccupato, iniziai ad armeggiare con l’N-Pad che avevo preso. Lo collegai al mio, per ricavarne le registrazioni interne. Quello che ottenni, furono le immagini che a miliardi di chilometri, avrebbero successivamente visto due burocrati della Volontà (senza offesa Ilario). Ne rimasi sconvolto. Quella paura che avevo dimenticato per qualche minuto, ritornò ancora più potente di prima. Fu proprio in qual momento che ritornò la luce, il topo aveva compiuto la sua missione.

Ci alzammo in fretta, Roolat più rapidamente di me. Davanti alla sua parete, allargò di scatto le braccia e davanti a lei ci fu un’esplosione di colori: il sistema di comunicazione della Gens. Rimasi un attimo imbambolato a guardarla mentre svolgeva il suo lavoro, sembrava un direttore d’orchestra intento a dirigere  la filarmonica di Londra. “incredibile” pensai “Si è anche scelta una specializzazione elegante quanto lei”. Io invece mi ingobbì sulle console olografiche del computer principale. Così, di spalle uno rispetto all’altra, iniziò il nostro dialogo:
“Le comunicazioni non sono disponibili. Sono andate fuori uso due giorni dopo che la nave è entrata nel Quadrante 3. Ma è molto strano, le antenne sono tutte operative, sembra che manchino gli algoritmi per farle funzionare… tu hai trovato anomalie nel computer principale?”
“Pare tutto operativo… no, aspetta! Anche qui mancano intere parti di codice, soprattutto nella parte riguardante la sicurezza. Sembra siano state rimpiazzate dallo strano codice in cui ci siamo imbattuti all’inizio…”
D’un tratto fui interrotto da Brahia: “Vedi i diari di bordo?”
“Si, sono qui.”
“Inviali al nostro DELTA, inizieremo a mandare qualcosa al comando, così potremo avere anche il supporto dei loro analisti. Capitano Reelnan, approva?”
“Procedete Guardiamarina.”
Scaricai anche la sequenza video dell’N-Pad che avevamo trovato, ne feci un unico pacchetto e lo inviai alla postazione di Roolat. La vidi trafficare un attimo e dopo qualche istante disse in tono professionale: “Collegamento stabilito. Sequenza dati… partita.”
Non passò molto tempo che la vidi nuovamente armeggiare con la console, questa volta nervosamente. Ci mise un po’, poi sembrò abbassare le braccia in segno di resa. Si girò dalla mia parte guardandomi ammutolita, poi verso Choral. Dopo un silenzio che parve interminabile sentenziò:
“Abbiamo perso le comunicazioni della nostra nave.”

Merda, stavamo ripercorrendo fedelmente quello che era successo alla Gens. Qualsiasi cosa stesse dormendo placida, ora sembrava essersi svegliata.
E sarebbe venuta a cercare noi.

Polvere di stelle.

Category : Ilario

Fzshhhh
Immagine che saltabecca non ben definita, come quando si cerca una stazione televisiva su un vecchio TV color a tubo catodico.

Fzshhhhhhhhh
Strane righe, effetto “tempesta di neve”, ancora disturbi nell’audio.

Fzshhhhh TAC!
Un colpo secco, come se qualcuno avesse girato un interruttore e l’immagine diventa nitida. Solo il sonoro è un po’ metallico, come quando il telefono cellulare sta perdendo il segnale. A proposito, un po’ mi manca questa cosa: era un’ottima scusa per troncare la telefonata del rompiballe di turno.

Merda merda MERDA
Si vedono le mani di un uomo afferrare un N-PAD, digitare un codice d’accesso di quattro cifre ed accedere alla pianta della nave.

Che cosa cazzo era? COSA CAZZO ERA!
L’uomo alza lo sguardo distratto dalla domanda o, più semplicemente, per guardare in faccia l’agitato interlocutore. Si vedono alcuni uomini sul fondo.

Non lo so, cazzo, non lo so!
Dita scorrono sul N-PAD alla ricerca frenetica di qualcosa. Scorrono la piantina della nave, ingrandiscono l’immagine, la rimpiccioliscono, tutto questo in meno di tre secondi.

Dove sei, figlio di puttana, DOVE SEI!?
Dita scorrono, cercano, scrutano, ma non trovano. Pugno sul tavolo.

BUM!
L’uomo sta cercando qualcosa, ma cosa? Una via di fuga? Forse.

Barrichiamoci, pronti a sparare a qualsiasi cosa entri dalla fottuta porta.
Rumore di tavoli che vengono spostati, buttati giù, accatastati.
L’uomo alza lo sguardo e vede la piccola barriera improvvisata per una frazione di secondo. Non se ne rende subito conto, probabilmente il suo cervello ci mette un attimo a realizzare: gli altri stanno guardando dietro di lui qualcosa. O qualcuno.

Urla.

Spari.

Schermo nero.

Il filmato dura una trentina di secondi, ma sembrano un’eternità. Io ed Hurla ci guardiamo, quasi increduli.
Questo è tutto quello che ci è arrivato dalla Gens Iulia: ignoro chi o come l’abbia trasmesso, non so se per suo volere, per un caso o per pura sfiga.
Questi sono gli ultimi secondi di vita di un gruppo di persone. Sono diventate polvere di stelle, di loro si perderà traccia, memoria, tutto.

Hurla mi guarda. Ha uno sguardo strano.
Sospira.
“Ti prego, Ilario. Almeno per questa volta, non fare cose di cui potresti pentirti”.

Sonno d’altri tempi.

Category : Applesid

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Pont duGard, 22 ottobre 2013

Da due giorni alloggio in questo vecchio Bed & Breakfast vicino al ponte romano che attraversa Le Gardon, il pavimento della stanza scricchiola sotto i miei passi ansiosi, le urla delle vecchie travi di legno che lo compongono si mischiano a quelle che sento nel profondo del mio io, provato dai giochini che gli Itan si divertono a condividere con moi in una delle tante stanze alte e fredde del palazzo papale, nulla di sessuale purtroppo, ma ve ne racconterò.

 

[Due giorni fa’, circa, Avignone, Palazzo Papale.]

Io e Alexis, dopo aver recuperato T-Bones e Gina e dopo aver riportato T-Bones a Roma, siamo arrivati ad Avignone, Gina aveva appuntamento con un capoccione della sezione mari o roba del genere, per discutere del suo nuovo incarico. Io e Alexis, lasciata Gina ai suoi doveri, ci dirigemmo verso la stanza di cui sopra, dove un gruppo di specie miste ci attendeva, Alexis conosceva quasi tutti, io nessuno. Alexis mi presentò, mi guardai intorno, vidi tutti gli organi visivi del ciarpame dentro la stanza puntati su di me, sorridenti, mi venne spontaneo dare le generalità e concludere con: “…e sono un alcolista, non tocco alcol da 1 ora e 37 minuti, circa”, nessuno comprese. Un graduato itaniano cominciò a spiegare che attraverso un iniezione innocua ci inducevano ad un sonno prolungato che evitava l’effetto nanitico, di botto pensai solo ad appropriarmi di quel liquido e farci dei soldi rivendendolo, T-bones sicuramente sarebbe stato interessato all’affare, lo avrei piazzato facilmente, se non fosse che rividi nuovamente tutta la fauna scrutarmi dall’alto in basso, poco sorridente questa volta, anzi qualcuno pareva addirittura schifato, mi stavano leggendo, ed io non me ne ero accorto, mi girarono parecchio i maroni. Il graduato continuò con la sua cantilena, capii che non era un sensitivo altrimenti sarei stato immediatamente accompagnato all’uscio.

Il forte odore divino di quelle sale mi rendeva sempre più ebbro e l’ago che sentivo conficcarsi nella pelle leniva i miei sensi come fatto di un oppiaceo. Il sonno e il sogno durò molto a lungo per ore mi sentii come Mark “Ewan McGregor” Renton a casa di Mother Superior poi, al risveglio, mi sentii stanco, non capitava da mesi, non doveva capitare, i naniti non avrebbero dovuto farlo capitare soprattutto dopo aver dormito 10 ore. Vidi Alexis allontanarsi con altre due Voolena, un po’ frastornato cercavo di riallinearmi col mondo esterno, la sbronza era stata forte. Aspettai qualche ora seduto su una vecchia panca di legno davanti ad un quadro nella sala delle udienze, Alexis arrivò sorridente, mi diede un pacchetto di patatine mi prese per mano e tornammo all’albergo.

 

[Due giorni fa’, circa, Pont du Gard, Così è stato per due giorni.]

Alexis è in bagno, immersa in una splendida vasca posata su quattro piedi in ferro battuto placati d’oro, mi sono buttato di nuovo sul letto a baldacchino, irradiato dalle luci del lampione su cui versa la finestra, penso a questa strana missione, a questo strano nuovo gruppo di lavoro ma soprattutto a lei ed a quanto il sesso tra noi facesse parte del piano per portarmi a collaborare con la Volontà nonostante il mio disinteresse a farlo. Mi sento un probabile raggirato, metto in dubbio perfino di averlo fatto a questo punto, in fondo di questi extraterrestri io non ne so molto, fino a due anni fa non pensavo manco esistessero, le sensazioni che siano anche virtualmente carnali per il momento van bene così, giocherò ancora con gli Itan per almeno un’altra settimana con la consapevolezza che comunque da me cercano qualcosa, in qualche modo hanno bisogno di me,  devo anche capire come mai in questi giorni non ho avuto visioni, sicuramente ne faccio molti durante il sonno prolungato, quando sono sveglio ho dei flashback di ciò che vedo ma nulla di paragonabile a quello che vi ho descritto la volta scorsa e credo che dal racconto narrato da Daniele sull’esperienza fatta da Choral  dei fatti successi sulla Gens Iulia, sia possibile che la nave che vedo sia proprio lei e temo che gli Itan siano interessati proprio ad arrivare su quella nave, ma non so perché vedo molto più interessate Alexis e le sue amiche Voolena. Spero di sbagliarmi… Alla prossima… Fino a qui tutto bene.
Ps:
Gina domani parte per Ibiza sarà li la sua sede operativa presto Tommy la raggiungerà.

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Un’ombra nel buio.

Category : Daniele

Niente di nuovo dal fronte occidentale.
Sono ancora i giorni della deriva, i giorni dedicati ai ricordi.
Sono contento però di risentirvi tutti, intenti ognuno a vivere le proprie vite. Di alcuni però mi preoccupo di più: Francesca, spero vivamente che tu non abbia alle calcagna la Volontà. E’ un nemico implacabile e senza pietà, persino il giocoso e strampalato BOB non è dissimile da tutti gli altri agenti, anche lui è un mastino a caccia di sangue. Ho sempre un pensiero per te e aspetto con ansia il giorno in cui potremo incontrarci quassù, bevendo qualcosa e ridendo di tutte le disavventure.

Per la tua domanda, cioè cos’è successo sulla Gens Iulia, posso solo raccontare fedelmente ciò che ho visto, lo sguardo di uno dei sopravvissuti, e spero che alla fine della storia, tu e gli altri amici di Darknet abbiate una comprensione maggiore della mia su questi strani eventi.

Eravamo intorno al nostro amico invisibile, quell’armatura vuota che aveva suscitato in noi così tanta confusione. Riferimmo le nostre considerazioni via radio, ci fu almeno un minuto di silenzio da parte di Brahia poi, con il suo solito tono deciso e rassicurante, decretò: “Non ho mai sentito di un fenomeno simile, dobbiamo saperne di più. Choral, puoi ricavare qualcosa dalla stanza?”
“Sono un sensitivo da combattimento, non sono molto bravo con le percezioni, ma posso provare.”
“Bene, anche se non sapremo cosa è successo di preciso, avremo almeno qualche frammento in più per comprendere meglio la situazione. Esegui.”
Choral ripose il suo fucile dietro la schiena, nell’alloggiamento magnetico, fece un respiro profondo e, portandosi le mani alle tempie, chiuse gli occhi.
Rimase immobile di fronte a noi, e dopo qualche secondo cominciò ad oscillare lievemente mentre sussurrava ciò che sentiva.

“C’è luce intorno a me, la stanza è illuminata. In fondo riesco a vedere delle persone, mi stanno guardando. Sembra che dipendano da me per qualche motivo, sento il loro bisogno, l’urgenza che incombe.
Ho il fiatone, forse poco prima stavo correndo, ma non è solo quello, ho anche… paura. Mi sporgo sul tavolo, c’è il mio N-Pad, sto cercando qualcosa, ho bisogno di trovare quella cosa.
D’un tratto una sensazione strana, sento un leggero fruscio, la paura aumenta. Ancora chinato sul tavolo alzo lo sguardo sulle persone di fronte a me. Vedo il panico nei loro occhi, fanno cadere delle sedie, spostano tavoli, cercano di ammassarsi in fondo alla stanza. Il terrore mi prende alla gola, sono immobilizzato, giro la testa e…”
Non ebbe il tempo di finire la frase che aprì gli occhi spalancando la bocca per prendere più aria possibile, come avesse appena finito un’apnea di dieci minuti. Franò a terra stravolto.
Ci precipitammo su di lui per dargli una mano, ma ancora accovacciato, alzò il braccio per fermarci.
“Sto bene, sto bene… adesso ricomincio a respirare…”

Il nostro sensitivo sembrava effettivamente riprendersi da quell’esperienza traumatica.
Scampato il pericolo, ci guardammo tutti intorno, non per trovare prove del suo racconto, ma piuttosto per smentirlo. Le nostre speranze si infransero quando guardammo in fondo alla stanza.
Si vedevano chiaramente sedie e tavoli spostati, testimonianza del passaggio di un gruppo di persone, ma in fondo, a ridosso della parete, non c’era l’ombra di alcun corpo, solo lo spazio per contenerne una decina.
Ancora incredulo, guardai tra le mani della misteriosa figura e vidi un N-Pad. Sentii qualcosa piombare in fondo allo stomaco.
Lo accesi, facendo attenzione a non toccare il soldato, sullo schermo apparve una mappa della Gens Iulia. Cosa stava cercando?
Mentre ero completamente assorto sulla mia domanda, Soyo ruppe l’incantesimo: “Qualsiasi cosa sia successa qui, è stato prima della polvere. Non ci sono tracce, a parte le nostre.”
Merda. Bravo Soyo, aggiungi enigmi all’enigma.

Adesso Choral sembrava essersi completamente ripreso. Si alzò in piedi, e schiarendosi la voce disse alla radio: “Hai sentito tutto Brahia? Qualche elemento in più?”
Ci fu di nuovo silenzio, questa volta più lungo. Poi, come una boccata d’aria fresca, sentimmo nuovamente la voce di Brahia: “No, nessun elemento per spiegare quello che è successo. Ma qualsiasi cosa sia stata, è probabilmente ancora su questa nave.”
Ci sentimmo spaesati, indifesi. Ora l’insicurezza ci dava l’impressione di essere scoperti in tutte le direzioni, ci sentivamo vulnerabili ad un attacco in qualsiasi momento. Adrian iniziò a girarsi nervoso con l’arma in mano, cercando di scrutare qualsiasi movimento nel buio.
Ancora una volta la voce di Brahia ci riportò ai nostri obiettivi: “Ora più che mai, è di fondamentale importanza ripristinare tutti i sistemi della nave. Una volta ripreso il comando, potremo individuare eventuali minacce ed eliminarle. Rimettetevi in marcia, la missione continua”.
E come bravi soldatini, ricominciammo a camminare per finire ciò che avevamo cominciato.

Ora finisco anch’io la mia giornata e me ne vado in branda. Prima della buona notte però un paio di pensieri.
@Applesid: vedo che stai facendo progressi con il tuo cammino, non so se invidiare il tuo dono, ma dai tuoi racconti, mi sembra tu stia condividendo una parte di ciò che è avvenuto sulla Gens. Grazie, mi fai sentire meno solo.
@Winter: sei l’unico che non è ancora ricomparso sulla rete. Prima di partire ho segnalato la tua posizione camuffandolo come segnale di soccorso… spero tu sia solo tremendamente occupato con sigari ed alcolici.

Ed ora è tutto. Buonanotte Darknet, alla prossima.

Pensavo.

Category : Francesca

Per tutti questi mesi, col corpo di Anne, sono stata in giro per Dublino, Cork, Galway e altri minuscoli paesini irlandesi, lavorando come cameriera, lavapiatti e barista, col culone di Anne sbattevo ovunque! Però ho imparato un mestiere nuovo, o quasi.

Gli irlandesi sono belli, belli come Elwood (e qui ragazzi mi parte la lacrima, è tanto, troppo, tempo che non so più niente di loro, cazzo!). Gli irlandesi sono belli e matti. Tanto matti che si divertono a tirare scemi gli Hom Imperiali, soprattutto nelle campagne dove c’è poco da fare, tirandogli addosso bottiglie, sanpietrini ed oggetti contundenti vari, col buon risultato di farsi sparare addosso, ma con un sacco di risate generali, che puntualmente finivano con qualche ferito, pochi morti e diversi deportati. 
Gli imperiali, o come sono chiamati qui “i culi neri”, del resto se ne fregano abbastanza. De-portano via e non ci pensano più.

E’ andato tutto liscio per un bel po’. Poi ho cominciato a sanguinare dal naso, anzi, Anne ha cominciato a sanguinare dal naso, bevevo acqua come un cammello, ma nelle ultime settimane il giochetto non ha più funzionato. Ho finito i peroni di naniti poco più di un mese fa. Sono ritornata nel mio naturale aspetto con non poca fatica. Mi sono dovuta rinchiudere nella mia stanza per 6 giorni. 6 giorni a bere succo di mela e a mangiare toast, che mi facevo lasciare davanti alla porta, cosìcché potessi prendere il cibo di notte, quando tutti dormivano e nessuno poteva vedere il mio, a dir poco, nauseante aspetto.

Beh per fortuna ora sono tornata me. Per fortuna o per sfortuna non lo so:
sono qui con una grande paura di essere riconosciuta, ho come la strana sensazione che la mia faccia e quelle dei compagni siano impresse nel database di ogni soldato di Itan. No shelter in!

E’ stato difficile inventare una storia per la padrona di casa, quando da Anne sono tornata Francesca, mi voleva sparare. Rido. Figurarsi inventarsi una nuova me.
Per l’ennessima volta. Sono confusa.

Dovrei cercarmi un lavoro, ancora. Magari posso andare negli stessi posti dove ho lavorato come Anne. Così faccio la figa che conosco il posto e pensano che io sia bravissima. AH! Spero vivamente di non essere ricercata. Ho i pensieri che rimbalzano come palle matte.

E’ di nuovo tardi. Domani esco, vado in giro, sento che domani sarà un grande giorno.
Magari me ne vado tra le stelle, come voi.

@Dani… magari una volta ci si vede, facciamo che vengo io lassù, perché qua, non é più la Terra di nessuno.
@All: ma sta nave, la Gens Iulia… non ho capito, ma cos’è successo?… mah!

Prima di partire.

Category : Applesid

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Torino, 16 ottobre 2013

Il tepore delle prime luci del sole mi accompagna a lavoro come ognuno dei lunedì che nella mia vita mi son capitati, come oggi, di mercoledì. Fa un cazzo di freddo. Il frastuono mi accoglie appena entrato in ditta, HOM e ammennicoli vari svolazzano un po’ dappertutto, sento gli umani felici di lavorare in condizioni che solo due anni fa non pensavano minimamente di raggiungere, le prime auto volanti per il trasporto terrestre sono ormai in finitura, non ho capito le intenzioni degli Itan su come gestire l’accesso ad avere la possibilità di possederne una, ma confido nel loro spirito dittatoriale, sapranno come fare, spero non mi tirino fuori una lotteria. Alexis chiacchiera con gli alti gradi del suo gruppo anche se ogni tanto mi lancia dei messaggi, sms virtuali spediti tramite onde cerebrali.

La guardo dalla macchinetta del caffè, romantico proprio come la prima volta, mentre un Itan continua a darmi istruzioni sul mio prossimo incarico, vorrei un mohjto e questo parla, non si è accorto che non lo ascolto, registro le sue cazzate come mi ha insegnato in questi mesi Alexis, praticamente si riesce a gestire una parte del cervello grazie alla funzione “archivio” potenziata dai naniti e a richiamarla successivamente, la riascolterò tra poco dopo il caffè, come vorrei che il mio corpo mi richiedesse una sigaretta, come vorrei piegarmi ancora su quella turca sporca, respirando gli odori di sudore, olio emulsivo e del kebap appena liberato da Adrian il rumeno, vecchio orso nero, colorato dalla fibra di carbonio che ogni giorno è intento a fresare. Rientro in ufficio, accendo l’N-Pad e metto su un vecchio classico dei Pearl Jam…

When I woke up, the rain was pourin’ down
There were people standing all around
Something warm rollin’ through my eyes
But somehow I found my baby that night
I lifted her head, she looked at me and said
“Hold me darling just a little while.”
I held her close, I kissed her our last kiss
I found the love that I knew I would miss
But now she’s gone, even though I hold her tight
I lost my love, my life that night.

Oh, where oh where can my baby be?
The Lord took her away from me
She’s gone to heaven, so I got to be good
So I can see my baby when I leave this world.

Stand by…sogno!
Il silenzio è assordante qui dentro, di solito ci si aspetta di sentire il classico rumore di ferraglia e reattori missilistici dei film di fantascienza e inverosimile, passeggio tra ricordi di qualsiasi specie e razza, spiaccicati sulle pareti. Sento la morte e la vedo correre con i pattini nascosti sotto la lunga tunica nera, la falce in alto pronta a mietere qualsivoglia anche un abbaglio proveniente da Beta1 se per caso passa e se per caso è in qualche modo vivo e quindi punibile. Tutto ciò mi mette fame, di solito quando ho paura mi vien fame e ho molta fame, arrivo in sala di comando, non c’è nessuno ma la nave non pare essere alla deriva è strano qui non ci sono viscere, pare che la battaglia non sembra esser passata da qui. La paura passa, attraverso gli schermi panoramici vedo Alexis che fluttua nello spazio infinito, tra le stelle che abitano in questa porzione di spazio, mi chiama a lei ed io non faccio che volare verso di lei attraverso gli ostacoli che ci dividono…play…record!

Alexis era in piedi vicino alla mia scrivania che attendeva il mio risveglio, T-Bones mi sta chiamando da Stromboli, non credo gli risponderò, Alexis mi intima di chiudere la connessione ed io mi incazzo con lei perché non deve leggere nel mio pensiero senza il mio permesso, guarda che ti sento! Dobbiamo partire, giusto il tempo di tornare a casa, fare le valigie, salutare la nipotina che ha appena compiuto gli anni e via, primo obiettivo recuperare T-Bones e forse qualcun altro da Stromboli, dopodiché dobbiamo dirigerci ad Avignone dove gli Itan hanno piazzato una loro sede, simbolico e  molto terrestre come comportamento mi vien da dire, anzichenò! Fino a qui tutto bene

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Una cattiva cera.

Category : Pekka

Quando sono entrato nella sua cabina, Bob stava parlando con la sua assistente, ma appena mi vide si alzò da dietro alla scrivania e mi venne incontro.
“Pekka!” disse, cingendomi con un braccio e scortandomi fino ad una poltroncina “Siedi, siedi, mi sembri un po’ stanco. Tutto bene?” mi sedetti.
“Grazie, tutto bene.” dissi io, cominciavo ad essere un po’ confuso.
“Sicuro? Non hai una bella cera. Non ha una bella cera, vero Spinder?” L’assistente alzò gli occhi dal suo N-Pad e fissò impassibile Bob per un paio di secondi prima di volgere lo sguardo verso di me.
“Terribile. Cera proprio terribile.” disse sempre impassibile.
“Sentito?” riprese Bob “Siamo tutti molto preoccupati per te!” percepii lo sforzo sovraumano di Spinder per evitare di alzare gli occhi al cielo e sbuffare.
“Preoccupatissimi.” sottolineò Spinder.
“Secondo me, hai bisogno di relax! Giusto, Spinder?”
“Relax, sì, giustissimo.” Il contrasto tra il tono melodrammaticamente preoccupato di Bob e il tono completamente neutro di Spinder mi stava facendo digrignare le orecchie.
“Siamo giusto in orbita intorno a Tirtecs, potresti passare un paio di giorni a terra, rilassarti e riposarti un po’. Ho sentito che si può respirare l’atmosfera esterna anche per 10 minuti prima che ci siano degli effetti collaterali. Sai, i livelli di CO2 e cose così.” L’assistente nel frattempo era tornata a concentrarsi sull’N-Pad.
“Giusto, giusto. Rilassarti, respirare CO2.” confermò distratta.
“Cosa cavolo sta succedendo?” chiesi finalmente.
“Mi sembrava fossimo stati chiari a riguardo.” disse Bob “I punti salienti erano: Cera schifosa, preoccupazione, relax, Tirtecs.”
“Non ho una cera schifosa. Sto benissimo.”
“Certo, certo. Ti abbiamo prenotato una stanza in un albergo di Landig, prendi un Bantha e vacci subito. Spinder ti ha mandato tutte le coordinate sul pad.” Bob mi prese per un gomito e mi aiutò ad alzarmi e mi scortò verso la porta.
“Ma io non sto male! Non voglio andare a Landig!” stavo quasi piagnucolando.
“Certo, certo. Ah, e portati dietro il Sergente Iain e il Caporale Duogal, anche loro mi sembra abbiano una cattiva cera?”
“Iain? Cattiva cera? Ma se non riesco neanche ad immaginarmelo a starnutire quella bestia.” dissi dalla parte sbagliata di una porta ormai chiusa. Sentii qualcuno schiarirsi la gola alle mie spalle e mi girai di scatto. Iain non sembrava molto a suo agio vestito in borghese. Aveva una camicia larga e dei pantaloni al ginocchio. Sotto la camicia si intravedeva una forma come di una canottiera spessa un paio di centimetri. Aveva una borsa in mano e mi fissava impassibile.
“Atciù.” disse.

Adesso sono in questo stupido Hotel Imperatore di Landig. È un posto di merda. Solo edifici prefabbricati in un atmosfera irrespirabile.
Appena scesi dal Bantha, Iain e Duogal sono spariti borbottando qualcosa di alberghi diversi e un cugino di terzo grado che lavora in raffineria.
Ancora non ho capito che cazzo sia successo, ma fra poco esco a cercarmi un bar. Insisterò per avere un ombrellino nei miei drink, in fondo, pare che io sia in vacanza.

Dieci cose da fare prima di morire.

Category : Ilario

Varcare la soglia del bureau dopo un bel po’ di ferie, infondo, è quasi piacevole.
Entrare, salutare i colleghi cercando di distinguerli dalla macchina del caffè, salutare Hurla e il nuovo capo che ci hanno gentilmente appioppato ha una componente di divertimento. Tranne forse per l’ultima parte, ma niente è perfetto.
Spero che Lark si goda la sua promozione, magari da dentro una comoda cassa di legno di pino, e spero che il nuovo arrivato sia normodotato. E magari con qualche vizietto in meno.
La presentazione ufficiale verrà fatta la prossima settimana, staremo a vedere. Per il momento l’ho solo intravisto e mi ha balbettato in fretta il suo nome: Amos.
Per il momento è tutto quello che so, e credo che mi basterà per un bel po’.
Hurla mi ha raccontato fin nei minimi particolari la sua visita a casa, mi ha mostrato le foto della famiglia, dei luoghi che ha visitato, insomma abbiamo rubato lo stipendio per una buona oretta: che meravigliosa sensazione.
Pure io le ho propinato le mie stucchevoli vacanze e, stranamente, lei si è divertita parecchio a sentire il raccontino. Personalmente me le sono frantumate. Ed ero io il protagonista.

Dopo aver esaurito tutte le scuse per non fare una beata fava, ci siamo costretti ad accendere il fido N-PAD e a capire cosa fare per rendere “Gloria all’Impero”. Primo ordine del nuovo capo nelle note di servizio: fare un servizio televisivo sulla Gens Iulia.
Fare un servizio su una cosa che l’Impero s’è persa? Ma sai le risate in platea!..
Montare una sceneggiatura a metà tra una pubblicità dei pannolini e una notizia quasi-vera-ma-non-troppo non è una delle dieci cose che mi sarebbe piaciuto fare prima di morire, l’alternativa è un posto di lavoro qualunque senza naniti, senza casa, senza futuro e solo come un cane.

Caffè, urge un caffè.

Io e la topolona iniziamo il brainstorming cercando di far stare assieme una maionese senza farla impazzire, ma è difficile quando gli ingredienti di base sono in avanzato stato di decomposizione.
Hurla nota che sono parecchio distratto dai miei pensieri, tant’è che nota in un paio di occasioni delle contraddizioni nello sviluppo del palinsesto. Odio fare queste figure.
Una cosa però le è sfuggita: in uno dei filmati che useremo, un vero trionfo di computer graphics, la luce che illumina la scena arriva da destra e le ombre da sinistra. Credo che la lascerò per i patiti di bloopers, in fondo devono potersi divertire anche loro.

Non ho idea di come ragioni il nuovo capo, credo e spero che somigli al suo predecessore: trasformo, quindi, la merda in cioccolato e gli mando il tutto sul suo N-PAD. E poi chi vivrà, vedrà.
Male che vada licenzia me e il roditore taglia forte e al nostro posto assumerà una squadra di scimmie. O di Plusha.

Questa cosa della Gens Iulia inizia a stuzzicarmi: nemmeno il più distratto e disorganizzato dell’universo riuscirebbe a perdersi una nave lunga centinaia di metri, mi piacerebbe proprio sapere il come e il perché.
Magari senza stuzzicare troppo il can che dorme, per questa volta.

La lunga strada verso casa: ricordi.

Category : Daniele

Lo spazio è freddo. Non parlo di temperatura, ma di solitudine. Mi ritrovo seduto sulla sedia, le ginocchia al petto, mentre guardo fuori dal vetro panoramico della sala comune. Mi sento un po’ come un viaggiatore sul treno, mentre pigro guarda fuori dal finestrino. I pianeti e le stelle passano lenti sullo sfondo, in primo piano ci sono i ricordi che cerco di scacciare.

Dormo poco, un po’ per nanitico volere, un po’ perché il nostro DELTA mi sembra incredibilmente vuoto. E’ assurdo quanto rapidamente ci si abitui al rumore che fa un’intera squadra d’assalto, il vocio, le battute nei corridoi: linfa vitale che chiassosa, scorre nelle vene metalliche dell’astronave. E’ altresì stupefacente quanto tutto quel baccano ti manchi una volta che non c’è più. Silenzio.

Proprio come quando siamo entrati la prima volta sulla Gens Iulia.

Quel giorno, quando il cronometro della nave segnava le 6.00 della mattina, eravamo nella nostra camera di equilibrio, pronti ad entrare nel mastodonte dormiente. Ero ansioso ed emozionato come prima di salire su una giostra paurosa, ma in un angolo della mia mente, si affacciava un’ombra: avrei preferito finire l’algoritmo di codifica, leggere i diari della nave, ma gli ordini sono ordini e non si discute.

Quando si aprì il portello del nostro DELTA, ci trovammo di fronte la paratia esterna della Gens. Metallo grigio opaco, anche se era chiaramente di nuova fabbricazione, aveva già qualche piccolo segnetto,: lo spazio non è un posto per mammolette. Il caposquadra per questa gita era Brahia, la quale si avvicinò con fare deciso e distaccato alla porta, posizionandoci sopra il PASTU, un piccolo oggetto delle dimensioni di un telefono, in dotazione a tutti gli ufficiali, che permette, digitando il proprio codice, di aprire qualsiasi porta di fabbricazione imperiale. E’ un oggetto notevole, in caso di assenza energetica, è addirittura in grado di fornire l’energia sufficiente per aprire la porta. Quando Brahia premette il pulsante di “invio”, pensai: “Ecco, siamo dentro”.

La prima cosa che ci accolse fu il buio. Una volta aperta la seconda porta, non ci fu alcun risucchio d’aria, quindi i dati che avevamo erano corretti ed il supporto vitale della nave era ancora attivo. C’era aria, ma nient’altro. Il silenzio che ci circondava era assoluto, si sentiva solo il ronzio di sottofondo dei sistemi della nave. Cazzo, quindicimila persone dovevano pur fare qualche rumore? Ed invece niente, solo oscurità e assenza di vita.

Dopo la camera di equilibrio, ci ritrovammo di fronte ad una diramazione a T. A destra ed a sinistra, il lunghissimo corridoio si perdeva nel ventre della bestia. Brahia guardò rapidamente da una parte e dall’altra poi, senza alcun preambolo, iniziò a dare gli ordini nel suo perfetto stile asettico:
“Ci divideremo in due squadre, i piloti andranno a sinistra, in direzione della plancia, mentre i tecnici andranno a destra per il controllo dei sistemi e del nucleo principale. Ogni squadra sarà supportata da un gruppo di fuoco. Io e Satca saremo supportati dai due artiglieri Kolcat e Sulla. Verrà con noi anche Clayton, nel caso trovassimo qualche ufficiale ferito. Daniele, Soyo e Roolat saranno supportati da Adrian e Choral. Choral non è un artigliere, ma come sensitivo da combattimento, sarà più che sufficiente. I rispettivi tecnici andranno ad interfacciarsi con i propri sistemi di competenza. Daniele, trova un terminale di accesso diretto al computer centrale, Roolat controlla se le comunicazioni sono ancora attive e Soyo, assicurati che il nucleo principale ed i secondari della nave siano tutti operativi. Choral comanderà la seconda squadra. Ci sono domande?”
Avrei voluto alzare la mano e chiedere perché doveva difendermi proprio quell’idiota di Adrian e perché dovevo farmi comandare da quell’inquietante individuo che è Choral, ma mi unì al gruppo rispondendo: “Nossignore.”
“Bene. Accendete i vostri visori notturni e caricate gli obiettivi. Choral, prima di andare lancia una sonda mentale e dimmi se c’è qualcosa nelle vicinanze. Cerca di utilizzare il maggior raggio d’azione possibile.”
“Eseguo”. Come quella volta su Seena, Choral poggiò il ginocchio destro per terra e portò la mano sinistra alla tempia. Poi disse la sua solita frase “Sonda mentale: partita.”
Rimanemmo fermi a guardarlo per cinque minuti buoni. Al contrario delle altre volte, non rimase inespressivo, come isolato dal mondo. A circa due minuti da lancio, potei distinguere chiaramente sul suo volto alcune smorfie, come se non riuscisse a capire quello con cui aveva a che fare. Quando si rialzò, rimase qualche istante in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Solo Brahia riuscì a riportarlo fra noi.
“Choral? Allora, cos’hai trovato? C’è qualcuno?”
“Non saprei…” e s’interruppe di nuovo. Fino ad ora, non l’avevo mai visto così indeciso. Poi riprese: “Ricordi.”
“Cosa stai dicendo Choral??”
“Non so, non mi è mai successo. Non ho trovato una vera e propria intelligenza, solo ricordi. Come intrappolati. Ho difficoltà a spiegarlo in maniera comprensiva.”
“Provaci.”
“Sono delle ‘sacche’, ognuna contenete dei ricordi. Sono sparse nella nave, come fossero isole. Almeno, fino a dove sono riuscito ad arrivare con la sonda.”
“La più vicina?”
“A destra, ad una cinquantina di metri.”
“Allora toccherà alla vostra squadra indagare. Resteremo in continuo contatto radio.  Avete tutti i vostri ordini. In marcia.”

Ci mettemmo in marcia, senza neanche guardarci prima di dividerci. Senza nemmeno avere il consueto sorriso, rubato di nascosto, di Brahia. Tra di noi sentivamo chiaramente aleggiare qualcosa di strano ed indefinito.
Marciavamo piano in quel corridoio infinito e buio, Adrian apriva la fila e Choral era subito dietro di lui, quando notai qualcosa di strano: per terra c’era almeno un centimetro di polvere. “Sergente Choral?”
“Si Caporale?”
“Da quanto tempo si sono persi i contatti con la Gens Iulia?”
“Circa dodici giorni, perché?”
“Perché a terra c’è un centimetro di polvere. E stiamo lasciando le impronte. E normale?”
“Brahia, hai sentito tutto?”
“Sì, anche qui la situazione è la stessa, sembra sia in tutta la nave. Clayton, puoi analizzare la polvere?”
“Certo… sembra… sono residui organici!”
“DNA?”
“Un miscuglio, ma è principalmente umano.” Un brivido mi risalì lungo la schiena e quella sensazione inquietante, non fece altro che aumentare.
“Va bene. Proseguiamo con la missione. Una volta ripristinati i sistemi, vedremo di capire meglio questa storia.”
La nostra squadra proseguì in direzione della “sacca” rilevata da Choral.

Una volta arrivati a destinazione, ci trovammo di fronte ad una porta. Era l’ingresso di una delle salette ricreative della nave. Il rilevatore di vita dei nostri visori, mostrava segnali incoerenti. Invece di essere un punto definito sulla mappa, delle dimensioni della forma di vita, era più che altro un insieme di puntini, come una nube. La grandezza complessiva era però quella di un uomo. Aprimmo con cautela la porta, Adrian si piazzò accovacciato con le armi spianate, in posizione da bravo soldatino di plastica. All’interno della sala, tra i tavoli, si distingueva una figura in piedi, di spalle e attorno all’intera sagoma, si poteva notare un flebile bagliore azzurrino.
All’apertura della porta, non ebbe alcuna reazione.
Ci disponemmo tutti nella stanza, posizionati a ventaglio con le armi in braccio, ma ancora la figura non sembrò accorgersi della nostra presenza. Ora si poteva vedere meglio, indossava tuta da combattimento ed armatura imperiale e, a guardarla bene, era leggermente inclinata in avanti, le mani appoggiate sul tavolo, come se stesse leggendo qualcosa. Allora fu Choral a prendere la situazione in mano, intimando la figura di identificarsi.
Nessuna risposta.
Choral ordinò allora ad Adrian di avvicinarsi. Il soldatino di plastica sembrò sorpreso e voltandosi verso il suo caposquadra assunse un’espressione stupita del tipo “Perché proprio io?” Avrei voluto rispondere “Perché sei l’artigliere, idiota”, ma le circostanze erano già abbastanza tese così e poi, per dirla tutta, ero anch’io intimorito da quella strana situazione.
Adrian si avvicinò con estrema cautela, fino ad arrivargli a pochi centimetri.
Eravamo con il fiato sospeso, in attesa che la bomba esplodesse. Una volta giunto a così breve distanza, l’ottuso soldato, cambiò espressione, assumendo la più perplessa che il suo repertorio da troglodita gli concedeva. Fece un paio di giri attorno alla sconosciuto e dopo, abbassando il fucile, si girò dalla nostra parte annunciando con voce incerta: “E’ vuota…” Sembravamo un gruppo di statuine di cera, immobili ed increduli.
“Ripeti soldato.” tuonò Choral.
“E’ vuota, non c’è nessuno dentro…” questa volta spinse lo sconosciuto con la canna del fucile e quest’ultimo oscillò leggermente, senza reagire. Ci precipitammo tutti incuriositi, dimenticando la tensione che ci aveva immobilizzati fino a qualche secondo prima. Rimanemmo a bocca aperta, tempestati da mille domande causate da quella visione.
L’armatura era realmente vuota, ma la tuta da combattimento era gonfia come se ci fosse effettivamente qualcuno dentro.
E poi la posizione, un’armatura in stasi rimane dritta, non dà l’impressione di fare “qualcosa”.
Ed infine, quel campo azzurrino, il campo energetico dell’armatura non ha colore.
Cos’era successo su questa maledetta nave?
Purtroppo per noi, l’avremmo scoperto più avanti.

Ora devo lasciarvi amici miei, è il mio turno in plancia.

@Pekka: stai diventando una figura importante! Ma non sono ancora sicuro di voler conoscere Bob.
@Ilario: semplicemente su con la vita, hai fatto un gran lavoro con Francesca.
@Francesca: ero in pensiero per te, sono contento che tu ce l’abbia fatta. Mi sono immaginato ANNE, ma non so ancora come sia fatta tu.

Beh, a dir la verità fino ad ora ho visto solo Pekka, spero di conoscervi tutti un giorno. Buonanotte Darknet.

Un nuovo percorso.

Category : Applesid

Darknet mood ::On::

Foci del Niger, 7 ottobre 2013

Alexis è seduta sul tavolo di vimini intrecciato che avevo recuperato al mercato di Bamako, un antico reperto della colonizzazione francese di qualche secolo fa, seminuda e inaspettatamente sudata,  rapita e concentrata nella ricostruzione di un puzzle da 1000 pezzi che avevo recuperato nella mansarda di casa mia, qualche giorno prima la partenza verso questo posto incredibile in cui ci troviamo. La capanna sulla riva che ci ospita ha il sapore di millenni di storia e stata costruita dai pescatori che abitano lungo le arterie che formano le foci del Niger nello stesso modo in cui le costruivano millenni fa i loro avi, così come le gondole che usano come mezzo di trasporto e per la pesca, gli Itan qui si sono fatti vedere poco e la gente del posto non ha cambiato per nulla il proprio sistema di vita nonostante tutto, era quello di cui sentivo avere il bisogno il giorno in cui chiesi le ferie agli Itan, un po’ sorpresi da subito mi chiesero di che parlavo ma non feci a tempo a snocciolare il mio punto di vista che Alexis sorvolando sulla mia richiesta e requisendomi per un operazione urgente mi salvò da un possibile terzo grado. Alexis sembra avere un mucchio di vertebre ma ringrazio dio o chi per esso di averla fatta femmina, mi sente mentre penso queste cose, si gira sorridendomi, per farmi capire che anche questa volta non sono riuscito a nascondere la mia mente, le piace questo giochetto e anche a me, lo considero un ottimo allenamento per lo sviluppo delle mie capacità sensitive. Sto per cominciare un nuovo percorso, sono agitato ed è: il mio primo punto debole. Alexis invece è sicura di se, conosce gli usi e i costumi di queste tribù benissimo, come se li avesse studiati per anni, dice che la loro pace interiore non gli consente di entrare nelle menti di questi pescatori con facilità, devo imparare da loro e stare qui, sdraiato lungo il fiume a contemplare tutti i colori dell’iride che contaminano ogni atomo di questa parte di terra, devo ammettere che aiuta. Alexis si muove sinuosa alla ricerca della mattonella mancante ed io ascolto un vecchio singolo dei Badly drawn boy,

I’ve been dreaming of the things i’ve learnt about a boy
Whose bleeding, celebrate to elevate
The joy is not the same without the pain.

fumo…stand by, sogno!

Fa freddo, l’astronave è enorme, puzza di morte, dove scappi? Ti prendo, da qui non si può andare molto lontano. Ti vedo… viene da Itan questa paura che sento scorrere nelle tue vene, mi pare impossibile che tu sia così poco e niente, nuddu miscitatu cu nenti, uomo delle stelle, dove scappi? Ti vedo, col tuo esercito multietnico improvvisato, sei solo un altro inutile capò che nonostante le sue ferme certezze nasconde le paure verso il nemico che prima o poi svelerà il suo lato più forte, dove scappi? Ti sento, malvagio meschino e mafioso. Codardo ti prendo primo o poi, fa freddo,  l’astronave è enorme, puzza di morte…play…record!

Mi sveglio dal sonno condizionato dai naniti, Alexis è in acqua, mi gratto gli occhi increspati, sono scombussolato dal sogno, non riesco a capire bene e non ricordo, un’ape la punge sul polpaccio e lei la ignora con un gesto di stizza,  vedo le forme di Alexis che coperte da un telo di lino mi vengono incontro ridacchiando come se fosse al corrente di ciò che mi era appena successo, mi distraggo, T-bonses mi sta chiamando da Stromboli, non credo gli risponderò, il progetto di purificazione del mar tirreno è giunto ormai al termine, ora col permesso degli Itaniani depureremo anche gli altri mari, per una settimana ancora, però, rimango qui,  a godermi la mia nuova fidanzata extraterrestre. Fino a qui tutto bene

 

Darknet mood ::off::

ANNE BONNY.

Category : Francesca

Anne Bonny è rossa, ha gli occhi verdi, le tette grosse e la voce da coniglietta di playboy, porta il 41 di piede, e quando sorride le tira la pelle della faccia. Anne Bonny sta bene col verde, è alta qualche centimetro più di me, e larga diversi centimetri più di me.

Anne Bonny sono io, o meglio sono stata io per tutto questo tempo e un po’ mi mancherà questo mio alter ego nanitico e di sangue irlandese.
Quando arrivai all’Hotel e mi sparai il perone di naniti in gola (e due litri di rum), non avrei mai immaginato niente di tutto ciò. Mi sono addormentata dopo circa un’oretta ed è stato il peggior sonno di tutta la mia vita. Sentivo male, un male continuo e spasmodico ad ogni singola cellula del mio corpo, un male “basso” che non ti sveglia. Un male strano. E sentivo che mi tiravano i vestiti addosso. Sono stata sdraiata sul letto quasi due giorni, non avevo nessuna necessità fisica, solo il forte istinto di stare ferma. E’ stato come soffocare. Come una metamorfosi kafkiana, fortunatamente con esiti migliori: Anne Bonny.

La prima volta che mi sono vista… mi sono intravista nel riflesso sulla finestra, fuori pioveva, come quasi sempre del resto qui, pioveva… e una figura sconosciuta coi capelli rossi e mossi mi fissava, mi girai di scatto per vedere se avevo qualcuno alle spalle, nessuno, mi girai verso la finestra, poi di nuovo verso la stanza. Ho ripetuto questa operazione per credo… una ventina di volte. Dopodiché corsi in bagno, mi guardai allo specchio, urlai e svenni.

Ora ci rido su. Ma in quel momento Ilario, ti avrei ucciso con le mie mani piene di meravigliose lentiggini rosse.
Ilario, grazie per la via di fuga, avermi dato una nuova identità, soprattutto fisica, grazie, senza di te sarei morta: dopo quei giorni in Matera, eravamo braccati, dopo quel casino con Leprechaun, dividerci è stata l’unica soluzione possibile. Soldati imperiali ovunque, robottoni tostapane molto probabilmente con le nostre facce taggate nei circuiti… “wanted, troppo wanted”. Ilario… te ne devo una, la storia che fai meno docce non l’ho capita. Vuoi un sapone naturale di torba? Qua a Galway pare che sia la panacea di tutti i mali.

E’ tardi, mi si chiudono gli occhi, vi scrivo al più presto, è un piacere avervi ritrovato, ora che sono tornata me e mi sono ritrovata. Non sono pazza. Non più del solito, solo che è successo di tutto.

Slán. Goodbye. A presto. Dio salvi la Guinness.

Luglio, col bene che ti voglio…

Category : Ilario

Luglio è finito, e pure agosto. E, ora che ci penso, è finito pure settembre.
Non vedevo l’ora.
Ho avuto tre mesi di tempo per capire la complessa banalità che è la mia vita, fatta di momenti brutti, di momenti orribili e momenti quasi accettabili. Sul “quasi” ci sto ancora lavorando.

Tornare al proprio paesello, vedere che nulla è cambiato e che tutto è diverso, notare gli sguardi di chi ti vede come uno straniero in patria o, peggio, come un alieno in avanscoperta, insomma, son stati mesi da dimenticare.
E nemmeno rivedere la mia famiglia è stato un momento così idilliaco.
Intendiamoci, i miei genitori sono persone stupende, ma vederli così in salute è stato, paradossalmente, uno scontro a gamba tesa: è stato come vedere l’Impero che mi butta in faccia il “miracolo” dei naniti, quasi come se volesse convincermi che quello che faccio è cosa buona e giusta.

Sono andato a trovare i miei genitori e mi sono ritrovato con un collare a strozzo intorno al collo: li vuoi vedere sempre così belli, vitali e in salute? Bene, sai quello che devi fare.

Sono indeciso: non so se odio di più me o il mio lavoro. Probabilmente entrambi.

La mia nuova casa

Category : Pekka

È un po’ che non scrivo. Mi viene da chiedere scusa, ma, in realtà, non è che lo debba a qualcuno di buttare giù tutte le mie esperienze. Insomma, non ho firmato nessun contratto, non vedo anelli su queste dita. Ma se devo proprio giustificarmi, è stato un periodo intenso e mi sono distratto con la mia nuova vita di bordo qui da Bob, e non ho tanto sentito il bisogno di scaricarmi scrivendo a voi. Ecco. Vabbè, scusate.

L’ultimo paio di mesi li abbiamo passati più che altro a viaggiare da un sistema all’altro in maniera che Bob potesse far piovere la sua retribuzione ai vari sfigati che hanno combinato cazzate. Magari una settimana in viaggio, ci fermiamo su qualche pianeta o stazione spaziale, il boss fa impallidire un paio di ufficiali, o direttamente li sparisce, e poi via per nuove avventure.

A proposito di cazzate, il Capitano Roz, che era a comando della nave quando ci sono arrivato, deve averne commessa una, perché tutto d’un tratto è stato mandato al fronte e al posto suo ce ne hanno assegnato uno nuovo. Avreste dovuto vedere la sua faccia quando ha passato il comando al Capitano Baxte, era livido e smozzicava le parole di rito per il passaggio come se stesse trattenendo il vomito. Povero testa di cazzo. Baxte, in compenso, è un tizio tranquillo, ci lascia per la maggior parte ai nostri mezzi, e passa il suo tempo libero in palestra con le guardie di Bob a farsi malmenare sul ring. È sempre molto fiero di mostrari i nuovi bozzi che gli fanno. Beato lui che si diverte.

Bob continua a giocare a Nanpicola con Stros è pare stia decisamente migliorando. Stros ci è rimasto di merda la prima volta che ha perso una partita. All’inizio avevo pensato che lo avesse lasciato vincere per incoraggiarlo o per rispetto al capo, ma poi ho visto il suo sguardo shockato. Da lì in poi ha cominciato ad impegnarsi di più, ma Bob riesce ancora a vincere 3 partite su 10.

Per quanto riguarda la mia relazione con Bob, continuo ad essere il suo ambasciatore culturale pop del nostro ventesimo secolo. Guardiamo film, serie TV, cartoni e cazzate. Gli consiglio anche libri, soprattutto fantascienza essendo quella la mia passione, e non mancano mai di farlo ridere. Ovviamente quando non gli fanno venire delle idee bislacche, tipo quando ha cercato di farsi fare una spada laser o quando ha cercato per due giorni di replicare sul sergente delle sue guardie, Iain, la presa al collo del Signor Spock. Ogni volta che Iain era distratto, Bob gli pinzava il collo sperando che svenisse. Ogni volta Iain si girava verso il capo con uno sguardo come per dire “Spiace, Signore, neanche questa volta.” Tutto questo finché Bob si è ritrovato scaraventato dall’altro lato della stanza. Iain, prima si è assicurato che fosse tutto intero e poi gli ha detto:

“Mi scusi, Signore, temo che mi abbia preso alla spovvista ed aver agito di istinto.”

Bob lo ha fissato per qualche momento, ancora stralunato per lo shock di aver volato per qualche metro, e poi si è messo a ridere dicendo:

“Va bene, va bene, ho capito, la smetto. Che noioso che sei.” Il sergente è rimasto impassibile, ma con uno scintillio divertito negli occhi e lo ha aiutato ad alzarsi.

In compenso l’Ingegnere Capo Prachette è il più grande fan di Bob. Da quando il capo gli ha regalato tutti i giocattoli nuovi per il laboratorio, passa tutto il suo tempo lì dentro cercando di replicare i gadget che Bob ha visto da qualche parte. Per ora nessun successo per gli oggetti più esotici, e Prachette ha già perso una mano e due volte si è sfiammato via sopracciglia e capelli, ma non si perde d’animo e ha creato una versione del blaster di Han Solo funzionante. In realtà è un Meca1 su cui ha plasmato la forma del blaster, ma Bob ne è rimasto entusiasta e la indossa sempre quando scende dalla nave.

A me Prachette ha costruito una replica della spara-aghi di Halo. In pratica è una railgun in miniatura che spara cristalli di diamante industriale magnetizzato.

“Come arma fa cagare” mi ha detto “Ma fa la sua sporca figura.”

Il problema sono la precisione – non ne ha – e le munizioni per cui non ha ancora trovato un metodo efficace e veloce per la sostituzione. Al contrario di Bob, io non me la porto in giro, ma la tengo su uno scaffale sopra la branda e ogni tanto la uso nel tiro a segno delle guardie.

La nave, poi, non è un classico Delta. Essendo la nave di rappresentanza di Bob, l’hanno pimpata a dovere. Intanto è più grossa, non di tanto, ma quanto basta per farla spiccare tra le altre della stessa classe. Ha una ventina di metri in più in lunghezza e cinque in altezza e altrettanti in larghezza. Ma la cosa che la contraddistingue di più sono il colore e un paio di aggiunte esterne. Il Delta di Bob è fatto per intimidire, e fa il suo lavoro alla grande. Sembra disegnato da un ragazzino Goth. È nera e ha diversi spunzoni che gli escono a 45° dalla poppa lunghi una decina di metri. Il nero, in realtà, è solo il colore standard, visto che, grazie a una verniciatura con pigmenti intelligenti, si può cambiare in qualunque momento. Possono essere anche immagini in movimento. Ne ho avuto la prova una volta quando hanno testato il sistema e con Bob siamo usciti con un Bantha a controllare. Quando è nera è un nero opaco che assorbe qualunque luce, la nave diventa un tutt’uno con lo spazio che la circonda. Quando poi è rossa, il rosso è vivo. Sembra sia stata colata in un gigantesco secchio di sangue e stia sgocciolando. Gli spunzoni sono un altro discorso di intimidazione, ma hanno anche un motivo pratico. Il Delta di Bob monta diversi nuclei in più rispetto al normale. Questo per renderla più veloce e per alimentare le armi di bordo maggiorate e altri sistemi particolari. Ma questa sovrabbondanza di generatori crea spesso un surplus di energia che non si può nè immagazzinare, nè utilizzare al momento, di conseguenza la presenza dei dissipatori. Gli spunzoni sono in realtà lunghe antenne che si disfano dell’energia di troppo. Il fatto che lo facciano creando dei spettacolari archi voltaici visibili a centinaia di chilometri di distanza, è una felice coincidenza. Vedere arrivare in orbita una astronave completamente nera che lancia fulmini come neanche Thor ubriaco, fa il suo cazzo di effetto, è una roba che si vede anche dal suolo dei pianeti, roba da cagarti addosso anche se non hai fatto niente di sbagliato.

Insomma, questa è la mia vita in questo periodo. Adesso siamo in orbita intorno a qualche pianeta dimenticato da dio dove qualche povero stronzo riceverà un bel cazziatone. Per fortuna che ho Stros come navigatore, ho una memoria di merda per i nomi dei pianeti.

Fra poco ho un appuntamento per parlare con Bob, forse stavolta dovrò scendere anche io sul pianeta. Vedremo.

Alla prossima.

La lunga strada verso casa: visioni.

Category : Daniele

Spazio.
Ultima frontiera.
La missione di questo Delta è quella di fluttuare nello spazio profondo con la più misera tecnologia di propulsione imperiale.

Avanziamo lenti nel buio, con i nostri motori a fusione, in direzione della rimessa più vicina per effettuare le riparazioni.
Non siamo proprio alla deriva, ma poco ci manca. Il nostro incontro con la Gens Iulia ci ha lasciati decisamente ammaccati: una delle camere di equilibrio del fianco destro è stata completamente dilaniata, non abbiamo più il sistema di dilatazione dello spazio e l’equipaggio si è ridotto ai minimi termini. La ciliegina sulla torta, è che il nostro sistema di comunicazione risulta irrimediabilmente K.O., quindi non possiamo telefonare a nessuno per il soccorso stradale.
Come dicevo, avanziamo lenti nel buio e per di più in silenzio.

Passo il tempo sdraiato da solo nella mia cuccetta.
Ora che siamo così pochi, ognuno si è preso un alloggio intero, in modo da non svegliare il compagno mentre si prende servizio per il proprio turno. Un piccolo accorgimento per evitare che il morale, già provato, precipiti in caduta libera.
Ma a me sembra proprio un’idea del cazzo.
In questo modo ho tutto il tempo di rivivere, come incubi, gli avvenimenti che mi hanno portato fino a qui e, per scacciarli, occupo il tempo ascoltando musica, aspettando che arrivi il mio turno in plancia.
Per fortuna ora siete tornati Voi, è tornata Darknet.

Sono decisamente triste, e non solo io. Ci siamo presi sonori calci nel culo, tutti quanti. Pensavo di essere il pivello del gruppo, certo, addestrato come gli altri, ma quello con minor esperienza di guerra vera. Ed invece, quello che ci attendeva sulla Gens, ha livellato ogni differenza tra di noi, mettendoci di fronte a qualcosa di completamente sconosciuto che non ha fatto altro che evidenziare la nostra arroganza. Tutta la nostra sicurezza e onnipotenza, si è dissolta su quella nave, lasciandoci in mutande.

Anche se gli altri non lo dicono, questo è il pensiero che frulla nella testa di tutti. Mi spiace solamente di essere quello che lo dimostra di più, forse perché sono umano o forse perché sono quello meno abituato a questa guerra. Fatto sta che Brahia ha cercato a suo modo di sistemare le cose.

Più di due settimane fa, per la precisione il 3 Settembre, ho sentito bussare alla porta della mia stanza. Dopo il mio consueto “Chi è?”, ho sentito la sua voce, con tono autoritario dirmi: “Chiudi gli occhi, è un ordine Caporale!”
Eseguii diligentemente, era pur sempre un mio superiore, la sentii entrare e, dopo aver percepito, attraverso le palpebre, la luce della stanza spegnersi, lei parlò nuovamente, questa volta con un tono più dolce: “Ora puoi riaprire gli occhi”.
In mano portava un piatto con sopra uno delle razioni della mensa, sovrastata da una candelina ed un bicchiere di beverone nanitico. Ebbi appena il tempo di realizzare la situazione, quando lei intonò: “Tanti auguri a the, tanti auguri a the… soffia!”.
Dopo aver spento la candelina, lei mi guardò dispiaciuta dicendo: “Mi dispiace, non sono riuscita a trovare la bevanda della canzone…”
“Scusa, quale bevanda??”
“Il the!”
Mi venne da ridere, ed anche se non ne capiva il motivo, lei ne sembrò molto felice.
“E a cosa devo questa mini festa?”
“Beh, oggi è un anno esatto che hai preso servizio… è già un anno che ci conosciamo!”
Cazzo, già un anno. Un anno che combatto per l’Invasore e che sono lontano da casa mia. Pensai agli amici ed ai compagni che avevo già sepolto. Mi venne un tuffo a cuore ed una domanda idiota: come avevo fatto a sopravvivere per tutto questo tempo, perché proprio io?
Ma mi sembrò un peccato rovinare il lavoro fatto da Brahia, vanificare i suoi sforzi, così feci un sorriso alla matta con gli occhi arancioni e mi limitai a dire: ”Che dire… mi mancano solo più ventinove anni di servizio… ventinove di questi giorni!”

Ogni tanto, in questi momenti bui, ci sono delle parentesi allegre. Sono questi attimi che mi convincono che posso farcela, che posso andare oltre ai brutti ricordi. E con questo proposito, la prossima volta proverò a raccontarvi cosa è successo su quella maledetta nave.
Proverò a cacciare le mie visioni.

Buonanotte Darknet.

La traduzione diventa tradizione.

Category : Napoleone

La mattina inizia in maniera un po’ ovattata, come tutte le mattine in reception: gente che entra, gente che esce.
Le nostre porte d’ingresso a vetri sono piuttosto alte, mi succede raramente di vedere entrare qualcuno che quasi sbatte con la testa sul montante superiore. Oggi è successo.
Sono entrati due Xnarkad, sono esseri quasi del tutto identici alle nostre mantidi, solo che superano i due metri di altezza: vederli varcare la soglia è stato come tuffarsi in una scena di Starship Troopers, tant’è che per istinto ho portato la mano sulla mia MECA1. Spero che non se ne siano accorti, non mi piace fare queste brutte figure.

I due varcano la soglia, uno di loro ha in mano una valigia di metallo lucido, tipo una delle nostre classiche 24 ore, ma proporzionata a un essere alto più di due metri. Si guardano intorno, mi vedono e si avvicinano al banco. Quello senza la valigia prende parola, l’altro rimane un passo dietro di lui.

Cerco di assumere un tono professionale. Cazzo, togli quella mano dalla MECA1, razza di citrullo.

Saluto per primo (come da protocollo imperiale).
“Buongiorno a lei” mi risponde la mantide.
Credo di aver fatto una faccia strana. Per la prima volta i naniti mi hanno “suggerito” la traduzione leggermente in ritardo, quel tanto che basta per farmi sentire, per non più di un secondo, il loro modo di esprimersi: credo che Lovecraft abbia incontrato uno Xnarkad, parla esattamente come un Mi-go. Sembra un ronzio, una vibrazione emessa con una qualche parte del corpo, nel mentre le antenne scandiscono in maniera ritmica la durata della vibrazione, quasi come se fossero un metronomo. Affascinante, veramente affascinante.
Sistemo la targhetta che ho sul petto. Lo faccio sempre quando sono un po’ agitato.
“In cosa posso esserle utile?”
La mantide mi squadra per un secondo. Le antenne continuano a muoversi. Anche le antenne del suo compare si muovono. Mi domando quali informazioni stiano raccogliendo: che odore ho, cos’ho mangiato per colazione, l’odore del mio gatto…
“Ho un appartamento con il capo del selettore Ricerca e Sviluppo, può indicarmi a quale piano lo provo?”.
Come sarebbe a dire che ha un appartamento? Che diavolo è un selettore? E cosa vuol provare (e, soprattutto, su chi)? Bene, ora mi tocca dire a una mantide alta due metri che ha detto una scemenza, e tutto questo mentre mi passano davanti agli occhi le scene di Starship Troopers: ridatemi la mia mattina ovattata, adesso e subito!
“Mi scusi, ma non ho capito bene: lei mi ha detto di avere un appartamento con il capo del…”
Non faccio in tempo a finire la frase: la mantide scuote la testa un po’ stizzita.
“Ci risiamo!” dice con un tono a metà tra l’annoiato e il frustrato.
“Mi scusi signore, ma…”
Per la seconda volta non faccio in tempo a finire la frase.
“No, tranquillo, lei non c’entra niente. Il nostro modo di comunicare spesso manda in confusione i naniti, e quando non capiscono bene una parola semplicemente la rimpiazzano con una simile per suono. Mi perdoni, non mi abituerò mai agli errori di tradizione.”
Eviterò di chiedere a quale tradizione si stia riferendo, qualcosa mi dice che il termine corretto sia “traduzione”.
“Mi scusi signore, ma non ne ero a conoscenza. Deve recarsi all’ufficio DA42, quarto piano, prima porta a sinistra. Se ha necessità di ulteriori informazioni, può contattarmi con il suo NPAD”.
“Molto bene, la ringrazio del suo tempo e buon livore.”
“Anche a lei, arrivederla”.

Se n’è andato da almeno mezz’ora e ancora non ho trovato una parola sensata da sostituire a “livore”. Spero che vada nel reparto Ricerca e Sviluppo per mettere a punto dei naniti meno scemi.

O meno fantasiosi.

I casi della mia vita.

Category : Connessioni, Pietro Falco

Connecting… OK!
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Ispettore Pietro Falco – Diario personale

14 Giugno 2013

Da quando il corpo di polizia è stato incluso nel Verbo della Volontà, cominciavo  onestamente a dimenticare coso voleva dire fare l’ispettore. Più che altro siamo dei cani pastore, dobbiamo tenere il gregge e vedere che nessuna pecorella lasci il recinto. Le direttive del “recinto”, sono molto semplici:

Regola 1 – Nessuno deve tramare o parlare male dell’Impero, almeno in pubblico, nella vita privata facciano quello che cazzo vogliono.

Regola 2 – Nessuna religione, anche qui le postille sono le stesse della Regola 1, in privato fai il cazzo che ti pare, in pubblico c’è solo sua maestà l’Imperatore.

Regola 3 – Rimangono in vigore le leggi pre-imperiali del nostro pianeta, ma le pene sono molto diverse, quindi non fare cazzate, l’Impero non ci va leggero.

Per i reati minori c’è la galera, naturalmente gestita alla maniera “imperiale”, per i reati di propaganda (non credevo mi sarei mai sorpreso a dire una cosa del genere) c’è la rieducazione e, per tutti i reati più gravi, un’unica soluzione: la pena capitale. Con tali premesse, ne è risultato un calo sorprendente dei crimini, Itan sarà poco civile secondo i nostri criteri, ma non si può dire che non sia efficace.

Come dicevo, grazie a queste nuove tavole della legge, citazione infelice di un passato che non deve esistere, e alle conseguenti punizioni, il mio lavoro ha sostanzialmente smesso di essere quello di una volta. Le mie attività giornaliere si limitano all’investigazione su gruppi dissidenti o di persone che semplicemente vanno in giro a parlar male dell’Impero, anche se, quando scopro che sono gruppi di ribelli organizzati, la mia area di competenza si ferma ed entrano in campo gli Esecutori della Volontà. Quelli grossi insomma.

Ma oggi, mi sono capitati fra le mani due casi molto strani: due funzionari della Volontà assassinati. Chi è tanto stupito o disperato, da ammazzare qualcuno in questa epoca? Due funzionari poi…
I corpi sono stati ritrovati nella stessa zona, nei pressi di Porta Palazzo a Torino. Le modalità sembrano completamente diverse, anche se hanno la stessa cornice: un vicolo buio. Ma d’altronde, chi ucciderebbe in bella vista sotto la luce di un lampione? Il primo è stato ucciso da un’arma imperiale, una MECA1 per la precisione, il motivo sembra essere la rapina, ma visto l’impiego di armi imperiali per il delitto, probabilmente è stata inscenata per nascondere un regolamento di conti. Se il movente è questo, passerò il caso ai gruppi di investigazione interni alla Volontà. Per il momento lo tengo ancora un po’ sulla scrivania, c’è qualcosa che non mi convince.
Il secondo caso invece, ha dell’inquietante. La vittima è stata ritrovata appesa a testa in giù, sgozzata e con il ventre aperto. Mancava il fegato, sicuramente asportato dal carnefice, era anche presente sulla scena un secchio, contenente ancora un po’ di sangue della vittima. Si pensa ad un rituale di qualche tipo.
Ma la causa del decesso è stata un’altra: per soffocamento. Sul collo si distinguevano chiaramente i segni di strangolamento, lasciati da una corda molto sottile. Probabilmente la stessa corda da bucato usata per appendere il cadavere. Il corpo è stato ritrovato grazie all’odore terribile di putrefazione, erano giorni che se ne stava appeso a penzoloni. Il risultato delle analisi, confermano che il decesso risale a cinque giorni fa. Pensiamo che siano due casi diversi perché l’efferatezza e le modalità del secondo, indicano una mente malata, sicuramente uno squilibrato vecchia maniera.

Nonostante siano due casi che mi daranno sicuramente parecchi grattacapi, in fondo sono contento di essere tornato a fare il mio vecchio lavoro.

Correte pure nei corridoi bambini, il vostro controllore sarà impegnato per un po’. Avrete un guardiano in meno.

Dal diario personale del Capitano Roz E. Ferell

Category : Connessioni

E adesso mi hanno propinato altri due tizi che non conosco nell’equipaggio. Lo so che dovrei essere contento del mio comando. Insomma, il prestigio e quella roba la (anche il fatto di non essere in prima linea non è male), ma già il nostro VIP, adesso si diverte a farsi chiamare Bob, non mi stava particolarmente simpatico – tutto quel potere in una sola persona mi inquieta – poi ha pure cominciato a raccogliere gente in giro che non si sa bene chi siano. E li infila in linea di comando così, senza chiedermi un cazzo. E io che ne so che questi il loro lavoro lo sanno fare. Insomma, è una bella responsabilità trascinare in giro per la galassia il culo di Bob. Se poi questi qua fanno una stronzata? Chi ci va di mezzo? Roz! Ecco chi. Stronzo Bob e stronzi loro. Uno poi neanche parla. Il navigatore, intendo. Ci ho messo un po’ a capire che non era effettivamente muto, perché con il pilota ci parla. Raramente. Più che altro gioca a qualche cosa strana con Bob. Ci sono carte, pupazzetti e che cazzo ne so io. Ci passano le ore. Stronzi. Con l’altro invece guardano tutta una serie di file visivi terrestri. Film si chiamano. Roba in due dimensioni cacate, senza senso. E come se la spassano. Hanno una pessima influenza su Bob. Dopo averne visto uno, particolarmente ridicolo secondo me, si è messo in testa di farsi costruire un’arma chiamata Spada Laser. Ha fatto su un casino prima con l’ingegnere capo della nave, poi con la gente dell’A.E.R. E tutti a inchinarsi alle bizze di questo bambino troppo cresciuto. Chissà quante ore lavoro sprecate solo per compiacere lo stronzo. L’ingegnere ci ha pure perso una mano, cercando di costruirne un prototipo. Adesso gli sta ricrescendo, ovviamente, ma non deve essere stato bello. E neanche ha mollato, ha detto che appena gli ricresce, ha delle idee che possono stabilizzare il processo e farla funzionare. Secondo me, mi ritroverò con uno squarcio sul fianco della nave all’altezza del suo laboratorio, un giorno o l’altro, e lo spazio attorno si arricchirà delle molecole che un tempo facevano parte del corpo dell’ingegnere. Stronzo anche lui. Bob lo ha pure riempito di attrezzatura all’avanguardia, per la sua officina. E lui ci sguazza, come un x’sein nella merda.

Ogni tanto mi capita di fissare Bob. Non lo faccio apposta. È che mi sembra così strano che un uomo del genere, poco serio e con così poco rispetto per la propria posizione, sia uno dei bracci destri dell’Imperatore. Poi mi rendo conto che sto fissando e distolgo lo sguardo, e ogni volta, c’è quel sergente che mi osserva, con la testa chinata di lato e un’espressione ironica sul volto. Come a dire “E allora?”. Te lo dico io E allora! Ho mandato tutte le mie osservazioni all’Ammiraglio Hamtilon, con una lettera formale di lamentele a suo carico. Hamtilon era compagno di accademia di mio padre e ha conoscenze molto in alto. Voglio vedere se Bob ride ancora dopo.

[aggiornamento]

Sono arrivate tre comunicazioni in rapida successione. 1, mi hanno riassegnato, vado in prima linea. 2, Hamtilon mi scrive per dirmi di non contattarlo mai più o mi degrada. 3, mio padre mi da del coglione.

Tutti stronzi.

Al mare.

Category : Connessioni, Dureri, Frammenti di Darknet

Devo portare a far vedere Sladak, il mio piccolo cucciolo di Roghe. Ha tutta la schiena e la coda rovinate da… sembra una specie di dermatite, dev’essere una malattia che hanno quelle bestie… come si chiamano?!!?! Quei cosi tutti colorati che stanno sempre coi Terrestri…cosi… “cani” credo. Tutta l’epidermide sotto le squame del mio amorino è da ieri che si è arrossata.

Ieri nella pausa pranzo sono andata sul lungo mare con lui, per festeggiare la vittoria della battaglia contro Beta1 nel quadrante 2, niente di particolare, era già scritto che il mio grande Impero vincesse! Mah… comunque un “cane” si è avvicinato muovendo la coda da destra a sinistra, sicuramente voleva attaccare, facendo dei balzi piccoli verso il mio Sladak, si è anche messo con pancia all’aria per farsi avvicinare con l’inganno. Deve essere stato lì, quando Sladak gli ha aperto la pancia con un morso, che deve essersi preso qualcosa. Che noia: trovare un veterinario specializzato non sarà facile qui.

Ed era noioso anche il terrestre che era con lui, urlava come un forsennato, poi piangeva, poi mi indicava col dito dicendo… imprecazioni in lingua indigena credo, i naniti non sono riusciti a tradurre tutto. Per un attimo mi ha guardata dritta negli occhi (erano di colore strano i suoi occhi, mi pare verdi, che colore insulso, sono decisamente meglio i miei occhi arancioni) in un modo davvero insolente. Stupido.

E’ ora di rimettermi al lavoro. Non c’è niente di meglio che finire la giornata aggiornando il database dei “Convertiti”, soprattutto ora che diverse unità Plusha si sono aggiunte alle nostre fila, del resto… o Gloria all’Impero o Sterha plum [traduzione letterele: Testa leggera, traduzione lessicale: ghigliottina]!

Vallan 2^ Lettera

Category : Connessioni, Frammenti di Darknet, Valllan

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Destinatario: Levatrice Saska
Sistema: Falash Quadrante 1

Mia cara Saska,

non ho molto tempo per scriverti, l’addestramento qui è davvero duro, ogni giorno ci mettono alla prova, senza lasciarci fiato per il giorno successivo. Non so se le altre razze vengano addestrate con altrettanta durezza o se queste fatiche siano riservate solo a noi. Sanno che i figli di Maran hanno una forza e una resistenza fuori dal comune, ma sembrano voler vedere fino a che punto possono spingerci, vedere dove sarà il nostro punto di rottura. Il popolo di Itan è strano, racchiude in sé una sicurezza e un’arroganza mai visti prima, ma io resisto, mi aggrappo con forza al pensiero di tutti voi e del mio pianeta natale.

Per il momento, l’addestramento si è svolto sempre al chiuso, sembra non vogliano farci vedere gli alberi, consapevoli che il nostro spirito ne uscirebbe rinvigorito da una nuova forza.

Abbiamo indossato le armature imperiali ed imbracciato le loro armi. Devo ammettere che la prima volta che ho fatto fuoco, ho provato terrore. Quel rumore assordante, la luce e la forza di quegli “strumenti”, sembravano fuori dal mio controllo. Dicono che senza le armature, non saremmo in grado di sparare e che la nostra spalla, verrebbe staccata via dalla violenza del rinculo.
Nessuno ci aveva preparato ad una cosa del genere. Ma non ti ho delusa, sono rimasto fermo nella mia postazione ed ho vinto la mia paura.
Purtroppo non tutti hanno avuto la mia reazione. Un paio dei Primi si è talmente spaventato, da lasciar cadere l’arma per terra e scappare ai margini della stanza, mimetizzandosi per non farsi vedere. Gli istruttori si sono lanciati all’inseguimento, sbraitando ed urlando insulti su di loro e sulla nostra razza.
A causa loro, ho provato una profonda vergogna, non pensavo mi sarei mai imbarazzato per qualcuno del nostro popolo.

E’ il potere  di Itan, dimostrare la superiorità della loro razza fino a farti credere che siano davvero meglio di te o della tua gente e, quel giorno, ci sono riusciti. Ancora adesso, mentre ti scrivo, sono turbato ed affranto per avergli creduto, per aver vacillato. Avrei bisogno delle tue parole di conforto, ed ogni giorno rileggo qualche passo da “La vita naturale di Maran”, ti ricordi quando le leggevamo insieme?
Non dubitare, ritroverò da solo la forza per ritornare sul mio cammino.

Ora ti devo salutare, domani ci sarà esercitazione con armamento speciale, mi auguro che i miei compagni abbiano il coraggio di continuare e spero di averlo anch’io.

Il tuo caro Vallan.

Oui, c’est moi.

Category : Napoleone

Tutti mi passano davanti, quasi tutti mi salutano, e nessuno mi nota.
Questa è la mia vita: receptionist dietro a una consolle con schermi ultrapiatti, telefono e computer, visibile eppure invisibile.
Le vite degli altri mi passano davanti, tutti mi guardano, nessuno mi vede.
Nel frattempo io li osservo, li studio, li conosco.

A parte i miei genitori, nessuno in questo palazzo sa il mio nome, nonostante sia scritto sulla targhetta che porto sulla divisa. È una targhetta blu con il bordo dorato con incise le lettere NAPOLEONE, tutte maiuscole. Come se il mio fosse un nome importante.

Ogni mattina vedo entrare gente di tutti i pianeti possibili, da quando l’Impero ci ha abbracciati la stranezza è diventata la norma: esseri vagamente rettiliformi, enormi plantigradi alti due metri ricoperti di lunghi peli, roditori alti un metro e mezzo, ogni tanto qualche essere umano: tutto il campionario di stranezze al gran completo.
Passano, salutano e vanno.
Come la vita.

A forza di vederli impari a riconoscere Plozniak a Velniak, che oltre a essere rettili sono pure fratelli gemelli, impari a riconoscere Hurla da Jafah, entrambe due roditori color marroncino-topo, impari a distinguere Hog da Fakk, due scimmioni pelosi e dall’aria non tanto amichevole.
Loro, invece, non mi distinguono dalla tappezzeria.
E questo è un bene.

Non puoi osservare una cosa senza influenzare l’essenza della cosa stessa, è un principio valido sia in fisica quantistica che nella vita reale. Ma se nessuno ti percepisce, puoi osservare senza il timore di alterare la realtà.

Amo il mio lavoro. Davvero.

La Sete.

Category : Clara

Darknet, il mio viaggio verso i meandri più oscuri della mia anima procede in caduta libera. A volte perdo il controllo e mi ritrovo come un’automa, a seguire inerme gli ordini della Nuova me. Compio azioni deprecabili, agli antipodi delle certezze che avevo sul mio carattere e, mentre le sto eseguendo, ho l’impressione di esserne distaccata, seduta sugli spalti a fare da spettatrice. In quei momenti, conservo una calma irreale, una figlia intenta ad osservare il proprio padre, mentre lui, con tono autoritario, le rammenta di guardare bene ed imparare. Sto imparando da me stessa a sopravvivere. In un modo orribile. Sto cominciando forse ad impazzire?

Con i cinquecento euro conquistati qualche giorno fa, sono riuscita a procurarmi del cibo vero e, almeno per qualche giorno, un tetto sopra la testa. Sono anche riuscita a farmi affittare una piccola stanza da alcuni ex musulmani della zona. La comunità islamica da queste parti è molto affiatata e continua a professare, al riparo da occhi imperiali, la sua religione. Sono fuorilegge come me, hanno da perdere quanto me. Loro non rinunciano al loro Dio, io non rinuncio alla mia Vita.

La camera è un vera topaia, ma ha una finestra che dà sulla piazza di Porta Palazzo, un eccellente punto d’osservazione per evitare visite indiscrete. Almeno è quello che mi sono detta, quando inorridita, ho visto il primo scarafaggio saettarmi davanti. Le pareti scrostate e gli insetti, mi hanno spinta molte volte a correre fuori da quel posto sudicio, ma tutte le volte che ho provato a fuggire, mi sono paralizzata, un mano invisibile mi tratteneva in quel luogo, era Lei, la sentivo chiaramente ripetermi di non fare sciocchezze e che dovevo sopravvivere. Così passavo le mie giornate a consumare i miei pasti davanti alla finestra, osservando il viavai sottostante.
Due giorni fa però, sobbalzai per un rumore improvviso, proveniva dal corridoio dell’edificio. D’istinto presi la mia MECA1, ma successe qualcosa di strano: non udii il caratteristico sibilo del nucleo che ne indicava l’accensione, faceva fatica ad attivarsi. Fui presa dal panico, provai a premere il grilletto diverse volte, ma niente. Poi come un lampo, sentii attraversare la mia testa da un’idea: i naniti! Era passato più di un mese dall’ultimo Richiamo, non erano quasi più attivi, niente arma, niente indipendenza. Provai una profonda sensazione di sconforto, ma nello stesso tempo, un urlo animale lacerò il mio spirito. Era Lei, stava gridando tutta la sua rabbia, ebbi paura, avrei voluto rannicchiarmi in un angolo della stanza, ma non volevo adirarla ulteriormente, così stetti buona in piedi, in mezzo alla stanza, ferma con la pistola lungo il fianco. Rimasi in attesa, in silenzio, per circa mezz’ora, ma non sentii più la sua presenza. Se n’era andata. Ero esausta, così mi buttai stravolta sul materasso che si trovava per terra, accanto al muro e caddi in un sonno profondo.

Verso mezzanotte aprii gli occhi di scatto. Mi alzai e senza sapere la mia meta precisa, imboccai la porta per uscire di casa. Dal ballatoio interno al palazzo, strappai una delle corde del bucato ed imboccai il portone d’uscita. Continuavo a camminare, il mio corpo sapeva esattamente cosa stava facendo, ma io ne ero all’oscuro, mi sentivo smarrita.
Quando arrivai a destinazione mi venne da piangere. Ero nuovamente davanti ad un vicolo scuro, non volevo ripetere quell’esperienza orribile. Attesi un quarantina di minuti, evitando lo sguardo dei passanti, quando finalmente lo vidi. Era un uomo in uniforme nera, sulla sessantina, magro e con i lineamenti duri, scolpiti sul volto. Voltò lo sguardo dalla mia parte ed io, senza alcun controllo sul mio corpo, alzai la gonna. Sotto non portavo gli slip. Subito dopo mi addentrai nel vicolo. Sentivo il mio cuore pulsare ed un formicolio attraversarmi gli arti, mentre percepivo la corda per i panni nella mia mano. Attesi solo qualche istante, attimi che mi sembrarono eterni, restavo in piedi con la speranza che non si presentasse nessuno in quella stradina buia. Poi lo vidi entrare. Volevo di nuovo piangere, lo volevo con tutte le mie forze, ma non potevo. Mi avvicinai a lui ancheggiando come chi conosceva il mestiere da una vita. L’uomo cercò di parlare, probabilmente per sapere quanto gli sarebbe costata la merce, ma non gli diedi il tempo per parlare, appoggiai le mie labbra sulle sue. Erano secche e screpolate, ma la sua pelle odorava di gelsomino, l’odore del pulito e della saggezza degli anni. Con la mano sinistra gli accarezzai il petto, fino a scendere sui pantaloni. Cominciava ad eccitarsi, chiuse gli occhi per godersi meglio il momento. Iniziai a tirare giù la cerniera e, continuando a mantenere il contatto su di lui, gli girai intorno, mettendomi alle sue spalle. Fu in quel momento che aprii la mano destra lasciando cadere parte della corda di plastica. La portai davanti a lui e presi l’altro capo con la sinistra. La strinsi attorno al suo collo. In quel momento sembrò svegliarsi dal suo sogno, con le mani cercava di togliersi la corda che lo stava strangolando, con la voce rantolava delle preghiere disperate. Io continuavo a stringere, ma non avevo la forza sufficiente per fare di più, per finirlo, quel balletto mi sembrò durare in eterno. Cominciai a sentirmi disperata, ma non per quello che stavo facendo, ma perché Lei mi aveva lasciata sola in quella situazione. Mi aveva guidata fino al quel punto e, nel momento più difficile, mi aveva abbandonata. La pregai, la supplicai di tornare da me. Fui improvvisamente invasa da una forza nuova, le mie braccia sembravano aver acquistato vigore, serrai la stretta, lui smise di respirare. Cadde a terra trascinandomi con se. Mi alzai, osservai la scena per un istante e poi ricaddi a terra, a quattro zampe ed osservando l’asfalto, vomitai tutto.

Quello che accadde dopo fu raccapricciante. Non ero di nuovo più io a controllare il mio corpo. Tolsi la corda dal collo dell’uomo e la legai ai suoi piedi. Feci passare il capo libero attorno ad una staffa di un vecchio condizionatore, posizionata sul muro, a due metri di altezza. Tirai con tutta me stessa, quasi mi sdraiai a terra dallo sforzo e poi fissai la corda ad un grosso chiodo piantato nella parete. Avevo appeso la mia vittima a testa in giù, ma il lavoro non era ancora finito. Mi guardai intorno, trovai un secchio in mezzo alle cose buttate nel vicolo, e lo posizionai sotto la sua testa. Presi anche un pezzo di latta e con un colpo netto, gli lacerai la gola. Il sangue cominciò a scorrere copioso nel secchio. Non c’era tempo per aspettare che si riempisse, con la stessa lattina gli aprii rozzamente il ventre per estrarne il fegato, il luogo di maggior concentrazione di naniti. Lo tirai fuori, era freddo e viscido, stetti un secondo a guardarlo come una bambina di fronte ai broccoli, poi gli diedi un morso deciso. Sentii quella carne molliccia attorno agli incisivi e il sangue schizzarmi sulla faccia, con un rumore di spugna strizzata. Avrei voluto vomitare di nuovo, ma non mi fu consentito. Piansi, piansi con tutta me stessa, mentre mangiavo il mio pasto come una bestia famelica. Impiegai circa venti minuti per consumare tutto, poi rivolsi lo sguardo verso il secchio che si era riempito a metà. Lo presi, il sangue aveva già iniziato a coagularsi, sembrava quasi gelatinoso. Lo bevvi tutto, senza pause, cercando di far durare quel supplizio il meno possibile. Non mi impensierirono le malattie, i naniti avrebbero ucciso qualsiasi cosa, piuttosto mi preoccupai di ritornare a casa senza dare troppo nell’occhio, così com’ero, sporca di sangue. Improvvisamente sentii una fitta alla mano, sul palmo c’era un solco profondo che l’attraversava completamente. Guardai anche l’altra, lo stesso taglio, me l’ero lacerate tirando la corda di plastica, una ferita per ricordarmi l’orrore che avevo appena compiuto. L’ultima cosa che mi ricordo è che strappai la camicia del malcapitato, me la misi attorno alle gambe per coprirle, poi presi uno straccio che trovai per terra e me lo avvolsi attorno alla testa, come fosse un velo. A prima vista sarei sembrata una delle donne islamiche del quartiere. Corsi a casa e una volta arrivata nella mia camera, caddi stremata sul materasso.

Dormii per più di un giorno, la prima cosa che feci appena sveglia, fu quella di impugnare la mia MECA1, la sentii accendersi, un brivido di gioia, intriso di euforia, mi attraversò la spina dorsale. Ero di nuovo in grado di difendermi e di badare a me stessa.

Adesso però, devo lasciare questa città, sta diventando troppo pericoloso, due morti nello stesso quartiere porteranno di sicuro guai. E’ diventato troppo rischioso.
Domani partirò, cercherò di raggiungere la Francia, lì forse sarò più al sicuro. Ma riuscirò a scappare da me stessa?

Fino a qui, tutto bene.

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Stromboli, 7 giugno 2013

Che fai, occhi grandi, mi osservi? Ti piace incrociare il mio sguardo? Sei attratta da qualcosa o solo dal mio interesse? Sorridi e giochi con quel ciuffo di capelli da cui sporge l’occhio sinistro, mastichi un cicles disinteressandoti di tener la bocca chiusa in modo da mostrar denti bianchi su labbra scure e senza trucco, il cerchietto riflette la spensieratezza che accompagna le chiacchiere mimate dai movimenti adulatori e sinuosi delle mani che chiedono solo di essere osservate, volo sopra Sapri, fino a qui tutto bene, stand by sogno!

Sorvolo il mar tirreno con la mia Punto Bordeaux del 2007, T-Bones Diletta e Gina sono con me, Tommy il compagno di Gina si è fermato ancora per qualche giorno in riva al Lago per recuperare le credenziali e poi raggiungere la sua amata. Avete letto bene, sorvolo, il bello di quest’invasione.

Ho un prototipo che gli Itaniani mi hanno concesso di usare, una macchina, una Fiat Punto volante.

[Sei mesi fa’, circa, un mercoledì, le 11.11 del mattino.]

Quella mattina, ricordo, tentavo di riconoscere il rumore della macchinetta del caffè in mezzo all’assordante via vai di mezzi e personaggi improbabili che ormai consideravo colleghi di lavoro e parte della struttura in cui lavoravo. La pista d’atterraggio di fronte al capannone era invasa di UFO abnormi che caricavano e scaricavano qualsiasi cosa di fronte agli sguardi imbarazzanti e imbarazzati degli Spartan C-27J e dei Boeing 787 accantonati in un angolo come due giovani disoccupati che sostavano davanti alle sala d’attesa dei vecchi uffici di collocamento. Mentre cercavo nel fondo della tazzina di plastica il perché da mesi continuavo ad alzarmi la mattina per venire a lavorare, dal fondo del corridoio che attraversava tutto il capannone, un insolito profumo destava stupore, mi sembrava incredibile sentire un nuovo odore in quell’ammuffita catapecchia impregnata dal metil che i vecchi montatori usavano a litri mentre assemblavano gli umanissimi aeroplani. Alexis procedeva sui suoi stivaloni militari dietro un nutrito gruppo di coloriti burocrati Itaniani, acquisiti e non, si dirigevano verso la zona in cui un tempo si montava il portellone di carico delle merci del Boeing 787; gli Itan lo avevano trasformato in un officina riparazioni per i loro oggetti volanti di vario genere, il mio ufficio era li. Alexis si guardava intorno come una predatrice, credo si appuntasse in maniera fotografica e mnemonica, ogni centimetro, ogni pulviscolo di polvere che capitava sulla sua strada mentre i suoi superiori chiacchieravano freneticamente palleggiandosi colpe e inefficienze del sistema, tutti i mondi sono paesi, banalmente pensai. Alexis si diresse verso il mio ufficio, verso  la mia macchinetta, non parlò, ma capii che era incuriosita, cosi schiacciai il pulsante, pausa per qualche istante, giusto il tempo di veder passare sopra le nostre teste un Hom22 un po’ datato che svolazzava facendo grosse curve che ne destabilizzavano la struttura, sembrava quasi derapasse, alzai lo sguardo e vidi la tecnologia nuda che gli consentiva di volare, abbassai lo sguardo e sorrisi. Alexis, è un Voolena o una Voolena, che dir si voglia, anche il suo sguardo fu attratto dall’Hom22, lo alzò, poi lo abbassò e sorrise, a quel punto mentre gli porgevo il bicchiere le dissi: “Sai? Mi piacerebbe montare uno di quei sistemi antigravitazionali che hanno quei cosi, sulla mia punto”.

[Sei mesi fa, un mercoledì, ore 11.23]

Stiamo per atterrare sulla piattaforma che usava l’elisoccorso vicino all’osservatorio dello Stromboli, il vulcano portale per il centro della terra, Gina e Diletta dormono sul sedile posteriore mentre T-Bones strimpella il basso elettrico senza amplificazione, parcheggio a 10 cm da terra assicurandomi che la mia auto sia ben ancorata, salto fuori e stiro i muscoli semi-addormentati, tiro giù la cerniera e marchio il territorio, mi siedo e osservo il mare che all’infinito arriva sulle coste italiane ed oggi che il sole splende lo si vede morire sul promontorio  calabrese, anche T-Bones pare poeticamente concentrato davanti a questo spettacolo della natura mentre tiene il suo uccello in mano, fiero e baldanzoso, il vento soffia forte da queste parti e il cactus sotto T-Bones si asciuga subito, passa un folto gruppo di tonni dalla pinna gialla poco a largo, saltano fuori come pesci volanti e piroettano come trapezisti di un circo itinerante, l’odore di Zolfo inizia ad intaccare abiti e capelli, sveglio le due compagne di viaggio e ci dirigiamo verso il laboratorio marino. Fino a qui tutto bene.

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Hurla 4^ Lettera

Category : Connessioni, Frammenti di Darknet, Hurla

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Caro Padre,
presto verrò a trovarti, è da troppo tempo che non ti vedo.
Torno su Mitiar non solo per vedere te, ma anche per recarmi dal nostro medico imperiale. In questo periodo ho avuto molto, forse troppi stress emotivi e ho deciso quindi di farmi vedere da uno specialista.

Sai, credo che il mio cervello inizi ad accusare le stanchezza, a volte mi capita di vedere tra la folla un uomo con la barba e di avere la netta sensazione di conoscerlo, ma ovviamente non è così.
Mi capita di passare davanti a un bistrò e sapere che lì dentro servono ottimi pasticcini, senza tuttavia averci mai messo piede.

Insomma, ho come delle strane sensazioni o convinzioni dovute, credo, al troppo lavoro. Devo assolutamente prendere una pausa, approfittando anche del periodo di vacanza del mio attuale comandante, fare gli esami del caso e venire a trovarti: mi manchi tu e mi manca casa mia, non credevo che sarebbe mai successo, ma è così. Credo che vederti sia la medicina migliore, ne sono convinta. Ti saluto e a presto.

Tua Hurla.

Just BOB.

Category : BOB, Frammenti di Darknet

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CRYPTO LVL ULTRA/NOVA/U-DICK
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Mio Sire,

seguirà a breve il rapporto ufficiale criptato a livello normale, così i tuoi cortigiani avranno un po’ da divertirsi a decrittarla. Non riuscirò mai a capire perché permetti quei squallidi giochi di potere di quella gentaglia di cui ti circondi, so che dici sempre che la cosa ti diverte e che è la cosa più vicina ad un hobby che puoi avere, ma lo stesso, sembra così tedioso. Contento tu, mio Sire.
La mia nuova assistente è molto competente, abile e affidabile nel suo lavoro, ti ringrazio per avermela assegnata. La prossima volta però che mi attacchi un tuo agente per tenermi sotto controllo, ti prego, che abbia del senso dell’umorismo e che sia interessante, oltre che brava e attraente. Immagino che sia stato quello sfigato (dai un’occhiata alla lista di termini gergali terrestri che ti ho allegato, ci sono delle chicche) di Reynnols ad insistere che avevo bisogno di una balia, quello è sempre stato uno stronzo. Chiunque sia stato, mi avevi promesso, quando mi avevi proposto questo lavoro (ti ricordo che mi hai cercato tu) che mi avresti tenuto al di fuori di tutte quelle beghe intestine. Mi avevi detto che sarei stato completamente libero di fare il mio lavoro senza interferenze. Poi, ovviamente, il mio Sire è libero di fare come vuole, assegnarmi tutte le spie che vuole, ma faccio il mio lavoro meglio quando non sento l’alito di tutti gli intrighi di palazzo sul collo. La tua delatrice, la signorina Spinder, comunque me la tengo, il suo lavoro lo sa fare bene e comunque mi sono tirato su due personaggi nuovi che mi terranno intrattenuto per un po’.
Uno è un terrestre, un pilota che aveva fatto parte della debacle del tuo amico Spaulden. Il suo scazzo e il suo cinismo sono rinfrescanti. Sarà anche un grande aiuto nel mio studio del suo pianeta natale, anche se pare che le sue conoscenze si limitino alla cultura pop del loro ultimo secolo. A proposito, ti allego anche i file video di 6 film che Pekka mi ha consigliato. Fatti due risate con queste Guerre Stellari. Il pilota ha insistito che si devono guardare fuori ordine. Prima 4/ 5/ 6 e poi 1/ 2/ 3. Vedi se ti riconosci in Palpatine, secondo me siete due gocce d’acqua. E prima che mi mandi il boia ad ammazzarmi, sto ovviamente scherzando: lui ha molto più carisma. Comunque questo Pekka l’ho assegnato alla turnazione piloti del mio Delta, non so quanto ho fatto bene, visto che ha già distrutto un tuo Thunder, un tuo Bantha e un tuo Delta. E ne esce sempre vivo, straordinario!
L’altro tizio che ho aggiunto alla ciurma è Stros, un navigatore di Miot. All’inizio l’ho tirato su giusto su insistenza di Pekka, perché pare ci sia della simpatia. Ho poi scoperto, quando ho fatto fare alla tua delatrice i controlli del caso, che il navigatore su Miot è Gran Maestro di Nanpicola, campione per diversi anni consecutivi prima di arruolarsi perché primogenito. Inutile dire che ho colto la palla al balzo e adesso sto imparando a giocare. La parte di tattica è un dito in culo (leggi quella lista, ti assicuro che ne vale la pena) ma faccio progressi.
Ho sistemato Spaulden, la sua flotta adesso ce l’ha Tifion, spero ti vada bene. Siamo in viaggio per il secondo quadrante adesso, ma di questo ti avranno già informato. Scusa, scusa, adesso la smetto di fare l’immaturo.
Stammi bene, mio Sire, e sono come sempre il tuo

Fedele suddito,

Synter ‘Bob’ Basilit

Il Vicolo.

Category : Clara

Quando non è più possibile tornare indietro?
Quando i crimini e le efferatezze non vengono più considerate tali? Sono le domande che mi assillano e che mi tengono sveglia da giorni.

E’ passato quasi un mese dalla Sera che ha cambiato la mia vita, ed io sono ancora in fuga, cercando di nascondermi dai miei carnefici. Le esigenze di questa nuova vita vibrano con forza maggiore, ed hanno preso il posto dei miei pensieri razionali. Nel mio animo, il Giusto e lo Sbagliato si aggrovigliano tra di loro ed ogni giorno che passa, risultano sempre più indistinguibili. Sono divisa tra la Vecchia Clara e la Nuova e questo conflitto interno, mi lacera dal profondo. Sento che la Nuova me sta prendendo il sopravvento, ma come possa darle torto o contrastarla? Sin dall’inizio di questa storia è stata Lei la più forte.

Restare nascosta ed uscire di notte, erano gli imperativi della mia nuova condizione, ma anche nutrirsi aveva la sua importanza. Non potevo andare ai centri di distribuzione imperiale, mi avrebbero fornito quel disgustoso composto proteico, più che sufficiente per restare in forze, ma avrebbero riconosciuto subito la mia faccia, e l’Impero non ha la mano leggera con i criminali. Soprattutto con chi ha assassinato un funzionario della Volontà.  Così ero costretta a trovare i soldi per comprare qualcosa, lontana dagli sguardi indiscreti delle autorità.

I Soldi. Con l’arrivo dell’Impero non sembravano neanche più un problema, ma giusto un formalità, un argomento da affrontare con leggerezza e che non aveva più rilevanza di quello che avevo cucinato la sera prima. Sono questi pensieri nostalgici ad infuriare la nuova me, rimpiangere i tempi in cui ero un’insignificante schiava, per tornare, almeno con la mente, a quei giorni tutti uguali ma ricchi di comfort. Mi odio, a volte.

Per guadagnare qualcosa e riuscire a mantenermi viva, ho riflettuto a lungo. Cosa poteva fare una donna bella, a detta di tutti, ma senza alcuna attitudine se non quella di aver sparato al proprio marito?
La mia mente banale riuscì a partorire solo un altro cliché: vendermi  per mangiare. Non fu una scelta facile e non sapevo neanche come fare o se mai ci sarei riuscita davvero. Il pensiero poi, di avere uno sconosciuto dentro di me, mi provocava ribrezzo.
Quando fui sull’orlo di desistere e lasciarmi andare alla mia impotenza, sentii di nuovo quella voce che mi fece premere il grilletto all’inizio della mia nuova vita: “Per anni hai avuto dentro di te uno sconosciuto che si prendeva gioco di te! Che differenza vuoi che faccia uno in più o uno in meno? Non puoi arrenderti, non te lo permetto.”

Così quella notte mi misi davanti ad un vicolo oscuro, nella zona della vecchia Porta Palazzo, a Torino. Mi sentivo impacciata e a disagio, quasi non riuscivo ad alzare lo sguardo. Quando riuscì a farlo, incrociai gli occhi di un passante che si stava dirigendo a passo sostenuto nella mia direzione. Era un uomo grasso, sulla cinquantina. Aveva capelli radi ed unti sulla sua testa tenda, pettinati in avanti, nello stesso modo dei vecchi imperatori romani, probabilmente per coprire la calvizie.
Quando mi vide, rallentò vistosamente deviando verso di me ed allargando un sorriso porcino. Fu lui a parlare per primo, con fare perfettamente naturale, come chi ha compiuto la stessa cosa migliaia di volte: “Buonasera… cosa ci fa una bellezza come te tutta sola”.
Che odio, avrei preferito se ne uscisse con uno sterile “Quanto vuoi?”, per lui era un gioco, per me una cosa maledettamente seria, ne valeva della mia vita.
Risposi con uno sterile “Lavoro”, sperando che la finisse con i giochetti e che questa cosa durasse il meno possibile. Recepì il messaggio, ma senza far scomparire quell’odioso sorriso, disse semplicemente: “E quanto costa il tuo lavoro”.
Risposi timidamente e con la voce rotta “100 euro”.
Senza scomporsi e con calma serafica, rilanciò: “Facciamo così, io te ne dò 80 e se sarai all’altezza, la prossima volta te ne darò 100”
La prossima volta?? Oddio che schifo, ma i miei pensieri furono interrotti da Lei che fece irruzione nei miei ragionamenti con la frase: “Devi mangiare!”
Senza dire niente, mi addentrai nel vicolo, lo sentii seguirmi, mentre con urgenza iniziava ad armeggiare con la sua cintura. I rumori metallici della fibbia, riecheggiavano in tutto il vicoletto.

Quando arrivai in fondo alla strada, non feci neanche in tempo a girarmi che era già sopra di me. Con la mano sinistra premeva sul mio collo, cercando di chinarmi e schiacciandomi la testa contro gli scatoloni che si trovavano davanti a me, con la destra invece, tirava giù i pantaloni.
Sentivo il suo orrido ventre grasso premere contro la mia schiena, sulle mie natiche, mentre il suo respiro si faceva sempre più affannoso. Fon forza e quasi strappandole, mi tirò giù le mutande. Lui era in piena frenesia, mentre io mi trovavo nel mio inferno personale. Fu in quel momento che ebbi il mio ripensamento, mi venne un impulso irrefrenabile di scappare, così cominciai a dimenarmi, per cercare di uscire da quella stretta.
Quando l’uomo si accorse di quello che stava succedendo, ebbe una reazione violenta. Mi intimò di stare ferma e decise di sottolineare l’ordine accompagnandolo con uno schiaffo sulla mia testa, quasi sull’orecchio. Intanto continuava a strofinare il suo corpo sudato su di me.
Il mio disprezzo e la mia voglia di fuggire, aumentarono ulteriormente, iniziai a divincolarmi, ma fu allora che arrivarono le altre sberle, una scarica, questa volta sulla schiena.
Con un sibilo nelle orecchie, dovuto al primo colpo in testa, e con la schiena dolorante per le successive botte, vidi soltanto una soluzione.
Presi dall’interno della giacca la mia MECA1 e sparai senza vedere dietro alla mia schiena. Lo sentii gemere, mi girai e lo vidi a terra, sanguinante con i pantaloni tirati giù, ma senza una gamba. Mi alzai dolorante, con la pistola in mano. Lui era a terra, che mi imprecava contro con tutta la sua forza. Premetti il grilletto ancora due, tre volte.
Tre lampi di luce, in perfetto silenzio, riportarono la quiete in quella stradina. Che strana arma, con la luce ed il silenzio, riesce a portare la giustizia. Ma quale giustizia?
Avevo ucciso di nuovo.

Presa dal panico rovistai nelle sue tasche e trovai cinquecento euro. La Nuova me ne fu compiaciuta, ora avevo di ché vivere. Ma la Vecchia me, ne fu inorridita: avevo di nuovo ammazzato.
Nelle sue tasche trovai anche un distintivo, simile a quello che portava mio marito. Era anche lui della Volontà, ma probabilmente un piccolo burocrate. Avevo eliminato un altro cattivo? O forse no?

Cos’è giusto? Cosa è sbagliato? Io non lo so, ma mentre uscivo di fretta dal vicolo con i soldi stretti in mano, mi tenni stretta anche la convinzione che se lo era meritato, che avevo preso la decisione migliore.

Darknet, sto diventando un mostro?

Hurla 3^ Lettera

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Caro Padre,
ho fatto bene ad attendere gli sviluppi: questa settimana è successa una cosa a dir poco disdicevole, ma grazie agli Antichi che vegliano su di noi, tutto si è risolto per il meglio.
Due giorni fa sono stata svegliata nel cuore della notte da un agente della Volontà, che senza tanti complimenti mi ha preso, buttata su un’automobile e mandata nei loro uffici-bunker, quel genere di ufficio dove, di solito, finiscono i guai peggiori.

Non ero preoccupata per me, ovviamente, solo un minimo agitata dal “mistero” che permeava intorno a questa cosa: nessuno sapeva dirmi cosa fosse successo e questa cosa mi provocava un certo disagio. Mi hanno fatto entrare in una stanza con un tavolo, tre sedie e un grande specchio su un lato. Una delle sedie era occupata da Lark, quando l’ho visto ho davvero temuto il peggio. E avevo ragione.
Per fartela breve, Lark è andato in un bar con l’intento di bere fino a ubriacarsi e per tenere a bada i naniti si è procurato, non so come, una dose del nostro Short Circuit. Poi è entrato nel locale, ha sentito qualcuno degli avventori parlar male di lui o dell’Impero (questa parte non l’ho capita nemmeno io, sembrava un po’ confuso) e quindi ha preso un’arma e ha fatto uno sterminio.

Di tutto questo l’unica cosa che mi preoccupa è lo Short Circuit: come ha fatto ad averlo? Nessuno sano di mente a Mitiar lo venderebbe mai a nessuno, soprattutto per un uso così blasfemo. Questa cosa mi ha preoccupata profondamente, come puoi ben immaginare.
Dopo pochi minuti si è aperta nuovamente la porta ed è entrato lui, il mio nuovo collega terrestre, quello che si diverte alle mie spalle ridacchiando come un cucciolo di pochi mesi. Sembrava piuttosto a disagio, aveva un aspetto terribile e una voglia matta di scappare da quella stanza. Teme Lark, e si vede.
Dopo che il comandante ha spiegato anche a lui quello che è successo gli ha semplicemente ordinato di trovare un modo per toglierlo dai pasticci. E lui l’ha trovato.
Pazzesco.

Non ha fatto nemmeno un diagramma di schema comportamentale delle masse, se gli chiedessi la legge della distribuzione del danno collaterale probabilmente mi risponderebbe con una delle sue scemenze, eppure era lì, a inventarsi una storia plausibile di getto, senza averla minimamente pianificata. Ero senza parole.
Quando Lark ha chiesto il mio parere io ho dato il via libera, la storia reggeva benissimo così com’era stata concepita, non aveva bisogno di nessuna correzione.
Solo una cosa mi ha colpita: quando ci hanno accompagnati alle nostre dimore, lui aveva un’aria strana, come se stesse per dar di stomaco da un momento all’altro: la carenza di sonno fa uno strano effetto sugli esseri umani.

Bene, ora devo andare, domani mattina devo rientrare in servizio. Spero che questa esperienza mi aiuti a migliorare la convivenza: ora che ho visto il lato positivo mi viene da dire che forse non tutto è perduto, la mia mente è sufficientemente disciplinata e sono sicura che, prima o poi, riuscirò a cavare qualcosa di buono da questo terrestre. Ci vorrà del tempo, temo.
Ti saluto e a presto.

Tua Hurla.

Vallan 1^ Lettera

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Destinatario: Levatrice Saska
Sistema: Falash
Quadrante 1

Mia cara Saska,
non so quando e se potrò scriverti di nuovo, però prometto che cercherò di farlo ogni volta che ne avrò occasione.
E’ stata davvero dura lasciare te, la mia premurosa Levatrice e Falash, il nostro amato pianeta. Ma tu mi hai preparato bene a tutto questo: è il destino riservato a noi Primi del Cerchio, un destino che si compie ormai da centinaia di anni. Siamo il tributo imperiale, nulla di più, nulla di meno.
Mi mancano già le nostre foreste e spero di rivederle presto.

Al momento, l’unica cosa che posso vedere, sono gli altri Primi, ordinatamente seduti e stipati con me nel ventre della Cannoniera imperiale Oblan. Siamo diretti ad un centro di addestramento, su un piccolo pianeta, nel sistema di Salash. Spero ardentemente che mi diano la possibilità di visitare le foreste e la gente del mondo che dà il nome al sistema. Sono curioso di vedere come si sono adattati i semi che hanno piantato i nostri antenati secoli fa, e quali possenti alberi ne sono nati. Inoltre sarò più vicino a Plusha, la casa che ha generato la vita di tutti noi!
So che ci saranno momenti difficili, ma questi pensieri mi danno la forza per affrontare a testa alta il cammino che ho davanti.

All’interno di queste pareti metalliche e lontano dagli alberi, siamo più di duecento. Com’era prevedibile non conosco molti di loro, ma alcuni sembrano provenire da Cerchi molto lontani, dovresti vedere il colore del loro manto, non avrei mai immaginato una varietà del genere. Come me, quasi tutti appaiono tranquilli, preparati sin dai primi giorni di vita a questo viaggio, e a quello che ci aspetterà una volta arrivati al campo di addestramento imperiale. D’altronde, come solevi ripetermi, “Noi Primi combattiamo e serviamo perché la natura continui a scorrere nel sangue della nostra gente”. Ed io sono pronto.
Ogni tanto però mi assale qualche dubbio. Non so se sarò capace di utilizzare le loro armi o la loro tecnologia, e non so neanche se riuscirò a fare come su Falash ed essere il più bravo del mio gruppo, ma farò del mio meglio per adattarmi e renderti fiero di me.

Ora ti saluto con affetto, percorrerò la mia strada seguendo i tuoi insegnamenti, come un vero figlio di Maran.

A presto, saluta i piccoli del Cerchio da parte mia.
Vallan

Hurla – 2^ Lettera.

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Caro Padre,
desidero tornare a Mitiar al più presto possibile, mi sembra di stare in una gabbia di matti. Sai il mio nuovo collega terrestre? Vorrei che perdesse la facoltà della parola adesso, in questo istante: riesce solo a dire scemenze, non ha la benché minima facoltà di ragionamento, usa la calcolatrice anche per fare semplicissime operazioni e mi tratta come se fossi un animale da compagnia. Lo odio.
Sento già il tuo sguardo su di me, hai ragione e lo so, ma non riesco a non odiarlo.
La fantasia non gli manca di certo, la usa principalmente per trovare modi di offendermi o per mettermi a disagio, non riesce a produrre nulla di più razionale della parola “caffè”, un’orribile bevanda amarissima che qui piace molto e che a me ricorda il gusto delle bacche di Haban.
Non so per quanto resisterò, sono molto tentata di fare rapporto ai superiori. Vedrò come si evolveranno le cose, poi deciderò.
Ti saluto e a presto.

Tua Hurla.

Gina e il Lago.

Category : Applesid

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Lago di Roma, 20 maggio 2013

Oggi, T-Bones viaggiava con la macchinetta per tatuare, un’infinità di colori venivan dipinti su tele di pelle umana, mondi colorati, organi caldi e cartoline per l’inferno, una giovane fotografa vagava tra le cavie alla ricerca di un soggetto da imprimere sulla card della sua Nikon, comprata in uno dei tanti mercati del baratto che sono sorti nei villaggi, in ricostruzione, intorno al lago, la pellicola non esiste più e non è colpa di Itan, questo è tutto ciò che ho da dire su questo argomento, direbbe Forrest.  Quattro siciliani banchettavano seduti davanti a T-Bones, semi-ospitali , oserei dire, visto che due di loro, solo a vederli,  già: mi stavano sui coglioni. Gli altri due erano  ben accompagnati:  due ammaglianti signorine rendevan luce al quadretto che mi si presentava, intuì che erano impiegate alla mensa pubblica,  il ricamo sulla loro divisa e l’odore di panna acida di cui era impregnata fugava ogni dubbio in tal senso;  la mensa pubblica: uno dei tanti regali della propaganda imperiale al favoloso nuovo mondo. Mi avvicinai, chiesi  loro di una ragazza, una loro collega, Gina Fattorosi, spiegai loro che sono due settimane che girovago per questi anfratti, che chiedo di lei a chiunque e che da poco sapevo che probabilmente era assunta come cuoca alla mensa.

T-Bones faceva da mio referente, alzava lo sguardo dal braccio sui cui era piegato, intento, annuiva due volte muovendo la bocca che, spasmodicamente, irrigidiva baffi e pizzetto,  la dritta su Gina era sua, spiegai ai siciliani che questa donna, di circa 32 anni, prima dell’invasione era una biologa marina e volevo offrile un lavoro e che ciò, è parte del mio lavoro. Una delle due ragazze, dopo aver assorbito attraverso gli sguardi l’approvazione a parlare, prese a raccontarmi di Gina, mi sembrò di sentire sotto la traduzione nanitica che fosse in slang Newyorkese originale, ho saputo che Gina, lavora tutti i giorni alla mensa, lavora per il suo uomo e che lo fa per amore,  Tommy, il suo uomo, è un ex scaricatore del porto di Genova, nonché aitante e capace sub.

“Gina works the diner all day
Working for her man, she brings home her pay
For love ”

La ragazza non disse altro, l’egocentrico maschietto alla sua sinistra la spostò, alzandosi, con un gesto della mano, così facendo la bloccò sollevandola da ulteriori incombenze, ora era lui che voleva sapere di più sul mio mestiere. Non v’era dubbio alcuno volesse testarmi, annusarmi, sentire il mio odore: sapevo di sbirro, di leccaculo collaborazionista o sapevo di alternativo guerriero della resistenza? Questo parevano dirmi i gesti che sprigionava il suo corpo.

Presi a raccontare qualche spaccato della mia vita, di quel giorno in cui, tranquillo, ascoltavo il Trio Medusa, alla radio, attraverso le cuffie del mio VAIO, un tonfo indescrivibile mi fece per un momento pensare ad un attacco hacker di dimensioni mondiali che andava ad ostruire ogni forma di comunicazione, un po’ come il dispositivo di IENA PLINSKY nel secondo inguardabile sequel. In meno di cinque minuti scollegai tutte le prese, router e pc presenti in ufficio, cercando di capire cosa cazzo stava succedendo, fino a che non vidi scappare verso l’officina: segretarie e dirigenti impressi di incredulità, dietro di loro, con passo fiero, marciava una squadriglia di militari Itaniani, minacciosi per novità più che per la loro imponenza, rimasi seduto impassibile e decisi di smetterla col Biancosarti a colazione, allo stesso istante.

Ero un Project Manager, spiegai, per la Boeing, seguivo una linea di costruzione del 787 ed ovviamente gli Itaniani non avevano interesse nel colpire una fabbrica come quella in cui lavoravo, visti anche i fatti che susseguirono il giorno dell’invasione, dopo i paurosi imbarazzi da parte dei presenti in officina, un graduato Itaniano ci chiese di continuare a lavorare come se nulla fosse successo e di attendere istruzioni ulteriori. Per primo mi diressi alla macchinetta del caffè, presi un plumcake da quella delle pietanze e mi diedi una scrollata ai coglioni pensando che avrei dovuto chiedere un aumento di stipendio, sono troppo vecchio per queste stronzate, cazzo!

La ragazza di New York mi interruppe, Gina stava arrivando dal viale di fronte a T-Bones e mi avvisò, girai il mio sguardo in quella direzione, ascoltai la voce di Diletta urlare sotto gli aghi di T-Bones che tenacemente coloravano di rosso una rosa irta di spine posata sul petto, mamma mia quanto era bella Diletta con la schiena e il petto scoperto sotto quegli aghi, la sentii e feci mia quella esperienza, ma questa è un’altra storia; Ora stand by, sogno!

“Everything that i want
I want from you
But i just can’t have you
Everything that i need
I need from you
But i just can’t have you”

Ps: Ho incontrato la Biologa, ho spiegato lei il mio progetto e a voi Darkettoni lo spiegherò nel prossimo post.

 

Darknet mood ::off::

Diario personale. Dureri, Funzionario del Verbo della Volontà

Category : Connessioni, Dureri, Frammenti di Darknet

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Stupidi. Stupidi e tanti. Purtroppo Terrestri.
Terra… se non fosse per la quantità di soldati disponibile, sarebbe da distruggere. Non capisco come il mio amato Impero possa accollarsi razze tanto inutili.

Terrestri: stercorari della galassia, vivono di emozioni e sentimenti, sprecando energie e naniti in pensieri velleitari sulla libertà. Dubbi, sono pieni di dubbi. Ce ne sono tanti là fuori che ancora non sono convinti che avere il Governo di Itan sia la cosa migliore.

E io devo stare qui. Devo pensare ai documenti per le loro procedure di riabilitazione. Invece di preparami per il ricevimento.
127 terrestri di entrambi i sessi che vanno rieducati urgentemente, visti i troppi focolai di rivolta su tutta la Terra.
Questi 127 me la pagheranno cara, per colpa loro non posso partecipare alla presentazione della storia dell’Impero degli ultimi 162 anni, secondo la particolare rivisitazione di Zerykopf, regista che personalmente amo, non solo perchè della razza più pura, ma anche per i suoi servigi all’Impero.

Terrestri, insulsi, colorati e rumorosi.
Vediamo cosa posso riservare a questi belligeranti ammassi di cellule, forse è meglio dividerli, anzi sicuramente. Consulto la procedura cautelativa, il manuale dovrebbe essere nella directory #IDs01…

Disconnected.

Stros 1^ Lettera.

Category : Frammenti di Darknet, Stros

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Ciao Sclatsi,
spero che questa mia lettera ti trovi bene. Scusa se non ti ho scritto prima, ma sono successe un po’ di cose ultimamente che non mi hanno permesso di stare dietro alla corrispondenza. In allegato troverai le mie mosse per la partita. Complimenti per le tue ultime giocate, mi stai veramente mettendo in difficoltà questa volta. Ho intravisto un po’ della Tenaglia di Klinne misto all’Apertura di Humbol, misto ancora a qualcosa di tuo.

Bravo! Non ti stai facendo aiutare da qualcuno, vero? Scherzo, scherzo. So bene che su Miot ci saranno al massimo 10 persone che riescano a giocare a questi livelli, e li conosco tutti. Se continui così l’anno prossimo riuscirai sicuramente a fare meglio del 22esimo posto ai campionati di due anni fa. Fai però attenzione alle carte, sono il tuo punto debole e possono fare la tua rovina. Per il tuo piacere ho anche allegato una sinossi della partita ora, sarai entusiasta.

Mi preoccupa un po’ quello che hai scritto l’ultima volta. Ti prego di ripensare all’arruolamento nella flotta imperiale. Tu non sei obbligato a farlo, io lo sono stato. Primogenito e quella roba lì. Ma tu hai due sorelle maggiori che sono già partite, sei salvo. Ti assicuro che non c’è niente di eroico né onorevole nella cosa. Qua sono circondato da idioti, figurati che mi sono beccato una medaglia per una battaglia che abbiamo vinto per sbaglio.

Solo ultimamente le cose si sono rese interessanti. Sono finito invischiato con un personaggio strano, pare risponda direttamente all’imperatore e cose del genere. Mi ci ha trascinato il pilota della missione che abbiamo fallito nel fallire. Anche lui è un personaggio strano. Un umano di un pianeta nuovo nell’Impero. Sono riuscito a insegnargli la parte carte di Nanpicola, ma non penso che riuscirebbe a imparare strategia e raccolta. Il capo è un’altra storia, lui potrebbe diventare un buon giocatore e ha dimostrato interesse. Vedremo.
Adesso ti lascio, mandami al più presto le tue prossime mosse e salutami la famiglia.

Con affetto,
Malaco Stros

Hurla – 1^ Lettera

Category : Connessioni, Frammenti di Darknet, Hurla

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Caro Padre,
è da tempo che non riesco a scriverti, non mi sono dimenticata di te neanche per un attimo, ma trovare il tempo per dedicare a me stessa un angolo del mio “io” è stata dura.
Questo pianeta è molto diverso da tutti quelli che ho visitato nel tempo, è formato da esseri assolutamente singolari. Prima della conquista dell’Impero erano in lotta tra di loro per la supremazia di un emisfero del pianeta sull’altro, ma ti rendi conto? Definirli arretrati è essere ottimisti, meno male che è arrivato l’Impero a portare ordine! Pensa, l’emisfero nord del pianeta dominava sull’emisfero sud, tenendolo di proposito soggiogato ai propri voleri, come se fossero due pianeti diversi, roba da matti! E per cosa? Per denaro, l’emisfero sud è particolarmente ricco di materie prime utili all’emisfero nord: la morte della logica.
Per fortuna non tutti sono così retrogradi, in mezzo a tutto questo qualunquismo spunta anche qualche testa pensante: una rarità. E per questo vengono immediatamente messi da parte e ignorati.
Su questo pianeta avere delle idee proprie sembra essere vietato, ecco perché l’Impero ha avuto successo: ognuno bada agli affari propri, ridendo se il vicino va in malora e senza rendersi conto che al giro dopo la fortuna cambierà. E cambierà, lo fa sempre.
Il mio primo giorno di lavoro nella nuova sede del Bureau è stato un trauma: non capivo una parola. Non perché i naniti non traducessero bene il linguaggio, ma perché la popolazione usa delle figure retoriche (non saprei spiegartelo diversamente) chiamati “modi di dire”, dove in pratica tu dici una cosa ma ne significa un’altra. Renditi conto che razza confusionaria e pressapochista, ci credo che nessuno trovi accordi con altri: neanche nel linguaggio hanno uno schema!
Un pregio però ce l’hanno. Molto piccolo, a dire il vero: sanno inventare storie. Ho guardato tramite la Rete Imperiale gli scritti della popolazione e ho trovato delle cose bellissime: ho trovato una certa Emily Dickinson, un tale Edgar… aspetta che questo è difficile da ricordare… ah sì, Edgar Allan Poe, mi è piaciuto moltissimo leggere i racconti di Neil Gaiman e di Italo Calvino. Insomma, riescono a inventare mondi, e per questo li invidio moltissimo. Poi li sento parlare e l’invidia finisce subito.
Ora devo andare, tra poco arriverà un mio nuovo collega di lavoro. Spero di riuscire a lavorare bene con lui, sai è originario di questo pianeta e ho paura che le nostre differenze possano diventare un problema.
Vedremo.
Ti saluto e a presto.

Just ME.

Category : Riccardo

Eccomi di nuovo! Quella specie di briefing che mi aveva costretto a chiudere bruscamente l’altra volta ha praticamente segnato un nuovo capitolo della mia vita, ma una cosa alla volta. Ero rimasto al mio arruolamento…

Passò l’addestramento con quintalate di dottrine, esercitazioni con le armi da fuoco e da corpo a corpo, simulazioni, soccorso, sbarco e tanto, tanto allenamento per il fisico. Fu non tanto difficile per me da quel punto di vista, facevo arti marziali prima che invadessero il pianeta e grazie a mente e corpo già abbastanza temprati e resistenti alla fatica riuscii a reggere, anche se i loro ritmi riuscirono più volte a sfiancarmi comunque. Ne feci una questione di principio però, mi allenai con impegno, per migliorarmi, per essere più forte, per mia sorella. Alla fine ce la feci, superai l’addestramento con un ottimo voto e fui dispiegato sul mio, nostro, pianeta. Ordine: sopprimere la resistenza. Mi sembrò di aver ingoiato un pezzo di merda quando lessi ciò. Pensavo che, essendo terrestre, non mi potessero schierare contro i miei simili e invece lo fecero.

Furono i mesi peggiori della mia intera vita. Altro che problemi a scuola, altro che amicizie o relazioni andate male. Al diavolo la mia ex ragazza, qui le cose si erano messe veramente male e non ero pronto per gestire una cosa simile. Fino a qualche mese prima non facevo altro che andare al liceo, tornavo a casa e giocavo al pc, giochi di sparatutto, di strategia in tempo reale; leggevo, disegnavo e aspiravo a diventare un programmatore di videogiochi. Invece arrivò l’Impero e riscrissero il mio futuro, mi diedero un foglio, una purulente speranza come unica via e mi schiaffarono oltre le porte dell’Averno. Ah sì, mi diedero anche un’arma.

Cosa dovetti fare lo potete immaginare e da quel che ho letto, forse potete comprendermi quasi tutti. Ho dovuto lottare contro coloro che difendevano il nostro pianeta. Cercai di non uccidere, sparavo solo quando necessario, per il resto lottavo in corpo a corpo cercando di essere il meno letale possibile. Ci riuscii, ma non so chi andò incontro al destino migliore: coloro che per forza dovetti uccidere, o coloro che storditi, vennero catturati.  Mi sento in colpa in entrambi i casi. Pensai di spararmi, ma questi naniti che ormai tutti conosciamo me lo impedivano. Si divoravano il pensiero non appena emergeva dall’abisso dei miei sensi di colpa. Bastardi.

In ogni caso, la nostra squadra è stata smembrata giusto ieri mattina e mi hanno sistemato con dei nuovi elementi, recentemente riassegnati. Siamo diretti verso il fronte Shatan, non so ancora di preciso dove ma hanno bisogno di carne fresca da buttare al macello contro quei lucertoloni. Dopo mesi e mesi di lotte contro… “ribelli” …finalmente posso lasciarmi la Terra alle spalle. Non fraintendetemi, ho sempre amato il nostro pianeta, ma se per restarci devo uccidere dei miei simili..preferisco andarmene. Sono contento di non aver incontrato nessuno di voi in tutto questo tempo e mi riferisco specialmente a Francesca. Continua a fare casino, non mollare! Ma fai attenzione, tu e il tuo gruppo, non sapete quanto si stiano innervosendo da questa parte.

Vi devo lasciare, ci hanno chiamato per il briefing pre-partenza.

Ciao Darknet, a presto.

Navi Classe Incursore di Beta 1

Category : Frammenti di Darknet

Nave Classe Incursore di Beta 1
Disegni di Remo

Gli Incrociatori Classe Incursore di Beta 1, sono tra le navi più enigmatiche con cui l’Impero ha dovuto scontrarsi fino ad ora. Nessun ricercatore dell’ A.E.R. è riuscito a capirne i meccanismi di funzionamento né soprattutto il tipo di energia che utilizza per i suoi attacchi. La cosa certa è che presenta caratteristiche completamente diverse da tutti i mezzi in uso da Beta 1. A vantaggio dell’Impero, queste navi sono piuttosto rare e poco numerose sui campi di battaglia.

DIMENSIONI
Lunghezza: 420 metri
Altezza (dal suo punto più alto): 100 metri

PROPULSIONE
Come tutti i veicoli di Beta 1, questo tipo di nave è equipaggiato con motori ad energia che gli consentono grandi velocità e rapidità nelle manovre. La fonte energetica, risulta sconosciuta. All’interno dei pochi relitti ritrovati, sono stati individuati molti apparati classificati come “nuclei energetici”, disposti in diverse parti della nave ed una cavità centrale di forma sferica, dentro la quale gravita un cristallo di LINX di circa 5 metri d’altezza. Tale cristallo però, non sembra direttamente collegato con i sistemi della nave.
Il sistema di iperspazio è quello caratteristico di Beta 1 e permette a questa nave, di compiere i salti quasi istantaneamente, accompagnati dal tipico bagliore bianco.
L’unico limite di questa nave è l’impossibilità di voli atmosferici.

ARMAMENTO
L’armamento equipaggiato dagli Incursori, va dai semplici cannoni a particelle, ve ne sono diversi lungo tutto lo scafo, fino ad arrivare ai temibili “emettitori frontali”. Quest’ultima arma è utilizzata soltanto da questa modello di nave e da pochissimi incrociatori di grandi dimensioni.
Gli emettitori hanno una notevole gittata e sono talmente potenti, da provocare l’esplosione immediata di navi della grandezza di un DELTA 409. Il potere distruttivo di quest’arma si estende anche ai diversi bersagli in linea con quello primario. La quantità di danno risulta essere sempre la stessa a prescindere dalla distanza. Se per esempio il bersaglio primario è una nave imperiale di Livello 2 ed in linea si trova un DELTA 409, l’incrociatore subirà i danni in proporzione alla sua stazza, ma il DELTA che si trova in traiettoria, esploderà comunque.
Questa nave è anche dotata di un sistema di attacco ventrale ad energia per il bombardamento orbitale.

SISTEMA DI DIFESA
Presenta uno campo energetico molto resistente, attorno a tutto lo scafo. Il campo sembra disperdere lungo tutta la sagoma l’energia che gli viene proiettata contro, creando una serie di onde che si propagano in maniera concentrica dal punto di impatto. Questo scudo risulta talmente efficace da dissipare attacchi ad alto potenziale come le “Lame ad Energia” imperiali. Se si tenta di attaccare con più fonti per raggiungere un potenziale maggiore, superando così la capacità di assorbimento del campo, l’energia in eccesso  viene semplicemente riflessa, andando ad impattare sui bersagli circostanti.
Questo tipo di difesa, risulta completamente inefficace contro proiettili di tipo cinetico, lasciandoli passare senza alcuna interazione con lo scudo.
Per ridurre i danni da impatto, gli Incursori sono dotati di una corazza a doppio strato. Per massimizzare gli l’efficacia delle corazze, tra le due blindature,  viene posta un’intercapedine provvista di una rete energetica per dissipare la velocità dei proiettili e ridurne la forza di penetrazione. Per questo motivo, nell’anno imperiale 232, le torrette di tutti le navi dell’Impero, furono dotate di torrette con fuoco a propulsione magnetica. Prima di questa innovazione, i danni inferti risultavano trascurabili, infatti erano necessari 40 DELTA per abbattere un singolo Incursore, contro l’attuale media di 8 a 1.

EQUIPAGGIO
Seguendo tutti i rilevamenti effettuati dall’Impero, gli Incursori, come tutti gli altri veicoli e unità, non dispongono di equipaggio.

Lago di Roma.

Category : Applesid

Darknet mood ::On:: 

E’ strano essere qui con in testa conflitti sentimentali, mi sento vuoto e pieno allo stesso tempo, vuoto, leggero e scarico di responsabilità, pieno di sentimento da offrire, fardello cosi ’ pesante fino ad arrivare a vivere in altalenanti stati di ansia, che scendono come un plotone di vecchi paracadutisti in esercitazione e la loro X, su cui devono atterrare, è al centro del mio sterno, flettono sulle costole, molleggiano per poi rilanciarsi in aria per rivivere la stessa emozione, per far si che mi appartenga, male, dolore, sono riatterrati e le sinapsi si riconcedono al lavoro dopo una velocissima pausa, stand by, sogno!

Il tintinnio della pioggia estiva, accompagna la mia corsa da un padiglione ad un altro, la mia pelle appena dipinta frigge ad ogni goccia che colpisce il braccio, fumo una canna in compagnia di altri figuri che da tre giorni accompagnano il mio viaggio, due abruzzesi, irreprensibili, lui innamorato di lei, lei forse ma vuole svoltare, è evidente, tanto contenta quanto infelice di questa vita da rinnegata, rilegata tra le vecchie abitudini di paese e questa nuova realtà, urla di complotti che la escluderebbero dal poter pisciare nel bagno limitrofo a questa sorta di centro sociale in cui siamo, a causa di un piantone Itaniano che puntualmente controlla gli accessi alla vecchia latrina romana all’interno della costruzione vicina. I padiglioni sono i resti di un centro fieristico vicino all’Hotel Ergife, prima di proprietà di Giulio Andreotti, lo statista italiano collaborazionista, attualmente residenza di alcuni portaborse insignificanti che lavorano presso il protocollo Itaniano distaccato in Italia , sta  sull’Aurelia, la più antica strada romana, nei pressi di quel Lago che un tempo era Roma capitale, ora sembra l’ombelico di una penisola pieno d’acqua, tra l’altro ottima da bere, i naniti hanno fatto del loro meglio per ripulire Tevere e mare da queste parti. L’interno dei padiglioni è freddo, non solo per il cemento pre-frabbicato,  per l’assenza di riscaldamento e per la voragine che adorna il tetto  ma anche per l’aria da ultimi della classe che gli abitanti di questa ostile residenza soffiano fuori ad ogni respiro, per oggi vivo qui, qui non sento nulla e riesco facilmente a passare inosservato. Finalmente l’effetto del Thc modificato x uccellare i naniti iperprotettivi del mio corpo sta facendo effetto, il figlio del provveditore Itaniano che ho conosciuto a Torino mi ha svelato a sua insaputa come evitare le barriere in modo da riuscir a raggiungere “le porte della percezione” di Morrisoniana memoria, almeno per qualcosa posso ringraziare l’Impero e le sue nanitiche invenzioni, l’unica controindicazione è che una volta addormentato torno a quella notte del 1982, a quell’estate in Calabria, a quella strana navicella che da sempre appare come avvolta da una nebbia psichica e da quella notte che sento le persone, vedo delle cose che fino ad un anno fa erano flashback innaturali, non sono un sensitivo, credo, ma da quando gli Itaniani mi hanno iniettato le loro particelle 3.11, le voci si sono fatte urla e le sensazioni altrui mi nutrono. Nel mio viaggiare itinerante a volte mi sembra di essere Truman e di vivere in uno show, città diverse ma posti uguali, facce uguali, storie uguali, vite uguali, gli ultimi di tutti, quelli che non hanno diritto ai naniti, quelli che nell’epoca pre-Itaniana avevano scelto la vita, avevano scelto un lavoro, una carriera, un maledetto televisore a schermo gigante, avevano scelto lavatrici, automobili, lettori CD e apriscatole elettrici, avevano scelto di sedersi su un divano a spappolarsi il cervello e ad annientarsi lo spirito davanti a un telequiz. E’ alla fine hanno scelto di marcire, di tirare le cuoia in un ospizio schifoso, appena un motivo d’imbarazzo per gli idioti viziati ed egoisti che hanno figliato… Anche in  questo l’Impero gli ha accontentati.

Mi presento: sono Applesid e sono un Addetto alla Ricostruzione.

BETA 1

Category : Frammenti di Darknet

Sicuramente la razza più misteriosa attualmente presente nei quadranti. Di questa civiltà, non si sa praticamente niente, se non tramite piccoli frammenti di informazioni derivanti dai relitti e dalle testimonianze.

Itan avvistò per la prima volta Beta 1  durante l’epoca della CONOSCENZA. Questa popolazione però, non si dimostrò subito aggressiva. In epoca pre-imperiale, durante la colonizzazione dei nuovi mondi, per molti anni, ci furono numerosi avvistamenti- A quei tempi si vociferava di navi avanzatissime completamente nere  che, nella maggior parte dei casi, se ne rimanevano in disparte nelle vicinanze dei sistemi o accanto alle altre navi, apparendo e scomparendo senza lasciar traccia. Per molti erano quasi leggenda, storie improbabili per destare interesse.

L’atteggiamento di Beta 1, mutò radicalmente dopo che si cominciò lo sfruttamento intensivo dei giacimenti di LINX e con la conseguente comparsa dell’Impero. Gli attacchi si inasprirono velocemente, fino a raggiungere l’attuale conformazione del conflitto.

Nessuno però, ha mai visto alcun esponente di questa razza, né si conosce con esattezza l’estensione dei loro domini. Quello che si sa per certo, è l’impiego massiccio di unità robotiche in tutti gli aspetti delle loro attività. Le navi e persino la fanteria, sono automatizzate, e fino ad ora non è mai stato rinvenuto alcun elemento organico dai relitti. Gli stessi insediamenti, presenti nei tre Quadranti, non dispongono di habitat o supporti vitali e, nella maggior parte dei casi, vengono costruiti su pianeti privi di atmosfera respirabile.
La loro tecnologia rimane tutt’ora un grande mistero per i ricercatori imperiali. Infatti, dai nuclei energetici ritrovati all’interno di diversi oggetti abbattuti, e dai calcoli effettuati sulle emissioni energetiche, teoricamente nessun mezzo o sentinella di Beta 1, sembrerebbe disporre di energia sufficiente per funzionare, andando contro le nozioni alla base della conoscenza di Itan.
Il metallo che usano per la costruzione di tutti i loro apparati, a causa della sua lavorazione caratteristica, è di colore nero intenso e la loro specializzazione nel campo della navigazione, non ha eguali. La loro tecnologia di iperspazio infatti, è totalmente diversa da quella imperiale. La loro immersione nello spazio dilatato, sempre che si tratti effettivamente di spazio dilatato, avviene praticamente all’istante, permettendogli di arrivare ed andarsene sul campo di battaglia, in tempi brevissimi. L’elemento distintivo dei loro “salti”, è l’emissione di un intenso bagliore bianco poco prima dell’iperspazio.

L’ultimo punto enigmatico di questa razza, è il suo rapporto con il LINX. Si crede che sia più che altro di tipo religioso o rituale ed in effetti, non ne sono state trovate tracce significative nella loro tecnologia. La cosa inspiegabile però, resta il ritrovamento all’interno di tutti i resti di unità robotiche, di un alloggiamento sferico vuoto, dentro il quale è sempre presente un piccolo frammento di LINX, tagliato a forma di cristallo.

Carne da macello.

Category : Felice

Carne da macello, questo è il mio grado.

Seguo le indicazioni sulla visiera del mio casco, un percorso probabilmente già tracciato, come una vacca che corre nei corridoi del macello dove al fondo l’aspetterà il colpo alla testa. Un colpo veloce e letale, quasi indolore. Una parte di me aspetta quel colpo, un lieto dono in questo momento, ma la parte che lotta prevale, probabilmente solo perché sa che il colpo sarà veloce sì ma non letale (non sono mai stato così fortunato) e sicuramente non sarà indolore.

L’unica cosa certa nelle squadre di ricognizione dell’Impero è la sofferenza, l’addestramento e la fortuna servono solo ad evitare che questa sofferenza aumenti.

Almeno il campo di battaglia mi è abbastanza famigliare, è una base di addestramento dismessa. Il casco non specifica “centro addestramento dismesso”, informazioni semplici “Niiman – 40.76-73.984″, ma i miei occhi riconoscono lo stile, la struttura di quella che è stata la mia casa per mesi. Mentre ci penso rivedo il mio Sergente Istruttore… grazie a Dio che sono qui… grazie a Dio.

“Sinistra. Compatti”. Le parole sono poche, la grafica del casco ci guida sul percorso. Da brava vacca proseguo nel mio corridoio. Siamo molto compatti, il mio fucile sfiora la schiena del mio compagno mentre copro il lato destro quando prendiamo il corridoio a sinistra. Il mio fucile, il mio migliore amico, la mia vita… macché, queste sono frasi da film. Il fucile è grosso, potente e intelligente; molto più intelligente di quello che preme il grilletto. “L’arma si blocca se rileva un’azione di fuoco amico”, così ci hanno detto, dovrebbe capire se il tizio davanti a me indossa un casco come il mio. Mi ricordo che durante l’addestramento neanche gli istruttori erano certi di questa cosa e nessuno aveva il coraggio di provare a mettere nel mirino un altro soldato. Per noi è sicuro che funzionerà così, non siamo quelli bravi a pensare e non dobbiamo farlo.

“Sinistra”. Il casco mi dice che la vacca dietro di me è ancora viva. Proseguiamo. A malapena ricordo il suo nome, ma tengo alla sua vita quanto alla mia. Nessun legame da caserma, nessun legame da fratelli di sangue. Lui è il mio countdown. Lui e gli altri ed io sono il loro. Il countdown è una leggenda, serve durante l’addestramento a insegnarti che devi proteggere il tuo compagno di missione a tutti i costi. La leggenda vuole che se una squadra perde il 75% dei suoi membri la missione subisca un rialzamento di grado tale che sia richiesto un intervento imperiale diretto. Si dice che l’Impero bombardi la zona a tappeto, senza troppi problemi per i sopravvissuti della missione, alcuni pensano sia per una questione di supremazia, non far vedere che l’Impero subisce della sconfitte, ma altri pensano che non si voglia correre il rischio che fazioni nemiche si impossessino di materiale imperiale. Ovviamente, armature e armi hanno tutte le protezioni avanzate elevatissime, ma meglio non rischiare.

La leggenda del countdown è alimentata dal fatto che nessun singolo sopravvissuto sia mai tornato, le squadre si perdono in blocco. Bah, non so cosa pensare ma la leggenda funziona, serve. Ti fa difendere i tuoi compagni ad ogni costo e ti fa sentire come se stessi combattendo con una pistola nemica puntata di fronte e un bazooka dell’Impero dietro la schiena.

“Dentro”. Primo angolo sinistro. Secondo angolo destro. Terzo centrale sulla sinistra. Quarto centrale sulla destra. Addestramento base. “Libero”. “Libero”. “Libero”. “Libero”. La stanza è vuota. Qualche segno di trascinamento, un tavolo pulito tra le macerie, cadaveri di sigarette e birre ci fa capire che il posto era giusto e che gli ostili erano terrestri, i rifiuti lasciati sono indistinguibili. Neanche questione di attimi, l’obiettivo era andato via da tempo. Qualcuno da qui ha sfondato la rete imperiale cercando di ottenere informazioni, ovviamente io non dovrei essere al corrente del motivo della mia missione ma il mio sergente pensa che se vado dal creatore almeno gli spiego come mai deve trovare un posto anche per me.

Rientriamo. Il mezzo si allontana e riesco a vedere il centro di addestramento che diventa sempre più piccolo, ora toccherà alla squadra con il cervello cercare il più minuscolo indizio per capire qualcosa in più. A me non interessa. “Missione Fallita” è l’ultima comunicazione che ricevo. Penso che oggi ho portato a casa la pelle e che avrei potuto uccidere un terrestre, un mio fratello. Sorrido, oggi è stata una grande vittoria, forse la prima da quando sopravvivo nell’Impero.

Prologue.

Category : Riccardo

Finalmente sono riuscito a trovare il tempo per scrivervi!

Ciao Darknet, ciao a tutti voi. Immagino non serva dire che sia contento di aver scoperto che non sono l’unico ad avere dei risentimenti nei confronti di questo caro Impero (che frase lunga). Insomma, in poche parole: sono felice di avervi trovato, e specialmente di poter finalmente presentarmi! Sono passate già alcune settimane da quando sono riuscito a connettermi a voi e vi ho letto avidamente fin dal vostro primo messaggio. Ricordo che avevo appena finito il mio turno di pattuglia  in una base sulla Terra e che, come consuetudine, mi ero ritirato immediatamente nella mia camera dopo le varie procedure per il cambio guardia e il disarmo in armeria – Già, qua non ci fanno tenere le armi se non siamo in servizio -. Così mi sistemai sul mio caro e comodo lettuccio, il mio compagno non c’era e ne approfittai per navigare sul mio N-Pad. Non ricordo però quale fu il caso che mi portò alla vostra rete, tuttavia, eccomi qui.

Come avrete capito sono un soldato, fanteria. Un ragazzo di diciannove anni effettivi, senza ringiovanimento o altro, che si è ritrovato a dover lottare una guerra non sua. Uno schiaffo in faccia insomma, preceduto da un bel calcio in culo: l’invasione del nostro pianeta. Più di un calcio in culo direi, più di uno. Ricordo come in poco tempo bombardarono la mia città, fui fortunato io. In quel momento infatti ero fuori, in provincia, con la mia piccola sorella. Sentii solo delle sirene, gente che correva per strada e domandava, cercava risposte negli sguardi di coloro che avevano affianco, finché..non arrivarono. Bombardieri? Non so ancora cosa facciano e non sono stato attento all’addestramento,so solo che si chiamano Thunder adesso. Sta di fatto che fecero piovere fuoco e fiamme. Mi rifugiai, dovevo proteggere mia sorella e sapevo che non avrei potuto contare sull’aiuto di nessuno, nemmeno dei miei genitori. Si trovavano in città durante l’invasione.

Così, un mese e qualche settimana dopo mi scoprirono,mi presero in custodia e mi sentii uno schifo: non opposi resistenza. Ok, ero affamato e stremato, ogni risorsa che trovavo le davo a mia sorella e poi..eravamo nascosti tra cassonetti di un vicolo, vi dico solo che non fui l’unico a cercare quel nascondiglio. Ero ferito, però mia sorella stava bene. Non riuscii a dire nulla, urlai soltanto: “Mia sorella! Mia sorella!”. Forse mi capirono, forse compresero il legame che c’era con quella bambina e me dal modo in cui blateravo o la guardavo, sta di fatto che per fortuna presero anche lei. Sì, non avrei mai sopportato l’idea di averla abbandonata lì al suo destino e fui contento che invece venne via con me, con loro.

In seguito, mi trattarono bene, credo. Mi interrogarono inizialmente in realtà, mi chiesero chi ero, cosa facevo prima che “mi soccorressero”.

“Sono Riccardo. Sono fuggito da voi.” Dissi, secco.

Loro cercarono di rassicurarmi, mi dissero che non mi avrebbero fatto del male ma poco mi importava di me stesso. Chiesi di mia sorella e ricevetti un attimo di silenzio. Vidi uno di loro (erano in tre) storcere il suo austero muso in un mezzo sorriso, tra il ghigno e la soddisfazione. Forse non avrei dovuto chiedere di lei.

Dissero che stava bene e che spiacevolmente i miei genitori erano morti in un incidente nel caos scaturito dopo il loro arrivo. Mi posero la notizia come un atto violento commesso da altri della mia stessa “razza”.  Dissero che mi avrebbero protetto, che si sarebbero presi cura di mia sorella.

“E dove sta il trucco?” Biascicai, ero stanco e sporco, dannatamente sporco. Dissero che mi sarei dovuto solo arruolare, scrivere il nome di mia sorella in un foglio e avrebbero fatto tutto loro. Ah, certo, devo solo arruolarmi. Per loro? Per gli invasori? No, dissi, e da gentili che erano divennero un po’ più..severi. Uno dei tre parlò per primo e mi diede delle opzioni: arruolarmi come avevano detto, compilare il dannato modulo I42 e inserire il nome di mia sorella = Ok. Decidere di rifiutare, venire schedato come elemento sovversivo, giustiziato o “risocializzato”; per quanto riguardava mia sorella, non erano più affari loro = Non buono per niente.  Cosa dovevo fare? Ditemi voi cosa avreste fatto al mio posto, vi prego. Non potevo lasciare che mia sorella andasse incontro a un triste destino e accettai, mi arruolai. Così… Accidenti, non ho guardato l’ora e sono in ritardo. Vi spiego: la mia squadra e me siamo stati convocati per non so quale ragione, lo scoprirò tra poco comunque.

Vi devo salutare, ci sentiamo la prossima volta.

Vibracciaio, Colteno e Versolega.

Category : Frammenti di Darknet

Vibracciao
Un particolare metallo, impiegato principalmente per la costrizione degli scafi delle navi stellari e per le famigerate vibro-lame. Questo materiale possiede una particolare conformazione e, se sollecitato adeguatamente da determinate fonti energetiche, comincia a vibrare ad altissima frequenza. Sulle navi, quando i sensori rilevano energia oppure oggetti in collisione, viene attivata automaticamente la vibrazione dello scafo. Questa peculiarità consente di assorbire gran parte degli urti meccanici e in alcuni casi, conoscendo il tipo di colpo energetico, di annullare l’onda e quindi disperderne il potenziale. A causa di questo metallo, le navi di Itan sono famose in battaglia per lo strano rumore che si propaga all’interno degli scafi e, in presenza di atmosfera, nell’ambiente esterno. In caso di rotture e falle, si possono percepire i rumori più svariati, dovuti alle irregolarità nella vibrazione. Tra i casi più strani registrati, alcuni soldati, hanno addirittura giurato di sentire delle “voci”. Per quanto riguarda le vibro-lame, vengono utilizzate da molti combattenti dell’esercito, anche se numerosi soldati preferiscono ancora il tipo tradizionale. Questa lama infatti, risulta molto tagliente durante la vibrazione, riuscendo a penetrare facilmente corazze e a tagliere i materiali più duri, ma per attivarsi, necessita di un piccolo nucleo energetico posizionato all’interno del manico. In assenza di energia e quindi vibrazione, la lama risulta praticamente inservibile.

Colteno
Lega metallica molto resistente e flessibile. Largamente usata come materiale da costruzione per telai e strutture portanti, tra le sue particolarità, la più importante, è quella di isolante. Infatti resiste a grandissime temperature senza trasmetterne il calore. Prima del LINX era il metallo usato per la costruzione dei nuclei energetici.

Versolega
Lega con l’incredibile particolarità di assorbire e disperdere calore ed energia a grandissima velocità ed in un solo senso. L’impiego più comune, è la costruzione negli incrociatori più grandi di placche estese con relative torri di dispersione, per proteggersi da attacchi di armi ad energia. Durante le battaglie più cruente infatti, si possono vedere saettare nel vuoto, le grandi scariche di dispersione, emesse dagli incrociatori colpiti. Oltre all’impiego bellico, questo materiale viene usato per la costruzione di grossi condotti per il trasferimento di energia.

 

 

Un passo verso la Libertà.

Category : Clara

Oggi è una giornata di festa. La Festa dei Lavoratori… Imperiali e non.
Ed io, ieri sera, mi sono già presa il mio regalo.

E’ stata una fortuna trovarvi, e non mi importano le implicazioni celate dietro a questa rete pirata. Siete il mio secondo regalo, arrivato proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno.
Ora non sono più sola, il mio viaggio può cominciare.

Sapete, prima di prendere la decisione che mi ha portata qui, venivo considerata una debole. Non sono mai stata una di quei tipi “forti”, mi sono sempre nascosta, celandomi dietro ai caratteri più decisi, come quello di mio marito.
Mio marito… già prima dell’Invasione, era iniziata la nostra, se così la si poteva chiamare, crisi matrimoniale. Era solo grazie al mio carattere remissivo e silenzioso che la nostra coppia riusciva a rimanere in piedi, dando a tutti, me compresa, l’impressione che il rapporto stesse andando nella giusta direzione: quella che aveva indicato Lui.
Quante sere passate a piangere in cucina, davanti ad un bicchiere di vino. Il peggiore dei cliché, adeguato al peggiore degli stereotipi: un marito dispotico ed egoista.

Già, perché era Lui a prendere tutte le decisioni, etichettate “per il nostro bene”, ma nella maggior parte dei casi, per coprire i suoi interessi.
Lavoravamo in due, ma i soldi erano gestiti da Lui, per il bilancio familiare, ma soprattutto per mantenere le sue costose uscite con gli “amici” stranamente vestiti di abitini succinti e con profumi femminili.
Ma a me andava bene così, quando ti abitui a star male, alla fine sembra che diventi un sorta di droga dalla quale non riesci più ad uscirne. Anzi la brami, un gioco masochistico per punire la tua debolezza.

Nella nostra vita precedente, io svolgevo un lavoro uguale ad altri mille, ero la segretaria di un avvocato, non dovevo prendere alcuna decisione, ma solo ricordare appuntamenti e scadenze. Lui invece, in linea con il suo carattere, era un piccolo imprenditore edile, impegnato più ad impastarsi con la politica locale che a costruire case.
Dopo, è arrivato l’Impero.

Siamo rimasti nascosti durante le prime settimane, quelle dei bombardamenti e dello sbarco delle truppe aliene, poi, come vermi dopo la pioggia, siamo usciti allo scoperto, pronti a celebrare i nuovi padroni. Lui aveva già pianificato tutto, avrebbe abbracciato la nuova filosofia, sfoggiando i suoi precedenti politici, le conoscenze sul territorio ed una spiccata obbedienza all’autorità. Fummo tra i primi collaborazionisti e Lui ci mise tutto se stesso nel servire la causa.
Itan ama la gente come Lui. E la ripaga bene.

Giocando con astuzia e tradendo la sua stessa gente, fece carriera in fretta nelle fila degli Invasori, fino a farsi assegnare un posto di responsabilità, diventando addirittura un funzionario imperiale.
Io, naturalmente, mantenni il mio ruolo e rendendomi complice dei suoi crimini, avvallando silenziosamente ogni sua decisione. Accettai anche di andare a lavorare per l’Impero, fu Lui ad intercedere per me, mi fece ottenere un impiego presso uno degli uffici della Volontà sotto la sua direzione.

Il mio nuovo lavoro, consisteva nel classificare e passare al centro di rieducazione i fascicoli dei dissidenti, per assegnarli ad uno dei corsi che li avrebbe resi più mansueti alle lusinghe imperiali.
Ma ancora in quel momento, anche se più legata a Lui sul lavoro come nella vita, mi andava bene così. Ero convinta che qualsiasi barlume di speranza e di indipendenza dentro di me, si fossero sopiti, rassegnandomi alla mia condizione di debole.

Questo fino a quel fatidico giorno.
Una mattina venne a prendermi in ufficio, sfoggiando la sua autorità mi strappò dalle mie mansioni, voleva portarmi dove lavorava, per farmi vedere il potere che aveva raggiunto. Conoscendolo, era il suo modo di ribadire i nostri ruoli: Lui in cima al mondo trionfale, io come sempre tra il resto insignificante della popolazione.
Mi portò presso il famigerato “Centro di Rieducazione Imperiale”, un posto temuto da tutti, il luogo dove finivano i dissidenti e chi osava mettere in discussione l’egemonia della nuova élite. Era diventato il secondo nella direzione della struttura, dopo l’Itan a capo, Lui era la persona con maggior potere: la gente avrebbe fatto qualsiasi cosa per non finire laggiù. Facemmo una breve gita all’interno degli edifici di vetro e metallo che l’Impero aveva costruito come simbolo della nuova schiavitù. Ci fermammo su una passerella che circondava un enorme stanzone, sotto sembrava di assistere ad una lezione universitaria. Seduti composti, c’erano almeno ottanta persone rivolte verso un’unica figura seduta in cattedra. Questa figura non sembrava neppure umana, aveva lineamenti spigolosi e la pelle di un bianco pallido. Ma la cosa inquietante era che non volava una mosca. Nessuno spiccicava una parola, nemmeno lo strano “docente”. Rimasi perplessa e mi voltai con aria interrogativa verso mio marito.
Lui, intuendo la mia espressione, iniziò a parlare con una punta di orgoglio:
“Sorprendente vero? Restano così, immobili e silenziosi, per giorni interi”
“Ma cosa stanno facendo?” chiesi stupefatta.
“E’ il trattamento che l’Impero riserva ai dissidenti più accaniti”. Continuò usando un fastidioso tono saccente: “Il tizio pallido, quello da solo all’inizio della stanza, viene da Voolena e possiede straordinarie doti sensoriali. Ma non del tipo che possono essere usate in battaglia, è un esperto nella manipolazione dei pensieri e dei ricordi. Loro rimangono così, ad osservalo, mentre lui gioca con i loro cervelli. Non so come funzioni esattamente, ma credo che gli incasini i pensieri a tal punto, da convincerli che siamo Noi quelli buoni.” Poi scoppiò in una risata di scherno e, singhiozzando per le risate, aggiunse “Non sai quanti di quelli che mi davano fastidio, ho spedito quaggiù…”
Rimasi pietrificata. La cosa peggiore poi, era che io stessa avevo aiutato quel sistema a perpetrarsi, approvando ed organizzando i fascicoli. Sentii qualcosa che non avevo mai sentito, svegliarsi in me, una voce stridula come unghie sulla lavagna, stava urlando tutta la sua rabbia.
Quella sera stessa pianificai la mia vendetta.

La notte prima del “Richiamo”, aspettai che si addormentasse per poi sostituire i nostri tesserini. Mi ero documentata e sapevo che ci volevano due mesi di applicazione, per far sì che i miei naniti 2.5 fossero rimpiazzati completamente dai suoi 3.5. Per sicurezza ripetei l’operazione per tre mesi.
Poi venne il giorno.

Aspettai che tornasse a casa e che posasse la sua uniforme sulla sedia, per infilarsi nella doccia come tutte le sere. Estrassi dalla fondina, appoggiata ordinatamente accanto alla sua uniforme, la sua MECA1 e lo aspettai seduta sul letto nella nostra camera. Avevo pensato a lungo sulle ultime parole che avrebbe sentito, ma non riuscii a formulare un discorso che mi soddisfacesse, che contenesse tutto il disprezzo che provavo per Lui.
Quando entrò nella stanza, mi alzai e gli puntai la pistola, ero determinata a non dire nulla, e rimasi per un secondo lì, in piedi a tenere quell’arma con tutte e due le mani. Lui, con ancora l’asciugamano intorno alla vita, quasi non si curò di me, si mise ad armeggiare distratto con il suo orologio e poi con un sorrisetto divertito mi disse rivolto alla specchiera: “Sei la solita cretina. Almeno non ti metti più a piangere di nascosto. E sei anche doppiamente stupida. Sai benissimo che non puoi usarla. Cosa avresti intenzione di fare, eh? Forza, spiegamelo… Cosa vuoi fare??”
Senza pensare, dalla bocca mi uscii: “Rompere le mie catene” e poi premetti il grilletto.
Ci fu solo un leggero fruscio e poi i suoi occhi sbarrati, congelati in un’espressione sorpresa, appena sopra l’enorme buco di carne bruciata che IO gli avevo aperto nel torace. L’uomo che mi aveva fatto soffrire così tanto, se ne andava così, vestito soltanto con un asciugamano e con un’espressione idiota sul viso.
Per la prima volta nella mia vita, mi sentivo libera.

Oggi, nel giorno della Festa dei Lavoratori, brindo alla mia nuova libertà, mentre fuggo il più lontano possibile. Domani si accorgeranno della sua assenza sul lavoro, ma io sarò già distante, intenzionata a tenermi stretta la mia nuova forza.
Dalla mia parte ho una MECA1 e, ancora per un mese, i suoi naniti. Ma soprattutto ho un piano e, da oggi, tutti Voi: i miei nuovi compagni di viaggio.

A risentirci presto, Darknet. Con affetto la vostra Clara.

A.E.R.

Category : Frammenti di Darknet

L’A.E.R. è l’ente imperiale che si occupa della creazione, sviluppo e produzione della tecnologia dell’Impero. Questa organizzazione è strutturata in modo da essere quasi indipendente, ed è per questa ragione che dispone di un suo specifico centro comando ed è dislocata in numerosi punti dei quadranti con: installazioni, centri di ricerca segreti, e fabbriche. Questa sua autonomia si riflette anche da un punto di vista politico. Infatti gli ufficiali dell’A.E.R., anche se hanno solo funzioni tecniche, di collaudo, certificazione e consulenza, non sono soggetti agli ordini e alla gerarchia militare, ma rispondono al loro ordinamento interno.
Per rafforzare ulteriormente la propria indipendenza da altri enti imperiali, quest’organismo dispone anche di un suo esercito, anche se di dimensioni decisamente ridotte, in forza per proteggere stabilimenti e installazioni.

GERARCHIA:
L’ente è organizzato in una struttura piramidale, alla base della quale c’è l’esercito interno, il quale utilizza gli stessi gradi militari, ma risponde solo ed esclusivamente all’ente. Un gradino più in alto, troviamo i Ricercatori, e salendo più in alto gli Ufficiali Tecnici. Ancora più su, ci sono i Comandanti di Divisione, divisi per progetti e zone, ed in cima alla piramide troviamo il Curatore Imperiale, il quale detiene il potere assoluto sull’organizzazione. Quest’ultimo prende ordini e, ogni 30 anni, viene scelto direttamente dall’Imperatore. Gli appartenenti all’ordine comunque si attengono a comportamenti esemplari verso qualsiasi membro dell’esercito o altri reparti dell’Impero, anche se qualsiasi atto disciplinare nei confronti di un appartenente dell’A.E.R., richiede l’apertura di una specifica procedura imperiale, la quale verrà esaminata, come sempre, dalla Volontà.

FUNZIONI:
In aggiunta alle sue funzioni di ricerca e sviluppo avanzati, l’A.E.R. si occupa della certificazione e del varo di ogni incrociatore (dal 1° Livello al 10°). Dopo la costruzione infatti, saranno gli Ufficiali Tecnici ad effettuare tutti i test degli apparati, rilasciando alla fine la certificazione di funzionamento e dichiarando l’Operatività del vascello.
Sulle navi, rimane comunque un piccolo contingente di Ufficiali Tecnici, si occupano del mantenimento dei sistemi avanzati, fungendo da punto di riferimento per gli ingegneri incaricati alle riparazioni.
In aggiunta, svolgono il compito di raccogliere eventuali richieste o migliorie, proposte dall’esercito, per inviarle ai centri di ricerca.
Inoltre, dopo l’assimilazione di un pianeta, l’A.E.R. si occupa direttamente dell’organizzazione industriale, impiantando nuovi stabilimenti e riconvertendo la tecnologia esistente per adattarla a quella imperiale.

Curiosità:
Su tutti gli apparati tecnologici, sotto il marchi dell’A.E.R., viene riportata la scritta: “PROPRIETA’ DELL’A.E.R. – CONCESSA IN USO ALL’IMPERO”

Imperial Firefighter.

Category : Marco A.

Quando arrivarono successe di tutto. La gente scappava presa dal panico cercando salvezza anche dove non c’era.

Per noi, la frase “mettiti in salvo” rimaneva come sempre proibita. Per quelli come me intendo: io sono un pompiere!

Durante e dopo la guerra lavorammo come dannati. C’erano incendi e distruzione ovunque e tanti di noi ci lasciarono le penne. Insieme a un gran numero di civili.

Facemmo comunque il nostro dovere e riuscimmo a soccorrere molti nostri concittadini. Purtroppo non tutti.

Quando le acque si calmarono, quando la guerra finì e l’avemmo persa, tutto tornò come prima. E per un certo periodo di tempo il nuovo governo ci lasciò stare, avevano altro a cui pensare.

Solo negli ultimi tempi, gli Itan, terminata l’organizzazione del nuovo esercito terrestre, sono passati alla pianificazione dei servizi civili. Così hanno aggiornato le nostre procedure di intervento, e le nostre attrezzature.

È pazzesco, per anni ti abitui a lavorare in un modo e poi questi vengono dallo spazio a dirti che hai sbagliato tutto. Ecco… a dire il vero non proprio tutto, solo alcune cose. In ogni caso rimane uno schiaffo che ferisce l’orgoglio. Gli Itan non mi piacciono e non mi piaceranno mai. Non posso farci niente.

Quando vengono al Comando, vestiti di nero, con quelle facce che hanno qualcosa di inumano anche se in tutto assomigliano a noi, pensi che davvero c’è qualcosa che non va. Pensi che qualcosa deve cambiare. Poi ci rifletti, hai una famiglia a casa che ti aspetta, e sai che i ribelli sono tutti finiti male. Perciò non ti conviene reagire. E poi i ribelli sono stati degli eroi, ti chiedi? No! Sono stati degli stupidi.

A me i vecchi pompieri hanno insegnato a restare vivo per avere la possibilità di salvare il prossimo. Perché i morti non salvano più nessuno.

E fino a oggi, ho continuato a svolgere il mio lavoro cercando di pensare il meno possibile alla politica.

Ma ora la situazione sta cambiando di nuovo. E in peggio.

Gli Itan ritengono che acqua e schiumogeno per spegnere gli incendi siano mezzi obsoleti. Loro usano la bomba.

Anche questa è dura da mandar giù. Quando, in passato, un terrorista metteva una bomba chiamavano gli artificieri… e a ruota chiamavano noi, con i nostri mezzi carichi di acqua e schiuma.

Gli Itan, invece, ci hanno imposto la loro procedura: quando brucia qualcosa di grosso, tipo una fabbrica o una serie di capannoni deposito, e noi siamo lì con le idro schiuma e tutti i tubi stesi per terra, li vedi arrivare dall’alto con un ricognitore.

Passano al bioscanner la zona, per rilevare la presenza di umani coinvolti nel disastro e poi lanciano la bomba.

“La bomba mangia ossigeno”, come la chiamiamo noi, è più facile. Perché il nome Itan è: Trokksdraker. Mi viene da ridere solo a pronunciarlo, sembra il nome di un nano ammazzadraghi, vomitato da uno stupido racconto fantasy.

Eppure funziona: crea una bolla e distrugge tutto l’ossigeno soffocando l’incendio. Noi siamo protetti da maschera e bombola e non corriamo rischi. O almeno questo è ciò che ci hanno detto. Ma sarà vero? Siamo sicuri che la bomba distrugga solo l’ossigeno? E siamo sicuri che non diffonda nell’aria qualcos’altro? Magari robaccia che agli Itan non fa niente mentre a noi, col tempo ci ammazza?

Le voci che circolano in giro sulla loro tecnologia sono inquietanti. Gli Itan dicono che è tutta opera dei disfattisti. Che sono menzogne messe in giro dai ribelli prima che la ribellione venisse stroncata.

Non lo so. Non so più di chi fidarmi. So solo che quei bastardi, una volta hanno sbagliato. Il loro bioscanner non ha rilevato tre operai di una fabbrica e quando siamo entrati noi, a incendio spento, li abbiamo trovati con gli occhi fuori delle orbite, morti cercando invano quell’ossigeno che non c’era più.

Poveracci.

Ho provato rabbia per come sono finiti quei disgraziati. Con l’acqua e la schiuma avremmo potuto salvarli.

Ci è stato detto che era una perdita accettabile perché noi avremmo impiegato molto tempo a estinguere le fiamme e comunque, alla fine, quelli magari sarebbero morti lo stesso.

Bah, andiamo avanti.

Ma che sto dicendo? Ho troppi dubbi che mi assillano? Penso spesso alla mia condizione. Penso a quello che abbiamo accettato collaborando con i conquistatori.

Io lavoro ancora nonostante abbia sessantotto anni di età.

Che c’è? Credete che sia
impossibile? Niente è impossibile per l’Impero Itan. È tutto merito dei naniti e del ringiovanimento genetico. Quando ci hanno detto che potevamo sconfiggere l’avanzamento del tempo molti di noi hanno esultato Anch’io l’ho fatto.

I pompieri come me hanno naniti versione 2.5. Roba forte, studiata per uomini che devono reggere l’usura di un lavoro pesante. Non sono certo naniti 4.2.2, quelli li fanno apposta per i piloti imperiali. Ma comunque ti rendono migliore. Io, grazie al trattamento, ho sessantotto anni ma me ne sento addosso quaranta.

È una buona cosa, direte voi. Non ne sono più tanto sicuro, dico io. Anche qui le voci messe in giro dai disfattisti dicono che a un certo punto c’è un tracollo, il fisico ti molla all’improvviso e muori nel giro di due giorni. Sarà vero? Vi assicuro che è vero. Qualche collega è già morto.

Ma la gente si adatta alle situazioni difficili e spesso, in questi casi, si trova la giustificazione che più le piace.

«Ci metto la firma a diventare vecchio sentendomi ancora giovane, in forze e pieno di attività. Quando poi deve succedere, un colpo secco e via» diceva un mio amico, è morto proprio ieri. E proprio come dicevano i disfattisti.

Le persone si sono adattate al nuovo ordine mondiale, è un po’ come la storiella della rana nell’acqua calda che sopporta senza reagire, finché muore bollita.

Ebbene, io non voglio finire come quella rana. Domani tenterò qualcosa, non so ancora cosa. E non so se la gente capirà.

Sono sicuro che gli Itan diranno che ero un terrorista, uno che voleva danneggiare la società perfetta che ci hanno offerto.

Bene! Questo è senz’altro meglio che essere ricordato come una rana bollita.

E questo mi farà sentire, forse per un breve istante, di nuovo il padrone di questo vecchio pazzo mondo. Padrone, insieme a tutti gli altri uomini e le altre donne. Come era prima. E finalmente, cosa più importante, mi sentirò libero da quei maledetti alieni.

Invasione (2^ Parte)

Category : Frammenti di Darknet

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L’annientamento delle sacche di resistenza, situate nei territori circostanti le grandi metropoli, avvenne usando le squadriglie dei DELTA 409. Ogni squadra, agiva in maniera indipendente, localizzando e snidando i piccoli gruppi.
Sotto direzione diretta della Volontà, per aumentare la copertura militare, nei primi 3 mesi di invasione, si procedette all’arruolamento forzato di tutte le unità abili al combattimento, tramite ricatti e pressioni psicologiche. Nello stesso tempo, si procedette all’eliminazione di tutte le religioni principali e le forme di culto. Tale operazione ebbe sì effetto demoralizzante, ma funzionò da collante per la nascita di una nuova identità planetaria, utile all’inserimento nel contesto imperiale.

I mesi che portarono alla stabilizzazione dei conflitti, furono caratterizzati da violente repressioni e tolleranza zero, talmente sanguinarie da lasciare una cicatrice indelebile nel tessuto della società terrestre.

Per sanare i traumi inferti alla popolazione, l’Agente in Comando della Volontà Jin Toloja, effettuò un attento studio della storia e della letteratura locale, decidendo di ribaltare completamente la posizione assunta fino a quel momento dall’Impero.
Inscenò l’esecuzione pubblica dell’unico responsabile del genocidio: il Generale Ilihan Than.
Sotto il giudizio della popolazione locale e a reti unificate, il Generale fu condannato per i suoi crimini e giustiziato per sanare le fratture createsi con l’invasione. (Naturalmente l’eroe di guerra fu riassegnato con onore al Quadrante 3)
L’Impero da conquistatore sanguinario, passò istantaneamente a liberatore attento e compassionevole.

Iniziò la fase vera e propria dell’assimilazione.

Furono istituiti degli addetti alla ricostruzione e si garantì a tutta la popolazione del pianeta, l’approvvigionamento di cibo, tramite l’utilizzo di proteine sintetiche. Venne mantenuto il sistema economico ed industriale precedente all’invasione e, dato che il sistema produttivo terrestre si basava sui carburanti fossili, vennero introdotte nuove tecnologie estrattive per il petrolio e si iniziò la costruzione di serre orbitali per la produzione di biocarburante.

Mentre le attività locali ricominciavano a fiorire, parallelamente si costruivano uffici, fabbriche ed impianti per la costruzione di tecnologia imperiale, incrementando così l’offerta di lavoro e di manodopera. In questa nuova fase incominciò l’attuale programma di incentivi imperiali suggeriti dalla Volontà.

La popolazione infatti, diviene libera di decidere le proprie mansioni. Nelle opzioni si contempla addirittura il “non svolgere alcuna attività”. In quest’ultimo caso l’Impero, nella sua nuova veste di benefattore, distribuisce a tutti indistintamente, la dose quotidiana di proteine sintetiche, le quali garantiscono la sopravvivenza degli individui. Per scoraggiare ogni forma di parassitismo sociale, la Volontà però, modificò il sapore delle proteine sintetiche, in modo da risultare sgradevole, ed incentivando così la ricerca di un’attività remunerata, adeguata a soddisfare le esigenze di questa razza.
Naturalmente i benefici maggiori, derivano dallo svolgere attività legate all’Impero. In caso di lavoro presso gli uffici o le strutture produttive imperiali, vengono applicate remunerazioni più alte e la fornitura di naniti base, per la salute ed il mantenimento fisico dei componenti del nucleo familiare. In caso di arruolamento e quindi pieno servizio imperiale, si può ottenere il massimo dei privilegi dell’Impero. In questo caso specifico, il soldato può indicare i beneficiari del suo servizio, conferendo loro un alloggio adeguato al nuovo grado sociale, naniti base e un cospicuo sussidio economico. Inoltre, ad ogni successo sul campo di battaglia, sarà corrisposto un premio speciale ai familiari sulla Terra.

Naturalmente il potere globale rimane nelle mani dell’Impero, al comando dell’Agente della Volontà Jin Toloja, ritrovatosi a governare dopo l’uscita di scena del Generale Than. Il potere viene comunque diviso in distretti locali ed affidato, per i livelli più bassi, a collaborazionisti terrestri e, per quelli più alti, ai comandi militari.

Questo nuovo modello sociale fu accolto con entusiasmo dalle zone sottosviluppate del pianeta, che vedevano nell’Impero, una nuova speranza di realizzazione, sfociando in alcuni casi, come per il continente africano, in una sorta di fanatismo nei confronti dell’Impero. In queste zone si registra il maggior numero di arruolamenti.
Per quanto riguarda le vecchie zone industrializzate, definito “occidente” dai terrestri, si registrano ancora oggi, formazioni saltuarie di gruppi rivoltosi e propaganda di dissenso.

[Fine del rapporto.]

Tenente Leto Mecoc
Ufficio rapporti imperiali.
Laute – Quadrante 4

Fine della 1^ Stagione.

Category : Blog

Con lo sconvolgente post di Elisa, si conclude la 1^ Stagione degli scrittori principali di Imperial Chronicles. Adesso avete gran parte dei tasselli che compongono questa realtà e l’occasione di cimentarvi nel racconto della vostra vita.

Ora spetta a VOI, vivere e muovervi nel mondo governato dall’Impero e da Itan.

Da Lunedì 29/4 verranno pubblicati i nuovi scrittori e spin off avvincenti di personaggi già conosciuti nella stagione precedente. E’ il vostro momento, non siate timidi e date sfogo alla vostra fantasia, tutto lo staff sarà pronto a supportarvi!
Per scrivere ed inviarci il racconto, visitate la pagina realativa cliccando qui

Nel frattempo, non dimenticate i post riguardanti l’ambientazione, i mezzi e la tecnologia, che continueranno ad uscire regolarmente già da questo Martedì e Giovedì.

Restate con le cinture allacciate, inizia un nuovo ed entusiasmante capitolo della saga!

Gloria all’Impero!

Imperial Chronicles Blog

Darknet (Rivelazioni).

Category : Sconosciuto / Elisa

Così ”titolavo“  il mio primo post.  Così, voglio titolare l’ultimo.
Non capii già dalla prima volta l’obbligo di postare con un titolo; ricordo che pensai: “ma cosa vogliono? pubblicarlo?” Calcolando poi che si trattava di una rete pirata, mi sembrava alquanto improbabile.

Ma su storia, ragioni e natura della nostra Darknet di roba strana certo non ne è mancata. E almeno parte di quel che Vi mancava su questa Oscura Rete, che ci ha uniti e spero continuerà a farlo, cercherò di chiarirvelo stasera. Con l’ultimo mio saluto.

Parto. Da questo viaggio non tornerò.

Vi ho parlato di me, vi ho parlato del mio dolore per aver perso la mia vita vera, della menzogna quotidiana che mi sono costruita tutt’intorno all’unico scopo di ritrovare mio fratello, il mio Gruppo di Resistenza, Marco il Rosso, e soprattutto e sopra tutti il mio Compagno. I più attenti possono aver già fatto due più due. Per gli altri, vi aiuterò.
Già Marco, Il Rosso. Quello che si è fatto saltare, abbattendo il secondo Bantha di una delle prime missioni di Mirko.

Quel Marco. Quel Ribelle. Lui era il nostro Comandante. E… Sì Francesca, risponderò in modo brutale alla tua domanda, perché non so in che altro modo fare: Mirko è morto.
Sono stati giorni difficili per me. Ho saputo che Mirko era il mio Mirko, quando mi hanno detto che era morto. Tardi, quindi. Come potevo non averlo riconosciuto?
Sarò più esplicita di quanto non mi fosse concesso prima:  i Voolena, i sensitivi, possono tutto. Temeteli o Amateli, perché Loro decidono della vostra vita e della vostra morte; interagiscono con la vostra mente come fosse un programma da implementare, correggere, aggiornare o cancellare.
Ci hanno manipolati. Ce ne hanno cancellato un pezzettino, ad entrambi. Non ci saremmo mai riconosciuti, finché Darla e “i suoi” non l’avessero deciso. Ho riletto tutto quel che ci siamo scritti, che abbiamo condiviso in questi mesi, e devo dire che adesso il Loro progetto mi appare molto più chiaro. E’ vostra, è di ciascuno di noi, la scelta se seguirli o no. Io non sono più interessata all’argomento, ma so la verità (almeno una parte della verità), e voi dovete conoscerla.

Vi ho già scritto che Darknet, è una rete neurale. E’ aliena. E, a scanso di come appare, non è “fisica”: non c’è. Anche se in qualche modo, sfrutta la rete di comunicazione imperiale. Io sono troppo ignorante in materia e non mi inoltrerò in spiegazioni e paroloni che non mastico mai, vi passerò solo le informazioni che credo vi servano per decidere cosa farne. Non sono sicura che mi sarà concesso di pubblicare tutto quello che voglio che sappiate, ma qualcosa in questi mesi ho imparato. Non esistono tastiere né N-pad qui, da dove vi sto scrivendo, e forse usando i loro stessi strumenti e canali, non faranno in tempo a fermarmi. O sì. Ma chissenefrega.
Mi leggerete per intero: me lo sono fatta promettere. Me lo devono.

Quando Darla me l’ha detto, le ho urlato in faccia tutto il mio odio, per non avermi permesso di riconoscerlo, di incontrarlo, di toccarlo ancora una volta. Dio, il cuore mi saltava fuori dal petto, le lacrime mi inondavano la faccia distorta nella smorfia di odio e rabbia più feroce che un’umana potesse mai tirare fuori. L’avrei torturata fino a farla implorare e poi l’avrei uccisa lentamente… Puttana Aliena del cazzo!!! Fingevi di aiutarmi, sapevi che era quella l’unica mia ragione di vita: in questo mondo andato a puttane, volevo solo non essere sola.
Non l’avrei mai perdonata… e’ come uno psicoterapeuta che ci prova con il paziente, quando questo pende dalle sue labbra. E’ una madre che tradisce e abbandona suo figlio. Per giorni ho inveito su di lei, ho goduto quando l’ho vista soffrire per tutto il dolore che mi stava causando, quando non avevo più controllo dei miei gesti, quando anche il respiro si dimenticava di funzionare e lei sentiva su di sé tutto il peso della colpa. Perché la colpa era sua. Mi aveva sacrificata, per il suo Grande Scopo… chi se ne fotte di un amore stupido e banale di due stronzi cubi di carne. Me lo spieghi quale cazzo è? Qual è il tuo stronzissimo piano che dovrebbe salvare l’Uomo dalla tirannia di Itan… E sei sicura che ti servissimo proprio noi?? Due merdosi umani per questa Nuova Liberazione. E Voi non chiedete mai il permesso? Non le scritturate con regolare contratto le comparse per il vostro Show?

Il Piano non è Suo. Darknet non è dei Voolena. Qualcuno l’ha creata prima di loro, Qualcosa o Qualcuno che non ha nome, neppure per Darla. A noi se crederle, ma tant’è… pare. Esistono altre “darknet” e ciascun frequentatore, avrà trovato nomi altrettanto pittoreschi per queste Reti, che sparse Ovunque, si stanno alimentando e crescono gonfie di sentimenti umani repressi nel mondo ma esistenti negli animi e nelle coscienze. Ogni “cellula”, chiamiamola così, resta “dormiente” e i frequentatori ignari, di buona parte di ciò che c’è da sapere per esserne parte, fino a che non comprendono di essere in tanti a provare ancora sentimenti di umanità e desiderio di libertà. Vi rivelerò una cosa che mi ha lasciata di stucco: in alcune cellule, già operative, ci sono degli Itan al Comando. Anche gli Itan, possiedono una coscienza, alcuni di loro vogliono essere un individuo piuttosto che un soldato.
I Voolena, sono reclutatori. E Darknet la vediamo solo noi. Noi e quelli delle altre cellule. Ognuna ha a Sua Darla. E ognuno ha il Suo Mirko. Mirko, era il motivo per cui Darla mi ha trovata. Mirko e Il Rosso erano personaggi tenuti sott’occhio dall’Impero sin dall’inizio. Per noi che restavamo nell’ombra, dietro le quinte, era facile mantenere l’anonimato, ma quando scendi in campo, quando ci metti faccia e chiappe, ti beccano. C’è poco da fare.

Ma voi, in sostanza ve lo ricordate come avete trovato Darknet? Ve lo ricordate quale fosse il vostro pensiero, se qualcuno o che cosa vi ha portati qui, a cercar conforto? Quella è la chiave: quel senso di vuoto, di solitudine e di paura, ma anche quel brivido sottile che ti permette di seguirli, sono la password. Ho riletto i racconti di Mirko, dopo che Darla mi ha fatto la grande rivelazione, e… cristo, mi chiedo davvero cosa mi abbiano fatto. E’ tutto scritto lì: intanto i nomi. Mirko e Elisa: lo siamo da sempre e per tutti. E poi la missione fallita sulle Alpi Liguri, l’ho riconosciuto quando si descriveva prigioniero, le sigarette rollate con la precisione e il puntiglio quasi da psicosi, lo riconosco quando perde il fiato davanti alla bellezza di una costellazione. Lui di me invece, di come fosse cambiata la mia vita nella scalata al potere fra gli Itan, non poteva saperne più nulla. Tutto era iniziato dopo. Ma avrebbe certo riconosciuto il racconto della sera in cui sono partiti, l’ultimo nostro saluto, Marco che mi urlava “ Eli, ascoltami, cazzo, Eli !!” E mi pregava di “accettare” e mi prometteva “Noi torneremo”. Mirko c’era. Era dal suo abbraccio che non volevo sciogliermi. Avrebbe capito subito che ero io.

Ma non doveva succedere nemmeno questo. Anche a Lui, hanno impedito di riconoscermi. Le ho chiesto perché. Ricordate che all’inizio non si leggeva il mio nome? Il motivo c’era, quindi. E, per rispondere a una mia stessa domanda: Sì, evidentemente i Voolena avevano un piano per me.

Mirko è stato praticamente ricostruito dalla biotecnologia Itan, sia nel fisico che nella mente, e come sapete (Dani, fai attenzione! ) i Voolena lavorano anche per loro. Ha avuto lo stesso trattamento, anche gli Itan non apprezzerebbero che personaggi come Il Rosso, Mirko, o Armand rientrassero in contatto con i loro “amici” ribelli. Armand, per chi non lo ricordasse è il cerebro-azzerato francese, prigioniero della Task Force che, guarda il caso, ha salvato proprio il culetto rosa di Mirko, nonostante la condanna di Tradimento dell’Impero… è tutto sempre questione di piani e di quanto stanno in alto.

Darknet, in sostanza è un enorme, diffuso ed etereo movimento di Nuova Ribellione, che include soltanto chi, naturalmente, riconosce in sé il desiderio di tornare (?) libero, senza però condannare né imputare chi, altrettanto naturalmente continuerà ad usarla come “diario di bordo” o semplice spiraglio sul vecchio mondo.

Noi – io e Mirko – non siamo che un insuccesso del nostro reclutatore Darla, che non si è avvicinata in tempo, che ha perso il suo uomo.

“Già: uomo cari Superiori, che come tale muore, Cari Superiori. Ve lo eravate dimenticati, forse,  che in missione contro e per voi gli uomini stanno morendo?” Sia Itan che Ribellione, concentrati su di lui, su di loro, e guarda il risultato: tutti e due inceneriti. Ricostruitemeli adesso, stronzi!

Io poi, ero solo la pedina. Ero qui, perché Mirko si ricordasse quanto desideravamo stare insieme, e forse sarebbe tornato fra i Ribelli, pur di tornare dalla mia parte. Ero il loro asso nella manica, e mi stavano istruendo: mi stavano insegnando ad utilizzare i canali su cui viaggiano amore e passione, perché lì non c’è spazio per  nessun molesto nanitico effetto, e che l’inibizione di memoria, nulla può se due anime si ritrovano.

L’anima-pedina si dimette, Signori Superiori, con i suoi più profondi ringraziamenti. Avete fallito.

Devo dire che Darla ha accusato il colpo; ha rovistato tanto a fondo fra le mie emozioni che ne ha assorbito l’intensità, l’ho vista contorcersi come nella peggiore delle crisi d’astinenza quando, a canale aperto e letteralmente, la investivo di tutto il male che mi aveva fatto.  Aveva fallito e mi aveva delusa ed uccisa. Mi ha trovata che stavo cercando di annientarmi e, dopo avermi insegnato a sopravvivere, mi ha dato il colpo di grazia. E lei, tutto questo, l’ha sentito forte quanto me, quando io gliel’ho sputato addosso.

Mi aveva insegnato lei ad usare quella forza, che non sapevo di possedere,  mi stava insegnando ad aprire le porte, che nascondono e liberano quell’energia che fa delle facoltà psioniche, le armi letali che qualcuno di voi ha avuto il piacere di vedere. Non posso negare che Darla mi ha dato tanto, posso dire di averla amata in alcuni momenti, e uno di questi è stato quando mi ha portata da voi, quando vi ho trovati.

L’ultimo suo imbarazzato dono, è stato quello di portarmi da Mirko.

C’è un piano, c’è un altro tempo e un altro spazio che tutti noi possiamo raggiungere e, per farlo, non servono le gambe. Lì c’è tutto, quel che desideriamo e di cui abbiamo bisogno. Darla mi stava insegnando a raggiungere quei posti, ma per quanto lontano andassi con meditazioni, trance ed esperienze extracorporee, fra inconscio e sonno profondo, fra stati di ipnosi e di alterazione di coscienza, forse fino a qui, fin dove arrivano loro, non ci sarei mai arrivata.

“Portami lì. E se il prezzo dovrà essere che non si torna, lasciami lì”. Ha voluto farlo e forse ha fatto molto di più. Attraverso Lei, attraverso il suo corpo, potrà, se vorrò, portarmi indietro. E questo perché “mi ama profondamente” dice. Oppure perché, non so a quanti umani sia loro concesso di insegnare i loro poteri, e forse, andandomene ed abbandonando la partita,  sono il secondo suo fallimento. Che vi devo dire? E’ pur sempre un buon paracadute. Ma io so che là starò bene. Potrò anche leggervi. Darknet sta lì.
Ora sapete tutto ciò che so io e anche, che potete decidere cosa farne, compreso ritenere tutta la storia una grossa bufala da depressione post invasione, di un’Elisa un po’ spostata, per continuare ognuno ciò che ha iniziato. A volte lo credo anche io. A rileggerla,  la mia vita di questo ultimo anno, sembra il copione di un film di quart’ordine.

Così Amici vi auguro di riuscire in ogni vostro intento, di sopravvivere, di ritrovarvi, e soprattutto di non abbandonare mai Darknet. Quel che ci hanno dato è un piccolo ed infinito spazio per non dimenticare chi eravamo e chi saremo, per sempre. Qualunque cosa succeda.

Addio amici. Ora io sono felice, abbraccerò Mirko per ciascuno di Voi.

Restate Vivi e Restate Umani!

Elisa.

Invasione (1^ Parte)

Category : Frammenti di Darknet

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Rapporto sull’assimilazione del Pianeta Laute (denominazione locale: Terra)
Ubicazione: Quadrante 4
Data attacco (datazione locale) 10 Settembre 2011 / (datazione imperiale) 12 di 5 dell’anno imperiale 860

Dopo la localizzazione da parte dell’armata del Generale Ilihan Than, si decise una deviazione di rotta verso il pianeta. Dalle scansioni a lungo raggio e dai rapporti delle sonde di esplorazione, venne confermata l’esistenza sul pianeta di numerose forme di vita senzienti, con caratteristiche corrispondenti al modello evolutivo SELTO. La specie predominante, era quindi idonea all’integrazione, pochè abile al combattimento e all’uso di tecnologia imperiale.
Tramite iniziativa personale, autorizzata dai poteri speciali derivanti dalla sua carica, il Generale Than decise di procedere all’assimilazione.

L’approccio al sistema, non avvenne secondo procedura standard, poiché i rapporti della Volontà, indicavano un basso potenziale offensivo ed un grado tecnologico arretrato.
All’altezza del quarto pianeta del sistema, la popolazione locale tentò di contattare la flotta imperiale, inviando un codice numerico. Il segnale risultò incomprensibile, ma fu utile per individuare i primi bersagli dell’attacco.

Estratto dalle conversazioni di bordo tra l’incrociatore di Classe 9 Fultro del Generale Than e la Sartana:

“Generale, stiamo ricevendo un segnale dalla superficie”
“Di cosa si tratta, Capitano?”
“Sembrerebbero formule matematiche, signore”
“E per quale motivo inviano matematica nello spazio? Non hanno un linguaggio loro?”
“Non saprei, signore. Forse è una resa…”
“Non importa, non mi basta una resa, servirà comunque una dimostrazione di forza. Difese orbitali?”
“Sembrano avere numerosi satelliti, ma sono troppo piccoli e non rileviamo energia adeguata per possibili armi.”
“Bene, la Volontà sembra aver fatto il suo lavoro. Procediamo come da programma e vediamo di individuare i punti d’attacco finali.”

Una volta giunti in prossimità dell’orbita, incominciò il dispiegamento della flotta. Durante la disposizione degli incrociatori, le navi di Classe 6 Sartana, Toleja e Bahan, furono colpite da numerosi missili provenienti dalla superficie, equipaggiati con tecnologia nucleare, ma risultati inefficaci contro gli scudi degli incrociatori. Questo primo attacco, fu utile per individuare tutti i bersagli definitivi, sparsi in gran parte dell’emisfero nord.

Le prime a compiere il bombardamento orbitale, furono le navi di 3° livello. Gli asteroidi raccolti nella vicina cintura, furono letali per i maggiori centri abitati sprovvisti di difese, situati nell’area del pianeta più avanzata tecnologicamente.
La perdita di così tante future unità imperiali, fu ritenuta accettabile: la maggior parte della popolazione, risultava vivere lontana da queste aree ed in condizioni di arretratezza maggiore.
Alla prima incursione, il potenziale bellico del nemico, fu ridotto del 90%, si decise quindi di procedere con lo sbarco dell’esercito.

Lo sbarco fu agevolato da una quasi totale assenza di unità aeree nemiche, le poche rimaste dopo l’attacco iniziale, furono eliminate facilmente dai nostri Thunder. Gli incrociatori, poterono quindi sbarcare l’esercito, tramite i Bantha e i Delta 409, direttamente dall’atmosfera, occupando le principali metropoli rimaste, ed eliminando la resistenza degli eserciti locali.
Una volta preso il comando dei punti strategici, si procedette all’eliminazione delle sacche di resistenza (truppe regolari e non), situate nel territorio circostante.

[Continua]

Star cry.

Category : Winter

Ciao Darknet
Finalmente vi leggo forte e chiaro, sembra impossibile da quassù.
Tutto ha preso una nuova piega: il mio lavoro e soprattutto il mio futuro, si può dire che la mia vita sia decisamente cambiata.

Ora sto davanti ad un cazzo di oblò e quello che vedo sono soltanto puntini luminosi.
Oggi le stelle mi fanno più effetto del solito, e questo per due motivi: il primo è che sono a corto di materiale di prima necessità come alcool e sigari, il secondo è che mi sento fottutamente romantico.
Hey romantico, ma chi? Winter? Smettila, sei più duro del cuoio sotto le scarpe.
No ragazzi, questa volta sento proprio che qualcosa è cambiato, forse sto impazzendo.
Star da solo mi fa male, parlo tra me e me e mi sembra di avere due personalità diverse.

Ieri verso i primi cicli mattutini, durante una banale missione di recupero materiale, ci siamo imbattuti nel relitto di una grande nave di Shatan. L’abbiamo smembrata, fatta a pezzi, spolpata fino alle ossa come avvoltoi sulla carcassa. Ma all’Impero tutto questo non bastava, voleva recuperare anche i detriti più piccoli. In questi casi, entriamo in gioco io e nostri amici topi.

Arrivati in prossimità di un ponte chiuso ermeticamente, avvicinammo lo shuttle, agganciando il macabro pezzo di carne Shatan.
Sì signori, le navi Shatan hanno un colore rosso scuro a causa del metallo che le compone, facendole somigliare davvero a carcasse alla deriva. Per non parlare poi della grande quantità di materiale organico che ci gira all’interno. Questi fanno di certo esperimenti credendo di essere Dio, e non parlo di quello buono che custodisce le sue pecore, ma di un Dio malato che gioca con la carne e il sangue.
Già mi fanno ribrezzo quegli orridi lucertoloni, poi il vederli geneticamente compromessi, me li rende ancora più schifosi. Cazzo, forse sto diventando anche xeno-razzista.

Come al solito mi sto perdendo nei miei pensieri, scusate, ma sto facendo davvero fatica a connettere.
Cerco di ricordare, anche se più passa il tempo e più mi sembra tutto confuso.
Dov’ero rimasto?

Indossai la tuta della festa, quella per le grandi uscite nel gelo siderale, controllai i sistemi vitali, tutto a posto: luce verde ed uno dei due topacci mi diede l’OK.
Si aprì il portellone e come tutte le volte venni abbagliato dalla luce di milioni di stelle che si fondevano tra di loro con colori strabilianti. E’ in quei momenti che la morsa del gelo cosmico, ti attacca e ti ricorda che sei solo un minuscolo scolaretto, all’interno di un istituto che non ammette sbagli. Ma quando ormai sei lì, il più è fatto: devi solo fare il balzo e gettarti sulla carogna.
Toccai con gli stivali magnetici la carlinga di quella che una volta era una nave, feci pochi passi quando lo stridio di una comunicazione mi perforò un timpano: l’ordine era di penetrare nel relitto ed estrarre manualmente le sacche di fluido genetico, all’interno di quel che rimaneva del loro laboratorio.
Bene, c’era altro lavoro da fare, più schifoso del solito, così chiesi supporto ad uno dei due topi. Nell’attesa, decisi di forzare la serratura di un portello, cominciando a farmi strada.
Una volta dentro, avanzammo nel silenzio, sentendo solo il rumore del respiratore nei nostri caschi.
La gravità non c’era, ma il magnetismo degli stivali era sempre un valido aiuto.
Con respiri pesanti e mugugni animali ci avvicinammo al portellone del laboratorio, il mio squallido amico si prodigò per aggirare la serratura ed aprire la porta. Rimasi sorpreso, c’era ancora energia in quel rudere.
Il laboratorio era tutt’altro che igienico, sembrava ci avessero buttato dentro centinaia di gavettoni di immondizia. Un sottilissimo sauro dottore vagava inespressivo, fluttuando morto stecchito. No problem, lo allontanai con uno spintone, ormai lui non era più una minaccia.
Il resto della sala era disseminato di vari contenitori i quali sembravano usciti direttamente da un libro di fantascienza. Alcuni erano cilindrici, altri a forma di scatole, ma a noi in particolare, servivano delle orripilanti escrescenze a forma di vescica.
Pochi minuti di ricerca e BINGOO! Eccole, ne avevamo trovate due. Nessuno sa esattamente a cosa servano, secondo me, i rettili, ci fanno il sugo con quella robaccia misteriosa, ma Itan ci va pazzo per queste cose.
Con la tranquillità e l’abilità acquisita in addestramento, ci preparammo a rinchiudere la prima sacca in un apposito contenitore, la seconda invece, meritava un po’ più di attenzione: doveva essere danneggiata, alcune pareti dell’involucro sembrano più sottili.
Stavamo facendo un lavoro pulito come al solito, ma quando eravamo in procinto di chiudere anche la seconda… la sfiga ci mise lo zampino.

Un violento boato rimbombò nel relitto, non riuscì a capire cosa accadde, forse un pezzo di nave alla deriva o peggio, un piccolo meteorite. Intorno a noi tutto cambiò rapidamente, le cose da tranquille e fluttuanti divennero veloci e pericolose, nel laboratorio la forza dell’impatto mise in moto ogni cosa. Anche la sacca mi scappò di mano andando a schiantarsi sul cadavere del medico Shatan, scansato poco prima.
In quel momento, io e il topo, cominciammo a conoscere la paura, quella vera!
Tutto diventò instabile, il corpo del sauro, inerme fino a pochi istanti prima, iniziò a ribollire, cominciando a mutare in una sorta di gelatina munita di tentacoli. Un esplosione di carne deflagrò nella stanza, creando una massa di sostanze biologiche improponibili ed attaccandosi ai nostri visori, impedendoci di vedere.
Sentii uno squittio provenire dal topo, ma quando mi voltai, lui non c’era più.
Preso dal panico corsi verso l’uscita, ma mi ritrovai invischiato nuovamente nella medusa gelatinosa. Così, presi la mia pistola d’ordinanza ed iniziai sparare un paio di colpi alla cieca, a quel punto la presa su di me si allentò, colsi la mia occasione per catapultarmi fuori, attraverso una porta, e spingendomi dietro il pulsante della chiusura.
Dall’altro lato del portello, mi sembrò di sentire un urlo di rabbia.
Ero salvo, tra me e l’abominio c’erano 10 cm di parete metallica, anche se avrei preferito fossero in LINX.
Sempre impaurito mi guardai nuovamente intorno, ero finito in una sala chiusa, piena di apparati simili a quelli che usiamo noi per l’energia, nella sfiga mi andò bene, dovevo essermi riparato nella sala del supporto vitale.
Cercai di pensare al da farsi: ero in trappola e la radio non trasmetteva, forse a causa dell’urto di prima.
Iniziai a girare come un cane in gabbia, sforzandomi di trovare una via d’uscita.

Ma per gli eroi non c’è mai riposo.

Una tremenda esplosione sconquassò nuovamente il rottame, sentii l’enorme forza centrifuga su di me, probabilmente la sezione in cui ero, si staccò definitivamente dal ponte principale della nave.
L’oblò me ne diede la conferma, all’esterno vidi le stelle vorticare.

Sono passate ormai 30 ore dall’incidente e adesso la mia prigione sembra stabile, anche se ha preso a viaggiare chissà dove.

Non so quanto ossigeno mi rimanga ancora.

Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere mia madre, peccato sia morta un anno fa.

Cazzo Daniele se sei nei paraggi vieni a cercarmi, ti prometto il mio whisky e i miei sigari.
Darknet sei la mia unica speranza.

Arruolamento Militare – PROCEDURE ED INDICAZIONI

Category : Frammenti di Darknet

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Arruolamento Militare – PROCEDURE ED INDICAZIONI
Documento del VERBO DELLA VOLONTA’
protocollo VB08061973 – Livello di criptatura: S

Decrypt: << Criptografia – S >>

 

PROCEDURE:

  • Arruolamento presso le strutture locali del Verbo della Volontà.
  • Accettazione e compilazione del modulo imperiale “I42: destinatari dei benefici del Servizio Imperiale”.
    Benefici del servizio:
    Naniti 1.0 per le persone indicate nel modulo (familiari o amici).
    Assegnazione di un alloggio che risponda alle esigenze abitative ed estetiche dei beneficiari. Gli alloggi disponibili sono indicati nel database imperiale e sono compresi: edifici di nuova costruzione imperiale, o quelli di famiglie NON collaborazioniste, sfrattabili in caso di assegnazione.
    Assegnazione di un lavoro per i destinatari e di un sussidio economico imperiale.
  • Tranquillizzare l’individuo ed occuparsi dei suoi familiari.
  • Se il candidato supera i 27 anni terrestri, assegnarlo al centro A.E.R. più vicino per il ringiovanimento genetico. Il procedimento durerà 7 giorni locali.
  • Sessione di test attitudinali per individuare abilità particolari ed efficacia nel combattimento.
  • Assegnazione dei naniti (4.2 o 4.2.2).
  • Invio presso il centro addestramento.

 

ADDESTRAMENTO:

Da studi effettuati sulla storia e la cultura del pianeta, è risultato più idoneo un addestramento duro sia fisicamente, sia psicologicamente. E’ importante che si esegua sempre una pressione costante nei confronti di questi individui. Studi della Volontà hanno indicato che questa razza rende il meglio nei momenti di difficoltà e tale tensione costante, porta all’unione ed al lavoro di squadra.

Di seguito una traccia del discorso d’accoglienza che gli istruttori dovranno seguire:

“Eccovi qua, ammasso di idioti.
E non mi frega da quale schifo di pianeta proveniate. Per me, sono tutti, semplicemente, dei buchi di fogna.
Ho fatto questa cosa centinaia di volte e non ho bisogno delle vostre stupide opinioni…
Quale cosa? Quale cosa?

Innanzi tutto, chiudere la bocca agli stronzi che si permettono di fare domande… qui dovete solo ascoltare e memorizzare le puttanate che vi salveranno la vita!
In secondo, addestrare chiunque l’Impero ritenga utile ai suoi scopi.
Ascoltare, eseguire, combattere e morire. Il mio compito, è di farvi morire il più tardi possibile.

L’impero è il vostro unico faro.
Portare la luce, l’ordine e la giustizia, in ogni angolo della galassia.
E a parte queste idiozie da manuale, li porterete schiacciando i nostri nemici. I VOSTRI nemici!
Perché da quando il vostro stupido sasso, è entrato a far parte dell’Impero, i nemici di Itan, sono diventati i vostri nemici, ed i nemici di tutto ciò a cui tenete di più.

Ora, qualche idiota fra voi, penserà che dopo il trattamento genetico, sia diventato invincibile. Voglio tranquillizzarvi. Non valete ancora un bel niente! L’unica differenza tra voi e un cadavere, è il vostro equipaggiamento.
Infilatevi bene in quella testaccia che senza la tecnologia, non resistereste un secondo là fuori.
Quello che vi farà combattere come un vero soldato imperiale, saranno i NANITI e indossare la vostra ARMATURA, ma prima, dovrete esserne degni, imparare a gestirli ed utilizzare al meglio tutti i vantaggi che vi daranno in battaglia.

Ora, si dà il caso che la fortuna sia dalla nostra. Il nostro bene più prezioso, le armature ad assorbimento energetico, se colpite troppo duramente a causa della vostra inettitudine e ottusità, hanno il vizio di esplodere e di liberarci dai soldati inutili. Ma vedremo questo interessante particolare durante l’addestramento con le corazze.

Ed è per questo motivo che dovrete custodire gelosamente ogni singolo apparato, più di quanto fareste con la vostra mammina.
Niente di ciò che appartiene all’Impero dovrà mai cadere in mano nemica. Quello che vi rende superiori al vostro avversario, consiste in quello che indossate, che impugnate o lanciate. Difendere la tecnologia di Itan, equivale a difendere l’Impero.

Mi aspetto comunque che sacrificherete tutto, anche voi stessi, pur di preservare la chiave della vittoria, e la difesa di ciò che vi è più caro.
…E se sarete troppo codardi per farlo, state tranquilli che ci sarà sempre qualcuno pronto a farlo al posto vostro e a levarvi il peso di farvi fuori.
Alcuni di voi riceveranno un addestramento specifico, in base ai test attitudinali superati nei giorni scorsi, altri invece, si addestreranno esclusivamente nel combattimento.

Ed ora basta con le cazzate.
Incapaci modificati geneticamente, è ora di andare a vedere cosa sapete fare con un’arma in mano!
Muovetevi, muovetevi!”

 

Questo tipo di linguaggio, dovrà essere impiegato durante tutto l’addestramento. Se si avranno domande o chiarimenti, un agente addestrato della Volontà, sarà sempre a disposizione per suggerimenti ed indicazioni.

 

TIPI DI ADDESTRAMENTO:

In base alle capacità e alle conoscenze di base, i soldati verranno specificatamente addestrati in:

  • Comunicazioni e radiotecnologia.
  • Informatica ed elettronica.
  • Ingegneria e sistemi avanzati.
  • Esplosivi.
  • Medicina nanitica.
  • Tiro di precisione ed esplorazione.
  • Combattimento avanzato per artiglieri e armamento dei mezzi.
  • Piloti (Terra e Aria).
  • Poteri sensitivi (questa razza non presenta alcuna dote particolare, ma nel caso se ne manifesti qualcuna, contattare immediatamente l’agente della Volontà più vicino).

 

Tutti i soldati dovranno comunque partecipare agli addestramenti di base.

Addestramento comune a tutti i soldati:

  • Utilizzo dei naniti ed addestramento fisico.
  • Addestramento con corazze ad assorbimento e armi da fuoco.
  • Guerriglia e mimetizzazione.
  • Corpo a corpo e armi da taglio (semplici o vibro-lame).
  • Studio delle armi e dei mezzi dell’Impero.
  • Studio dei rapporti tattici su armi e mezzi nemici.

Questa è un’altra storia.

Category : Ilario

Quando Francesca mi ha parlato di un progetto per far capire all’Impero che non tutti son disposti a farsi soggiogare, mi aspettavo un atto di protesta tipo il defacement del sito web della Volontà o i baffi disegnati col pennarello sotto al naso del soldato felice che dai manifesti del Bureau invita ad arruolarsi.
Non mi aspettavo un tale casino, i miei complimenti.
Ora avete tutta l’attenzione dell’Impero, ma proprio tutta.

Francesca, hai solo un modo per uscirne viva: fare esattamente quello che ti dirò.
Lo so, ti starai domandando che cosa posso volere da te in cambio: tranquilla, mi stai già ripagando, anche se in maniera inconsapevole. L’aiuto che ti sto offrendo mi servirà a tenere buona la mia coscienza per un po’, vediamo se riesco a fare qualche doccia in meno.

Segui alla lettera quello che ti scrivo, non prendere alcuna iniziativa e fidati di me.
Lo so, non ti fidi di quelli che lavorano per l’Impero. Beh, fà uno sforzo.
La via di fuga è stata gentilmente offerta dal sig. Jean Duprè: grazie al fatto che mi son “dimenticato” di comunicare al server centrale il suo trasferimento, risulta ancora in forza qui ad Ajaccio e, sempre per caso è ovvio, ha anche bisogno di una nuova identità. Che interessante serie di coincidenze, eh?
Ma torniamo a noi: cosa importantissima è evitare tutti i luoghi con videosorveglianza, non usare l’autostrada e spostati tramite autobus o, meglio ancora, autostop. Cerca di raggiungere Torre Annunziata e vai all’hotel Casa Ricciardi: c’è una prenotazione a nome Jean Duprè, raggiungi la reception e ritira la chiave della stanza.
Non ti preoccupare, nessuno farà caso al nome maschile e alla gentil donzella che si presenterà: prendilo come un regalo di Jean…

Nella stanza troverai un grosso scatolone con i sigilli imperiali, aprilo e tira fuori tutto il contenuto. Dentro ci sono una patente, una carta d’identità e un passaporto a nome di Anne Bonny, una pistola ipodermica e una serie di bottigliette di plastica con dentro un liquido grigiastro che sembra yogurt scaduto. Metti sul comodino la pistoletta e il beverone, stenditi sul letto e fai queste due semplici cose: punta la pistola sul collo e premi il grilletto, tranquilla non farà troppo male. Poi apri una bottiglia (solo una, mi raccomando) e bevila tutta d’un fiato. Dopo che hai bevuto ti addormenterai, non ti preoccupare che non può accaderti nulla di male. Almeno credo.
Quando ti sveglierai esci dall’albergo, riconsegna le chiavi in reception e vattene. Usa il treno, non gli aerei e trasferisciti nel nord Europa, preferibilmente in Irlanda. Non tentare di contattare nessuno dei tuoi amici/parenti in nessun modo, è dura ma ti devi dimenticare di tutto e tutti. Ricordati di bere una bottiglietta di quella merda grigia ogni due mesi, e ricordati anche di bere molta acqua durante il giorno. Se dovessi iniziare a perdere sangue dal naso, non allarmarti e bevi immediatamente, l’emorragia si fermerà di lì a poco.
Conoscendoti, vorrai sapere a cosa servono tutte queste cose. Presto detto: la pistola ipodermica contiene dei naniti in grado di modificare il tuo aspetto, gli stessi che usava Duprè, infatti li ho ordinati a suo nome. Ti cambieranno colore della pelle, degli occhi, struttura facciale e postura del corpo. Il procedimento può essere doloroso ed è per questo che i nanobastardi indurranno il sonno. La poltiglia grigia invece contiene le istruzioni che dicono ai naniti cosa e come farlo, oltre che fornir loro energia. Tutto questo procedimento consuma parecchia acqua, è per questo che devi bere di continuo altrimenti i nanocosi prenderanno acqua dove la trovano: dai tessuti.

Ah, un’ultima cosa: non spaventarti quando domani mattina ti guarderai allo specchio.

Bene, ora la mia coscienza è chetata, devo solo sperare che tutto questo passi inosservato agli occhi della Volontà. Altrimenti sono carne morta. Ma questa, è un’altra storia…

Non sparate al pianista!

Category : Francesca

Ho le mani sporche di sangue. Il mio è quello di qualche Itan. Ho il cervello in botta. Siamo sul furgone, stiamo correndo, scappando. Nessuno che ci insegue, perlomeno a vista, nessuno. Stiamo lasciando Matera. Abbiamo fatto un bel casino.

Si Ilario, ci stavano addosso. Più volte abbiamo dovuto cambiare rotta mentre scendevamo verso sud. Simone è sparito per giorni. Ha viaggiato in autostop. Pollice fuori, arma in valigia. Vento. Siamo arrivati tutti improvvisando.
Dio che casino, i ricordi del viaggio si confondono con….

Abbiamo incontrato il gruppo di Matera che era quasi buio, brevi presentazioni e subito via. Erano in 4, noi in 6. Fuori dalla città c’è quella specie di “base dormitorio”, vicino la base [cazzo Paolo vai piano con sto furgone!]… ci sono dei locali, insomma dei bordelli,
siamo entrati, il posto si chiamava “La piccola principessa”, qualche soldato e qualche puttana… Viso coperto, armi in pugno, siamo entrati, Simone davanti a tutti col suo Leprechaun: BANG! BANG! BANG!
Tre centri, tre soldati a terra, e noi con le armi BANG! BANG! BANG! BOOOOM!!!
Il Leprechaun diciamo che li stordisce, mette ko i naniti maledetti, quindi il soldato non può fare affidamento sulla super armatura e i giocattolini spargimorte in loro dotazione, perchè i nanocosi vengoni diciamo “disattivati” e con loro tutti i super optional da fighi: no riflessi da giaguaro, no armi istintive, no party. BANG! Ho sparato anch’io. Sangue, sangue di umano, sangue di Itan. Sangue. Brutte sensazioni.
Dieci contro tre: ho pensato “abbiamo vinto!”, dalle scale sono scesi correndo altri soldati, hanno sparato. Simone di nuovo avanti a tutti, coperto a destra da Marco a sinistra da un ragazzo di lì, Roberto se non ricordo male [cazzo! cosa sono quelle luci, spegni i fari!!! SPEGNI I FARI! Gira!!!]… Le puttane sono morte ammazzate, come zanzare.
Il Leprechaun ha parlato nuovamente. Come prima volta non si è fatto pregare.
E poi gli altri… noi altri. Io non ce l’ho fatta più a sparare, mi sono buttata dietro il bancone, vicino ai primi soldati spappolati-morti. BANG! BANG!! 
Sono rimasta imbambolata qualche lunghissimo secondo a guardare quegli occhi arancioni senza vita. A guardare gli occhi verdi dell’umano e il sangue che copriva le piastrelle rosa. L’ho toccato quel sangue, non mi sembrava reale, caldo.
Ho chiuso gli occhi dell’umano, mi sentivo come in un film, gli occhi dell’Itan… no.
Quelli non li ho chiusi. Per ripicca, per cattiveria forse: quegli occhi dovevano vedere.
Qualcuno mi ha preso per la giacca e mi ha urlato in faccia: “Fraaaaaa!! Fra muovi il culo, andiamo via!!”, era Georgette. Grazie Georgette. Qualcuno o qualche robot aveva dato l’allarme, sentivamo avvicinarsi i mezzi, sentivamo un rombo nel cielo. Dio solo sa cos’era quel rumore che veniva dall’altro.
Sul furgone, tutti di corsa, butta le armi, buttale!!

E’ da ore che corriamo. Noi siamo tutti sul furgone. Scappiamo.
Il gruppo di Matera è scappato subito prima di noi. Loro sono di zona sanno dove nascondersi. Noi no. Noi corriamo. 

[Fra, prendi la pila e la mappa spegni sto cazzo di pc] [Ok ok, ci siamo, rallenta]
[E' meglio se per questa notte non ci dividiamo]
[Ha ragione Georgette, dai stiamo calmi. Qualcuno ha del tabacco?]
[E' lì sotto il sedile. Girane una anche a me. Dio santo ho le mani che non si fermano più! Ma come hanno fatto a dare l'allarme] [Ma Simone che fa? Dorme?] [Mi sa che è svenuto] [Elw cantaci qualcosa] [Si dai... qualcosa di triste] [Dobbiamo fare i turni per dormire] [Ok, ho trovato la strada, dobbiamo continuare a piedi per i bunker] [Si Fra, aspetta, fumiamo una siga, mi sto cagando addosso] [Si... Meglio... cazzo sono tutta piena di sangue].

Naniti 4.2.2

Category : Frammenti di Darknet

naniti4.2.2

Naniti 4.2.2

La versione 4.2.2 è l’ultima tra quelle standard ed è stata creata appositamente per i piloti dell’Impero. Questo tipo di naniti racchiude in sé tutte le caratteristiche delle versioni precedenti, dotando quindi il pilota dei vantaggi forniti ai soldati, come: cicatrizzazione rapida, tempo rallentato e soprattutto il pieno accesso alla tecnologia bellica imperiale.

La funzione aggiuntiva principale di queste nano-macchine, consiste nel contrastare in parte, gli effetti delle enormi G (accelerazioni gravitazionali) a cui sono sottoposti i piloti durante le azioni di combattimento. Insediandosi all’interno dei muscoli, creano campi di forza per la compressione delle masse muscolari, regolando così la pressione sanguigna ed evitando effetti come la perdita di conoscenza (per mancanza di sangue al cervello) o problemi alla vista. Oltre alla compressione delle masse, compiono lo stesso tipo di operazione sugli organi interni, proteggendoli durante le manovre. Per aumentare la velocità di esecuzione di tali azioni, i naniti si interfacciano direttamente al computer di bordo della nave, il quale comunica in tempo reale il tipo di manovra che si sta per compiere fornendo così ai naniti, i parametri di accelerazione a cui sarà sottoposto il pilota e consentendogli di disporsi preventivamente.
Grazie a queste caratteristiche specifiche, unite ad altri sistemi come la Gelatina Anti-G, i piloti imperiali sono in grado di compiere manovre a G che arrivano anche a 70 volte quella terrestre.

Inoltre i naniti 4.2.2, sono in grado di proiettare sulla retina del pilota anche dati tattici e quelli dei sensori, evitandogli di dover costantemente tenere sotto controllo gli strumenti e lasciandolo concentrare esclusivamente sul volo.

In alcuni casi, come per l’utilizzo dei THUNDER e i THUNDER S, l’apice della tecnologia dei caccia da combattimento, questi naniti proiettano sulla retina anche la visione del mondo esterno. Questo perché, quando si pilota uno di questi velivoli, si è rinchiusi all’interno di una capsula protetta, completamente immersi nella Gelatina Anti-G, ed impossibilitati a vedere al di fuori dell’abitacolo. Questo tipo di funzione si chiama “Iper Vista” e se ne sconsiglia l’uso prolungato. Infatti l’utilizzo dell’Iper Vista è limitato a 6 ore, superato questo limite, le retine dell’utilizzatore saranno inutilizzabili per almeno 2 giorni (tempo minimo di rigenerazione da parte dei naniti). La perdita della vista, si può verificare anche per espulsione rapida in caso di emergenza.

Sfigato a rapporto.

Category : Daniele

L’abbiamo trovata! L’ABBIAMO TROVATA!
Non so se sia propriamente una buona notizia. Domani avremo le nostre conferme.

Ma partiamo dall’inizio, da dove è cominciata tutta questa storia.

Dieci giorni fa, mi trovavo su Seena, nel campo base dell’esercito di invasione dell’Impero. La mia occupazione principale, consisteva ancora nel gettare dal balcone manciate di preziosissimo tempo imperiale, rimanendo in costante attesa di nuovi ordini. Cosa te ne fai di una squadra speciale, se non hai niente di speciale da farle fare? Scusate la filosofia, ma la noia ti lascia molto, anzi troppo tempo per pensare.
Gli unici momenti emozionanti, erano le visite clandestine di Brahia. Già, la matta si inventava tutte le scuse possibili immaginabili, per tornare a terra e stare un po’ insieme.

“Esercitazione di sbarco”
“Esercitazione di volo atmosferico”
“Trasporto attrezzatura aggiuntiva”
“Trasporto effetti personali”

Sull’ultima, credo di aver fatto io la figura del coglione, ma non importa, è stato bello vederla inventare cazzate e fare pazzie per me. E a dirla tutta, non credevo che un Invasore fosse capace di sentimenti così simili ai nostri.
Tutte le volte che scorgevo in cielo un Bantha, sobbalzavo, dopodiché mi dirigevo subito alla piazzola d’atterraggio 021, aspettando che il portellone del Bantha si aprisse, per vederla uscire raggiante con il suo splendido sorriso. E poi i nostri incontri, lontano dagli sguardi indiscreti della squadra e degli altri militari. Ore rigeneranti, strappate alla routine militare.
Mi sa che sto perdendo la brocca.
Ho provato a reprimere il più possibile e a cercare di non indagare i miei sentimenti, ma a quanto pare, almeno su questo fronte, sto perdendo la guerra. Maledetta svitata dagli occhi arancioni.

Questo fino all’ultima volta.

Vidi in cielo arrivare il nostro Bantha, così fui subito colto dall’eccitazione e saltellando come un bambino scemo, mi diressi verso la piazzola d’atterraggio, ripetendomi: “Chissà quale scusa si è inventata questa volta”. Quando si aprì il portellone, ero già pronto con il mio sorriso delle grandi occasioni, quando la vidi uscire seria ed impettita. Cambiai immediatamente espressione e prima che potessi chiedermi cosa aveva potuto trasformarla nella “Brahia ufficiale”, vidi dietro di lei scendere anche il nostro Capitano ed il nostro Tenente.
Fu il Capitano il primo a parlare: “Bene Caporale Maggiore Daniele, vedo che è il più attento… Vada a chiamare il resto della squadra, sono finalmente arrivati gli ordini. Tra cinque minuti nella sala riunioni 5, presso il comando.”

Cinque minuti dopo, fummo tutti radunati, in attesa di sentire il nostro nuovo compito. Nell’ampia sala, c’era un enorme tavolone di metallo, attorno al quale ci sedemmo tutti. La cosa strana che mi saltò subito agli occhi, è che il posto al capotavola rimase vuoto. Il nostro Capitano si limitò a dirci: “Tra pochi istanti arriverà un Agente della Volontà. Sarà direttamente lui a darci gli ordini. Sembra che sia una missione molto delicata”. Come da previsioni, pochi minuti dopo, fece capolino nella stanza un tizio con un’uniforme nera, senza gradi né mostrine. Era chiaramente di Itan. Mi sarebbe davvero piaciuto conoscere Bob, ma a noi toccò un funzionario di razza pura.
Dopo essere entrato ed aver ignorato tutti, si mise in piedi a capotavola, poggiò sul piano il suo N-pad e cominciò a parlare velocemente, come se avesse fretta d’andarsene.
“Signori, non mi piacciono i discorsi e tanto meno le domande. Quindi cerchiamo di capirci subito e di non perdere tempo inutilmente. La missione che sto per illustrarvi è classificata T, quindi è estremamente delicata. Trenta giorni fa, dalla Terra è decollato il primo incrociatore di fabbricazione terrestre: la Gens Iulia.”
Adrian, con lo sguardo un po’ preoccupato, fu il primo ad alzare la mano per chiedere notizie della nave terrestre. L’ufficiale della Volontà si limitò a spostare il capo verso il soldato curioso e con tono seccato sentenziò: “Mi sembrava di essere stato chiaro, niente domande, non ho tempo da perdere. E il fatto di avervelo ripetuto, me ne ha fatto perdere dell’altro. Spero vivamente che non mi costringiate a dirlo una terza volta. Non ho mai dovuto farlo.”
Il nostro capitano lanciò un’occhiata di fuoco ad Adrian, poi si girò di nuovo a seguire attento l’ufficiale in nero. Chi era costui per incutere questo timore e rispetto in una persona come il pluridecorato Capitano Reelnan?
Lo strano figuro continuò, questa volta più veloce, come volesse recuperare il tempo perduto: “La nuova nave della flotta imperiale, ha compiuto con successo tutti i test nello spazio profondo, armamento e propulsione, ed è stata dichiarata Operativa dall’ufficiale dell’A.E.R. di bordo. Una volta entrata in servizio, ha compiuto la sua prima immersione nello spazio dilatato e, tramite una Nave Arca, ha raggiunto il Quadrante 3, per unirsi alle forze d’attacco contro Shatan. Fino a qui, tutto bene, ma tre giorni fa, all’altezza del sistema di Roven, si è persa ogni traccia dell’incrociatore. Non è contemplabile un malfunzionamento dei sistemi. Il controllo dell’A.E.R. non ha margine d’errore. E per quanto riguarda l’equipaggio, la maggior parte era sì umano, ma ben addestrato e soprattutto comandato da ufficiali di Itan. In caso di attacco o imboscata, avremmo ricevuto i segnali d’emergenza. La sparizione della Gens Iulia è semplicemente inspiegabile. A voi il compito di ritrovarla e soprattutto riportarla indietro. O distruggerla se non sarà possibile farlo. Grazie per l’attenzione, Gloria all’Impero”.
Raccolse il suo N-pad dal tavolo e se ne andò com’era arrivato. Neanche il tempo di chiedere maggiori dettagli che tutti i nostri pad cominciarono a trillare: ci erano appena arrivati i dati della nostra missione.

Ci imbarcammo velocemente sul nostro DELTA, mi dispiacque un po’ lasciare l’orbita di Seena, andandomene, intravidi i “fiori spaziali” di Winter. Eravamo così vicini, ed ora così lontani. Ci vedremo al prossimo giro, amico mio.

Dopo giorni di ricerca nello spazio profondo, arrivammo finalmente in prossimità di un grosso pianeta desertico e della sua luna, nelle vicinanze dei quali, fluttuava LEI, il nostro obiettivo.

Non so se essere d’accordo con Ilario sull’estetica della nave, ma una cosa è certa: è maestosa.
E’ gigantesca, un incrociatore di Classe 7, due chilometri e mezzo di ferraglia e… l’abbiamo costruita noi! Certo, con un piccolo aiutino della tecnologia imperiale, ma la considero nostra. E questa considerazione, è una parte del problema: lì sopra ci saranno almeno quindicimila connazionali, sì, la mia stessa gente, gli abitanti del mio stesso pianeta.
Direi che è diventata una questione personale.

Dal primo volo di ricognizione, non abbiamo notato alcun danno serio allo scafo, a parte un piccolo squarcio sulla fiancata destra, più o meno verso metà della sua lunghezza, ma non certamente sufficiente a creare danni preoccupanti ad una nave di quella stazza. Dai nostri sensori tutti i sistemi risultano operativi ma disattivati. Solo il supporto vitale è ancora attivo, a sostenere chi o cosa non si sa, dato che non risultano segnali di vita convincenti a bordo, solo qualche strano disturbo.

Ora, mentre vi scrivo, siamo ancorati ad una delle camere di equilibrio del lato sinistro, in attesa di interfacciarci al computer della Gens, per ricavarne i diari. Un altro dei fatti strani è che non riesco a farlo, il computer dell’altra nave sembra protetto da un codice sconosciuto estremamente complesso e, per quanto ne possa sapere io, non sembra neanche imperiale.
Ho lanciato un algoritmo di codifica, ci vorranno approssimativamente tre giorni, nel frattempo il nostro Capitano ha preso la decisione di fare un primo giro esplorativo all’interno.

Domani si va.
Non ho un buon presentimento, ci sono troppi elementi che non mi convincono in questa faccenda.
Ebbene sì Ilario, hai trovato i tuoi sfigati, pronti a fare la fine degli altri sfigati.
Darknet, incrocia le dita per me e… per tutta la tua gente.

Naniti 4.2

Category : Frammenti di Darknet

naniti 4.2

Naniti 4.2

Questo tipo di naniti, sono impiegati in ambito militare e sono la dotazione standard di tutti i combattenti imperiali. Considerati una vera e propria arma, possiedono caratteristiche uniche che rendono i soldati in posizione di vantaggio in ogni occasione.
Naturalmente possiedono tutti i vantaggi appartenenti alle versioni di naniti precedenti, ma con caratteristiche aggiuntive, ideate appositamente per il combattimento.

La principale, è quella di consentire l’attivazione di ogni tipo di armamento e mezzo militare. Inoltre, dato che le armi vengono costruite a dimensioni standard, ma devono poter essere utilizzate da razze con corporature molto diverse, questa versione di naniti fornisce all’arma i parametri adeguati per effettuare le varie regolazioni. Infatti, non appena si impugna un’arma, questa regolerà le giuste distanze per calcio, impugnatura e grilletto secondo i dati forniti dai naniti. Oltre a queste funzioni, le nano-macchine stabiliscono una sorta di connessione, informando il soldato, in tempo reale, del munizionamento e dello stato dell’arma.

Ma le caratteristiche davvero strabilianti di questi naniti, si manifestano durante le azioni di combattimento. Questa versione, tramite impulsi nervosi diretti al cervello, controlla il “fuoco istintivo”, cioè spinge il braccio che impugna l’arma a mirare automaticamente, verso il bersaglio che si sta guardando, aumentando così la velocità di reazione.
Durante i combattimenti inoltre, i naniti stimolano la produzione di sostanze (variano da razza a razza) che accelerano il metabolismo, producendo un effetto di “tempo rallentato”, dando la possibilità di valutare al meglio le situazioni e le dinamiche di combattimento.

La versione militare, in aggiunta alle funzioni di base, compie numerose operazioni metaboliche tra cui l’innalzamento o l’abbassamento della temperatura corporea, o altri tipi di adattamenti, utili a contrastare condizioni climatiche avverse.

In aggiunta, questi naniti sono forniti di energia superiore rispetto alle altre versioni, aumentando la duplicazione, la cicatrizzazione delle ferite e persino la rigenerazione di organi e arti, senza l’ausilio di macchinari specifici.